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All'inizio del XIV secolo l'Ordine del Tempio cominciò a subire un lento e inesorabile declino. Si ebbero dei dissidi con gli Ospitalieri e un progetto di fusione tra i due ordini non riuscì. Sono del 1305 le denunce di un tale Esquien de Floryan, priore di Montfoucon nella regione di Tolosa, che accusava l'Ordine di eresia, blasfemia e comportamenti lascivi. In particolare si imputava ai Templari di adorare un idolo barbuto chiamato Baphomet, di disprezzare la croce tanto da sputarci sopra e calpestarla, di praticare la sodomia, etc. (v.r.) Tutte queste accuse sembravano capitare ad hoc per le mire politiche ed economiche di Filippo IV "Il Bello" re di Francia, il quale, sull'orlo della bancarotta
per i debiti accumulati, aveva messo gli
occhi sull'immenso patrimonio dell'Ordine cavalleresco per risanare
la propria situazione finanziaria. Facendo pressione prima su
Bonifacio VIII e poi sul francese Clemente V (tra l'altro con la
sede del papato trasferita ad Avignone) riuscì a scatenare
l'Inquisizione contro i Templari in particolare in Francia, nei
territori pontifici e nel Regno di Sicilia retto dagli Angioini
imparentati con il re di Francia; mentre nella penisola iberica e in
Scozia l'Ordine non subì alcuna persecuzione e conservò il proprio
patrimonio, anzi esso continuo a sopravvivere cambiando nome,
divenendo Ordine di Cristo in Portogallo e Ordine di Montesa in
Spagna. Il 13 ottobre 1307, in sol giorno, per ordine del Gran
Inquisitore di Francia, Guillaume Imbert, e del consigliere del re
Guillaume de Nogaret vennero arrestati tutti i Templari d'Oltralpe.
Seguirono processi e relative inquisizioni. Indubbiamente di maggiore portata fu il processo celebrato a Brindisi. Iniziato il 15 maggio del 1310, si concluse nel giugno dello stesso anno, presso la chiesa di S. Maria del Casale, sebbene è da sostenere che le inquisizioni si svolsero in qualche convento o edificio adiacente la cappella intitolata alla Madonna del Casale, dato che la struttura attuale della chiesa fu costruita, incorporando un'antica cappella preesistente, solo nel 1310 per volontà di Caterina di Valois principessa di Taranto. Il processo doveva essere presieduto dall'arcivescovo di Napoli Umberto che però non poté prendervi parte essendo impegnato nella consacrazione di Nicola, vescovo di Monopoli. (v.r.) Il suo posto fu preso da Bartolomeo, arcivescovo di Brindisi, che
inaugurò il processo il processo ai Templari alla presenza degli
inquisitori di Giacomo di Carapelle e Arnolfo Bataylle arcivescovo
di Natzamia. Dopo la formula di rito, gli inquisitori citarono i
cavalieri templari e il Gran Precettore di Puglia Oddone di Valdric
affinché si presentassero davanti alla commissione. Nonostante
l'affissione dei bandi di citazione nella cattedrale, nel castello e
nella domus templare di San Giorgio solo due fratres si
presentarono, molti Templari erano riusciti a fuggire o erano stati
arrestati, trovandosi reclusi nei sotterranei dei castelli del regno
(ad esempio nel castello di Barletta). I Templari furono dichiarati
contumaci. Il 4 giugno la commissione inquisitoria tornò nel
castello di Brindisi per interrogare gli unici cavalieri
presentatisi: Ugo di Samaya e Giovanni da Neritone (Nardò), accolti
non in qualità di accusati. Ma in quella di testimoni. Il primo ad
essere interpellato fu fra' Giovanni da Nardò, precettore della
domus di Castrovillari in Calabria, il quale raccontò di essere
stato ricevuto nell'Ordine l'anno successivo la caduta di S.
Giovanni d'Acri (quindi nel 1292) presso la domus di Barletta nella
sala del Pavilon in occasione della festività dei SS. Simeone e
Giuda (28 ottobre) alla presenza del Magnus Praeceptor di Apulia
Rainaldo di Varena. Il frate ricordando il suo ingresso nell'Ordine
, affermò di essere stato più volte "invitato" a rinnegare e
calpestare la croce; inoltre confermava che i Templari adoravano un
gatto: infatti, mentre erano nella sala del Pavilon all'apparire di
un gatto dal pelo grigio tutti i fratres si alzarono, si tolsero i
cappucci, adorandolo. Fra' Giovanni non avendo nulla in testa, fu
costretto a chinare il capo in segno di rispetto. Riferì anche del
bacio scandaloso sul ventre e di atti di sodomia. Il 5 giugno fu
chiamato a deporre Ugo di Samaya, precettore della domus di S.
Giorgio di Brindisi. Ugo raccontò di essere entrato nell'Ordine
durante la festa di S. Giovanni Battista di un anno che non
ricordava. La cerimonia di ingresso non aveva alcunché di immorale o
sacrilego, né mai aveva sentito parlare di pratiche contrarie alla
fede e alla religione. Successivamente, inviato a Cipro, nella
mansione di Limassol, conobbe il frate Goffredo di Villaperos che
gli chiese se al momento di entrare nell'Ordine aveva rinnegato la
croce. Ugo rispose negativamente e alcuni mesi dopo lo stesso
Goffredo assieme a 10 confratres di notte, dopo aver forzato la
porta, si recò nella stanza di Ugo, tracciò una croce sul pavimento
intimandogli di calpestarla. Frate Ugo, all'inizio cercò di opporsi,
ma davanti alla minaccia dei militi armati fu costretto all'orribile
atto di ripudio. Alla richiesta del motivo di tale gesto, frate
Goffredo rispose che da tempo era una consuetudine dell'Ordine.
Successivamente frate Ugo confessò l'episodio al frate minore
Martino di Rupella che, per penitenza, gli ordinò il digiuno per
dieci venerdì consecutivi e di fare elemosine. Al termine della
deposizione di Ugo di Samaya, gli atti dell'inquisizione brindisina
furono inviati al pontefice Clemente V per il Concilio di Vienne e
il processo contro i Templari in tal modo si concluse.
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