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“In che modo l’angelo portò la
corona? (…) veniva dall’alto o toccava terra? (…) avanzò toccando
terra? (…) c’erano altri con lui? (…)”.
Ed ella replica:
“ (…) Egli entrò dall’alto, passò
dalla porta e toccando terra avanzò verso il re (..) era
accompagnato da molti altri angeli, che non tutti potevano vedere
[ma il re si, e non lo dice], e nella schiera v’erano anche
S. Caterina e S. Margherita […]”.
Un angelo che cammina toccando terra
e che varca la soglia come un semplice mortale è veramente troppo
per i giudici di Giovanna, abituati a presenze angeliche ortodosse
che volano o levitano e che comunque mai si sognerebbero di
consegnare spade e vesti maschili ad una fanciulla veramente
timorata di Dio.
Un angelo violento.
Se l’arcangelo della pulzella sembra
uscito da un poema cavalleresco ed assomiglia fin troppo a
Parsifal o a Lancillotto, l’angelo custode di S. Francesca Bussi
(1384-1436) non disdegna le maniere forti di un burbero pater
familias pur di avviare verso la Grazia la sua protetta. Come
i santi di Jacopo da Varagine puniscono duramente i recalcitranti
pagani, l’angelo di Francesca non esita a picchiarla ogni
qualvolta commette una mancanza. Così, per citare un passo della
biografia della santa:
“(…) una volta , mentre faceva la
sua confessione, dimenticando di raccontare di una grazia poco
tempo prima ricevuta, fu colpita dall’angelo in modo sì violento,
che la sua testa fu piegata infino a terra (…)”.
A quest’angelo indubbiamente manesco
ma efficace si sovrapporrà, allorché Francesca perderà via via i
figli e il marito (ovvero quei legami terreni che le impediscono
l’ascesi mistica e da cui prende le distanze quasi con un sospiro
di sollievo), un angelo-guida più mansueto ed affettuoso che
introdurrà ai misteri delle gerarchie e dei regni ultraterreni. Né
è l’unico, dal momento che questa santa sembra avere un rapporto
privilegiato con le gerarchie angeliche, addirittura impegnate a
illuminarne le fatiche domestiche. Vediamo altri passi della sua
biografia:”(….) Oltre il suo angiolo custode [quello manesco]
Francesca aveva altresì (…) un arcangelo ad assistente perpetuo.
Essa lo vedeva giorno e notte sotto la forma umana di un giovane,
vestito di una tunica bianca al paro della neve. Il suo volto
raggiava più che il sole, a tal ch’ella poteva vederne lo
splendore, ma non tener fissi gli sguardi a lui. In due sole
occasioni poteva contemplare la sua figura (..) quando parlava
dell’arcangelo al suo padre spirituale, allora ella poteva ben
considerare i suoi capelli, i suoi occhi e le altre sue membra;
indi allorché era travagliata dagli spiriti maligni, ella guardava
senza alcuna difficoltà l’arcangelo. (…). Era tale lo splendore
che mandava l’arcangelo, che al suo lume Francesca faceva la notte
tutti gli esercizi necessari nella casa, senza bisogno di alcun
lume materiale […] “
Grazie a questo gentile angelo
domestico Francesca apprenderà il destino generale degli angeli
buoni e cattivi, e diventerà esperta nello smascherare quegli
“spiriti aerei” ingannatori che tormentano gli uomini con
malattie, tentazioni e calamità di ogni genere, mentre ad
accompagnarla nel suo viaggio oltremondano sarà l’arcangelo
Raffaele, , assai più luminoso e splendente dei suoi predecessori.
Il destino di Francesca sembra
consumarsi tutto all’insegna dell’angelologia, anche se non poche
perplessità dovette suscitare questo via vai di angeli nel padre
confessore della santa. Sparito l’arcangelo Raffaele, ecco al suo
fianco un arcangelo di ancor più luminosa bellezza. E’ il momento
tanto atteso della tardiva consacrazione a Dio: accolta fra le
benedettine, Francesca ha subito una visione.
“[…] Ella era stata ammessa al
Tempio celeste, davanti al trono luminoso di Dio, il cui sguardo,
dopo aver percorso l’insieme della sua corte, si era arrestato sul
quarto coro e si era fissato su uno dei più sublimi spiriti […]
Assai più grande e incomparabile era la bellezza del nuovo Custode
…”
Sarà quest’ultimo custode a
presentare Francesca allo Sposo mistico, per poi sparire in un
guizzo di luce, lasciando la santa, ormai giunta all’ultima tappa
del suo viaggio mistico, in sereno colloquio con Dio.
Se si analizza la biografia di
Francesca Bussi ci si rende conto del ruolo particolare che
l’angelo viene ad assumere nella vita delle sante che hanno
conosciuto l’inferno della condizione coniugale. Come nel caso di
Angela da Foligno o, più tardi, di Caterina Fieschi Adorno,
l’angelo svolge una funzione mediatrice, di correttore e di guida
ad un tempo, quasi che l’esperienza laica di sofferente soggezione
all’universo maschile vissuta da queste sante inibisca l’ascesi
mistica e renda necessario un lungo percorso di affrancamento dai
legami e dai ruoli terreni.
Jeanne e l’angelo buono.
Di questo bisogno interiore di
autoaffermazione mediato dal messaggero di Dio è perfettamente
consapevole Jeanne des Anges, splendido caso di santa “mancata”.
Nota più per la spettacolare possessione demoniaca di cui fu
protagonista indiscussa a Loudun che per i suoi successivi
tentativi di “costruirsi” quale santa, suor Jeanne des Anges,
chiude emblematicamente questo breve excursus sulle
visitazioni angeliche. Creatura votata agli angeli, Jeanne reca
nel nome scelto all’atto della monacazione la cifra oscura di un
destino ambiguo, di una predestinazione destinata a rimanere
incompiuta perché inficiata fin dalle origini da un eccesso di
superbia: legarsi agli angeli per affermarsi come santa in terra.
Sarà proprio questo desiderio così forte e caparbio condannare
Jeanne alla disperazione e al paradossale risultato di confondere
gli spiriti maligni con quelli angelici, ovvero di farsi possedere
dai nomi sbagliati. Ma poiché è il regime del nome
che domina, Jeanne saprà superare l’esperienza demoniaca per
ritornare a Dio, ricollocando il proprio destino nell’area
luminosa di quella purezza angelica a cui era consegnata
attraverso l’investitura di un appellativo: la suora degli Angeli.
Guarita, Jeanne si vota dunque agli angeli e, con la stessa forza
con cui si era identificata nella parte dell’ossessa, si applica
alla via della santità, tanto da sfiorare il successo. Alle sue
spalle ha ormai lasciato l’unica guida terrena che ha saputo
leggere nel suo animo tormentato e che ha pagato di persona, con
una lunga sofferenza culturale e spirituale, la battaglia contro i
nomi di Jeane: quel padre Surin, esorcista e geniale conoscitore
delle anime tormentate, che in una lettera alla monaca di Loudun
aveva scritto: “…Vi prego di porre le basi dell’autentica vita
spirituale nella sincerità del cuore. Intendo dire che in voi
sottigliezze e astuzie sono così numerose, che è difficile
rintracciarvi uno spirito di verità….”. Ben altre sono le,guide di
cui ha bisogno per accedere alla santità custodi divini come San
Giuseppe (che, guarda caso, richiama il nome di padre Iean –Joseph
Surin) e un angelo così affascinante e terreno da rivelarsi subito
all’occhio attento del saggio esorcista come la proiezione
angelica di quel giovane Duce di Beaufort che più volte aveva
presenziato agli esorcismi pubblici di Loudun e che di certo aveva
colpito la fantasia di Jeanne. Ma vediamo come la monaca descrive
l’apparizione angelica in un passo delle sue memorie:
“[…] Era di una strana bellezza,
simile a un giovine di diciott’anni, con una lunga chioma bionda e
rilucente, che ricadeva sulla spalla sinistra […] Quest’angelo
indossava una veste candida come la neve e reggeva in mano un cero
bianco, molto lungo, molto grosso e molto fiammeggiante […]”.
Questa presenza angelica (e poco
conta, tutto sommato, quali materiali siano stati utilizzati dalla
monaca per dar corpo al suo desiderio) accompagnerà Jeanne des
Anges lungo la via della santità, rinnovandole periodicamente i
nomi sacri impressi, sulla mano sinistra e ponendosi quale garante
assoluto dei segni (ancora una volta dei nomi) che orientano dei
segni (ancora una volta dei nomi) che orientano senza più
confusioni e esitazioni la suora degli angeli verso Dio. Sotto la
guida del suo angelo “buono”, Jeanne non conoscerà più
smarrimento, per lo meno non sembrerà avvertire il drammatico
paradosso cui s’era consegnata in gioventù, fermando alla sua
volontà su quella semplice apparenza che è un nome. Invertito il
segno del suo cammino ma per nulla mutata nell’animo, , ella
continuerà ad esibirsi, anche se stavolta si tratta di una folla
riverente che ne vuol vedere le misteriose lettere impresse sulla
mano e non della folla che un tempi accorreva a contemplarne
intimorita le contorsioni di ossessa.
Non è certo il caso di assimilare
Jeanne alle autentiche sante, anche se la ferrea coerenza del suo
desiderio ci spingerebbe a suggerire straordinarie analogie (e,
d’altra parte, tanto incerto è il confine tra santità e perdizione
che solo agli uomini di dio è dato pronunciarsi); piuttosto,
occorre collocare la sua esperienza in una dimensione altra, tutta
racchiusa nel dominio assoluto dei segni e delle loro infinite
significanze.
Come dichiara Saussure: “…Tutto
accade al di fuori dello spirito, nella sfera dei mutamenti di
suoni…”.
A differenza di Giovanna d’Arco, di
Francesca Bussi, e delle altre sante per le quali gli angeli sono
tangibili manifestazioni del numinoso che aprono la via alla
conoscenza e alla Grazia, per Jeanne del Anges essi non sono altro
che “segni” che attendono invano di fermarsi in una forma, in un
suono, anche in un inafferrabile guizzo di luce. Confondendo
significato e significante, essenza e forma, Jeanne si condanna al
mondo disperante del desiderio, all’universo caotico e disviante
dei poteri del nome.
Con lei gli angeli si allontanano
definitivamente dall’umano, per fermare il loro battito d’ala nei
gessi dei rosoni delle chiese, nelle buie tele o nel freddo marmo
delle statue di un Barocco che tutto congela in vuota forma, in
nome.
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