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Quando nel 1999 abbiamo dato vita al sito "Strega Morella" (www.stregamorella.it)
avevamo ben in mente l'obiettivo: portare alla luce un vero e proprio
eccidio perpetrato in nome di una visione repressiva e ottusa della
religione. Sappiamo tutti -più o meno- cosa accadde nei secoli della
"Santa" Inquisizione, e di come in realtà la demonizzazione della
Stregoneria fosse un astuto stratagemma per eliminare una volta per
tutte le frange del culto primigenio incentrato sulla Dea Madre.
Storicamente, già in precedenza si era manifestata questa latente
intenzione, anche con la trasformazione di personaggi come la Maddalena
in prostitute o donne di malaffare, o nella cancellazione totale della
religione etrusca ad opera di Flavia Giulia Elena, madre di Costantino.
Triora, come Nogaredo (TN), rappresenta l'ennesimo atto di un processo
globale e "politico", da inquadrare negli aspetti forse più esoterici
che religiosi della fede cristiana.
Il
clima di terrore, la superstizione e le dicerie del popolo, divennero
dunque la via preferenziale da cavalcare per ottenere "brillanti"
risultati.
Come affermiamo con
forza per la storia di Morella, "ieri come oggi: la tattica non cambia".
Per la distruzione di un individuo scomodo o di una corrente di
pensiero, è inoculato nella popolazione il pettegolezzo, condito con
maldicenze e sospetti affinché, alla fine, sia la cosiddetta "opinione
pubblica" a sostenere la causa dell'Inquisizione.
I
roghi non sono terminati con l'Era Industriale: se ieri si doveva pagare
una serpe per instillare veleno, oggi bastano dei contenitori pieni di
circuiti chiamati TV o Computer...
Angel Heart
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LE STREGHE DI
TRIORA di Maria Benedetta Errigo
1587-1589: un
biennio che Triora, paese della Valle Argentina in Liguria porta
impresso nel proprio Dna. In questa fascia temporale infatti alcune
donne di questo paese furono accusate di stregoneria, in particolar modo
di essere le artefici delle pestilenze che avevano colpito la zona,
delle piogge acide che avevano rovinato i raccolti, dell'uccisione di
bestiame e di cannibalismo verso bambini in fasce. Molte furono accusate
e alla fine del processo ne furono giustiziate circa una ventina,
compreso anche un ragazzino.
In realtà Triora
presenta già dalle origini alcuni aspetti magici che la caratterizzavano
da secoli, a partire dal suo nome. “Triora” deriverebbe dal latino
tria ora, cioè Tre Bocche, come le tre bocche di Cerbero, il cane
infernale che Dante pone a guardia degli Inferi e che compare sullo
stemma comunale di Triora. Inoltre, secondo la tradizione la chiesa
detta della Collegiata, sorgerebbe su un precedente fanum pagano,
mentre nelle vicinanze di Triora, al passo della Mezzaluna si erge un
antichissimo menhir, testimonianza di precedenti culti pagani. Ma
la curiosità maggiore la troviamo nella chiesa romanica di San
Bernardino, nella quale è presente un affresco particolare di Giovanni
Canavesio. Si tratta infatti di un Giudizio Universale con tanto di
streghe ed eretici fatti a pezzi e bambini, morti senza ricevere il
battesimo, posti sotto le gigantesche ali da pipistrello di un demone.
Cerchiamo di
immaginare l'ambientazione durante la quale scoppiò quest'isteria
collettiva che portò alla morte di alcune persone: siamo nel 1587,
Triora sta soffrendo già da un paio di anni di una carestia terribile
che sta provocando parecchie morti di stenti. Triora, a causa della sua
posizione geografica molto arroccata sui monti liguri, respira ancora
aria di superstizione. Il malumore inizia a serpeggiare e cominciano a
essere additate come responsabili di tutto questo le donne più povere,
le più umili che vivevano ai margini del paese, in una struttura già
allora fatiscente chiamata la Cà Botina. Ecco qua l'inizio del fenomeno
delle Bagiue, delle streghe trioresi che da questo momento in poi
vivranno momenti orribili. Si inizia così con le prime maldicenze, poi
alle accuse all'inizio sussurrate, poi dette a piena voce, fino a che il
parlamento locale chiede al podestà Stefano Carrega di fare qualcosa.
L'azione dell'Inquisizione non tarda a farsi sentire e nell'autunno
dello stesso anno arrivano due vescovi, uno dei quali era Girolamo Del
Pozzo, uno dei maggiori fautori della caccia alle streghe. I due prelati
appena arrivati celebrano subito una messa solenne, durante la quale
invitano tutti gli abitanti a denunciare le streghe. Questo è proprio il
punto di non ritorno che dà il via a una serie di accuse, spesso
infondate, verso quelle povere donne.
L'accusa più grave
riguarda l'uccisione dei bambini. Le streghe di Triora erano accusate di
eliminarli gettandoli alle streghe di Molini, paese posto un po' più in
basso, giocandoci né più né meno a palla. Non solo: secondo gli
accusatori le Bagiue si riunivano in luoghi particolari per danzare i
Sabba e per lanciare maledizioni. Il luogo principe era proprio la Cà
Botina (o Cabotina a seconda delle trascrizioni), un luogo al di fuori
dell'abitato dove appunto si sarebbero svolti i rituali magici e i
Sabba. Pare anzi che fosse proprio questo il luogo dove venivano decisi
i malefici contro Triora e i suoi abitanti, una zona povera e isolata.
Altre località frequentate dalle streghe, sempre fuori rispetto al
centro abitato, erano la fontana di Campomauve e quella detta “della
Noce”, posta nelle vicinanze di un grande albero di noce. Dentro al
centro abitato, invece, si pensava che le streghe si dessero
appuntamento dietro alla chiesa, nella via che ancora oggi si chiama
“Dietro la chiesa”.
Insomma, il dado
era tratto e dopo tutte queste accuse, vere o presunte agli inquisitori
non importava, si iniziò a pensare di mettere in piedi una specie di
interrogatorio prima di passare al processo vero e proprio. Così due
case del paese vengono attrezzate come sale interrogatori e carceri. Una
delle case è visibile ancora oggi, viene chiamata Casa del Meggia, o
anche Cà de Baggiure o Cà di Spiriti, in piazza San Dalmazio. Dal vicolo
vicino, il vicolo Rizzetto, si possono vedere le finestre della casa che
ancora oggi hanno grosse inferriate. Da questi processi sommari
scaturiscono accuse ben precise che colpiscono tredici donne e un
bambino. Un bambino, sì, che dovrà anche sottostare alla tortura.
E qui si entra nel
momento più buio nella storia di Triora, ottimamente ricostruito nelle
sale del Museo Etnografico e della Stregoneria: quello delle torture,
che ovviamene fecero il loro corso e altre donne vennero così
imprigionate. Siamo arrivati così all'inizio del 1588 e cominciano ad
arrivare anche le prime morti tra le donne. La popolazione di Triora
mastica amaro, questo perchè le morti stanno gettando ombre sul processo
appena iniziato, sia perchè le accuse ora toccano anche donne di ceto
più alto.
Un caso
emblematico è quello di Isotta Stella, una donna di sessanta anni a cui
non venne risparmiata la tortura e infatti morì per le conseguenze
riportate.
Ma lasciamo
parlare gli atti del processo, raccolti dal comune di Triora per uno dei
tanti convegni che vengono fatti per ricordare le tristi vicende del
processo: “(Isotta Stella)…dopo essere stata tormentata più volte alla
corda,nonostante che fusse vecchia più di anni sessanta,un giorno fra li
altri quasi disperata,chiamato a sé il vicario di monsignor vescovo
confessò aver complici di quanto era sospetta, perché indi a presso
nodrita di pane e acqua, straciata di tormenti, se ne è morta in
confessa et senza ordini di chiesa”. E non si pensi che fosse tutto qui.
Ecco infatti come gli stessi atti riportano come avvenivano le torture
indiscriminatamente su tutte le donne: “con darli corda per lungo spatio
e puoi fuoco alli piedi per longo spatio anchora;appresso le fanno
vegliare per più d’hore quarantacinque incominciando dalla sera, oltre
averle fatte con rupitorii pelare in tutte le parte del corpo; ne è
questo populo redatto in desperatione maxime che s’intende che a quest’hora
vi siino più di dugento persone nominate; e nel modo che sino a qui si è
fatto, prima che si finisci saranno nominate la più parte del populo et
forse tutta”.

Gli Anziani del
villaggio cominciano a chiedere al Doge di fermare questa ferocia,
accusando gli Inquisitori e il Parlamento locale. Si inizia a chiedere
di liberare le incarcerate, prendendo come spunto proprio il fatto di
una donna che morì in seguito a un tentativo di fuga effettuato
gettandosi da una finestra. Ma nemmeno lei scampò alle torture:“si gettò
giù d’un barcone altissimo et restò stropiata; et così stropiata fu
fatta andare alla curia minacciandola darline (di bastonarla); e tre
giorni dopo se ne è morta”.
Il Doge interviene
blandamente, strappando al Del Pozzo la promessa di limitarsi a
proseguire nei processi delle donne incarcerate, evitando di muovere
accuse ad altre, soprattutto alle donne delle famiglie più abbienti.
Anzi il vescovo rivendica anche il proprio diritto a torturare le
streghe, e sottolinea che Isotta Stella lo doveva essere, anche se
anziana, vista la gravità delle accuse e minimizza anche la morte
dell'altra donna, che in realtà sarebbe caduta dalla finestra a causa di
in patto col diavolo non riuscito bene. Anche il podestà Stefano Carrega
conferma le parole di Del Pozzo, dicendo che Isotta Stella fu aiutata a
sopportare la torture dalle sue arti magiche e che spesso si
addormentava anche durante il supplizio. Comunque, com'è
come non è, gli Inquisitori a gennaio lasciano Triora, ma le donne
incarcerate rimasero in prigione in attesa di nuovi ordini. Verso il
mese di maggio arriva a Triora l'Inquisitore capo per sentire le donne
in prigione. Di queste solo una viene liberata, le altre rimangono lì a
languire.
A giugno a Triora
arriva il nuovo podestà che ordina che le streghe fossero tradotte nelle
carceri di Genova.
Nel frattempo a
Triora arriva un commissario speciale, che non indaga solo nel paese, ma
fa strage di streghe anche nei vici paesi di Castelvittorio, Montalto,
Badalucco, Porto Maurizio e Sanremo. Iniziano a fioccare le prime
condanne all'impiccagione e al conseguente incenerimento dei resti per
alcune di queste donne. Le prime a salire sul patibolo sono Peirina di
Badalucco e Gentile di Castelvittorio.
Ma a questo punto
arriva il colpo di scena.
Il Padre
Inquisitore di Genvoa interviene, ricordando a tutti che solo lui aveva
la giurisdizione su questa storia e così cinque accusate vengono portare
da Triora a Genova nell'ottobre del 158, andando a raggiungere le
tredici già lì incarcerate.
La situazione ora
si fa un po' confusa, il processo langue, fino ad arrivare al febbraio
del 1589 quando si dice che tre (o cinque) prigioniere sono morte in
prigione. Si deve però attendere fino al 23 aprile, quando
l'Inquisizione ordina di concludere il processo. A questo punto delle
streghe di Triora non si sa più nulla: non si sa se sono state liberate
e rimandate a casa o se sono morte in prigione.
Dove sono quindi
finite le Bagiue? Un'ipotesi molto suggestiva parla di un paesino
nell'entroterra di Genova, San Martino di Struppa. Qui verso i primi
anni del Seicento comparvero alcun cognomi nuovi nei registri dei
parrocchiani: Bazoro, Bazora, Baggiura, Bazzurro.

Tutte queste
parole richiamano la forma dialettale triorese per strega: Bagiua. Forse
le donne accusate trovarono rifugio in quel paese e cercarono di rifarsi
una vita?
E oggi a Triora di
tutto questo cosa resta? Restano il ricordo, ancora scolpito nell'animo
di tutti, il Museo della stregoneria e il Centro studi sulla
stregoneria.

Ma le streghe sono anche rimaste nella vita di tutti i
giorni, nel cibo per esempio, come l'olio scacciabaugie, o i liquori
chiamati Filtro delle Streghe e Latte di Lumaca. Un luogo senz'altro da
visitare, ma soprattutto una vicenda da ricordare.

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