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Spesso
nelle mie riflessioni tendo ad esaltare il
cosiddetto “spirito di osservazione”, quale
ingrediente fondamentale per intraprendere studi o
passioni nel mondo della ricerca, sia essa
archeologica che scientifica.
Anche un semplice
trasferimento in auto può offrire l’opportunità di
scrutare l’ambiente circostante alla ricerca di
scorci ispiratori o particolari interessanti che
risaltano ad un occhio attento.
Mi accorsi
dell’importanza dell’osservazione automobilistica
molti anni fa quando, costretto per lavoro a
macinare migliaia di chilometri al mese, spesso
sugli stessi itinerari, smettevo di tenere gli occhi
sulla noiosa monotonia dell’asfalto, cercando altri
aspetti del paesaggio che rendessero il percorso
sempre nuovo.
Qualche volta, nella
solitudine dell’abitacolo lasciavo andare un cd di
musica, adattando alla melodia le immagini offerte
dal parabrezza, creando di fatto una sorta di
rudimentale videoclip mentale.
Dopo
un paio di tamponamenti ed un’escursione in un
canale di scolo, limitai questa tecnica alla sola
condizione di passeggero e non di autista! A parte
queste poco amene conseguenze, presto mi resi conto
che anche il medesimo paesaggio, poteva concedere
caratteristiche completamente differenti asseconda
della direzione della luce solare. In termini
semplicistici, alle tre del pomeriggio potevo notare
cose invisibili al mattino e viceversa.
Questo preambolo mi è
utile per descrivere quanto io debba essere un
rompiballe durante i viaggi o i tragitti compiuti in
auto in compagnia di amici o colleghi…
Da qualche mese in
particolare, i membri della nostra squadra di
ricerca, amano sbeffeggiarmi in merito ad una mia
fissazione: nell’Italia centrale, i siti
archeologici ed i tumuli (soprattutto quelli più
grandi ed isolati di tipo collinare), sono
riconoscibili da uno o più pini marittimi o
domestici (pinus pinea) sulla sommità o nelle
immediate vicinanze. Non mi riferisco tanto agli
ameni viali alberati o alle refrigeranti pinete ma
alla presenza “improvvisa” ed isolata di queste
piante su pianure erbose, spesso collocate a
cerchio. Molti di voi lettori ora avranno assunto
l’espressione dei suddetti collaboratori, cioè di
coloro che per puro spirito di rispetto e pacifica
convivenza, con un senso di benevola commiserazione,
annuiscono evitando di mandarmi a svolgere altre
utili attività fisiologiche.

Eppure, il numero di
queste coincidenze archeo-arboree andavano
aumentando, fino a spingermi a svolgere qualche
ricerca in merito. La totale assenza di citazioni
bibliografiche sull’argomento, avrebbero scoraggiato
chiunque, ed ammetto di essere stato spesso sul
punto di deridermi. Chiesi ad un paio di amici
archeologi, i quali mi fornirono alcune tesi, tutte
soddisfacenti:
- il
rilievo di un tumulo o di ruderi funerari su campi
spesso arati, hanno offerto per secoli rifugio
sicuro a cespugli e ad arbusti, soprattutto in
quelle aree disboscate per motivi agricoli,
permettendone uno sviluppo sovradimensionato fino
agli attuali alberi;
- il
maggiore grado di umidità del terreno in presenza di
strutture sotterranee, ha consentito una crescita di
macchia mediterranea (e quindi anche del pinus
pinea) “a zone” delimitanti proprio i siti
archeologici.
- tutti
i pini presenti oggi in prossimità di vestigia
etrusche o romane sono stati piantati nel medioevo
(spesso infatti delimitano casali e castelli) o
seguendo una corrente puramente estetica tipica dei
secoli XVII e XVIII.
Purtroppo, pur
accettando e rispettando tutte queste esaurienti
spiegazioni, la mia anima repressa di indagatore del
mistero ha avuto la meglio “costringendomi” a
ponderare anche altre strade.
Sappiamo tutti che il
popolo etrusco era votato al misticismo religioso e
considerava sacro ogni elemento della natura. Tutto
poteva all’occorrenza divenire fonte di magici
segnali o rappresentare simbologie di consacrazione,
protezione o previsione di eventi futuri. Ogni
pietra, costruzione o azione era contraddistinta da
significati profondi e ben definiti. Nulla era
lasciato al caso, a maggior ragione se l’oggetto o
la creatura in questione poteva rappresentare anche
un bene tangibile ed oggettivo, come nel caso del
pino, in grado di fornire del resistente legname,
una resina utilissima come materia infiammabile,
incensante e sigillante ed il frutto denominato
“pinolo”, considerato una vera leccornia già in
epoche remote.
Conosciamo
dunque meglio questo “misterioso” albero, chiamato
scientificamente “Pinus Pinea”.
Non a caso l’ho
definito misterioso, poiché ancora oggi, nonostante
la sua diffusione e la riconoscibilità per la
caratteristica forma ad ombrello, non ne conosciamo
con certezza l’origine. Le tesi prevalenti
asseriscono sia originario del Mediterraneo
occidentale o dell’Africa nord occidentale, comunque
non autoctono della nostra penisola. Sicuro e
comprovato è invece il mezzo attraverso cui questo
si diffuse in Italia, in tutto il bacino
mediterraneo ed oltre: gli Etruschi.
L’albero simbolo
millenario della nostra italianità, apparve dunque
al seguito di questo affascinante popolo di
naviganti e commercianti, caratterizzandone sin da
subito gli insediamenti.
Ancora oggi, alcune
delle più rigogliose pinete esistenti sono retaggio
di vere e proprie antiche foreste composte da questi
caratteristici alberi; nell’area urbana di Roma la
nota Pineta Sacchetti è una di queste, ma tra le più
antiche si ricordano quelle di Castiglione della
Pescaia (GR) e di Tarquinia (VT).

Avendo prima accennato
alla sacralità attribuita dagli Etruschi alla
natura, non posso esimermi dal tradurre questa loro
importazione di massa di “Pinus Pinea” in qualcosa
di simbolico e metaforico, analizzando il
significato che un albero - oggi così comune -
poteva rivestire presso quel popolo.
Questo
fusto, consacrato alla dea Cibele, dai Greci, dagli
Etruschi e successivamente dai Romani, ed al dio Pan
dai Celti, sin da tempi remotissimi simboleggiava il
concetto di morte e resurrezione, non soltanto per
le caratteristiche riproduttive che, di filiazione
in filiazione lo portano ad essere quasi eterno
(nonostante una vita media della singola pianta di
circa 200 anni), ma anche per la particolare forma
delle sue pigne, esotericamente paragonate all’uovo,
oggetto simbolico particolarmente caro proprio agli
Etruschi. Pensate che su quasi ogni tomba etrusca
era presente una pietra a forma di uovo (più
raramente vere uova di struzzo decorate che però
ritroviamo maggiormente all’interno, come corredo
funebre), e che solamente la totale assenza di
preparazione in materia simbolica dei primi
pionieri dell’archeologia, causò la quasi totale
perdita di questi oggetti.
Oggi, per ammirarli
nell’originaria collocazione, occorre visitare la
necropoli di Marzabotto.
Il parallelo “uovo –
pigna”, era conosciuto sin da tempi remotissimi:
particolarmente nota ed indicativa è l’immagine di
Dioniso che stringe una pigna nella mano; nel
Medioevo, non è raro trovare pigne decorative su
palazzi ed edifici religiosi, esattamente con il
medesimo significato originale di eternità derivata
dal ciclo vitale.

Nell’antica Roma, una
fase rituale centrale della festa di “Arbor Intrat”
era la consacrazione dell’albero del pino che, una
volta trasportato nel tempio al cospetto di Cibele,
assumeva le sembianze del cadavere di Atys, un
giovane abitante della Frigia la cui bellezza
conquistò la stessa dea che ne divenne passionale
amante, annientandone l’umana capacità di
discernimento. Il Re di Pessinunte (l’antico regno
di Mida), convinto che Atys fosse stato soggiogato
da quella divina passione, decise di separarlo dalla
dea offrendogli in sposa la propria figlia. Durante
le nozze, si manifestò Cibele e con tutta la sua
furia iniziò a suonare un flauto di Pan (il
tradizionale strumento rituale anche degli Etruschi,
chiamato “aulos”), facendo impazzire tutti gli
invitati e lo stesso Atys che, accecato dalla follia
prese un coltello e si mutilò mortalmente. Zeus,
mosso a pietà per la vicenda, lo volle trasformare
in un sempreverde albero di pino, donandogli
l’eternità.
Come sempre la
mitologia sembra introdurci ad un simbolismo magico
che spesso non ha confini geografici: sul sito web
“Roma Ethnica” possiamo infatti leggere che “in
Estremo Oriente l’incorruttibilità della sua resina
ed il suo fogliame sempreverde fecero del pino il
simbolo dell’immortalità. Confucio si riferisce al
pino proprio parlando dell’immortalità. Gli aghi dei
pini, la resina ed i pinoli sono il cibo degli
immortali di Tao e nel Walhalla, il paradiso dove
Odino accoglieva i guerrieri morti in battaglia, il
loro nutrimento era costituito dall’idromele fornito
eternamente dalla capra Heidbun che brucava le cime
del pino Loradhr. In Giappone il legno di pino
veniva usato nella costruzione di templi ed il
pinolo veniva offerto ai nuovi sposi come augurio di
lungo amore e fertilità”.
Nella Magia naturale
tradizionale, le pigne sono usate nei rituali di
fertilità e fecondità, gli aghi per allontanare gli
spiriti maligni e la resina bruciata per respingere
le maledizioni ed i sortilegi.
Appare
dunque evidente l’associazione tra l’allegoria
dell’albero del Pino ed il mondo dei morti, non a
caso una delle principali credenze e ritualità
religiose degli Etruschi. Questa pianta, poteva
offrire il nutrimento essenziale ed eterno per
affrontare il “viaggio finale”, nonché allontanare
ogni entità malintenzionata nei confronti dello
spirito del defunto in via di rinascita e quindi
indifeso.
Le radici del pino,
sviluppandosi in senso orizzontale, potevano
avvolgere il sepolcro senza penetrarlo, quasi a
guisa di una invalicabile barriera protettiva. La
stessa caratteristica forma ad ombrello della
chioma, forniva un riparo contro le avversità nelle
città dei vivi come in quelle dei morti.
Altre peculiarità come
la riproduzione sessuata (ebbene sì, i pini sono
maschi e femmine!), invocavano altresì il ciclo
vitale che, come abbiamo visto, nel caso della
ritualità funeraria corrispondeva al concetto di
morte e resurrezione o di vita eterna.
Ma non è tutto: alcune
specie di piante sono note per crescere prevalentemente
all’ombra dei pini, favorite da una particolare
composizione del terreno creata dalla decomposizione
delle pigne:
l’Erica,
associata agli elementi di Sole ed Acqua, in virtù
della sua purezza era utilizzata per costruire le
scope sacre che servivano a pulire i templi degli
Dei. La sua nascita era attribuita a spiriti
protettivi che ne abitavano i rami scacciando gli
estranei (o gli indegni). Era infatti risaputo che
chiunque si sdraiasse per oziare fra queste
piantine, godendo dell’ombra degli alberi, poteva
essere rapito. Ma se l’azione dello sdraiarsi era
compiuta ritualmente, il giaciglio di erica poteva
aprire una finestra sull’aldilà.
il Lentisco, le
cui foglie sempreverdi rilasciano nell’aria,
all’alba ed al tramonto, un intenso profumo
inebriante. Questo è prodotto da una particolare
resina che veniva chiamata “Mastice di Chio”,
(l’isola egea da cui trae origine), utilizzata
anticamente in ambito gastronomico per speziare
carni frollate e per la preparazione di unguenti
profumati per i defunti.

Già sul finire
dell’Impero Romano d’Occidente, il Pino Marittimo ed
il Pino Domestico iniziarono ad assumere il ruolo
estetico che mantengono tutt’oggi, lasciando
progressivamente il posto al Cipresso, pianta dalle
caratteristiche simboliche molto simili alle prime
ma della quale parleremo successivamente.
Potrebbe dunque
rappresentare un significato simbolico ben preciso,
la presenza arborea del pino sopra o nei pressi di
sepolcri, a prescindere le validissime tesi degli
archeologi interpellati?
Non formulo teorie ma
fornisco elementi su cui ragionare.

L'attività di
ricerca mi conduce talvolta a rintracciare principi
comuni presenti in differenti discipline,
riscontrando similitudini ed interrelazioni dai
risultati spesso infruttuosi ma che, in rare
occasioni, sembrano comporsi come le tessere
mancanti di un puzzle.
E’ solo a quel punto
che lancio nulla di più che un’idea, o un acerbo
concetto di tesi, con il solo scopo di
sensibilizzare i nuovi ricercatori accademici ad
allargare il proprio campo visivo e conoscitivo,
riaccendendo in loro la fiamma della curiosità
soffocata da pesanti tomi universitari pieni di
altrui desuete verità a cui assoggettarsi.
Solo così,
probabilmente, non accadrà più di ritrovare un sasso
a forma di uovo e, non comprendendone il
significato, smarrirlo…

Jerry Assumma (Angel Heart)
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