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Nella
mitologia celtica non vi è netta distinzione tra divinità ed esseri
umani: molti eroi hanno tratti e ascendenze divine, e allo stesso modo
alcuni déi o semidei non sono che figure trasfigurate di mortali.
Ciò è
dovuto essenzialmente a due cause: in primo luogo alla trasmissione
orale, che per secoli se non per millenni caratterizzò ogni produzione
scientifica, religiosa, storica e poetica dei Celti. Furono perciò i
Bardi, di regola, a curare il tramandamento delle leggende e delle
tradizioni del loro popolo, che vennero riversate su pergamena solo in
alcune zone, principalmente in Irlanda ed in Galles, e solo in seguito
alla cristianizzazione (cioè, nel caso dell'Irlanda, a partire dal VI
secolo d.C.) con l'intenzione di preservare ciò che rischiava di
scomparire con il declino della classe druidica. Nel
corso della stesura di tali manoscritti, affidata a monaci
cristiani, fu però applicato un inevitabile filtro, attraverso il quale
le storie vennero talvolta
(non sempre) ad acquisire un carattere agiografico ed edificante,
funzionale alla politica di cristianizzazione allora in atto. Quando
questo non avvenne, la differenza rispetto all'originale si mantenne
comunque significativa: oltre all'inevitabile perdita del supporto
ritmico e musicale, va notato che le storie furono elaborate ed
interpretate da persone che per forza di cose non erano più in grado di
coglierne i simboli, i riferimenti e i significati originali, retaggio
esclusivo di una cultura di formazione bardica. Molti elementi vennero
così travisati dai copisti, che oltretutto si preoccuparono di far
sparire (almeno a loro giudizio, poiché le loro correzioni sono per la
maggior parte superficiali e artificiose) ogni traccia del paganesimo
che inevitabilmente pervade ogni corpus mitologico. Ecco dunque che
divinità come Lugh, Dagda, la Morrigan o Manannan McLyr perdono il loro
status divino diventando antichi re, stregoni, giganti, esseri magici e
fatati, quando non addirittura demoni. In alcuni casi, al contrario,
vengono assorbiti dalla cultura cristiana e venerati come santi: è il
caso, pare, di Santa Brigida. Per quanto riguarda i druidi (e raramente
ne compaiono), essi vengono presentati sotto una luce di discredito che
sicuramente non ha avuto origine dalla tradizione celtica, e la loro
magia è regolarmente ridicolizzata dai miracoli del Santo di turno, che
li batte sul loro stesso campo sventandone i perversi piani... (!!). Un
esempio geograficamente più vicino a noi di quanto detto sopra è
costituito dalla "Formella di Malciaussia", una piccola
formella di pietra tradizionalmente tenuta nascosta per tutto l'anno ed
esposta periodicamente dai margari, sulla cui superficie è scolpita
(pare) la figura di un druido nell'atto di compiere un sacrificio, e che
per secoli è stata venerata come immagine di San Bernardo (patrono
della frazione montana) che uccide il demonio.
Tutto
questo, si badi bene, non deve essere inteso come una critica
all'operato delle gerarchie ecclesiastiche del periodo e tantomeno a
quello dei copisti, senza i quali tutto ciò che oggi possediamo (ed è
incredibilmente poco!) sarebbe andato perso. Il loro lavoro, pur nei
suoi inevitabili limiti, è inestimabile. (E comunque già solo il fatto
di voler preservare elementi di una cultura più "debole"
testimonia un'apertura mentale sconosciuta a molte grandi
"ideologie" del nostro stesso secolo!).
Riprendendo
il discorso originale, la seconda causa a cui si è fatto cenno è
invece un fattore "intrinseco", che non dipende da influenze
esterne: il processo di trasfigurazione e di divinizzazione degli eroi
del passato è comune a molte culture, ed è stato studiato a fondo
dagli antropologi. Nella cultura celtica è un elemento molto comune,
basti pensare al mito irlandese dei Tuathà De Danànn, popolazione
celtica che dominava l'isola prima dell'arrivo dei Milesians (o Gaeli).
Con il sopravvento di questi ultimi i Tuathà De Danànn, secondo le
leggende, "scomparirono", diventando un popolo fatato e
semidivino dell'Annwyn (l'Aldilà celtico), i cui componenti, immortali
e detentori di potentissime magie, partecipavano ad eterni banchetti in
luoghi fuori dallo spazio e dal tempo, spesso collocati all'interno
degli antichi tumuli neolitici o in prossimità di dolmen, laghi,
sorgenti, uscendo per giocare qualche occasionale scherzo (più o meno
fatale) a chi si avvicinava ai pochi luoghi ancora in loro potestà.
Come è facilmente intuibile, i Tuathà De Danànn non
"scomparirono", ed é assolutamente da escludere che siano
stati sterminati dai nuovi venuti: la leggenda testimonia invece,
attraverso il filtro della poesia, il loro progressivo ritiro davanti
all'invasore, la migrazione che verosimilmente li portò dalle coste
fino alle zone più interne dell'isola e la successiva, lenta
integrazione etnica e culturale con il conquistatore.
Il caso
dei Tuathà Dè Danànn non è unico, si badi bene: anche sul continente
la definizione irlandese Aes Sidhe ("Popolo delle Colline")
era applicata, con minime variazioni linguistiche, per definire le
creature fatate, probabilmente i primi abitatori neolitici dell'Europa
(costruttori di dolmen, tumuli e cromlech) sconfitti dai celti nella
loro migrazione ancestrale. Oltre a questi casi, in cui si parla più
che altro di interi popoli, si hanno chiare tracce, come si è accennato
in apertura, di diversi eroi e condottieri leggendari assurti al rango
divino (o per meglio dire ricordati come divinità): un esempio potrebbe
essere costituito da Brenno, re dei Senoni, protagonista di una
simpatica gitarella (in cui mise a ferro e fuoco Roma) nel 390 a.C., il
cui nome può venir fatto risalire alla radice Bran-wen, "Bianco
Corvo", secondo alcuni riconducibile, in ultima analisi, alla dea
Morrigan. A parte questa etimologia, è storicamente provato che la
figura di Brenno fu identificata, ai tempi di Cesare, con una divinità.
Più in generale, è raro che un Eroe muoia davvero, nella
mitologia
celtica: molto spesso egli dorme all'interno di un tumulo, sotto la
superficie di un lago, o su un'isola avvolta dalle nebbie, in una sorta
di luogo fatato e fuori dal tempo da cui un giorno farà ritorno per
combattere nuove, gloriose battaglie. L'ultima traccia di questo topos
letterario celtico è facilmente riscontrabile in Re Artù, che dopo il
tradimento di Mordred si rifugiò sull'isola di Avalon, ed ancora oggi
è viva la "credenza" nel suo ritorno, predetto il giorno in
cui l'Inghilterra sarà di nuovo in gravi difficoltà. Lo stesso Mago
Merlino, tradito da Morgana, sarebbe tuttora vivo e prigioniero, secondo
la leggenda, in una grotta nella foresta bretone di Broceliande. L'Eroe
celtico, dunque, è per definizione immortale, ed in qualche modo
connesso con il mondo fatato dei Sidhe (pron. Shee).
Ferme
restando queste premesse generali, vediamo dunque come era articolato il
pantheon celtico.
In Gallia
la divinità principale era Teutates, il protettore delle Tuath, dio che
presiedeva alla sovranità regia incarnandone le qualità di valore
guerriero e di simbolo di fecondità. Questa figura, assente nell'Europa
insulare, è però riconducibile al capo del pantheon irlandese, Lugh
Lamfada ("Dal Lungo Braccio"), divinità guerriera dai tratti
"odinici" venerata in ogni terra celtica (si pensi al nome
originale della città di Lione, Lughdunum, "Fortezza di Lugh",
alla galiziana città di Lugo, e persino a Laon e a Leyda): le molte
similitudini tra le due figure hanno fatto pensare ad una sostanziale
identità, ed il nome di Lugh sarebbe verosimilmente servito ad
identificare Teutates nel suo aspetto guerriero. Tale tesi è rafforzata
dal fatto che la festa celtica di Lughnasad ("Assemblea di Lugh"),
presente ovunque nell'Europa celtica e tenuta la prima settimana di
agosto, si connotava come festa della sovranità e della classe
guerriera. E' significativo ancora notare che l'appellativo Belenos, il
molto luminoso (in Irlanda Bel) era usato a identificare Lugh nel suo
aspetto di divinità solare, della luce. Da qui discende fra l'altro il
nome della festa druidica di Beltane, letteralmente dei "Fuochi di
Belenos". Si noti che in Gallia è attestata persino un'
identificazione femminile di Belenos, la dea Belisama; poiché
l'aggettivo luminoso è da intendersi nell'accezione francese di lumière,
che indica la luce spirituale oltre che quella fisica, non pare
azzardato identificare Belisama con la dea irlandese della parola,
Brigit, secondo alcuni controparte femminile del dio Ogmios, secondo
altri, invece, di Govannon.

Altra
importante divinità continentale è Taranis, una figura che presenta
molte analogie con il Thor germanico, presiedendo a tutti gli aspetti più
violenti e impetuosi della natura, in particolar modo al tuono, ai
fulmini e alle tempeste. Ma Taranis non è solo un dio guerriero: il suo
simbolo è la Ruota Cosmica, immagine della ciclicità delle stagioni e
delle epoche, metafora del ciclo vitale che accompagna ogni creatura
dalla nascita alla morte alla successiva rinascita. Sotto questo
aspetto, Taranis è analogo al dio-druido Dagda, che nel pantheon
irlandese è secondo per importanza solo a Lugh. In quanto divinità
druidica, Dagda è depositario della scienza, del sapere sacerdotale, e
presiede all'amicizia e ai contratti (rispecchiando la funzione
giuridica della classe druidica). Oltre a questo, padroneggia la magia e
il controllo sugli elementi, altro punto in contatto con Taranis. Suoi
attributi sono, oltre alla Ruota, la Mazza (che con un'estremità uccide
nove uomini in un colpo solo, e con l'altra li resuscita, rispecchiando
la dottrina druidica della morte vista come continuazione, su diverse
basi, della vita, nonché il concetto di dualità dell'essere); l'Arpa
di quercia, che può suonare le Tre Melodie Magiche del Riso, del Sonno
e della Malinconia, testimoniando così la connotazione bardica di Dagda,
designata dal nome Ogmios, "Signore della Parola"; ed infine
il Calderone, (dalla cui cristianizzazione in seguito sboccerà la
leggenda medievale del Graal) che ha il potere di nutrire magicamente un
intero esercito e di resuscitare i cadaveri che vengono gettati al suo
interno, privati però della parola affinché non possano descrivere
l'Aldilà.
Mentre
Teutates rispecchia la classe guerriera (Flaith) e Taranis quella
sacerdotale (Druid), la terza classe sociale, l'Aes Dana, "la gente
detentrice del dono", ovvero gli artigiani o coloro che sono
esperti in un lavoro manuale, è incarnata da Govannon, presente sia sul
continente che nell'Europa insulare: Govannon è un artigiano dotato in
ogni aspetto della sua arte, in grado di forgiare armi invincibili come
il suo equivalente greco, Efesto, ed in più abile nella realizzazione
di oggetti artistici di ogni tipo; nella mitologia irlandese gli déi
conquistano l'immortalità mangiando il cibo di un banchetto preparato
dallo stesso Gobniu.
Altro
importante dio gallico è Cernunnos, il "dio cornuto"
rappresentato come un uomo dalla testa di cervo, divinità druidica
(probabilmente emanazione di Dagda) che presiedeva ai boschi e alla vita
vegetale e animale racchiusa al loro interno, incarnando il mistero e il
timore reverenziale della natura (il suo nome era considerato
"troppo sacro" per venir pronunciato); era conosciuto con lo
stesso nome e con le stesse caratteristiche anche in Bretagna insulare,
ed è forse riconducibile al dio guaritore irlandese Dian Cecht. Il dio
gallico Sucellos, il Camminatore, probabilmente è una sua diversa
manifestazione.
Sempre
legato alla forza degli elementi è Manannan McLyr, Signore delle Maree
e delle distese sottomarine; questa divinità è propria del pantheon
irlandese, ma la sua controparte gallica potrebbe essere Esus, signore
dell'acqua, specchio del fluire e rifluire dell'esistenza.
Divinità
femminili, come si è sopra accennato, non mancano. Si noti per inciso
che nella società celtica la separazione tra i sessi non era molto
accentuata (in questo senso, erano forse la più progredita delle civiltà
antiche) e le donne, oltre a godere della stessa libertà personale
degli uomini, potevano ricoprire funzioni di grande importanza anche
politica, nessun ruolo essendo loro precluso, eccezion fatta quello
regale (ma si ha traccia di valenti guerriere come Scathach, maestra
d'armi dell'eroe Cu Chullain e di Regine quali Boadicea). Tornando alle
divinità, molto venerata era Brigantia, dea rurale della fertilità,
dei raccolti e dei corsi d'acqua; si ha traccia in Gallia anche di Epona,
divinità dei cavalli e della fertilità, e di Rosmerta, figura legata
in qualche modo a Teutates e connotata come divinità del benessere,
della ricchezza, dell'abbondanza e del focolare. Moltissime delle
divinità locali, proprie di una particolare Tuath o zona geografica,
erano poi femminili: l'esempio più famoso è costituito dalla dea
Sequana (la Senna), che diede il nome alla Tuath attestata presso le sue
sorgenti. In Irlanda (ma non solo), infine, grande rilievo aveva la
Morrigan, potente divinità guerresca che incarnava la violenza, il
massacro, la sete di sangue e di vendetta, e che sopravvisse nella
leggenda cortese di Fata Morgana e, secondo alcuni, nella credenza
popolare concernente le masche, cioè (nel caso del Piemonte) le
streghe.
Mentre
alcune epigrafi di età gallo-romana ci hanno permesso di conoscere i
nomi di alcune divinità galliche, così non è avvenuto per il corpus
epico e leggendario: con la scomparsa della classe bardica continentale
tutta questa produzione (che doveva essere vastissima) è andata
irrimediabilmente perduta. Gli unici Eroi di cui si ha notizia
provengono perciò dalla tradizione cimrica o irlandese: in alcune opere
(come ad esempio il Tàin Bò Cuailngè) vengono narrate battaglie
epiche tra eroi di diversi schieramenti (e sono decine e decine), ognuno
dei quali viene univocamente determinato con particolari attributi ed
appellativi, il che porta a credere che esistessero interi poemi
dedicati ad ognuno di essi, mentre ora non se ne conosce nulla al di
fuori dei nomi. Le gesta dei più famosi, tuttavia, si sono conservate.
Il più grande eroe irlandese è senza dubbio Cù Chulàinn (pronuncia
Cu Hullìn), figlio del dio Lugh, guerriero formidabile conoscitore di
tutti i feats (particolari tecniche di combattimento e stoccate segrete
della mitologia celtica, tramandate solo a guerrieri eccezionali) e
detentore della leggendarie Gae Bolga, la infallibile lancia uncinata i
cui barbigli penetravano in ogni cavità del corpo della vittima,
straziandola a morte allorché l'arma veniva estratta. Caratteristica di
Cù Chulàinn, ma comune a pochi altri eroi, è la Riastharthae, furia
guerriera che lo attanagliava in battaglia, stravolgendone i lineamenti
e facendone un gigante imbattibile ed inarrestabile. Curiosamente il
notissimo abbigliamento guerriero dei celti (che spesso combattevano
nudi e con i capelli resi irrigiditi e alti sulla nuca dal gesso, vedi
statua del Galata morente...) deriva proprio dall'imitazione degli
effetti della Riastharthae.
Altre
figure epiche sono il Bardo Amergin, che giunse in Irlanda nell'ultima
conquista, e di cui si sono conservate persino alcune poesie; i suoi
fratelli Find e Eremon, primi Re gaelici d'Irlanda; Finn Mc Cuhal,
guerriero leggendario dei Fianna, e il figlio Ossian (pronuncia Usheen),
famosissimo bardo a cui si rifece McPherson; Fergus, che impugnava
l'arcobaleno come una spada, e con un fendente durante una battaglia
decapitò una montagna... Dal Mabinogion, poema gallese, spiccano invece
le figure di Pwyll, il Principe dell'Annwyn, ed il figlio Prydery; il
gigantesco Bran, la cui testa, dopo la morte, continua a parlare per non
privare i camerati della propria compagnia; e molti altri, famosi come
il Bardo Taliesin, o meno noti come il mago Gwydyon.

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