Come spesso è
accaduto nella storia, le scoperte più
interessanti e rivoluzionarie sono nate da
semplici intuizioni. Anni di studio e di ricerca
trascorsi tra intere notti su antichi testi da
tradurre ed interpretare, sotto gli effetti di
caffè e nicotina, e week end in esplorazione sul
campo incuranti di freddo, pioggia o caldo
afoso, per poi trovare l’illuminazione di
un’idea in quella solitaria ed insignificante
frase in un libro o piuttosto in una fotografia
distrattamente scattata da turisti domenicali.
E’ da questa
considerazione in apparenza così “profana” che
scaturisce una delle più controverse visioni di
una realtà forse creata ad arte da chi voleva
celare ben altre verità, come nel caso degli
Etruschi: un popolo vittima della “damnatio
memoriae” dei Romani prima e del
Cattolicesimo dopo.
La nostra
intuizione, comunque suffragata da un estenuante
lavoro di ricerca, nasce da semplici ed empirici
quesiti:
- è
accertato che nell’area italiana compresa tra
Capua (antica Velthurna) e le attuali
province di Roma, Viterbo, Frosinone, Lucca,
Grosseto e Livorno, la popolazione etrusca
raggiungesse i 3 milioni di abitanti, riuniti in
una confederazione o lega, che gli stessi
Etruschi chiamavano “Nazione”, come dedotto
dall’Elogio Funebre di Laris Pulenas del
200 a.C.. Come è dunque possibile che la
tradizione attribuisca ad Enea la fondazione di
Roma, essendo sbarcato sulle coste laziali con
(forse) poche centinaia di compagni?
- Le
più antiche leggende narrano che Enea in fuga da
Troia, appena sbarcato si diresse subito
nell’Alto Lazio, nel porto di Regisvilla
(nei pressi dell’attuale Tarquinia), come avesse
conosciuto sin da principio la meta ultima del
suo viaggio. La più nota Lavinio, fu infatti
edificata solo successivamente dal figlio
Ascanio. Perché l’eroe troiano giunse proprio in
quel luogo alla corte del Re Etrusco Tarconte?
Esistono prove di suoi approdi in Puglia, in
Calabria, in Campania…. eppure, sceglie una
città ben specifica.
- Analogamente
ad altre storie raccontate, compresa quella di
Gesù Cristo, esistono alcuni “buchi temporali”
nella cronologia etrusca: si passa dalla cultura
poco più che primitiva dei Villanoviani
(abitanti autoctoni degli stessi territori) ad
un’organizzazione federale assolutamente moderna
ed evoluta come quella Etrusca, con un salto se
non di tempo, certamente di cultura. Com’è
avvenuto questo passaggio? I Villanoviani si
evolsero nel giro di pochi decenni, furono
assorbiti da una civiltà superiore e straniera,
oppure rappresentarono una sorta di casta
inferiore, come accadeva con gli autoctoni
egiziani?
Con il tempo,
abbiamo imparato che le imprecisioni
cronologiche, le molteplici versioni riportate
della medesima vicenda e la confusione sui nomi
dei relativi protagonisti, sono chiari sintomi
di un artefatto storico atto a cancellare o
modificare qualcosa di scomodo. La tradizione
etrusca, ricchissima di manufatti, pitture ed
incisioni, non poteva affidare la propria
immensa cultura alla sola tradizione orale, come
invece asseriscono alcuni archeologi
contemporanei. Ma sappiamo bene che il terreno
più fertile dove seminare una nuova versione dei
fatti è rappresentato da una iniziale “tabula
rasa” dei documenti scritti.
Plutarco, nella
sua “Vita di Numa” descrisse le vere
origini della cultura romana rivelate dalla
ninfa Egeria ad un sacerdote della sabina Curi:
in vista della morte, egli dispose che tali
scritti fossero seppelliti per sempre accanto al
suo corpo. Probabilmente questi testi dovettero
rivelarsi particolarmente “eretici”, se i
posteri decisero di disseppellirli e bruciarli
definitivamente.
Dionigi di
Alicarnasso ci narra che il re etrusco Tarquinio
il Superbo attorno al 520 a.C. introdusse a Roma
i “Libri Sibyllini”, testi profetici,
ritualistici, oracolari ed astrologici di
origine greca (ma sono in molti a sostenere
fossero antiche pergamene etrusche poi
tradotte), rinchiudendoli nel tempio dedicato a
Giove Capitolino (sulla sommità del
Campidoglio).
La leggenda vuole
che un’anziana donna li offrì al re Tarquinio
sotto forma di 9 rotoli dietro il pagamento di
una somma di denaro considerevole. Questi,
diffidente nell’acquistare qualcosa di cui
ignorasse il contenuto, tentennò. La donna
bruciò 3 dei nove libri, offrendone 6 allo
stesso prezzo; all’ennesimo rifiuto, bruciò
altri 3 libri. Tarquinio il Superbo quindi
comprò i soli tre libri rimasti al costo dei
nove iniziali. L’anziana donna, dopo aver ceduto
la parte restante di un sapere ancestrale,
scomparve nel nulla, dando origine alle leggenda
secondo la quale essa fosse proprio la Sibilla
Cumana.
A prescindere il
profondo significato simbolico della leggenda, i
Libri Sibyllini furono da subito considerati
“intoccabili”. Uno dei custodi (duumviri),
Marco Aurelio, solo per averne ricopiato alcune
profezie, venne giustiziato con una morte
orribile: cucito in un sacco e gettato a mare.
Anche in questo
caso, con l’avvento del Cristianesimo,
quest’opera unica subì una sorte nefasta:
Stilicone, nel 400 d.C. ne ordinò la
distruzione.
Stessa sorte è
toccata ai testi detti della “Disciplina
Etrusca”, come i “Libri Hauruspicini”, i “Libri
Fulguratores”, i “Libri Rituales”, i “Libri
Acherontici” ed i “Libri Fatales” ed “Ostentaria”.
Quali segreti
potevano giustificare un tale azzeramento
culturale e la necessità di riscrivere la storia
“a tavolino”? Certamente qualcosa di talmente
sconvolgente secondo i canoni del tempo, da
restare appannaggio di pochissimi eletti;
qualcosa che poteva addirittura non limitarsi
alle origini dell’Impero Romano, ma che avrebbe
coinvolto il nascente Cristianesimo, se non
addirittura le stessa genesi dell’Umanità
conosciuta...
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IL DILUVIO DI OGIGE, ATLANTIDE ED
I PELASGI
“Nulla ha di fisso e costante il
mondo,
se i giri osserviamo delle cose;
La cieca e instabil Dea così
dispone
E tutto va precipitato al fondo.
Tutto volge Fortuna sottosopra
e ognor fa nascer le
vicende istesse,
né si dà ma che d’essa allegra
cesse
dal crudo gioco e dall’ostil sua
sopra.
Quel popol che fu visto al ciel
la testa
superbo alzare un dì, del reo
destino,
del tempo struggitore ora
meschino,
sotto il fatal peso oppresso
resta.
Puon soffrir solo, e disfare gli
anni,
anzi i secoli ancor
l’opre d’ingegno,
contro cui nulla puonno e il
fiero sdegno
del veglio edace e di Fortuna i
danni.
Tutto rimane, e finchè sol
lucente
il cielo schiarirà,
la terra e l’onda,
rimarrà intetto ognor ciò che
feconda.
Ai papiri affido l’umana mente.”
(Aurem Opus Antiquitatum Italicarum)
Occorre andare al 1788 per trovare
le teorie più affascinanti circa
un’origine “alternativa del Popolo
Etrusco a firma del noto Don
Gianrinaldo Conte Carli.
Parliamo prima di ogni altra vicenda
o ipotesi, di un secondo –e molto
più vicino- “Diluvio Universale”,
detto “di Ogige”, avvenuto circa
4000 anni fà, particolare che ci
costringerebbe a retrodatare molte
delle teorie archeologiche e
antropologiche oggi accettate.
I segni dell’ultima Grande
Glaciazione (terminata 4.000 anni
prima) erano ancora evidenti nelle
aree polari. In un periodo
presumibilmente compreso tra il 5000
ed il 4000 a.C. si verificò un
disgelo improvviso e repentino,
oppure uno straordinario
innalzamento delle maree (entrambe
causate forse dal passaggio di
meteorite, come ci tramanda Diodoro…).
Consideriamo che è stato calcolato
già nel XVIII secolo che un corpo
celeste che si avvicinasse alla
Terra ad una distanza di 72mila
chilometri, alzerebbe il livello
delle acque anche di 12mila piedi
(3657 metri circa), con variabili
dovute ovviamente alla massa.
La maggior parte delle terre emerse
furono quindi inghiottite da una
massa di acqua inimmaginabile nel
volgere di poche settimane.

La grande ondata di piena entrò
attraverso lo Stretto di Gibilterra,
sconvolgendo la geografia del
bacino Mediterraneo. La datazione di
fossili di crostacei e conchiglie
nonché la presenza di ardesie sulle
molte zone collinari italiane né
confermerebbero la veridicità.
Il mare coprì per lungo tempo molte
aree quindi, con il suo lento ritiro
diede origine all’attuale fotografia
geografica, comunque differente da
quella primordiale. Molte alture
restarono separate della terra
continentale, divenendo isole ed
arcipelaghi (“…la natura delle
cose cangiò d’aspetto…”-Plinio).
L’evento apocalittico sterminò una
gran parte delle popolazioni
esistenti ma altre, dopo essere
rimaste in mare per mesi,
approdarono sulle alture che il loro
procedere alla deriva via via gli
poneva davanti.
In questo contesto si inserisce il
mito di Gilgamesh, figura per molti
versi identica al biblico Noè, al
Noha dei Maya, al Topi azteco, all’Yima
persiano ed al Nu-wah cinese.
Nel 1696 nelle campagne vicino Roma
venne ritrovato un vaso,
raffigurante proprio il diluvio di
Ogige con uomini ed animali che
riparavano in una nave, utilizzato
per le celebrazioni delle “idroforie”,
delle festività comuni a tutto il
bacino Mediterraneo in cui si
rievocava la grande inondazione.
Abbiamo quindi una situazione di
neo-Genesi, individuabile attraverso
un parallelo con la mitologia,
all’epoca di Ercole Egizio, nel 4690
a.C, a cui vengono appunto
attribuite le Colonne d’Ercole.: un
quadro di civiltà primordiale (ma
già piuttosto evoluta) con culti e
tradizioni molto simili se non
comuni, che si trova improvvisamente
ad essere “rimescolato” e
trapiantato in nuove terre da
civilizzare, ripartendo da zero.
Queste genti riportarono comunque la
propria cultura di origine (spesso
incentrata sul culto di Saturno)
che, con il passare dei secoli si
modificò secondo le peculiarità
delle aree geografiche colonizzate:
con un po’ di fantasia potremmo
vedere dietro a questi eventi
l’interpretazione di una metafora
come quella della “Torre di Babele”.
In Italia, questi popoli vennero
classificati dalla storia come
autoctoni, cosa giusta nella
terminologia ma inesatta qualora
volessimo analizzarne il passato
remoto. Le difficoltà e le
divergenze incontrate –ad esempio-
per stabilire l’origine degli
Etruschi, nascerebbero proprio da
questa confusione iniziale. Essi
erano autoctoni della penisola
italica ma al contempo discendenti
di altri popoli sparsi nel
Mediterraneo: discendenti forse di
un'unica stirpe comune ad altri
ceppi culturali e linguistici.
Antioco Siracusano sostiene che la
denominazione di “Pelasgi”, indichi
proprio questi antichi esuli di
altre civiltà che, attraverso il
mare si diffusero in nuovi territori
prendendone le caratteristiche
(Umbri, Ausoni, Siculi, Liguri e
Tirreni provenienti da Oriente e
dall’Egeo; i Coni da Sud; Veneti,
Cignei, Fetontei, Sardini –anche se
Tacito li descrive consanguinei
degli Etrusci- e Orobi da Nord).
Tra le coincidenze tese ad
avvalorare questa ipotesi, c’è l’uso
di tutte le popolazioni pelasgiche
di dividere il territorio in 12
parti (città, aree, regioni o
“città-stato”, come nel caso degli
Etruschi).

Il Carli, sulla base della
coincidenza dei miti comuni a tutti
i popoli antichi, pone il diluvio di
Ogige all’origine dello stesso
disastro di Atlantide, una delle
terre da cui provenivano questi
popoli erranti del mare; la terra da
cui nasceva soprattutto la loro
comune conoscenza di base, un sapere
che forse aveva radici ancor più
antiche della stessa Atlantide che
ne era custode.
Molti popoli nel mondo raccontano di
aver avuto origine da antichi avi
provenienti dal mare e fuggiti dalla
propria terra natale sconvolta da un
cataclisma:
-
gli
Atzechi da Aztlan;
-
gli
Olmechi da Atlaintika;
-
i
Vichinghi da Atli;
-
i
Celti da Avalon;
-
i
Fenici ed i Cartaginesi da
Antilla;
-
i
Berberi da Atarantes;
-
gli
Irlandesi da Atalland.
Platone sostenne, sulla base di
quanto appreso da Solone in Egitto,
che Saturno (una divinità comune a
tutte le genti prima citate) “…condusse
dall’Atlantide popoli e colonie…”.
Nello stesso periodo, Giano Re
accolse, nei territori ascrivibili
all’attuale Lazio, “…i nuovi
ospiti dall’Altantide…” o
Saturnini. Le terre che videro la
mescolanza di queste nuove culture,
vennero chiamate proprio “Saturniae”.
Il Trogo sostenne che “…italiae
cultores primi, Aborigenes fuere,
quoram Rex Saturnes, inaque Italia
regis nomina Saturnia appellata est…”.
Platone, nel Timeo, sulle Memorie
d’Egitto, scrive: “…Saturno… che
tal nome aveva il fratello
d’Atlante, il quale venne nella
Tirrenia…”.
Quindi, il Saturno che guidò i
superstiti del popolo atlantideo
alla salvezza non era un dio, bensì
un condottiero di stirpe reale, che
poi venne confermato re nelle nuove
terre.
Altra particolare coincidenza
risiede nel fatto che tutti i primi
invasori di Africa e Grecia, seppur
appellati con nomi di dei ed eroi,
erano comunemente chiamati “Figliuoli
dell’Oceano”, come testimoniato
da Omero, allo stesso modo con cui
gli Atlantidei (o Titani) erano
definiti “generati dal mare”.
Tutto ciò potrebbe farci azzardare
l’affascinante ipotesi che le
similitudini costruttive e culturali
riscontrate in molteplici luoghi del
Globo, America compresa, avessero
veramente un’unica origine.
Infatti, nella moltitudine di popoli
erranti per mare dopo il diluvio,
quelli con le maggiori conoscenze
avrebbero sicuramente imposto il
proprio sapere agli indigeni
incontrati.
La necessità di un ritorno alla
normalità dopo il diluvio è
testimoniata anche dalle imponenti
strutture di scolo scavate da
antichissimi popoli, con l’obiettivo
di bonificare le aree pianeggianti.
Molte aree della stessa Italia, per
molti sono state caratterizzate da
territori paludosi ed insalubri.
Dionigi di Alicarnasso, assicura che
Oenotro, figlio di Licaone, giunse
in Italia e trovò solamente un paese
deserto ed incolto ed abitato
esclusivamente sulle sommità dei
monti.
Ci è stata data testimonianza che
nella zona di Piacenza le paludi
furono presenti fino all’epoca di
Annibale (“…che
nell’attraversarle perse un occhio…”).
Giustino, ai tempi della prima
guerra con gli Sciti, descriveva una
tale quantità di territori paludosi
da impedire l’accesso all’Egitto.
Furono molte dunque le culture
antiche a testimoniare questo grande
cataclisma alla base della
diffusione di una seconda civiltà,
alcune anche rimarcando la propria
origine antecedente (gli Arcadi, ad
esempio, sostenevano che il loro
popolo fosse più antico della Luna).
Ad avvalorare la tesi di un
meteorite come causa scatenante del
Diluvio di Ogige, intervengono
alcune tradizioni scritte ed orali
provenienti dalle medesime
popolazioni. E’ comune infatti il
parallelismo del fuoco con l’acqua,
come nella favola di Fetonte o
dell’egizia Fenice che si rigenera
dalle ceneri.
Un corpo celeste avrebbe dunque
sfiorato la Terra, lanciando
frammenti infuocati e rivoluzionando
l’equilibrio dell’asse terrestre?
Innegabile è la contemporaneità
storica e mitologica del rapido
alternarsi di incendi ed
inondazioni, proprio nel periodo
attorno al 4000 a.C.. Horus Apoline
ci fornisce il geroglifico di un
leone sormontato da un uomo con in
mano una fiamma ardente. Lo stesso
leone è nell’atto di abbassare il
capo in direzione di uno specchio
d’acqua.
In molte zone del Globo, soprattutto
nelle aree costiere caratterizzate
da dirupi (anche nelle vicinanze di
Roma si possono riscontrare), è
possibile effettivamente riscontrare
degli strati geologici piuttosto
particolari. Partendo dal basso,
troviamo conchiglie ed ammoniti per
un’altezza spesso anche di metri;
poi, un ampio strato di terra o
rocce vulcaniche o sedimentarie.
Speso questi strati sono tutt’oggi
interrati o sommersi, ma la cosa che
più incuriosisce è che nelle parti
visibili (e quindi relativamente più
recenti), abbiamo in rapido
susseguirsi di uno strato di carboni
e di conchiglie che spesso
coincidono e si confondono.
William Whiston teorizzò queste
“prove” come segue: “…per un
passaggio di una cometa vicino alla
Terra di otto volte più vicina della
Luna, di circolare che era l’orbita
di essa terra, divenne ellittica; e
il sole che da prima era al centro
d’un circolo, si ritrovò nel fuoco
d’un ellissi corrispondente al luogo
dell’attrazione della cometa, che
discese appunto nel piano
dell’eclittica verso il suo
perielio, l’anno XII del toro.
L’anno s’allungò per conseguenza di
giorni 10 e ore 1,30 e venne il
diluvio…”.
Scheletri ed ossa di animali tipici
di ambienti caldi, ritrovati in
Siberia, Ungheria e Francia, farebbe
appunto supporre un vero e proprio
capovolgimento delle fasce
climatiche. Sopra il Volga, sul
monte Bogda, sulle rive di un lago
salmastro, vennero ritrovate
conchiglie tropicali e coralli.
Sembrerebbero coinvolte anche note
leggende metaforiche come quella
egiziana di Iside ed Osiride.
Diodoro narra che “…Osiride fu
ucciso e lacerato da suo fratello
Tifone… Iside, moglie e sorella lo
vendicò ma nel ricercare le varie
parti del corpo del marito, non
riuscì a ritrovare la parte virile,
istituendo le festività del Fallo
come elemento di rigenerazione…”.
Erodoto attribuì questi eventi ai
tempi di Ercole Egizio, quindi al
tempo dell’inondazione.
Se dunque per definizione Osiride
rappresentava il sole ed Iside la
Luna (quasi ad indicare un perfetto
equilibrio iniziale) chi avrebbe
dovuto rappresentare Tifone che ai
tempi di Ercole Egizio causò tanta
rovina? Sarà forse un caso che il
primo Re d’Egitto diede ad una
cometa proprio il nome di Tifone?
Gli Egizi, secondo Plutarco,
associavano il nome di Tifone alla
sventura e detestavano il mare
aperto. Mai è menzionato nella
cultura egizia il nome di Nettuno o
di suoi omologhi. Gli stessi Egizi
che continuarono a perpetrare il
numero 360 nel conteggio annuale
(evidenziati dai 360 sacerdoti di
Acaut o dai 360 vasi nel tempio di
Osiride secondo le cerimonie
quotidiane), privi cioè di quei 5
giorni in più presumibilmente
causati dallo spostamento dell’asse
terrestre.
E’ anche degno di curiosità sapere
che il termine giapponese per
indicare gli uragani è proprio
“Tifone”.
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LA (RI)COLONIZZAZIONE DEGLI ETRUSCHI
FONDATORI DI TROYA
Ma tornando
all’analisi storico-antropologica da cui eravamo
partiti, il panorama che si sarebbe presentato
nell’epoca post-diluviana poteva essere
caratterizzato da retaggi culturali di una
comune origine, da antiche conoscenze tramandate
da chissà quale epoca e da un azzeramento
dell’evoluzione tecnica e pratica. Si ripartì
praticamente dalla pietra!
Il popolo Etrusco,
sarebbe dunque una “cellula” di una precedente
cultura, una sorta di seme impiantato in un
nuovo contesto territoriale da cui gli
storiografi e gli archeologi farebbero partire
le vicende ufficiali. Ma la definizione stessa
di “Etruschi” quale civiltà unitaria è in parte
errata.
“Etrusca” era il
nome dato ad una confederazione di popoli e
città, spesso caratterizzati da etnie e culture
differenti (o, come abbiamo visto, differenziate
nel tempo e dall’abitat): Tirreni, Rasenna,
Tusci, Falisci, Ceriti, Veienti, Capenati, Ruma,
Umbri, Equi, Sabini, Aurunci e forse Volsci e
Reti.
L’unione di ceppi
provenienti dal mare e portatori di conoscenze
più avanzate, tra cui la stessa scrittura, con
alcuni popoli autoctoni (che spesso erano ancora
arroccati sulle montagne, come gli Villanoviani,
Ausoni e gli Enotri), determinò l’esigenza di
condividere i medesimi territori attraverso
un’organizzazione politico-amministrativa che né
gestisse il rapporto. Dal punto di vista
religioso, non vi era invece alcuna necessità di
mediazione, riconoscendosi tutti nelle credenze
“originarie” e comuni.
Analizzando più da
vicino le stesse città che componevano l’area
anticamente occupata dagli Etruschi, possiamo
scorgere alcuni elementi caratteristici, quasi
esclusivi, in ogni singolo agglomerato urbano.
Tale rete
cosmopolita è evidenziata dalle differenze
palesi nell’edificazioni di strutture abitative
e funerarie: la tradizione delle “tombe a
tumulo” ad esempio sembrerebbe focalizzata nel
territorio cerite (seppur utilizzata
sporadicamente in altre aree dell’Etruria) e del
tutto simile a t
ecniche costruttive rivenute a Gordion (nella regione Frigia, chiamata “Phyrgia”,
con una curiosa assonanza con la nostrana Pyrgi),
in India vicino Ceylon, in Corea a Gyeongju, in
Irlanda presso Newgrange, in Danimarca a
Klekkende Hoy ed a King Asger’s Moud, come nella
Gran Bretagna nell’area circostante il più noto
monumento di Stonehenge o nel Wiltshire (questi
ultimi anche parte integrante di un Crop Circles).
Diviene facile
supporre che la “tradizione” che introdusse tale
tecnica di sepoltura appartenesse ad uno di quei
ceppi provenienti dai “Figliuoli dell’Oceano”
piuttosto che da gruppi autoctoni.
E’ possibile che
proprio questa differenziazione culturale tra le
varie città-stato, presente anche con una
precisa simbologia sulle rispettive monete, sia
all’origine delle difficoltà e delle discordanze
(accese ancora oggi) nell’attribuire un’origine
certa a questo popolo?
Non dovremmo forse
cominciare ad analizzare la provenienza di
ciascun componente della Federazione Etrusca?
Tra i più popolosi
centri abitati del territorio Etrusco, alcuni
noti per sanguinose battaglie con Roma, altri
per la particolare sacralità delle vestigia,
dopo anni di studi empirici e sul campo,
focalizzai l’attenzione sulla città di Tarquinia
(o Corneto, o Corito).
Questa possiede
delle peculiarità che la differenziano da tutte
le altre in modo piuttosto netto, sbilanciando
su di essa il baricentro di tutta la cultura
etrusca (differente dall’Omphalos sacro,
individuato nel Lago di Bolsena).
Ma per comprendere
meglio l’importanza che Tarquinia rivestì
occorre, anche in questo caso, fare un ulteriore
passo indietro in quel limbo dove la storia si
amalgama con il mito…
Erodoto e Tucidite,
per primi, narrarono una storia diversa da
quella assunta oggi dallo standard accademico: i
Pelasgi, questo grande movimento di erranti
marittimi, tra cui gli Etruschi, giunsero nelle
terre del Mare Egeo portando la loro scrittura,
i miti e rinnovando il culto religioso,
esattamente come dovette accadere in Italia
(partirono dalla fondazione della città di Spina
e quindi si propagarono su tutta la Penisola).
Tralasciando le ultime scoperte sull’origine e
la diffusione della scrittura Etrusca (è ormai
appurato che le forme di greco arcaico
coincidessero quasi completamente con l’Etrusco,
come dai ritrovamenti sull’Isola di Lemno),
otteniamo un primo dato piuttosto sconcertante.
Fu la cultura
pelasgica -e quindi anche etrusca- a fondare le
basi della grande Grecia e dell’Ellenismo e non
il contrario. I Popoli del Mare, si
distribuirono in varie aree di questo
territorio, incontrando gli autoctoni e
ridividendosi secondo le rispettive origini
risalenti all’epoca antecedente il diluvio di
Ogigene.
Virgilio, nel
narrare le peripezie dell’eroe Enea, mirate
nell’ufficialità a concedere a Roma il lustro
delle origini greche, sembra commettere dei
grossolani errori di date, non lesinando di
nascondere tra le righe alcune frasi
apparentemente fuori contesto. Per un autore
stimato ed in auge come P.Virgilio Marone,
queste dissonanze non potevano essere frutto di
errori o sviste, ma bensì di tracce finalizzate
alla corretta (forse futura) comprensione della
verità.
Ad esempio,
risulta evidente che l’esistenza del Re Latino
non potesse essere contemporanea alla venuta di
Enea in Italia. Ma il “Latino” citato da
Virgilio, poteva in realtà essere il “Latino” re
degli Enotri, discendente di Saturno, vissuto
all’epoca della guerra di Troia, come riportato
da Esiodo. Gli Enotri autoctoni che in
precedenza si erano fusi con i Tirreni? Qui la
faccenda si complica.
Tucidite spiega
bene che dopo la guerra di Troia, furono fondate
le colonie greche in Italia, ma che molto prima
di questa, già i popoli che si erano stabiliti
sulla nostra penisola avessero fondato le loro
città in Grecia. Un rocambolesco serpente che si
morde la coda, ma lasciando sfogo alla libera
intuizione, la situazione potrebbe apparire
chiara: i Pelasgi (definiti da Dionigi, “vagabondi
come Cicogne”) giunsero sulle coste
italiche; qui si fusero con gli autoctoni,
quindi, trasmessa l’arte della navigazione,
colonizzarono le terre elleniche; con la guerra
di Troia, i Greci fuggono e si dirigono verso
l’Italia, considerata una sorta di patria
d’origine. Fu un ritorno, non una
colonizzazione.
Non è un segreto,
ad esempio, che Dardano costruttore (oggi forse
diremmo “fondatore”) di Troia fosse Etrusco, e
nello specifico di Corito (inizialmente
localizzata presso Cortona, ma in seguito
identificata in Tarquinia, anche in virtù
dell’attiguo porto.)
A sottolineare un
profondo legame tra i Troiani ed i Tarquini,
interviene Licofrone che addirittura narra di
Ulisse ed Enea compagni di viaggio di Tarconte (Tarchun,
fondatore della stessa Tarquinia, nobile re,
condottiero e creatore delle dodici città-stato
dell’Italia centrale e delle dodici città
dell’Etruria Padana) e Tirreno in un lungo
peregrinare per i mari.
Ma come ci ricorda
il Palmucci, ben altre fonti, riguardanti
soprattutto le Leggenda di Dardano, ci
inducono a riflettere:
Virgilio
nell’Eneide, per bocca del re Latino rivolto ai
Troiani: “…Corito è il nome della città e del
monte, cosiddetti da Corito, come alcuni
ritengono, padre di Dardano, lì sepolto…”;
Alcimo Siculo, nel
citare una leggenda etrusca, “…la moglie di
Enea era una donna etrusca di nome Tirrenia (o
Etruria): da lei nacque Romolo, e, da Romolo
nacque Alba, e da Alba nacque Remo che fondò
Roma…”; ancora Virgilio, in occasione
dell’incontro di Enea con il re Etrusco Tarconte,
elegge Tarquinia a “antiqua mater”,
ispirandosi alla già mitizzata partenza dei
Pelasgi dall’attiguo porto di Regisvilla (Gravisca),
alla volta dell’Egeo.
Sempre
nell’Eneide, ritroviamo il passo in cui i
Troiani ascoltano a Delo l’oracolo di Apollo: “antiquam
exquirite matrem! (cercate l’antica madre)”.
Erroneamente il padre di Enea ritenne dovesse
trattarsi di Creta ma ivi giunti, furono tutti
colti da una grave pestilenza.
Una notte, i
Penati apparvero in sogno all’eroe vaticinando:
“Bisogna cambiare le sedi. Apollo non ti
consigliò di venire in questi lidi, né ti
comandò di fermarti a Creta. Vi è un luogo, i
Greci lo chiamano con il nome di Esperia, terra
antica, potente per le armi e per la fertilità
del suolo. L'abitarono uomini Enotri. Ora è fama
che i posteri abbiano chiamato Italia quella
gente, dal nome del loro condottiero. Queste
sono le nostre proprie sedi. Da qui venne
Dardano e il padre Iasio, dal quale progenitore
la nostra stirpe deriva. Orsù, alzati, e lieto
riferisci al vecchio genitore queste parole di
certezza: che egli cerchi Corito (oggi
Tarquinia) e le terre di Ausonia (Corythum
terrasque requirat Ausonias). Giove ti nega i
campi di Creta! ”
Alessandra (detta
anche Cassandra), figlia di Priamo, re di Troia,
profetizza la rovina della città.
”Ma tempo
verrà, in cui i nipoti (i Romani) faranno ancor
più grande la gloria del mio casato perché
conseguiranno la gloria della vittoria nelle
armi ed otterranno il dominio e la signoria
della terra e del mare. Né, o patria infelice,
la tua gloria che sta svanendo finirà per esser
coperta dalle tenebre perché quel mio parente
(Enea), che è figlio della dea Castnia e Coirade
(Venere), uomo egregio per il senno e valente
nelle armi, lascerà il seme di due gemelli
(Romolo e Remo) simili a lioncelli, progenie
insigne per gagliardia. Prima egli (Enea) andrà
ad abitare a Recelo (città della Macedonia),
presso le vette del Cisso (a nord della penisola
Calcidica), dove le donne, in onore del dio
Lafistio (Dioniso), si adornano di corna. Poi,
dopo esser partito dalla Almopia (regione della
Macedonia), errabondo lo accoglierà il paese dei
Tirreni, dove il Linceo (il fiume Mignone presso
Tarquinia) spinge la corrente delle acque calde,
e Pisa e i campi di Agilla ricchi di ovini. Ed
uno che gli era stato nemico unirà
amichevolmente il proprio esercito al suo.
Costui è l'Errante (Nanos = Errante, soprannome
etrusco di Ulisse) che con il suo vagare aveva
esplorato ogni angolo della terra. E gli si
uniranno anche i due gemelli Tarconte e Tirreno,
figli del re (Telefo) della Misia [...],
discendenti dal sangue di Ercole, i quali nella
lotta son fieri come lupi…”
LA CENTRALITA’ DI TARQUINIA
Ora, tutta questa
serie di indicazioni (qui ne ho riportato solo
una minima parte), sembrerebbe ancor più
confermare la discendenza dei Troiani dai
Tarquiniesi. Si pensi che addirittura la più
antica raffigurazione esistente (V sec. a.C.)
sul mito di Troia, è su un vaso (di provenienza
non identificata) raffigurante Enea che porta su
una spalla il padre Anchise che sorregge una
cesta con i Sacri Penati. Premetto che questo
genere di iconografia era sempre rappresentata
dai Greci con Anchise seduto su entrambe le
spalle di Enea, mentre gli Etruschi preferivano
l’immagine dell’anziano portato su una sola
spalla dall’eroe. Inoltre, questa particolare
decorazione risulta differente dagli standard
greci, poiché Enea è statico, quasi
inginocchiato in segno di riverenza, mentre il
padre tiene ben in vista gli oggetti sacri, come
nel segno di offrirli o di farli riconoscere.

Secondo l’Alfoeldi,
si tratta dunque non della fuga dalla città
assediata, ma bensì dell’arrivo sulle coste
tarquiniesi!
La piccola città
laziale assume dunque un significato più
profondo nello scenario storico e mitologico
degli Etruschi. Lo stesso Tagete sceglie proprio
quel luogo per manifestarsi!
Cicerone, nel “De
divinazione” cita testualmente: “...Dicono
che nell'agro Tarquiniese, mentre si lavorava la
terra e un solco era impresso più profondamente,
saltò fuori all'improvviso un certo Tages, e
parlò a colui che arava. Questo Tages poi, come
è (scritto) nei libri degli Etruschi, si
dice si fosse manifestato d'aspetto
fanciullesco, ma di saggezza da vecchio. Mentre
il bifolco si sbalordì alla sua vista e mandò un
forte grido di meraviglia, si fece un tumulto, e
in breve tempo tutta l'Etruria si radunò in quel
luogo,. allora egli parlò motto dinanzi a molti
uditori, affinchè imparassero e affidassero alla
scrittura tutte le sue parole; tutto poi il suo
discorso fu quello, nel quale era contenuto
l'insegnamento dell'aruspicina...”.
Marco Corsini,
ricorda addirittura un rapporto diretto anche
con gli storici nemici di Enea: “Attraverso
la creazione del mito verisimile (ma mai
realmente avvenuto) del Viaggio d’Odisseo, che
era un racconto piacevole e non un’opera
storica, è chiaro, Omero si riprometteva di far
risalire ad età eroica la relazione di
ospitalità fra Tarquiniati e Greci, quando già
Ino Leucothea aveva salvato Odisseo dal
naufragio prima in forma di folaga poi nelle
vesti di Nausicaa figlia d’Alcinoo e Arete
coppia reale di Tarquinia-Pyrgi che lo avevano
fatto ricondurre in patria da una nave feacia. I
mercanti greci erano così chiamati a commerciare
con l’Etruria ponendo il controvalore sotto la
protezione del santuario-banca pirgense di Ino
Leucothea, di cui Odisseo aveva già sperimentato
la protezione, come della casa regnante
tarquiniate che lo aveva ricondotto in patria
più carico di ricchezze di quante ne aveva prese
a Troia e perdute in mare con nave e compagni.”
In quest’area si
percepisce ancora molto forte anche un culto che
ci rimanda a quei Pelasgi erranti: quello del
Toro.
La stessa radice
di Tarchum (Tarconte) e di Tarch(u)na
(Tarquinia), come sostenuto dal Feo, è
originaria dell’Asia Minore: infatti “tark”
ha il significato di forza rigenerativa o di
toro. Tark era anche il nome di un dio-toro
Hittita.
Sempre Giovanni
Feo, presenta la tesi del ricercatore francese
Jean Richer secondo la quale, proiettando uno
scenario astrale centrato sul Lago di Bolsena
(centro religioso e divinatorio etrusco),
l’antico abitato di Tarquinia è perpendicolare
proprio alla costellazione del Toro.
Ma i riferimenti
al toro non si esauriscono qui.
A pochi chilometri
dall’odierna Tarquinia, troviamo ancora
esistenti le note “Terme Taurine” e nella
necropoli principale, una tomba detta “dei
Tori”. Lo stesso Tagete (da molti visto come
l’Hermes etrusco), uscì da un solco di aratro
(altro riferimento ai buoi/tori?) tracciato da
Tarconte e lo stesso nome “italòs” significa
“terra dei tori”.

Non può dunque
sorgere il sospetto di una coincidenza tra il
segno zodiacale del Toro e l’inizio dell’era
precessionaria omonima che, a sua volta,
corrisponde quasi precisamente al termine del
Diluvio di Ogige ed al successivo ripopolamento?
Un toro virile e fecondatore, ma anche colui che
tirando l’aratro, segna i confini della (ri)nascita
di una città, uno stato, un popolo.
Possibile che il
90% della mitologia etrusca, nasca in questo
luogo?
Abbiamo già visto
che sempre qui trovò sepoltura il corpo di
Dardano, capostipite dei Troiani. Occorre
precisare che secondo recenti studi, l’attuale
Tarquinia sorge sulle vestigia di Corneto,
mentre l’antica “Tarchuna” era collocata sulla
collina antistante. In quest’ultima ancora oggi
si possono individuare i resti dell”Ara della
Regina”, nel punto esatto dove si dice ci
manifestò Tagete.
In questo tempio
nasce il culto della grande triade etrusca (“Megaloi
Theoi”) con la madre Cibele-Uni, la figlia
Persefone-Menerva ed il padre fecondatore
Dioniso-Tinia.
Restai sorpreso
quando nel 2006 Il Corriere della Sera riportò
la notizia del ritrovamento del “Fanum Voltumnae”
e della sua identificazione come luogo di
riunione politica, amministrativa e religiosa
dei capi delle dodici lucumonie, poiché Virgilio
sostiene fosse in realtà nei pressi di
Tarquinia. In effetti, osservando gli scavi
orvietani, si notano strutture di superficie o
addirittura in elevazione, come all’uso dei
Romani. Sappiamo che gli Etruschi veneravano
entità sotterranee e che sentissero l’esigenza
di un contatto, se non una penetrazione, con la
terra.
Le stesse “vie
cave”, oltre ad assolvere a compiti di
sicurezza, riparo e superamento dei dislivelli,
avevano un forte significato simbolico,
introducendo il viandante nelle viscere della
terra.
Quindi, un “gran
consiglio” delle città stato, vista la profonda
spiritualità degli Etruschi, difficilmente
poteva svolgersi in un contesto privo di quel
principio ispiratore divino, trasudato
dalla terra e veicolato dalle acque.
Con questo non
voglio assolutamente negare che il “Fanum
Voltumnae” non costituisse realmente un luogo di
riunione della Federazione Etrusca (già
influenzato dalle tecniche costruttive romane),
ma ipotizzare che questo sostituì un originale e
più antico sito che doveva trovarsi più vicino
all’egemone Tarquinia, successivamente
abbandonato (o destinato a diverso utilizzo) a
seguito della fondazione di Roma, come vedremo
più avanti.
Durante un
sopralluogo esplorativo nel territorio che si
estende tra il monte Cimino e Tarquinia
(ininterrottamente costellato di necropoli,
quasi ad indicare una delle vie più sacre), una
struttura detta “Grotta Porcina” (per secoli è
stata usata come porcile) ma conosciuta
anticamente come “La Grande Ruota”, considerata
ad oggi il più grande tumulo etrusco esistente.

Questa è divisa in
3 distinti livelli dal sapore tutt’altro che
cimiteriale: il fatto che sia contornata da
tombe rupestri ha indotto gli studiosi a
considerarla una struttura sepolcrale, ma
all’interno –in grandissime sale- sono visibili
degli intagli che fanno pensare a basi per
scranni, non alloggiamenti di sarcofagi o salme.
Nell’avvallamento
sottostante fu ritrovato un altare celebrativo
ed alcuni contenitori atti (forse) a pigiare
l’uva, elementi che ci riporterebbero più a
rituali gioviali e di ospitalità, piuttosto che
riti funebri. Ripeto che la presenza anche di
tombe non deve trarre in inganno, poiché la
cultura religiosa degli Etruschi era molto
dipendente dal rapporto con gli antenati
defunti.
Disseminare le
principali arterie di comunicazione con tombe,
costituiva un’ulteriore stato di protezione e
(nuovamente) un modo per essere sempre vicini
all’aldilà, senza contare che per un defunto
etrusco, la peggior dannazione era l’essere
dimenticato. Questo spiega perché difficilmente
possiamo scorgere una via dichiaratamente
etrusca, senza incontrare sepolcri. Essere
sepolti presso un luogo che presumibilmente
accentrava personalità politiche e religiose da
tutta l’Etruria era quindi un grande onore,
soprattutto per i discendenti.
L’area è
delimitata da un corso d’acqua e sull’altura
presente sulla sponda opposta, abbiamo trovato
chiare tracce di strutture “ciclopiche”
(gigantesche pietre da costruzione)
completamente devastate e dalle planimetrie
irriconoscibili, anche per la presenza di alberi
ed arbusti.
Se a questo
aggiungiamo che tale sito è ubicato a poche
centinaia di metri dall’antico tracciato della
Via Clodia (“Tarquiniese” ai tempi degli
Etruschi), credo dovremmo porci delle domande.
Tutte le strade
dell’Etruria non erano -come recentemente
stabilito- dirette al Lago di Bolsena, ma a
Tarquinia, come ci ricorda lo scrittore e
studioso Alberto Palmucci.
Quanto fin qui
descritto, ha tentato di stabilire alcuni
azzardati punti chiave:
- un
catastrofico evento devasta il mondo conosciuto
e con le acque divide popoli che un tempo
possedevano simili tradizioni e culti;
- i
supersiti, in parte si rifugiano sulle alture,
restando o divenendo “autoctoni”, altri errano
per i mari, prendendo il nome di Pelasgi o
“Figliuoli dell’Oceano”: tra questi sono
annoverati gli “Atlantidei”, i “Titani” e molte
genti provenienti dall’Egeo e dall’Asia Minore;
- l’incontro
di così molteplici e variegate culture,
favorisce l’evoluzione dei Pelasgi rispetto agli
Autoctoni di fatto separati dal resto del mondo.
- la
(ri)colonizzazione della penisola italiana ha
due precisi punti focali di primo contatto:
Spina al nord e Tarquinia al centro.
-
i
ceppi più evoluti dei Pelasgi trasmettono la
scrittura, la conoscenza e rinnovano il culto
religioso introducendo riti e simbologie anche
tesi a non dimenticare il Diluvio di Ogige;
- nei
paesi dove si stabiliscono i Pelasgi, il
territorio viene diviso in dodici parti;
- l’eroe
Enea, approdando a Tarquinia in cerca dell’aiuto
di Tarconte, riconosce e ritrova i padri della
sua stirpe e del suo popolo troiano
probabilmente partiti ai tempi del Diluvio;
Ma se già questi
elementi sarebbero sufficienti a cancellare la
memoria di un popolo, per secoli sottovalutato,
quale potrebbe essere stato l’elemento
scatenante che né determinò la scomparsa
culturale? Molti autori antichi e moderni ci
pongono sulla buona strada, ma il sospetto che
uno tra tutti, Virgilio, abbia lasciato delle
tracce sull’Eneide ci obbliga a proseguire,
entrando però nel puro campo delle ipotesi.
TARQUINIA ALL’ORIGINE DI ROMA
La nostra
abitudine nell’osservare ogni cosa a 360°, senza
i limiti imposti dall’ufficialità e dagli
standard assunti, sarà di grande aiuto, poiché
chiuderemo questa disamina proprio tornando ad
una delle empiriche domande iniziali: “Sapendo
che il territorio Etrusco nel centro Italia si
estendeva dall’Emilia a buona parte della
Campania, con agglomerati che sfioravano già
all’epoca i milioni di abitanti, come fece un
drappello di Troiani (seppur aiutati) ad avviare
la nascita di Roma e del suo futuro potente
impero?
Sarebbe stato come recarsi a casa di un
estraneo e, senza permesso, usare il suo
giardino per piantare i nostri pomodori per poi
decidere di prenderci anche un paio di sue
stanze…

La verità è che
Roma fu fondata nel centro di una potente e
radicata regione etrusca e che ciò non sarebbe
stato in alcun modo possibile, senza l’aiuto, il
coinvolgimento e la partecipazione degli stessi
Etruschi.
E’ oramai appurato
anche dall’archeologia accademica di come la
leggenda di Romolo e Remo faccia acqua da ogni
parte. Uno dei tanti ed ulteriori tentativi di
inventare la storia per coprire la realtà degli
accadimenti.
Il nome stesso
“Roma” è stato forzatamente fatto risalire a
Remo, quando invece era di chiara origine
etrusca. Una delle prime denominazioni di
quell’agglomerato di villaggi fu “Valentia”,
traduzione latina dal greco Rhòmee (rwmh)
termine indicante la potenza e la forza. Però
c’è anche da constatare che il ceppo etrusco
presente nell’area erano i “Ruma”…
Anche i nomi di
Romolo e Remo potrebbero trovare la loro origine
in note famiglie di rango tipicamente etrusche:
i “Remni” ed i “Romylii”.
Tutto il
territorio a destra dal fiume Tevere (la cui
riva era appunto denominata “Ripa Veiens”)
era sotto il controllo politico di Vejo
(nella foto) già ai
tempi del Re Vel (753 a.C.), mentre l’area a sud
(comprese le alture dei Castelli Romani) era
legata ai Latini con ben 60 villaggi fino al
promontorio del Circeo e “cuore amministrativo”
in Alba Longa (confinante con la “Tusculum”
di Telagono -re pelasgico- altro importante
centro etrusco abitato dai Tusci, provenienti
dall’aera tarquiniese). Tito Livio accenna ad
una pacifica convivenza tra i due popoli ed a
comuni interessi commerciali. Il fatto che per
tradizione acquisita, la data della nascita di
Roma sia fissata al 753 a.C. sembrerebbe più in
relazione all’inizio del dominio di Veio su quei
villaggi che su una vera e propria edificazione,
che prove archeologiche collocherebbero attorno
al 500 a.C. (anche perché fino a questa data si
segnalano solo immense paludi…)
E’ risaputo che
ogni mito, quando si scontra con la storia,
pecca sempre da un punto di vista cronologico.
Non mi dilungherò
sulle innumerevoli tracce della predominante
presenza etrusca nelle simbologie religiose
dalla Roma antica, forse oggetto di una
pubblicazione specifica ed approfondita,
saltando direttamente alla più ardita delle
conclusioni.
Tracciamo uno
scenario ipotetico, concedendoci qualche licenza
deduttiva e romanzata (tanto la storia sembra
essere composta solamente di tali licenze…).
Enea si rivolge a
Tarconte per muovere contro i Latini (che il
mito omerico vuole legati più ad una
immigrazione “pelasgico-greca”, quindi in
contrasto con quella troiana), facendo leva
sulla comune assonanza di cultura ed origini.
Si forma dunque un temibile esercito
troiano-tarquiniese con il preciso intento di
prendere il controllo dei territori dove sorgerà
la futura Roma.
Inizialmente la
città di Veio appoggia l’iniziativa,
intravedendo la conquista del potere commerciale
dei Latini. Il fatto che Enea stabilisca sul
Gianicolo (territorio veientano) il proprio
centro strategico, dimostrerebbe questa tesi.
La vittoria sui
Latini, consumata a Cuma attorno al 338 a.C. fu
compiuta grazie anche all’intervento dei Tusci
di Tusculum (divenuto avamposto tarquiniese in
territorio nemico e per questo premiato con una
delle prime cittadinanze romane) ed al probabile
approvvigionamento di truppe da parte dei
Sanniti.
La città di Veio,
già a quel tempo, forse delusa dal monopolio di
Tarquinia sulla nuova città (da notare che i re
di Roma di etnia etrusca, erano tutti
provenienti da Tarquinia), era entrata in
contrapposizione e quindi in conflitto con Roma,
cadendo a seguito di un assedio (del tutto
speculare a quello di Troia) per mano di Furio
Camillo nel 396 a.C.
Su questa vicenda
desidero evidenziare due curiosità.
La prima è che
Veio si vede rifiutare l’aiuto della
Confederazione Etrusca, convocata appositamente
al Fanum Voltumnae di Orvieto (spostato in quel
luogo perché Tarquinia era ormai divenuta una
realtà a parte rispetto alle lucumonie?),
probabilmente poiché alcun discendente
“pelasgico” avrebbe mai osato aggredire la “antiqua
mater”, tranne i nuovi aggregati (al tempo
le città-stato erano divenute molte più di
dodici).
La seconda,
riguarda il personaggio di Furio Camillo, o
meglio il suo cognome (gens).
Il già citato
Giovanni Feo, nel suo “Miti, segni e simboli
etruschi” nel tracciare un quadro
inter-culturale sulle origini del mito di
Tagete, scrive: “Uno dei nomi di Hermes nei
Misteri di Samotracia era Cadmilos, in allusione
alle remote origini fenicio-egizie del dio (…)
Nel culto etrusco comparivano giovani sacerdoti,
chiamati Cadmili, che in età romana furono detti
Camilli. E’ lo sfuggente Hermes Cadmilos a dare
il nome ai Cadmili etruschi, adepti destinati
alle nozze sacre con la sacerdotessa che
incarnava il potere della Grande Dea.” Un
ennesimo dato che ci conferma la persistenza di
metafore, invenzioni ed elementi criptici in
tutta la vicenda etrusca.
L’OBLIO DI UN EPILOGO
Ora riusciamo
anche a scorgere i vari motivi che decisero la “damnatio
memoriae” di questo popolo, non a caso
consumata sotto Costantino (con l’aiuto della
madre Elena). Anzi, potremmo affermare che parte
della storia dell’intera Umanità è stata
riscritta proprio per volere dell’imperatore
romano.
Costantino,
promotore del Concilio di Nicea con cui si
stabilirono i canoni del Cristianesimo,
eliminando tutte le fonti dissimili, gnostiche
ed apocrife, volle molto probabilmente eliminare
la cultura religiosa di quel popolo che proprio
grazie ad un credo pagano, aveva dato origine a
Roma ed al più grande impero della storia.
Al contempo,
favorendo la memoria degli Etruschi, si sarebbe
giunti a conoscerne le radici e la Sapienza
tramandata, dovendo ammettere un periodo
ante-diluviano che avrebbe posto dubbi
sull’inoppugnabilità dell’Antico Testamento e
quindi sulla nascente fede cristiana.
Proprio il Diluvio
di Ogige che con le sue immani inondazioni aveva
coperto le tracce di un antico e fiorente
passato, ponendo in ombra i fasti romani e
greci. Ci siamo, ad esempio, mai chiesti quali
conseguenze avrebbe avuto una massa apocalittica
di acqua e fango su strutture megalitiche,
templi ed in generale sulle possibile
testimonianze di una “passata umanità”? Il fango
avrebbe ricoperto ogni cosa, divenendo terra
fertile. Ciò spiegherebbe i numerosi
ritrovamenti di strutture spesso enormi
(soprattutto piramidi) sparse in tutto il mondo
e nascoste da metri di terra, bosco o prati?

-
La
“Piramide di Visoko”, in Bosnia, celata
da un’intera collina;
-
la
“Piramide di Cahuachi in Perù;
-
le
“Piramidi di Montevecchia”, in provincia
di Lecco;
-
la
piramide di “Cerumbelle” in provincia di
Enna;
-
la
“Piramide di Ch'i She huang ti” ed altre
7 in Cina;
-
la
“Piramide di Cahal Pech” in Belize;
-
la
“Ziqqurat di Monte d’Accodi” in provincia
di Sassari
Quante
testimonianze di un lontano passato riusciremo a
strappare dall’oblio imposto “a tavolino” per
ragioni politiche, religiose ed economiche
(cioè, in una parola, “di potere”)?
Da chi è a
conoscenza delle mie ricerche, ricevo ogni
giorno segnalazioni di gigantesche formazioni
collinari a tumolo o a piramide in tutta Italia.
La maggior parte sono dovute alla particolare
conformazione del terreno, ma altre mi lasciano
profondamente perplesso e divengono oggetto di
approfondimento. Anche nelle vicinanze di Roma,
potrebbero celarsi un’enorme struttura
piramidale e vari tumuli grandi come intere
colline.
Questo è dunque il
“Grande Segreto Etrusco”? Lo stesso segreto che
ritroviamo in ogni antica civiltà su tutto il
globo. Segni di un pensiero ed una spiritualità
apparentemente comuni oppure retaggi di una
Conoscenza che non aveva confini, almeno non
quelli attuali…
Angel Heart
_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/_/