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La storia
dei Cavalieri del Tempio - dalla loro fondazione alla abolizione -
abbraccia quasi due secoli. Veduta dall'Europa occidentale, quella fu
l'età dalle lotte per le investiture alla delusione della dantesca
attesa di Arrigo VII, fortunato aspirante alla restauratio imperii. A
un'osservazione diversa essa è però anche l'età delle crociate, cioè
dell'espansione dell'Occidente nel Vicino Oriente e della sostituzione,
a Costantinopoli, dell'impero bizantino con quello latino. L'Ordine ebbe
parte eminente nelle vicende politico-militari di quei due secoli:
promozione delle crociate (dalla seconda all'ultima), organizzazione e
difesa degli Stati sorti Outremer per opera dei `franchi', da Antiochia
a Gerusalemme, da Cipro a San Giovanni d'Acri. Ma la vicenda dei
frati-guerrieri è altresì parte intrinseca dei complessi travagli
religiosi vissuti dalla Cristianità tra Due e Trecento: da San Bernardo
di Chiaravalle, che a sostegno del Tempio scrisse il De Laude novae
militiae, alla proliferazione di correnti `misteriche' all'interno (o al
coperto) del cristianesimo, dopo due secoli di confronto col
fiorentissímo esoterismo islamico. Aggiungiamo infine che la potenza
finanziaria dei Milites Christi segnò l'avvento di tecniche avanzate nel
trasferimento dei mezzi di pagamento (ch'è altra cosa, s'intende, dal
`capitalismo').
Fu però soprattutto la tragica fine toccata all'Ordine a richiamare
l'attenzione -sulla storia dei Templari: ora per denunziare il patto di
sangue tra Papato e potere politico, ora per deplorare la corruzione
serpeggiante all'interno di un'istituzione ----- quale il Tempio - che
s'ergeva a modello di fede militante, ora, infine, per cogliervi
l'ineluttabilità della sorte cui è destinato un corpo esoterico quando
s'inaridisca la sua ispirazione originaria.
La storia del Tempio non sta però tutta nel suo fosco epilogo, nel rogo
del Gran Maestro Jacques de Molay. Se è vero che il significato
complessivo di
un'istituzione secolare va cercato nel suo rapporto coi
tempi - nel nostro caso: la presenza Outremer, la spinta al superamento
del feudalesimo, l'intervento nelle trasformazioni religiose e politiche
in corso in Occidente -, la vicenda dell'Ordine non può venir ridotta a
capitolo o ,a paragrafo secondario di altre storie. Lo impediscono i
tratti più specifici del Tempio, sorto dopo la conquista cristiana di
Gerusalemme (a differenza, per esempio, di altri illustri Ordini, quali
gli Ospitalieri, il cui ceppo la precedette) e sanguinosamente abbattuto
quando la crociata si ridusse a sterile appello in un'Europa ripiegata
su se stessa, senza che però cessassero d'esistere molti altri Ordini
religioso-cavallereschi.
Nelle pagine seguenti, mentre tratteggiamo in sintesi la fondazione, i
caratteri, le imprese dei Cavalieri Templari, inquadrandoli nella loro
epoca, proponiamo alcuni elementi di riflessione sul 'mito' sorto dalle
fiamme che ne avvolsero l'improvviso tracollo e ripetutamente fiorito
nei secoli. Non ci arrestiamo, nondimeno, al limes rimasto invalicato da
tanti apologeti dell'Ordine che ne ignorarono o preferirono tacerne la
“storia sottile” per strapparlo (a qual pro', ormai?) alla condanna e ai
tormenti d'allora. Se, come spesso è accaduto, la postuma assoluzione
comportasse la dispersione del patrimonio esoterico, nei confronti dei
Templari essa risulterebbe anche più ingiusta del mostruoso processo cui
i Cavalieri furon sottoposti e dell'iniqua sentenza che lo concluse. A
sette secoli dalla condanna pronunziatane nel concilio di Vienne
(1311-1312), i Templari non han bisogno di una riabilitazione fondata
sul contrasto tra gli eroici meriti dell'Ordine, la risaputa nequizia di
Filippo il Bello e la mollezza di Clemente V, né di essere liberati
dalle accuse - -sodomia, indisciplina, idolatria... - lanciate contro i
Cavalieri, bensì attendono che il Tempio venga compreso nel corpo di una
storia che vada al di là delle imprese guerresche, dell'avvento e del
crollo dei regni d'Outremer, del conflitto tra potere politico e potere
religioso (nella cui morsa finirono i Milites Christi) e ne intenda i
legami con una Tradizione che, attraverso i secoli, congiunge l'esoterismo
precristiano alle correnti iniziatiche nei cui riti furono perennemente
rialzate le insegne del Tempio. $ certo corretto - come pure hanno fatto
insigni storici - bollare la persecuzione contro i Templari come infamia
giudiziaria, volta alla confisca dei loro beni, complice un pontefice
corrotto e succubo, corrivo all'impiego dello strumento canonico più
spiccio: l'accusa d'eresia. Ma fermarsi nei confini di quell'interpretazione
significherebbe continuare a espropriare i Templari della loro vera
identità - tutt'uno col loro 'mito' - dopo averli privati della vita e
demolito l'Ordine.
Il martirio del Gran Maestro e di tanti Cavalieri fu indubbiamente il
lavacro che emendò i Milites Christi dalle colpe dei singoli (non più
gravi rispetto a quelle dei guerrieri, del clero, dei mercanti del loro
tempo); sarebbe però riduttivo continuare a farne una stanca pagina del
conflitto tra protervia del potere politico-religioso e istituzioni
depositarie di un carisma metastorico, un mero tòpos della
prevaricazione dell'assolutismo al di sopra delle leggi (quale peraltro
risulta l'intera vicenda processuale contro i Templari). Occorre invece
intendere la specificità del “caso” del Tempio: giacché se una è la
tradizione, solo attraverso l'individuazione dei particolari caratteri
nei quali essa di volta in volta s'invera si può giungere a percepirne
la storicità e a sottrarla definitivamente al sospetto che la sua
evocazione, quale spiegazione razionale, non sia altro che un rifugio
nella sfera di un'incòndita fabulazione. La realtà del Templarismo -
quale categoria risulta tanto più corposa e rivelatrice di quanto giunga
a far intendere il determinismo storicistico: ed è su tale realtà -
quella del 'mito' che perciò concluderemo il nostro breve excursus
sull'Ordine dei Milites Christi.
Non si tratta, ben inteso, di annunziare la ricostruzione del Tempio a
ogni garrir di vessilli « neotemplari »: insegna liberamente usucapita
negli ultimi secoli. Nondimeno, se la memoria dell'Ordine viene evocata
con tanta insistenza, ne consegue che il 'mito', lungi dal rimanere
oziosa fola, assume forza di agente storico effettivo. Né basta, a
liberarsene, una scrollata di spalle che lo releghi nei giocattoli della
`sovrastruttura'. Occorre, invece, indagare le radici e scoprire le
ragioni della sua circolazione carsica lungo i sette secoli da rogo di
Jacques de Molay afilla riorganizzazione, sulla metà di questo
Novecento, del Sovrano Militare Ordine di Malta, dei Cavalieri
Teutonici, dell'Ordine del Cristo, speculare all'ascesa dei Nouveaux
Croisés dell'Opus Dei, l'evocazione della cui sigla dissipa qualsiasi
ingenuo calcolo d'esorcizzare ,la corposa realtà del 'mito' tacciandolo
d'irrazionalità,o di antirazionalismo. Semmai è proprio su quel più
difficile banco che la ragione critica è chiamata a far le sue prove più
ardue e migliori.
La
fondazione dei Templari si colloca nell'intrico fra tre cardini del
Basso medioevo, ciascuno al centro di una vivace revisione
storiografica: le "crociate" (dall'iter hierosolymitanum o passagium
transMarinum alla conquista di Outremer); la crisi del dualismo
Papato/Impero, cui subentra lo scenario, tanto più complesso,
Chiesa/grandi monarchie (Francia, Inghilterra, Germania, Sicilia...) con
un 'Impero' dai lineamenti giuridico-territoriali sempre meno «
imperiali » quanto più definiti; e, infine, il mutamento dell'intero
assetto culturale (religioso e politico) espresso nella formazione delle
letterature romanze, manifestazione peculiare del rinnovamento
ecclesiale nell'ambito delle trasformazioni sociali connesse all'avvento
della realtà comunale, all'incontro tra la Chiesa di Roma e quella di
Costantinopoli (e fra entrambe e l'islamismo), donde l'impetuosa
fioritura di misticismo dilagato sul terreno che vide altresì
diffondersi l'unica grande eresia dell'Occidente, il catarismo.
Rivediamo ora partitamente i diversi aspetti delle correlazioni tra
l'Ordine e le forze storiche entro il cui campo il Tempio si trovò a
operare. Anzitutto le crociate. Riteniamo ormai storiograficamente
improduttivo entrare nella secolare disputa sull'opportunità della
conquista armata dei Luoghi Santi e dei modi nei quali essa fu attuata,
alla luce degli effetti che ne sarebbero discesi: soprattutto la
divaricazione tra critianesimo e islamismo (che, del resto, non data
affatto dalle crociate, bensì, semmai, dall'esaurimento degli Stati di
Outremer). Al riguardo rimangono essenziali le belle pagine di Franco
Cardini (Le Crociate tra il mito e la storia, Istituto di Cultura Nova
Civitas, Roma, 1971), che stagliano la grande migrazione e la fusione di
stirpi, intuita da Foucher de Chartres (« Ora noi, che fummo
occidentali, siamo diventati orientali. Chi f u romano o francese, in
questa terra è diventato galileo o palestinese.,. »), molto di là
dell'impresa dei diecimila guerrieri di « Merdifredo » da Buglione (come
Goffredo fu bollato da Benzone d'Alba). Osserviamo, invece, che l'Ordine
del Tempio sorse dopo la conquista di Gerusalemme. I Templari nacquero
cioè nella fase più intensa dell'organizzazione di Outremer: quando alla
stagione delle armi subentrò quella della sistemazione del “regno”. Dal
sanguinoso ingresso dei conquistatori nella Moschea di Omar era ormai
corsa un'intera generazione. Si trattava di trasformare in realtà
politica stabile (se non perenne) la fortunata vittoria di un manipolo
di guerrieri, favorita dalle discordie degli avversari, divisi e
lanciati gli uni contro gli altri in un gioco di scambi, alleanze e
contromosse che gli occidentali avevano bene appreso nelle terre
d'origine e che a lungo ne assicurò la preminenza nel Vicino Oriente,
malgrado l'esiguità delle risorse a disposizione. A quel fine occorreva
un esercito stabile, capace di tradurre in Ordine l'eroismo individuale,
di elevare a « religione » la devozione dei singoli milites (come già
fece osservare Carlo Guido Mor, che negli ordini religioso-cavallereschi
riconobbe l'unica vera cavalleria). Già Paul Alphandéry nel classico La
cristianità e l'idea di crociata (1954) aveva registrato la
costernazione dei cronisti dinanzi al repentino ritorno dei liberatori
del Santo Sepolcro verso le terre d'origine dopo la designazione di
Goffredo, rimasto a Gerusalemme con non più di duecento cavalieri,
secondo Rodolfo Caen. Il vuoto non venne colmato dai contingenti di
pellegrini approdati in Palestina negli anni seguenti, e subito
ripartiti dopo il rito d'espiazione. A conferma del drastico mutamento
intervenuto nell'atteggiamento delle moltitudini, la figura di Pietro
l'Eremita - essenziale nella preparazione della crociata dei poveri e
nella vittoriosa spedizione del 1099 sembra dissolversi nel nulla.
Gerusalemme non riesce ad affermarsi quale fulcro della cristianità (ciò
che dà l'esatta misura della 'crociata'). Se il Vicario non accorre
nella terra del Cristo - né per restaurarvi la Cattedra di Pietro, ne,
più modestamente, in pellegrinaggio (un trasferimento vi sarebbe poi
stato: ma ad Avignone!) -, dal 1130 (Concilio di Clermont) la
riconquista cristiana della Spagna sarebbe stata posta sullo stesso
piano della militia nei Luoghi Santi. Gerusalemme - ha osservato
Alphandéry « Ormai non è niente più che un luogo ordinario di
espiazione. È una colonia religiosa, da sostenere mediante elemosine, è
una terra di penitenza »: periferia, però, non centro della Cristianità;
e periferia assediata dal ritorno in forze degl'islamici decisi a
riprendersi la loro seconda città santa (così com'essa era ormai seconda
anche rispetto a Roma). Posta in quei termini, la lotta per Gerusalemme
diveniva quistione di rapporto di forze militari: tranne per chi avesse
voluto erigere la « Nuova Sion » proprio sulle rovine del Tempio
originario e irrinunziabile. Quest'ultimo sembra essere stato il compito
dei Cavalieri Templari.
Se senza liturgia - ha fatto notare Léo Moulin - non v'è comunità, i
Templari s'assunsero il compito di elevare a valore etico 1'altrimenti
rozzo, prosaico, avvilente mestiere delle armi a tutela delle strade di
comunicazione d'Outremer. Fu perciò in funzione dei Templari che un
altissimo spirito religioso quale Bernardo di Chiaravalle sancì la
sacralità dell'uso delle armi, altrimenti condannato dall'Ecclesia
abhorrens a sanguine. Occorre però insistere sul fatto che non si
trattava più d'incitare alla liberazione dei Luoghi Santi: l'istituzione
degli Ordini segnò il passaggio dall'eccezionale (la predicazione di
Pietro l'Eremita) alla regola. Lì è la differenza di significato storico
tra la nascita degli Ospitalieri (1118 ), dei Cavalieri Teutonici e dei
Templari, rispetto alla fondazione dei regni cristiani d'Oriente. Se
questi ultimi traggono da un impulso preminentemente religioso,
all'origine dei Templari troviamo, .pur unita alla mozione della fede,
l'intuizione sorprendentemente moderna della centralità dei traffici per
la stabilità dello Stato. Per gli Occidentali Outremer era il litorale
del Libano e della Palestina punteggiato dai castelli eretti a guardia
degli approdi, le vele gonfie sulle rotte del Vicino Oriente, lo sbocco
delle linee carovaniere sul mare o nell'immediato entroterra. I
Templari, invece, compresero che solo il controllo in profondità avrebbe
dato respiro alla conquista, liberandola dalla precarietà originaria,
dalla condizione di una testa di ponte' per la vera grande migrazione
(mai avvenuta, in effetti).
Diversamente Outremer tosto o tardi sarebbe decaduta a sacca di
resistenza cristiana, esposta alle mareggiate dell'Islam rimontante,
terra in stato d'assedio permanente, fatalmente condannata a ricadere
nelle mani dei vinti. Si dovette dunque ai Templari il trasferimento nel
Vicino Oriente del modello civile in corso di maturazione in Occidente
nel XII secolo, quando città e borghi si dilatarono, al loro interno gli
edifici mutarono d'aspetto e dimensioni e fra i diversi centri
s'intensificò, sino a divenire ordinario, strutturale, il fitto scambio
commerciale su distanze sempre maggiori: e non più solo (o
prevalentemente) per impulso o verso le mete della pietas religiosa ma
soprattutto sulla spinta sorgente dall'interno stesso della produzione e
del commercio.
La controffensiva islamica non tardò a provare che i Templari avevano
veduto giusto. I regni cristiani si trovarono infatti alle prese con una
guerriglia endemica, che in pochi anni ne mise alle strette coesione e
resistenza. Incursioni di predoni, attacchi a carovane e a colonne di
pellegrini, attentati, alla spicciolata, all'interno delle città, nei
villaggi, nelle oasi, nei mercati raggiungevano l'effetto, esiziale per
Outremer, di scoraggiare l'afflusso di uomini che (ed eran certo rari)
non fossero sorretti da una forte motivazione religiosa, armata di tutto
punto. Gli europei finirono per considerare troppo rischioso un
pellegrinaggio che da missione di preghiera, da rito d'implorazione e di
espiazione rigeneratrice, in vista di un nuovo slancio di vita,
degenerava in martirio, spesso in schiavitù perpetua, ora per mano
d'islamici, ora per opera di 'cristiani' dediti alla redditizia attività
del brigantaggio, né più né meno di quanto era sempre avvenuto e
accadeva nell'Europa evangelizzata, con la differenza che nelle terre di
Outremer i delitti erano di « cani infedeli » anziché di semplici «
criminali ».
Noteremo, d'altronde, il duplice significato, simbolico, -della missione
templare di « liberare la via » (e, quindi, di « ritrovare la via »),
intrapresa da una militia che, a differenza della tradizione
anticavalleresca, non era affatto malitia, bensì irradiazione dal Tempio
attraverso le terre evangelizzate e sulla base della renovatio temporum
segnata dal ritorno a Gerusalemme. Il trasferimento della missione da
Roma a Gerusalemme, intuita dai fondatori dell'Ordine, non si tradusse,
però, in volontà del pontefice, in direttiva generale della Cristianità.
L'« operazione crociata » non andò dunque molto oltre il realistico
apprezzamento espresso da Bernardo di Clairvaux: « quale gioia per noi
perdere dei crudeli devastatori [i "cavalieri"], e quale gioia per
Gerusalemme acquistare dei difensori fedeli ».
Sin dalla fondazione, il Tempio racchiuse in sé la duplice natura di
organizzazione militare e religiosa - alla stregua di altri Ordini e,
sua particolare, di corpo iniziatico. Il secondo aspetto prese subito
realtà dalla sede deputata per i Milites Christi: la Moschea `Al Aqsa',
la Roccia sacra alle tre religioni monoteistiche, simbolo del patto fra
Dio e gli uomini. Quando ai <t nove prodi » (1118) (scolta dalla cifra
ovviamente simbolica) s'aggiunse - a completarne il quadro pitagorico -
Ugo di Champagne (1125), il collegamento tra i Cavalieri del Tempio e la
mistica cisterciense si avviò alla codificazione . Col Concilio di
Troyes (1128), che gli conferì solenne sanzione canonica, l'assetto
dell'Ordine risultò definito. Ai tre voti - castità, povertà, obbedienza
-, i Templari aggiungevano la lotta armata per la libertà dei Luoghi
Santi. « Pene soli inter homines - avrebbe poi scritto Giovanni di
Salisbury - i Templari « legitima gerunt bella », Per salvaguardarne la
missione, essi eran posti alla diretta dipendenza dal pontefice, al
riparo dagl'ingordi giochi di potere già in atto in Outremer. La
legittimità della loro guerra fondava sulla contrapposizione tra la fede
di cui erano difensori - pura e affermata dalle supreme autorità
spirituali del tempo, a cominciare da Bernardo di Clairvaux - e quella
dei loro avversari: null'altro che errore, deviazione, corruzione e
quindi a buon diritto conculcata con le armi.
I Templari accelerarono la codificazione della cavalleria secondo
l'immagine in corso di definizione attraverso l'opera degli Ordini:
ciascun miles - ordinariamente di estrazione nobiliare - era il fulcro
di una collaudata macchina bellica comprendente uomini d'arme di rango
inferiore (portalancia, armati alla leggera...) stallieri, inservienti.
Arsi dal sole, laceri per il continuo esercizio delle armi, ispidi e
sporchi come il conte di Fiandra che a Buglione aveva detto: « Ho le
costole e i fianchi spezzati, il cuoio si è rotto in venti punti, sono
più di due anni che la mia carne non è stata lavata », i Templari
divennero in breve il simbolo per antonomasia della guerra contro
l'Islam. Affratellati in una lotta senza quartiere - è uno dei
significati del sigillo dell'Ordine, nel quale i Milites figurano
appaiati in groppa a uno stesso cavallo -, i Templari avevano per
insegna il Beaussant (Baucent, Beaux-Bang, Vaucent,.. secondo le diverse
trascrizioni di un suono che comunque inneggiava alla bellezza della
vittoria), metà nero, metà bianco: emblema della loro duplice vocazione
(far vivere la fede e dar morte all'errore, come per i Cavalieri
Teutonici), ma anche del conflitto tra Bene e Male, secondo un'altra
interpretazione. In battaglia i Templari entravano ripetendo il motto
dell'Ordine - non nobis, Domine, non nobis, sed nonnini tuo da gloriam
-, dopo la recita del salino Ecce quam bonum.
La croce rossa patente sulla spalla sinistra dell'ampio mantello bianco
ricordava il sacrificio di Cristo e la sorte che li attendeva; ma, a un
tempo, traduceva in simbolo solare, trionfale, il segno del martirio.
Essa era, insomma, presagio di sangue e promessa di gloria, quale appare
anche in Dante (Paradiso, X1V-103 e ss.). Per i Templari, infatti le
battaglie riservavano due sole prospettive: la vittoria o la morte. Usi
a menar strage dei nemici - non ,per speciale efferatezza ma per
compensare con l'esercizio del terrore l'irrimediabile inferiorità
numerica - i Templari sapevano che solo la vittoria o la morte sul campo
li poteva sottrarre alle atroci torture cui venivano sottoposti quando
cadevano vivi nelle mani degl'islamici. Di li una, delle principali
ragioni dello straordinario eroismo di cui dettero ripetute prove.
L'affermazione dei Templari quale fulcro della presenza cristiana
Outremer datò dalla seconda crociata, ispirata dal loro mèntore,
Bernardo di Clairvaux, ma rimasta priva di efficaci risultati: a
conferma che non erano più le grandi spedizioni dall'Europa a garantire
la libertà dei Luoghi Santi, affidata invece, all'impegno quotidiano dei
frati-guerrieri colà stanziati. Per contrastare la riscossa islamica, il
Tempio - come -gli Ospitalieri, sorti nel 1119 sul ceppo di un
insediamento amalfitano precedente la conquista - allestì una poderosa
catena di castelli, in posizione strategica. Le fortificazioni
riproducevano, nel linguaggio dell'architettura militare, la struttura
delle chiese templari. Queste ultime - tutte rigorosamente ispirate alla
Cupola - traducevano a loro volta in muratura la croce patente, emblema
dell'Ordine. Esse, infatti, irradiavano quattro bracci dall'altare del
Sacrificio: modulo in parte desunto dalla scuola cisterciense e in varia
misura adattato alle culture architettoniche locali, pur nella costanza
delle cifre simboliche rituali: l'orientazione dell'edificio (cioè la
sua disposizione, secondo costanti astronomiche), la disseminazione di
richiami - scultorei e iconografici -alla luce solare e alla sua lotta
contro -le tenebre, la croce patente, distintiva dell'Ordine (non meno
di quelle adottate da Ospitalieri e Teutonici). Alla stessa stregua le
fortezze templari erano quadrate, con quattro poderosi torrioni a
guardia degli spigoli. In decenni di prodigioso fervore edilizio, si
realizzò una vera e propria « crociata di pietra » le cui vestigia -
dense di significati allegorici, grevi di richiami simbolici e di cifre
iniziatiche - rimasero nei secoli depositarie dei "segreti" dell'Ordine.
A Ponferrada, lungo il « camino di Santiago, ne rimane un documento
eloquente » .
Il manifesto crescente divario tra il complesso intreccio di culture
esoteriche raccolto sotto il segno del Tempio e la provata « ingenuità »
di molti Grandi Maestri succedutísi alla guida dell'Ordine ha rafforzato
l'ipotesi di una doppia gerarchia. Nel Tempio sarebbe cioè esistita una
struttura amministrativa e militare impegnata sul terreno
dell'operatività "profana", mentre una segreta e selezionatissima rete
di fratiguerrieri avrebbe coltivato la Tradizione templare, tutta
esoterica, rivelata solo a pochissimi eletti e forse neppure ai Grandi
Maestri, o comunque non a tutti i massimi dignitari.
Tale ipotesi è avvalorata proprio dalla condotta dell'ultimo Gran
Maestro, Jacques de Molay: dapprima corrivo ia proclamare la propria
ignoranza e ad ammettere gli addebiti mossi all'Ordine, ma infine
tetragono nella sua difesa sino al sacrificio della vita, con ogni
probabilità dopo aver ricevuto una « rivelazione » e tale mandato da
parte di chi, .al coperto d'un ruolo segreto, era idoneo a impartire
ordini ai quali nessun iniziato poteva sottrarsi pena la morte e, ciò
ch'è peggio, la perdizione dell'anima e la damnatio memoriae.
La costituzione dell'Ordine prevedeva del resto diversi gradi d'accesso
alla Regola. A quel modo il Tempio si preparava a fronteggiare
l'eventuale non impossibile sconfitta sul terreno militare: solo se
fosse sopravvissuta una seconda inafferrabile organizzazione latomica,
la sconfitta non si sarebbe tradotta nella demolizione delle ragioni
costitutive dell'Ordine, la cui vitalità prescindeva dunque dal possesso
fisico dei Luoghi Santi, trasferiti e riedificati all'interno delle
coscienze, « luoghi dell'anima », insomma, non della geografia: verità
ovvia e che tuttavia non poteva essere propalata senza rischiare di
suscitare scandalo nell'animo dei semplici, dei guerrieri votati a
cadere in battaglia per la difesa del patrimonio, tutto estrinseco, di
Outremer, che i Templari dovevan esser pronti ad abbandonare, a
considerare del tutto indifferente al proprio futuro.
Se senza liturgia - ha fatto notare Léo Moulin - non v'è comunità, i
Templari s'assunsero il compito di elevare a valore etico 1'altrimenti
rozzo, prosaico, avvilente mestiere delle armi a tutela delle strade di
comunicazione d'Outremer. Fu perciò in funzione dei Templari che un
altissimo spirito religioso quale Bernardo di Chiaravalle sancì la
sacralità dell'uso delle armi, altrimenti condannato dall'Ecclesia
abhorrens a sanguine. Occorre però insistere sul fatto che non si
trattava più d'incitare alla liberazione dei Luoghi Santi: l'istituzione
degli Ordini segnò il passaggio dall'eccezionale (la predicazione di
Pietro l'Eremita) alla regola. Lì è la differenza di significato storico
tra la nascita degli Ospitalieri (1118 ), dei Cavalieri Teutonici e dei
Templari, rispetto alla fondazione dei regni cristiani d'Oriente. Se
questi ultimi traggono da un impulso preminentemente religioso,
all'origine dei Templari troviamo, .pur unita alla mozione della fede,
l'intuizione sorprendentemente moderna della centralità dei traffici per
la stabilità dello Stato. Per gli Occidentali Outremer era il litorale
del Libano e della Palestina punteggiato dai castelli eretti a guardia
degli approdi, le vele gonfie sulle rotte del Vicino Oriente, lo sbocco
delle linee carovaniere sul mare o nell'immediato entroterra. I
Templari, invece, compresero che solo il controllo in profondità avrebbe
dato respiro alla conquista, liberandola dalla precarietà originaria,
dalla condizione di una testa di ponte' per la vera grande migrazione
(mai avvenuta, in effetti).
Diversamente Outremer tosto o tardi sarebbe decaduta a sacca di
resistenza cristiana, esposta alle mareggiate dell'Islam rimontante,
terra in stato d'assedio permanente, fatalmente condannata a ricadere
nelle mani dei vinti. Si dovette dunque ai Templari il trasferimento nel
Vicino Oriente del modello civile in corso di maturazione in Occidente
nel XII secolo, quando città e borghi si dilatarono, al loro interno gli
edifici mutarono d'aspetto e dimensioni e fra i diversi centri
s'intensificò, sino a divenire ordinario, strutturale, il fitto scambio
commerciale su distanze sempre maggiori: e non più solo (o
prevalentemente) per impulso o verso le mete della pietas religiosa ma
soprattutto sulla spinta sorgente dall'interno stesso della produzione e
del commercio.
La controffensiva islamica non tardò a provare che i Templari avevano
veduto giusto. I regni cristiani si trovarono infatti alle prese con una
guerriglia endemica, che in pochi anni ne mise alle strette coesione e
resistenza. Incursioni di predoni, attacchi a carovane e a colonne di
pellegrini, attentati, alla spicciolata, all'interno delle città, nei
villaggi, nelle oasi, nei mercati raggiungevano l'effetto, esiziale per
Outremer, di scoraggiare l'afflusso di uomini che (ed eran certo rari)
non fossero sorretti da una forte motivazione religiosa, armata di tutto
punto. Gli europei finirono per considerare troppo rischioso un
pellegrinaggio che da missione di preghiera, da rito d'implorazione e di
espiazione rigeneratrice, in vista di un nuovo slancio di vita,
degenerava in martirio, spesso in schiavitù perpetua, ora per mano
d'islamici, ora per opera di 'cristiani' dediti alla redditizia attività
del brigantaggio, né più né meno di quanto era sempre avvenuto e
accadeva nell'Europa evangelizzata, con la differenza che nelle terre di
Outremer i delitti erano di « cani infedeli » anziché di semplici «
criminali ».
Noteremo, d'altronde, il duplice significato, simbolico, -della missione
templare di « liberare la via » (e, quindi, di « ritrovare la via »),
intrapresa da una militia che, a differenza della tradizione
anticavalleresca, non era affatto malitia, bensì irradiazione dal Tempio
attraverso le terre evangelizzate e sulla base della renovatio temporum
segnata dal ritorno a Gerusalemme. Il trasferimento della missione da
Roma a Gerusalemme, intuita dai fondatori dell'Ordine, non si tradusse,
però, in volontà del pontefice, in direttiva generale della Cristianità.
L'« operazione crociata » non andò dunque molto oltre il realistico
apprezzamento espresso da Bernardo di Clairvaux: « quale gioia per noi
perdere dei crudeli devastatori [i "cavalieri"], e quale gioia per
Gerusalemme acquistare dei difensori fedeli ». |