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Qual é la
vera storia del telo che per molti rappresenta la sacra effigie di Gesù
appena morto in croce? E' davvero lui l'uomo della Sindone? Che ruolo
ebbero i Templari?
Due tenui impronte di un corpo umano, una di fronte, l'altra di schiena,
martoriate da un supplizio che ne ha causato la morte. Una morte
racchiusa in un'espressione di serenità che contrasta con le sevizie che
l'uomo della Sindone ha dovuto subire. Le prime immagini fotografiche
del volto furono ottenute nel maggio 1838 da Secondo Pia, il quale
durante lo sviluppo dei negativi scoprì che il telo si comportava come
un negativo fotografico. Le immagini, infatti, mostravano un volto
tridimensionale e chiaro come fossero delle stampe in positivo. La
Sindone stava per presentare i suoi misteri al mondo contemporaneo,
privo però di gran parte della memoria storica inerente il telo.
Acheiropoietos
Una storia che oggi - in base alle più
importanti valutazioni tecniche - sembra retrodatare la sacra reliquia
proprio all'epoca di Gesù. Già nel 1973 la ricerca di
Max Frei, esperto
in indagini criminali attraverso la rilevazione di microtracce, aveva
confermato la presenza di pollini presenti solo in un'area ai confini
tra Turchia, Siria e Mesopotamia. Delle 58 specie identificate da Frei
solo 17 crescono in Europa. Più recentemente, il 6 Marzo 2000 lo "Shroud
Millennium Commitee", commissione ufficiale del Vaticano sulla Sindone,
dichiarava che recenti ricerche sulle tracce botaniche dei micropollini
presenti tra le fibre della sindone confermano la sua presenza storica
nell'area di Israele e il Giordano. Nello stesso periodo, il 18 Marzo,
Metchild Flury Lemberg, un'autorità mondiale nella storia dei tessuti,
coinvolta direttamente nella restaurazione della reliquia, confermava
che vi erano forti similarità tra il lino della Sindone e frammenti di
tessuti prodotti in Medio-Oriente circa 2000 anni fa. Comparando la
tessitura della Sindone con quella di un lino ritrovato a Masada e
databile tra il 40 a.C. e il 73 d.C. la ricercatrice dimostrò la
pertinenza della filatura della Sindone con le lavorazioni tessili
dell'epoca di Gesù. Il 3 Agosto successivo il prof. Avinoam Danin della
Hebrew University e l'analista Uri Baruch rincaravano la dose
dichiarando: "Abbiamo identificato i pollini della Sindone con specie
che crescono nei dintorni di Gerusalemme tra Marzo e Aprile. L'origine
europea della Sindone non è corretta". Questi dati confermano che la
reliquia era stata conservata in un oscuro passato nella zona
medio-orientale dove sorgeva la città di Edessa e dove, in base ai
resoconti storici, tra il II e il X secolo dopo Cristo era stato
venerato un telo con il volto del Golgothà, chiamato "Acheiropoietos"
cioè "non dipinto da mano d'uomo". È possibile quindi ricostruire il
cammino della Sindone da Gerusalemme e la zona del Mar Morto, attraverso
la valle del Giordano, fino ad Edessa (l'attuale Urfa), e
successivamente a Costantinopoli, dove il telo chiamato Mandylion o
Tetradyplon (perché piegato quattro volte su se stesso come un
fazzoletto che rendeva visibile solo il volto dell'immagine), era stato
consegnato all'imperatore Costantino Porfirogenito, per poi finire in
Europa.
Le
testimonianze dei Vangeli
La cronaca storica della Sindone si
intreccia strettamente con la presenza dei Templari in Terra Santa.
L'Ordine Templare rappresenta la parte culminante delle vicende della
Sindone antecedenti ai fatti storicamente certi. Prima di arrivare a
parlarne è utile rivedere i dati inerenti la sua presenza in Terra Santa
sino all'arrivo dei cavalieri crociati. Questi dati non solo dimostrano
l'antichità della Sindone ma smentiscono le assurde datazioni al C-14
del 1988 (vedi box). Se la Sindone è il velo che avvolse il corpo di
Gesù, è plausibile che nei primi anni successivi alla crocifissione
venisse occultata dai primi cristiani, in quanto reliquia santa ma
potenziale fonte di persecuzione religiosa. Si era in pieno dominio
romano ed inoltre per i Giudei ogni cosa che fosse stata a contatto con
un cadavere era "Shatnez", impura. Pertanto le motivazioni che ne
avrebbero causato l'occultamento iniziale da parte degli apostoli sono
pertinenti e vanno tenute in giusto conto. Nei Vangeli si parla della
Sindone, dopo la crocifissione. In Marco 15.46 leggiamo "Egli (Giuseppe
d'Arimatea N.d.A.) comprato un lenzuolo, lo calo (Gesù) giù dalla croce
e avvoltolo nel lenzuolo lo depose in un sepolcro scavato nella roccia".
In Luca 24.12: "Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo
le bende". Ancora in Giovanni 20.4: "Correvano insieme tutti e due, ma
l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al
sepolcro. Chinatosi vide le bende per terra ma non entrò. Giunse anche
Simon Pietro ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il
sudario che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma
piegato in un luogo a parte". Le bende sarebbero la Sindone mentre il
Sudario dovrebbe essere il fazzoletto conservato ad Oviedo in Spagna dal
631 a.C., (ma le tracce risalgono già al I° secolo proprio ad Edessa con
la storia di Abgar V Ukama che chiede un fazzoletto con il viso del
Salvatore per guarire dalla malattia che lo affliggeva) che alle analisi
del sangue ha mostrato lo stesso gruppo della Sindone (AB, molto raro) e
pollini anch'essi della stessa regione intorno a Gerusalemme già
presenti sulla Sindone (cfr. Zoom News n°12). Della Sindone si parla
anche negli apocrifi. Nel Vangelo degli Ebrei, scritto nel II secolo vi
è un importante richiamo: "Ora il Signore dopo aver dato la Sindone al
servo del sacerdote, apparve a Giacomo". Quindi già nel II secolo si
parla di una Sindone a Gerusalemme che da lì avrebbe poi preso la strada
di Edessa, una città dove si parlava l'aramaico, la lingua degli
apostoli.
A
Edessa e Costantinopoli
Procopio di Cesarea, un autore del VI
secolo, accenna al ritrovamento di un telo con l'immagine del Salvatore
durante i lavori di ristrutturazione della Chiesa di Haghia Sofia
(Suprema Conoscenza) di Edessa, reliquia poi destinata ad una cappella
sulla destra dell'Abside. Inoltre, secondo un'antica tradizione, si
tramanda che durante l'assedio persiano alla città, nel 544, fu trovata
murata al di sopra di una porta della città una stoffa con "l'immagine
Acheropita del Cristo", cioè non fatta da mano d'uomo. In quel periodo
inizia a circolare un particolare ritratto del Cristo glorioso, chiamato
Pantocrator, i cui tratti sopravviveranno sino all'epoca moderna.
Un'effigie ispirata proprio dal viso della Sindone. Della presenza a
Edessa del lino sepolcrale di Gesù vi sono tracce anche negli atti del
II Concilio di Nicea del 787. Il telo acheropita viene chiamato in causa
quale argomento a favore del culto delle immagini sacre.
La fama del sacro lino divenne tale che nel 944 i bizantini, attaccato
il sultanato di Edessa se ne appropriarono portandolo in trionfo a
Costantinopoli, chiamandolo "Mandylion" una grecizzazione del termine
arabo "Mandil", lenzuolo. In un'orazione del X secolo di Gino Zaninotto,
conservata nell'archivio vaticano con il codice Vat. Gr. 511 si legge
che in un'orazione di "Gregorio, Arcidiacono della Grande Chiesa di
Costantinopoli (…) si afferma che tre patriarchi hanno sostenuto che è
di Cristo l'impronta (su panno) fatta venire da Edessa, dopo 919 anni
che vi era stata portata, per interessamento del pio imperatore (Romano
I Lecapeno) nell'anno 6452 (cioè il 944). Signore benedici". Zaninotto
continua dicendo: "L'oratore (cioè l'Arcidiacono Gregorio) afferma che
l'immagine non è stata prodotta con colori artificiali in quanto è solo
"splendore". Non vi è dubbio che si tratta della Sindone.
Lo stesso Costantino VII Porfirogenito, Imperatore di Bisanzio dal 912
al 959 e amante dell'arte pittorica scrive "Quanto alla causa per cui,
grazie ad una secrezione liquida senza materia colorante né arte
pittorica, l'aspetto del viso si è formato sul tessuto di lino e in che
modo ciò che è venuto da materia così corruttibile non abbia subito
corruzione (…) bisogna lasciarli alla saggezza di Dio. Riguardo al punto
principale dell'argomento, tutti sono d'accordo e convengono che la
forma è stata impressa in maniera meravigliosa nel tessuto dal volto del
Signore". È palese che anche Costantino si riferisca alla figura
"miracolosa" della Sindone. Ancora nel 1080, Alessio I Conmeno chiede
appoggio all'Imperatore Enrico IV e a Roberto di Fiandra per difendere
le reliquie di Costantinopoli e in particolare "le tele rinvenute nel
sepolcro, dopo la resurrezione". Sono testimonianze che apertamente
contraddicono l'esame al C-14 del 1988, dato che anticipano di almeno
300 anni la datazione offerta degli scienziati, che invece copre un arco
di tempo tra il 1260 e il 1390. A conferma della presenza del telo
sindonico a Costantinopoli prima dell'arrivo dei Templari, vi è lo
scritto di Robert le Clary, cronista della IV crociata, che ne "La
Conquista di Costantinopoli" affermava che in questa città veniva
adorato un telo chiamato "Sydoine" su cui era visibile la figura del
Salvatore e che questo telo venisse esposto ogni venerdì nella Chiesa di
Santa Maria di Blacherne.
In mano ai
Templari
Dopo la conquista di Costantinopoli per
mano dei crociati, avvenuta nel 1204, se ne erano perse le tracce. Circa
150 anni dopo, la Sydoine o Sindone riapparirà a Lirey in Francia. Ma in
che modo? Nel 1307 l'ordine monastico-cavalleresco dei Templari venne
eliminato con l'arresto di tutti i suoi componenti, accusati di eresia
nel 1312. Uno dei capi d'accusa fu quello di adorare un viso
incorniciato da una barba e dai lunghi capelli, somigliante molto al
volto della Sindone e al Mandylion di Costantinopoli. Veniva chiamato "Baphometto".
Al di là di tutti i valori simbolici che questo nome possiede (presto un
articolo su questo argomento), l'autentico Baphometto non fu mai trovato
ma pare che avesse a che fare con il viso di Gesù, come ha recentemente
scritto anche Keith Laidler nel suo "Il Segreto dell'Ordine del Tempio"
(Sperling e Kupfer - 2001). Nel 1945, a Templecombe, sede templare
inglese, venne alla luce un'immagine ispirata chiaramente al viso
sindonico, dipinta su legno di quercia tra il XII e il XIV secolo. I
monaci-cavalieri dovettero valutare tutte le documentazioni storiche di
cui probabilmente entrarono in possesso in Terra Santa oltre ad i
secolari culti tradizionali di quei luoghi legati a questa reliquia, per
considerarla quale immagine di Gesù. È probabile che i Templari
conservassero questo telo piegato in parti uguali, come già avveniva ad
Edessa, affinché fosse visibile il solo viso, proprio in rispetto della
loro adorazione ad una sacra testa che, va chiarito, non era la Sindone.
Che furono i Templari a custodire la Sindone prima della sua apparizione
ufficiale in Europa nel 1353 è rilevabile proprio dal modo in cui questa
comparve a Lirey, in Francia. Pare che un crociato dell'armata
veneziana, Othon De la Roche avesse trafugato la reliquia a
Costantinopoli nel 1205, prelevandola dalla chiesa imperiale della
Vergine di Blacherne. Othon De la Roche era imparentato con
un'importante famiglia templare, gli Charny. Nel rogo che nel 1314
spense la vita dell'ultimo Grande Maestro Templare Jacques de Molay,
venne bruciato anche Goffredo de Charny, Gran Precettore di Normandia.
Il velo sindonico riappare esattamente per mano di un suo diretto
discendente il cui nome era proprio Goffredo de Charny, cavaliere
crociato e Signore delle terre di Lirey (diocesi di Troyes, importante
commenda templare). Goffredo fece costruire una chiesa a Lirey per
ospitare e mostrare il telo sindonico, come provato da una lettera
datata 1389 e firmata dal vescovo di Troyes, Pierre d'Arcis, in cui si
afferma che la Sindone era stata esposta in pubblico intorno al 1355.Probabilmente
gli Charny erano stati i custodi della Sindone dal momento del suo
arrivo in Francia. Nel 1745 circolava in Francia un documento chiamato
"Manoscritto Schifman" che sosteneva che Jacques de Molay aveva
confidato al figlio di Guglielmo di Beaujeaux (altro celebre Grande
Maestro) dov'era nascosto uno scrigno d'argento con alcuni beni di Re
Baldovino di Gerusalemme. Molay affermava di aver fatto portare lo
scrigno in Francia facendolo passare per la bara di Beaujeaux, morto
durante l'assedio di Acri. La descrizione sembra corrispondere al
contenitore d'argento che racchiudeva la Sindone a Chamberry e che fuse
in parte danneggiandola durante l'incendio della chiesa nel 1532. Nel
1418 si torna a parlare della Sindone nelle mani della stessa famiglia
grazie ad Humbert, conte de La Roche (non a caso un discendente di Othon
de La Roche che l'aveva trafugata a Costantinopoli, segno di un segreto
che si passava attraverso linea familiare) che aveva sposato Marguerite,
una nipote di Goffredo di Charny, divenendo signore di Lirey. Tra le
reliquie in suo possesso si cita "la sembianza o raffigurazione della
Sindone di Nostro Signore". Marguerite, divenuta vedova, nel 1443
dichiarò di disporre del velo sindonico conquistato in guerra dalla sua
famiglia e nel marzo 1453 lo donò a Ludovico di Savoia, che lo farà
collocare nella Cappella Santa del castello di Chambéry dove resterà
conservato fino al 1578. Sarà poi trasferito a Torino, prima come
proprietà dei Savoia e poi donato al Vaticano. Il resto è storia nota.
In base a questa ricostruzione la Sindone sarebbe quindi il telo
Acheiropoietos adorato dagli edesseni e il Mandylion di Costantinopoli,
poi finito nelle mani dei Templari. La sua presenza nei luoghi suggeriti
dall'esame dei pollini porta inevitabilmente alla figura del Cristo.
La
crocifissione di Gesù
L'analisi di quanto la Sindone presenta
sembra, in effetti, legarla sempre più a Gesù. Le ferite mortali
impresse sul lino sacro coincidono con una tortura da crocifissione di
tipo romano del I secolo d.C., poi abolita e certamente dimenticata nel
13°-14° secolo, epoca cui si riferirebbero le analisi al C-14. Inoltre
la vittima non poteva essere un cittadino romano, al quale non sarebbe
stato inflitto questo tipo di supplizio. Il numero di colpi di flagello,
oltre 120, è superiore al trattamento riservato ad un comune condannato
alla crocifissione. Il solo Gesù dovette subire tale tortura per ben
noti motivi. Stesso discorso per la corona di spine. I romani
infliggevano torture che spesso erano in accordo con il capo d'accusa
che gravava sul condannato. Considerando che i romani adattavano ogni
crocifissione al crimine commesso, è improbabile che a qualcun altro,
oltre che a Gesù, sia stata imposta la corona di spine, simbolo dello
scherno dei suoi esecutori per essere definito quale "Re dei Giudei".
Infine l'uomo della Sindone presenta una ferita da arma da taglio che ha
penetrato il suo costato in linea con quanto narrato nei resoconti
evangelici. Molto importante è il fatto che, contrariamente alla
convenzione romana di spezzare le ossa delle gambe per velocizzare il
processo di morte per crocifissione, a Gesù non viene spezzato alcun
osso, come si evince anche dal lino sacro. Il lenzuolo sindonico mostra
chiaramente la consegna immediata del cadavere. L'assenza di qualsiasi
segno di decomposizione conferma il contatto del corpo con il telo solo
per un breve periodo, proprio come sarebbe avvenuto per Gesù. La
presenza del sangue sul telo è prova che il cadavere non è stato lavato
prima di esservi avvolto, usanza giustificabile solo nel caso di una
sepoltura giudaica, antecedente al 70 d.C. e perfettamente coincidente
con quanto narrato dai Vangeli. Si era in vicinanza della Pasqua ebraica
e essendo oramai buio al venerdì sera quando Gesù venne calato dalla
croce si rimandò il lavaggio del corpo alla domenica successiva (il
sabato era proibito officiare culto). Un interessante studio statistico
del professor Bruno Barberis ha evidenziato che su 200 miliardi di
ipotetici individui crocifissi, solo uno avrebbe potuto possedere le
stesse caratteristiche comuni a Gesù e all'uomo della Sindone. Ma basta
questo a dire che la Sindone è realmente l'immagine del Cristo? Altri
indizi storici e scientifici possono aiutarci a rispondere.
Le monete e
le iscrizioni
Nel 1979 il ricercatore francese
Francis Filas scoprì sulla palpebra dell'occhio destro dell'uomo della
Sindone l'impronta di un Dilepton Lituus, una moneta del 29 d.C..
Successivamente, nel 1996, il professor Pier Luigi Baima Bollone e il
professor Nello Balossino dell'Università di Torino hanno individuato
sull'arcata sopraccigliare sinistra una seconda moneta, un Lepton
Simpulum, anch'essa coniata nel 29 d.C. Le due monete, analizzate al
computer, proverebbero che l'età della Sindone è di molto antecedente
rispetto alla datazione al Radiocarbonio, e perfettamente coincidente
con l'epoca della morte di Gesù. Porre delle monete sugli occhi del
morto era consuetudine ebraica, confermata da altri ritrovamenti di
crani di 2000 anni fa al cui interno erano state rinvenute monete,
cadute nelle cavità orbitali. Ulteriori tracce sembrano indicare un
legame ancora più stretto con la figura di Gesù. Nel 1997, André Marion
e Anne-Laure Courage hanno presentato degli studi sulla presenza di
alcune scritte intorno al volto dell'immagine sindonica. Seppure molto
sbiadite dal tempo, le tecniche informatiche hanno evidenziato il
termine: "NNAZAPEH" che gli studiosi completano in NNAZAPE(H)NO? cioè
"Nazareno". A mio avviso non esistono tracce di completamento sul lino e
la parola "NNAZAPEH" potrebbe essere "Nazareo" o "Nazireo", più in linea
con i fatti storici, dato che secondo autorevoli studi, Gesù apparteneva
al gruppo dei Nazirei, non essendo invece mai vissuto a Nazareth, città
probabilmente non ancora eretta al suo tempo. Il computer ha anche
rilevato la scritta "H?OY" che sarebbe parte di "IH?OY", cioè Jeshua in
aramaico, Gesù in italiano.
Muta
testimonianza
I misteri legati alla Sindone sono
lontani dall'essere risolti. Soprattutto il processo che ha dato vita
all'immagine sul lino è al centro di esperimenti e tentativi più o meno
riusciti di replicazione. A nostro avviso è opera di un processo di
"rilascio energetico" legato alla trasformazione della "luce". Ci
ritorneremo. Quanto ci premeva in questo contesto sottolineare era la
fallibilità delle analisi al C-14 operate nel 1988 e la sua storia più
antica. La Sindone non è né europea né medioevale. Soprattutto le
testimonianze storiche della sua esistenza riportano proprio all'epoca
di Gesù sino a legarla ai Templari che la trasferirono in Europa e ne
fecero probabilmente una importante parte del loro Tesoro, una variante
del "Baphometto" in quanto, a mio modo di vedere, la consideravano la
muta testimonianza della resurrezione del loro Maestro di Giustizia, Re
di tutti i Viventi, quel Gesù glorioso raffigurato in tutte le loro
cattedrali.
Box:
L'esame al Radiocarbonio
Il 21 aprile 1988 un gruppo
interdisciplinare di studio, coordinato dal British Museum prelevò dei
campioni dal telo sindonico, affidandoli alle analisi al radiocarbonio
di tre laboratori di ricerca a Oxford, Tucson e Zurigo. I risultati si
rivelarono deludenti. Secondo gli studiosi, la reliquia risaliva ad un
periodo compreso tra il 1260 e il 1390 d.C., quindi al medioevo e
pertanto non rappresentava l'immagine di Gesù. I responsi di biologia,
fisica, medicina e archeologia che avevano fornito in precedenza dei
tasselli in contrasto con la nuova datazione vennero del tutto
trascurati e alcuni ipotizzarono che l'effigie fosse quella di un
cavaliere templare, Guglielmo di Beaujeux, morto durante l'assedio di
Acri nel 1291. Oggi molti sono certi che il radiocarbonio abbia
"fallito" a datare la Sindone, sebbene il prof. Belluomini in una
recente trasmissione del ciclo Stargate, Linea di Confine abbia
nuovamente sottolineato la validità di quel verdetto. A nostro avviso i
campioni analizzati, hanno fornito un risultato troppo "recente" in
quanto gli incendi che il telo ha subito negli anni hanno realmente
alterato il valore degli isotopi di carbonio. Nessuno inoltre ha
sottolineato che i campioni, nel 1988, vennero prelevati a mani nude e
secondo alcuni facevano parte di un rammendo successivo ad uno degli
incendi citati. Tale fallacità è stata confermata in una conferenza
internazionale tenuta nell'Oratorio della Caravita, il 3 febbraio 1996
in cui il ricercatore Dimitri Kouznetsov, dell'Istituto di Ricerca sui
Biopolimeri di Mosca, dimostrava mediante test e strumenti che le date
del C-14 erano sbagliate, sottolineando che l'esame era stato alterato
da diversi fattori, quali la natura chimica del lino che forma la
Sindone, la presenza delle muffe e l'idrolisi subita dal tessuto dopo
l'incendio del 1532.

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