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La
nostra diletta Italia è tanto ricca di testimonianze storiche che i
grandi apparati di ricerca stentano a trovare il tempo e le risorse
necessarie ad approfondire tutte le singole realtà locali.
La Tuscia in
particolare è un’area costellata da centinaia di preziosi borghi,
alcuni arroccati ed immersi nella macchia mediterranea, tanto da
essere facilmente dimenticati ed abbandonati a se stessi, se non
fosse a volte per la caparbietà, la dignità e la voglia dei suoi
abitanti di riscattare il valore degli antichi popoli che gli
diedero i natali.
Ne è un
puntuale esempio Vignanello, piccolo centro radicato fra le alture
dei Colli Cimini, il quale territorio si lustra di essere stato
abitato sin dal paleolitico, ben 15.000 anni fa, sviluppatosi poi
attorno all’IX sec. a.C. come primario centro falisco, per essere
infine inglobato dalla conquista romana e successivamente dalla
confusione medievale.
È grazie ad un
pugno di volenterosi vignanellesi che è stato riportato alla luce,
con tanto sano olio di gomito, un affascinante percorso sotterraneo
scavato nel tufo, una vera e propria macchina del tempo, che se da
una parte può svelare alcuni misteri, dall’altra paradossalmente ne
ripropone di vecchi.
I locali sono
cresciuti sin da bambini accompagnati dai racconti dei più anziani
circa la presenza nel sottosuolo di numerosi cunicoli dove, durante
la seconda guerra mondiale, si sarebbero nascosti per scampare al
passaggio delle truppe tedesche. Solo oggi, tante storie possono
ritenersi riscattate dall’avanscoperta
effettuata ad opera dell’Associazione ‘I CONNUTTI’ (www.iconnutti.org
).
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I FONDATORI
DELL'ASSOCIAZIONE "I CONNUTI" |
Sul posto
abbiamo incontrato Vincenzo Pacelli, attento studioso della storia
locale, nonché fra i soci fondatori dell’Associazione con la carica
di tesoriere, il
quale
ci ha arricchiti con una meticolosa relazione dei lavori effettuati
ed accompagnati lungo l’itinerario. Il viaggio ha inizio da una
botola posta in una cappella sotterranea della Chiesa Collegiata
(datata 1724, ma sorta su una preesistente chiesa romanica) nella
quale riposano i suoi fondatori Don Francesco Maria Ruspoli 1°
principe di Cerveteri, morto nel 1731, sua moglie Donna Maria
Isabella Cesi ed il loro pronipote con relativa consorte. Adiacenti
ai sepolcri gentilizi sono state scoperte delle fosse comuni dove,
prima dell’editto di Saint Cloud, i defunti venivano disposti in
ragione del sesso e dell’età.
Il varco prima
dei lavori era completamente ostruito da una moltitudine di detriti
di diverse epoche, come pure alcuni tratti del cunicolo. Nelle teche
allestite all’entrata sono esposti resti di ceramiche seicentesche,
come pure cocci in bucchero di epoca falisca, suppellettili che
oltretutto non riescono a spiegare chiaramente la propria presenza
sul posto. C’è da dire che i così detti ‘tombaroli’, predatori a
discapito delle vicine necropoli falische, erano già entrati nella
cappella, mettendola a soqquadro per defraudare di un ipotetico
tesoro il sepolcro del principe, ed anche nel cunicolo, in quel
frangente è possibile che una certa confusione sia stata
involontariamente alimentata.
Entrando
nella botola, si viene opportunamente attrezzati di casco protettivo
e faretto, per gli appassionati di archeologia è innegabilmente come
arrivare al tanto agognato ‘stargate’. Sono subito visibili i resti
di un acquedotto in coccio con tanto di sifone in piombo che si è
propensi a datare intorno al XVII sec. d.C., quando Ottavia Orsini
fece realizzare un sistema per portare l’acqua nel paese e sino alle
fontane del giardino del castello. Presso gli archivi Vaticani
esiste una perizia che descrive con dovizia di particolare l’intero
tracciato fino alla fonte, posta ad oltre un chilometro di distanza,
nei pressi della Chiesa della Madonna del Ruscello a Vallerrano,
paese confinante.
Tuttavia nella
Tuscia, da Blera a Formello, da Bolsena a Corchiano, sono numerosi
gli esempi di acquedotti etruschi. Ve n’è uno a Castiglion
Fiorentino, pure fittile, di epoca tardo etrusca simile a quelli
della Roma Repubblicana, ed un altro ad Orte, ampliato e modificato
nel medioevo per adattarlo alle esigenze del tempo.
In effetti
nelle gallerie di Vignanello è possibile notare una netta differenza
di scalpellatura dai lati alla volta, dunque è lecito supporre una
similare origine etrusco/falisca dello scavo, con conseguente
ampliamento e sfruttamento ad hoc seicentesco, purtroppo gli studi a
riguardo non sono tuttavia illuminanti.
Proseguendo la
visita si incontrano enormi conserve a botte in muratura, ormai
cieche, nelle quali venivano riposte le provviste stagionali, ed
ancora imbocchi verso adiacenti cantine private, nonché pozzi
verticali di connessione alla superficie, serviti per espellere il
materiale estratto dallo scavo e per aiutare i lavoranti
nell’individuare la direzione da seguire. Dette cavità sono ora in
parte chiuse dal manto stradale ed in parte sfocianti in
seminterrati privati, pertanto gli accessi alle gallerie sono ben
nascosti e sparsi in buona parte del paese. Basti pensare che
qualche anziano ed incauto residente ancora usa buttarvi bottiglie
di vetro, incredibilmente durante i lavori di pulizia vi è stata
ritrovata una bomba inesplosa del secondo conflitto mondiale, poi
fatta debitamente brillare dagli artificieri e con tanto di botto
finale.
Arrivati sotto
alla piazza, ove sul piano esterno sorgono uno di fronte all’altro
il Castello Ruspoli e la Chiesa Collegiata, troviamo una lunga
scalinata che prosegue verso il basso fino alle segrete del maniero,
dove venivano carcerati e torturati gli ostili alla reggenza, ed un
passaggio che conduce alle antiche scuderie.
Attualmente,
con grave rammarico da parte dei visitatori, questi luoghi facenti
parte della proprietà Ruspoli non sono percorribili, tanto che il
camminamento termina arrivando allo sbocco sul fossato. Per il bene
della collettività ci si augura che non tardi ad arrivare un accordo
tra l’Associazione e la famiglia Ruspoli.
I lavori di
recupero da parte del gruppo ‘I CONNUTTI’ sono ancora in corso, gli
impegnati raccontano che le parti non ancora accessibili al pubblico
si diramano per tutto l’abitato e comprendono quelle che
sembrerebbero cisterne di decantazione dove l’acqua sostava per
purificarsi dei residui.
Non è quindi
da escludere che il tracciato più antico possa essere effettivamente
di epoca falisca e che sia servito quantomeno al fine di drenare il
colle dall’eccessiva umidità e per organizzare al meglio le falde
acquifere.
Di fatto,
proprio in località come Vignanello, ci si torna a chiedere quale
fosse il confine politico-culturale tra i Falisci e gli Etruschi, e
quale fosse la provenienza delle loro genti, la linea di
demarcazione è spesso confusa, poiché per molti punti in comune se
ne trovano altri di discrepanza, come ad esempio la lingua. Sappiamo
che furono alleati contro Roma, ed in questo senso è opportuno
valutare con attenzione l’ipotesi che la più ampia Etruria
comprendesse in realtà dodici diverse fazioni, fra cui appunto
quella falisca, come espletato nello speciale dedicato agli Etruschi
edito dal nostro stesso PdM nel mese scorso.
Il tempo è un
inesorabile tessitore, per leggere fra le sue trame si abbisogna di
infaticabile perseveranza, anche di sacrificare le sere dopo il
lavoro per andare a scavare sino a notte fonda in umidi e cupi spazi
ipogei, è grazie a persone di questa buona volontà che vengono
riportati alla luce luoghi di intrigante fascino, altrimenti celati
nello scetticismo dei più e nei racconti di qualche vecchio
romanziere…
Alice Corda
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