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IL PARCO REGIONALE MARTARANUM

Alice Corda

ITINERARI - REDAZIONE TUSCIA

 

 

 

Mimetizzato tra una quantità di più rinomate attrattive, troviamo un parco di inestimabile valore archeologico e naturalistico: il MARTURANUM di Barbarano Romano (VT).

Nessuna lode rende merito al fascino selvaggio di questo luogo e non bisogna essere dei sensitivi per percepire l’alone di mistero che emana, non fosse altro per la pregiata necropoli Etrusca che onorevolmente ospita.

L’aspra morfologia del territorio è stata profondamente incisa dall’attività vulcanica Vicana che, tra gli 800.000 e i 90.000 anni or sono, ha riempito e ricoperto la zona di tufo, in alcuni punti spesso sino a 60 metri, stratificatosi sulla più antica roccia sedimentaria di origine marina. Sappiamo che i popoli antichi, più di quanto possiamo dire di noi stessi oggi, avevano una sensibilità più sottile ed avvezza a riconoscere luoghi di particolare energia, è plausibile pensare che località letteralmente forgiate dal fuoco e ricche al contempo di acqua, ispirassero in loro una sacralità profonda e viscerale.

 

I tipici canyons, denominati forre, rendevano facilmente difendibili gli insediamenti abitativi e regalavano uno scenario stimolante, facilmente modellabile grazie alla scarsa durezza della roccia, consentendo di ideare, come in questo caso, un luogo sacro tra i più suggestivi del pianeta.

 

 

La riserva del Marturanum si estende per 1.240 ha, entro il suo perimetro si trovano riscontri di costante frequentazione umana, forse a partire dal Paleolitico Superiore, proseguendo con continuità attraverso le Età del Rame (III millennio a.C.*), del Bronzo (II millennio a.C.*) e del Ferro (I millennio a.C.*), quest’ultimo periodo, conosciuto anche come Villanoviano, per alcuni autori coincide con la nascita del popolo Etrusco.

Proprio quando si mettono nero su bianco le datazioni ufficiali, le incongruenze sono meglio evidenziabili. Dobbiamo ricordare infatti che la grande piramide di Cheope è datata (ufficialmente) 2570 a.C., paradossalmente in quel periodo per i ‘laziali’ della nostra Età del Rame il massimo del lusso erano le capanne.

 

Viene da pensare che se gli Egizi avessero avuto la fortuna di disporre della duttilità del tufo, si sarebbero sbizzarriti nell’edilizia, non facendosi mancare edifici di ogni genere e sorta. Invece i nostri antenati Protovillanoviani hanno dovuto attendere il fiorire degli scambi commerciali, quindi il contatto con il mondo già civilizzato, per fiorire e trasformarsi nel prodigioso popolo Etrusco, come in sintesi ritengono gli studiosi che avvalorano la tesi della sua genesi autoctona.

Allora chi o cosa, a parità di intelligenza e risorse, ha reso alcuni popoli enormemente più evoluti di altri? Ragionamenti di questa ispirazione, unitamente allo studio di reperti e testi classici, tendono alla teoria che vede invece come straniera l’origine della stirpe Etrusca, di cui si descrive ampiamente negli articoli già editi da questo Portale:

 

- Speciale "ETRUSCHI"

- "IL MISTERO DEGLI ETRUSCHI"

  

 

Tornando alla bellezza dei luoghi contemplati nella riserva del Marturanum, cui questo articolo è dedicato, iniziamo a percorrere insieme i numerosi sentieri che lo attraversano.

Inerpicandosi verso il pianoro di San Giuliano, si giunge all’omonima chiesa romanica, ancora consacrata, anche se gravemente danneggiata, a riprova del fatto che è stata sfruttata nel tempo per gli scopi più disparati, tanto da avere un forno in muratura costruito all’interno di una navata. Probabilmente sorta su un antico tempio etrusco, la struttura della chiesa è un vero e proprio puzzle, dove elementi architettonici di epoche diverse s’incastrano a perfezione.

 

 

Sporgendosi dalle scarpate che delimitano questo impenetrabile altopiano, è possibile ammirare in profondità ed ampiezza buona parte del tracciato della sottostante forra, è qui che strategicamente sorgeva il centro abitato etrusco, popolato con continuità fino al Medioevo. Sono state ritrovate molteplici cisterne per la raccolta delle acque, collegate ad una rete di cunicoli scavati con lo scopo di regolare ed ottimizzare il naturale percorso delle sorgenti. Tecniche ingegneristiche di cui gli Etruschi hanno lasciato testimonianza in tutta la Tuscia (vd. articolo su Vignanello).

 

 

Costeggiando una delle tante pareti di tufo, si scende verso valle e ci si sente non meno di Indiana Jones percorrendo i ripidi sentieri appena riconoscibili tra il verde.

In un batter d’occhio (perché a scendere si fa presto, a scendere!) si arriva nel fondo della forra, attraversata da tortuosi e mutevoli torrenti, con il cielo oscurato da altissimi alberi e la vegetazione fitta fino al collo. Tu, spettatore incantato dalla magnificenza dell’ecosistema, tra felci enormi, schivato da libellule ed effimere, rischi di non accorgerti che dietro a cascate di edera e camuffati da pareti di muschio, si celano miriadi di sepolcri etruschi.

 

 

Il sentimento di concitazione è ancor più vivo quando, con un pizzico di timore, ci si affaccia verso l’interno delle scure tombe. Ve ne sono di diversa fattura, le più antiche sono quelle a tumulo, chiamate della Cuccumella, del Caiolo, del Tesoro e della Cima, risalenti al VII sec. a.C., certamente ispirate dalla vicina Cerveteri.  Esempi del periodo arcaico, tra il VI ed il V sec. a.C., sono invece le tombe a dado, semi-dado e a palazzina. Destano un fascino particolare quelle a portic,o dalla cui base, con una scalinata laterale esterna, si accede alla terrazza sovrastante, dove venivano officiati i riti dedicati al defunto.

 

 

E’ il caso della Tomba del Cervo, il cui appellativo si riferisce al basso rilievo che si trova proprio sulla parete della scala, raffigurante un cervo contro un lupo (per l’esattezza il cervo è in rilievo e il lupo è inciso), questa immagine è divenuta il simbolo del parco e qualcuno ipotizza che possa simboleggiare la rivalità etrusco-romana.

 

 

 

La riserva può risultare troppo ampia per due sole gambe, motivo per cui nelle strette vicinanze ci sono due maneggi dai quali partono piacevoli tour in sella.

Per gli spiriti più sportivi e vogliosi di avventura, è possibile praticare a piedi un affascinante sentiero che da sotto il vallone giunge fino alla vicina Blera, dove si possono ammirare i resti dell’antica Via Clodia, nonché il rinomato Ponte del Diavolo, risalente al I sec. a.C.

 

 

Prima di tornare a casa, è doveroso concedersi 5 minuti per attraversare il meritevole centro storico di Barbarano Romano. La tipicità medievale delle mura di fortificazione e delle abitazioni, nonché gli scorci mozzafiato sul paesaggio circostante, sono davvero una chicca imperdibile !

 

 

Per indagare sul passato non c’è cosa migliore del toccare con mano e tanto di guadagnato se possiamo farlo immergendoci nell’accattivante macchia mediterranea, certamente più aromatica, umida e vera della sintetica foresta in 3D propostaci da Avatar..!

 

 

Si ringraziano per la preziosa collaborazione la Direzione del Parco ed i Guardiaparco, con particolare riguardo a Maria Grazia ed Emanuele, i quali si sono gentilmente offerti di iniziarmi ed accompagnarmi alla visita dei luoghi in questione.

 

 

*NDR: Le date riportate sono state sintetizzate per agevolare il lettore.

 

 

Alice Corda

 

Alice Corda

 

 

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