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Apriamo questo editoriale mentre abbiamo ancora negli occhi
le immagini drammatiche del sisma che ha colpito la nazione di Haiti.
Uno sterminio di esseri umani che ha riempito tutti noi di dolore e di
solidarietà per questo popolo così sfortunato. E, come sempre succede,
quando veniamo posti così traumaticamente di fronte al dolore e alla
sofferenza, iniziamo a riflettere. Parliamo dell’incredibile povertà in
cui vivevano queste persone, ascoltiamo i tecnici che ci assicurano che
se, invece di vivere in baracche, avessero vissuto in case antisismiche,
quasi tutti sarebbero sopravvissuti agli effetti del sisma. Con
raccapriccio, vediamo i cumuli di morti in mezzo alle macerie e i feriti
rifiutati da strutture mediche non in grado di assisterli, mentre torme
di persone affamate e assetate si aggirano in cerca di cibo e acqua.
Un inferno. Un posto, nel terzo millennio, dove per la
povertà non solo non si può vivere, ma neanche morire da esseri umani,
perché oltre a mancare il pane quotidiano per sfamarsi e gli ospedali per
curarsi, mancano anche i cimiteri per riposare in pace. Questa civiltà
meravigliosa e progressiva è riuscita a realizzare almeno la metà
dell’universo da quasi tutte le religioni del mondo: l’inferno, per
l’appunto. E allora magari ci viene in mente di reagire, di parlare con più
persone possibili, di cercare con noi stessi e con gli altri di capire dove
perseveriamo a sbagliare, cosa potremmo fare per restituire finalmente
armonia e giustezza alla nostra esistenza e a quella del nostro prossimo.
Immaginiamo un modo perché tutte le persone possano avere
dell’energia pulita per le loro case e per la loro cucina senza disboscare
le colline e un modo per costruire solo case antisismiche per tutti; e
scuole rispettose e tolleranti che aprano le menti invece di sigillarle, e
ospedali dove medici scrupolosi curino le nostre malattie, sempre più rare
perché l’aria non sarebbe più inquinata ed il cibo non più sofisticato. E,
perché no, cimiteri dove, invece di essere affastellati in tristissime tombe
“a castello” ognuno di noi possa riposare all’ombra di un cipresso e con un
pezzettino di verde che rinnovi sulle nostre spoglie il miracolo, l’unico
secondo noi, della vita e della natura.
Cari amici del dubbio e della verità, proviamo a sognare:
se in questo attimo potessimo restituire un po’ di senno a quei poveri
esaltati che sostengono come stia per venire la fine del mondo perché
nessuno li ascolta, un po’ di onestà a questo branco sterminato di pescecani
che fiuta e succhia il suo sangue preferito, il denaro, e infine un po’ di
consapevolezza a tutti noi che ci siamo lasciati irretire in un tragico,
consumistico gioco al rialzo che sembra non poter avere fine...
Sogniamo di ritrovarci a parlarne tutti insieme, da qualche
parte, a lungo, fino a capire come ri-costruire un mondo come quello che ho
descritto appena sopra. Una bella giornata da passare serenamente tra amici,
ritrovandoci al mattino, pranzando insieme, fino alla sera, godendo di
condividere tanto la luce che il crepuscolo. Come nel film “Miracolo a
Milano”, capolavoro di Vittorio De Sica, dove lo spettacolo che i barboni si
godevano tutti insieme la sera era quello del tramonto, davanti al quale si
ponevano ognuno portandosi la propria sedia, e che contemplavano proferendo
semplici ed estatiche esclamazioni di ammirazione… Come? Perché bisogna
finire almeno per le 21?
Ah me l’ero dimenticato, a quell’ora in TV inizia il Grande
Fratello!
Buona lettura amici miei, sempre e comunque nel nome del
dubbio e della verità
Giovanni Francesco Carpeoro
(da: Editoriale "Hera" n.121)
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