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Coppe cristiane e celtiche
Il termine Graal deriva dal latino Gradalis, con cui si
designa una scutella lata et aliquantulum prufunda (Helimand de
Froidmont): una tazza, un vaso, un calice, un catino. Questi umili
oggetti rivestono nella mitologia un nobile ruolo: sono infatti i
simboli del grembo fecondo della Grande Madre, la Terra, e, come
l'inesauribile Cornucopia dei Greci e dei Romani, portano vita e
abbondanza. La coppa della vita dei Celti è il "Calderone di Dagda",
portato nel mondo materiale dai Tuatha De Danaan rappresentanti
ultraterreni del "piccolo popolo". Molti eroi celtici (tra cui
Asterix, il famoso personaggio dei fumetti) hanno avuto a che fare
con magici calderoni; nel poema gaelico Preiddu Annwn Re Artù
andò a recuperarne uno addirittura negli Inferi. La tradizione cristiana
annovera almeno due sacri contenitori: il Calice dell'Eucarestia e -
sorprendentemente - la Vergine Maria. Nella Litania di Loreto
essa è descritta comeVas spirituale, vas honorabile, vas insigne
devotionis, ovvero "vaso spirituale, vaso dell'onore, vaso unico di
devozione": nel grembo (vaso) della Madonna, infatti, la divinità era
divenuta manifesta.
Forse, quando alla fine del XII secolo, Chretien de Troyes decise di
introdurre nella materia arturiana il motivo del "Vaso Sacro ", lo fece
perché era al corrente dei miti celtici del Calderone, e l'argomento gli
sembrò particolarmente in tema; o forse si trattò di una scelta casuale.
Forse esisteva già una tradizione orale sul Graal, e Chretien si limitò
a metterla per iscritto; forse (è l'ipotesi più probabile) elaborò in
termini cristiani le antiche leggende sui contenitori sacri, o forse il
Graal fu una sua geniale invenzione. Sta di fatto che - com è accaduto
per
ReArtù
- da otto secoli il Graal continua a stimolare l immaginazione di
generazioni di lettori: e questa, in un certo senso, è la prova
tangibile del suo magico potere.
Il Graal di Re
Artù
Il Graal arturiano fu descritto per la prima volta da Chretien intorno
al 1190 in Perceval le Gallois ou le Compte du Graal; nel volgere
di soli vent'anni (un tempo sorprendentemente breve rispetto a quelli,
lunghissimi, lungo cui si sono sviluppate le saghe arturiane), esso era
già perfettamente caratterizzato.
Così il poeta francese racconta la sua apparizione. La scena si svolge
nel castello del "Re Pescatore", un personaggio su cui ritorneremo; qui
il cavaliere Parsifal assiste a una processione che scorre accanto alla
tavola su cui verrà servita la cena. Per primo passa un ragazzo con una
lancia insanguinata, poi due giovani con un candelabro, e infine
Un graal entre ses deus mains
une damoisele tenoit
(...)
De fin or esmereè estoit
prescieuses pierres avoit
el graal de maintes manieres,
de plus riches et de plus chieres
qui en mer ne en terre soient.
("Una damigellateneva un graal tra le
sue mani (...) Era fatto di oro puro, e c'erano nel graal molte preziose
pietre, le più belle e le più costose che ci siano
per terra e per
mare"). La parola "Graal" è utilizzata con il significato generico di
coppa (ma c è da chiedersi come mai Chretien avesse fatto uso di quel
termine già allora arcaico); il calice fa parte di un gruppo di oggetti
egualmente dotati di poteri mistici, e non ha comunque alcuna
associazione con il sangue di Gesù.
Solo nel successivo Joseph d'Arimathie - Le Roman de l Estoire dou
Graal, un testo arturiano del cosiddetto "Ciclo della Vulgata" (dove
però Re Artù non compare) scritto da Robert de Boron intorno al 1202, il
Graal viene descritto come il calice dell Ultima Cena, in cui Giuseppe
d'Arimatea aveva raccolto il sangue di Gesù crocifisso. De Boron lo
chiama "Graal" una volta sola, in un inciso (in verità un po' slegato
dalla continuity del testo) da cui si evince che la coppa aveva
già una storia e un nome particolare prima di essere utilizzata da Gesù:
"Io non oso raccontare, né riferire, né potrei farlo (...) le cose
dette e fatte dai Grandi Saggi. Là sono scritte le ragioni segrete per
cui il Graal è stato designato con questo nome" .
Il Joseph di Arimathie fu continuato e integrato da un anonimo
autore del XIII secolo, che, in Le Grand Graal introdusse alcuni
nuovi elementi. Il Graal è associato (o "è" tout court) a un libro
scritto da Gesù Cristo alla cui lettura può accedere solo chi è in
grazia di Dio . Le verità di fede che esso contiene non potranno mai
essere pronunciate da lingua mortale senza che i quattro elementi ne
vengano sconvolti. Se ciò, infatti, dovesse accadere, i cieli
diluvierebbero, l'aria tremerebbe, la terra sprofonderebbe e l'acqua
cambierebbe colore . Il libro-coppa possiede dunque un temibile potere.
Il Grand Graal è collegato sia a tradizioni ebraiche (viene
trasferito in Inghilterra in un contenitore identico all' Arca
dell'Alleanza) sia islamiche: è infatti in relazione con una terra
chiamata "Sarraz", impossibile da situare storicamente o geograficamente
(non è in Egitto, ma "vi si vede da lontano il Grande Nilo"; il suo
Re combatte contro un Tolomeo, mentre la dinastia tolomaica si estinse
prima di Cristo), ma situata comunque in Medio Oriente. Da essa, infatti
- afferma l'autore - ebbero origine i Saraceni . Intorno al 1210, nel
poema Parzival, il tedesco Wolfram Von Eschenbach confer“ al
Graal ulteriori connotazioni. Non si tratta di una coppa, bens“ di "
una pietra del genere più puro (...) chiamata lapis exillis. (Se
un uomo continuasse a guardare) la pietra per duecento anni, (il suo
aspetto) non cambierebbe: forse solo i suoi capelli diventerebbero
grigi" . Il termine lapis exillis è stato interpretato come
"Lapis ex coelis", ovvero "Pietra caduta dal cielo": e, difatti,
Wolfram scrive che la pietra era uno smeraldo caduto dalla fronte di
Lucifero e portato a terra dagli angeli rimasti neutrali durante la
ribellione. La tradizione esoterica delle pietre sacre, tramiti fisici
tra l'uomo e Dio, è tipicamente orientale: la pietra nera conservata
nella Ka' ba è l'oggetto più sacro della religione islamica; i seguaci
della Qabbalah ebraica utilizzano il termine "Pietra dell'esilio" per
designare lo Shekinah, ovvero la manifestazione di Dio nel mondo
materiale; ancora più a Oriente, l'Urna incastonata nella fronte
di Shiva della tradizione induista, simboleggia il "Terzo Occhio",
organo metafisico che permette la visione interiore.
La ricerca del Graal
Perché il calice fu portato proprio in
Inghilterra? Dal punto di vista letterario la risposta è ovvia: là erano
nati i miti di
Artù,
e là, necessariamente, doveva svilupparsi la storia del Graal, a essi
collegata. Ma i sostenitori della sua esistenza materiale avanzano altre
ipotesi, in verità piuttosto ardite. Durante la sua permanenza in
Cornovaglia, Gesù aveva ricevuto in dono una coppa rituale da un Druido
convertito al cristianesimo, e quell'oggetto gli era particolarmente
caro. Dopo la crocefissione, Giuseppe d'Arimatea aveva voluto riportarla
al donatore ulteriormente santificata dal sangue di Cristo; il Druido in
questione era Merlino, trait d'union tra la religione celtica e
quella Cristiana. Sia come sia, le peripezie subite dal Graal dopo il
suo arrivo in Inghilterra variano in modo considerevole a seconda delle
varie fonti. Estrapolando dalla Materia di Bretagna gli episodi
più ricorrenti, è possibile tracciare schematicamente il seguito della
storia. Giunto a destinazione, Giuseppe affida la coppa a un guardiano
soprannominato "Ricco Pescatore" o "Re Pescatore" perché, come Gesù, ha
sfamato un gran numero di persone moltiplicando un solo pesce. A seconda
delle versioni, il Re Pescatore è Hebron o Bron, cognato di Giuseppe d'Arimatea
e nonno (o zio, o cugino) di Parsifal. Nel Parzival di Wolfram
Von Eschenbach, è un Re chiamato Anfortas, la cui figlia sposa l'eroico
saraceno Feirefiz e genera Prete Gianni. Secoli dopo, nessuno sa più
dove si trovi il "Re Pescatore": il Graal è, di fatto, perduto. Sulla
Britannia si abbatte una maledizione chiamata dai Celti Wasteland ("La
terra desolata"), uno stato di carestia e devastazione sia fisica che
spirituale. Il Wasteland è stato scatenato dal "Colpo Doloroso",
ovvero da un colpo vibrato da Balin il Selvaggio con la Lancia di
Longino (in altre versioni, da Re Varlans con la Spada di Davide) nei
genitali del "Re magagnato". Il Maimed King si chiama Perlan,
Pellehan, Pelles, Lambor, oppure è identificato con lo stesso "Re
Pescatore". Per annullare il Wasteland - spiega Merlino ad
Artù
- è necessario ritrovare il Graal, simbolo della purezza perduta. Un
Cavaliere (Parsifal "il Puro Folle", o Galaad "il Cavaliere vergine")
occupa allora lo "Scranno periglioso", una sedia tenuta vuota alla
Tavola Rotonda, su cui può sedersi (pena l'annientamento) solo "il
Cavaliere più virtuoso del mondo", colui che è stato predestinato a
trovare il Graal. Ispirato da sogni e presagi, e superando una serie di
prove "perigliose" (il "Cimitero periglioso", il "Ponte periglioso", la
"Foresta perigliosa", il "Guado periglioso", eccetera), Parsifal
rintraccia Corbenic, il Castello del Graal e giunge al cospetto della
Sacra Coppa. Non osa però porre le domande "Che cos è il Graal? Di
chi esso è servitore?", contravvenendo così al suggerimento
evangelico "Bussate e vi sarà aperto". Il Graal scompare di nuovo. Dopo
che il Cavaliere ha trascorso alcuni anni in meditazione, la ricerca
riprende. Finalmente Parsifal (o Galaad) pone il quesito, a cui viene
risposto. "È il piatto nel quale Gesù Cristo mangiò l'agnello con i
suoi discepoli il giorno di Pasqua. (...) E perchè questo piatto fu
grato a tutti lo si chiama Santo Graal" (la frase, che comprende
l'insolita etimologia grato-Graal - è tratta da La Queste del Saint
Graal, romanzo di autore anonimo del "Ciclo della Vulgata" del
1220). Il Re Magagnato si riprende, il Wasteland finisce; Re Artù
muore a Camlann e Merlino sparisce nella sua tomba di cristallo (o
d'aria ). Il Graal viene riportato a Sarraz (o nel Regno di prete
Gianni) da Parsifal e Galaad.
Fuori dal canone
Abbiamo escluso dal nostro immaginario
canone le molte opere sul Graal posteriori al 1220, tra cui The
Idylls of the King di Tennyson (1885), nel quale si racconta che
Giuseppe d'Arimatea nascose il Graal nel Chalice Well di
Glastonbury. Di un poco noto Graal non canonico italiano, del tutto
indipendente dalla "Materia di Bretagna" si parla nella tradizione
lucchese del "Volto Santo". Nel VIII secolo un vescovo di nome Gualfredo
si recò a Gerusalemme per visitare i luoghi sacri; là il pellegrino
compì varie penitenze, digiuni ed elemosine. Fu allora che, per
compensarlo della sua devozione, gli comparve un angelo, il quale lo
invitò a cercare con diligente devozione nella casa presso la sua: là
avrebbe scoperto "il volto del redentore", cui tributare degna
venerazione. Così, nella dimora di un certo Seleuco, Gualfredo ritrovò
il "Volto Santo", un antico crocifisso scolpito in cedro del Libano
dall'apostolo Nicodemo, lo stesso che aveva aiutato Giuseppe d'Arimatea
a togliere dalla croce il corpo di Gesù. In una cavità dietro la croce
si trovava un'ampolla con il sangue di Cristo. Croce e ampolla vennero
caricate su una nave di grandezza straordinaria, che, guidata dagli
angeli e senz'altro equipaggio, attraversò il Mediterraneo in tempesta e
approdò sulle coste della Lunigiana. Le reliquie furono disputate da
Lucchesi e Lunesi, e si stabilì che il Volto Santo sarebbe stato portato
a Lucca (dove è tuttora visibile nella cattedrale di San Martino), e
l'ampolla sarebbe rimasta a Luni, dove se ne sono perse le tracce.
Il destino del
Graal
Intorno al 540, dunque, stando alla "Materia di Bretagna" il Graal fu
riportato in Medio Oriente. Per secoli non se ne sentì più parlare,
finché, verso la fine del XII secolo, esso balzò (o tornò)
improvvisamente alla ribalta. Come mai? Cos'aveva ridestato l'interesse
nei confronti di un mito apparentemente dimenticato? La maggior parte
degli studiosi concordano nel ritenere le Crociate l'avvenimento
scatenante. A partire dal 1095, molti Cavalieri cristiani si erano
recati in Terra Santa, ed erano entrati per forza di cose in contatto
con le tradizioni mistiche ed esoteriche del luogo: sicuramente qualcuna
di esse parlava del Graal, un sacro oggetto dagli straordinari poteri.
Grazie ai Crociati, la leggenda raggiunse l'Europa e vi si diffuse. C'è
anche chi ritiene che il Graal sia stato rintracciato dai Crociati e
riportato nel Vecchio Continente. In tal caso vi si troverebbe ancora,
ma dove? Quelli che seguono sono i nascondigli più probabili .
- Il Graal si trova nel castello di
Gisors.
-
I Cavalieri Templari avevano stretto
rapporti con la Setta degli Assassini, un gruppo iniziatico ismailita
che adorava una misteriosa divinità chiamata Bafometto . Per
alcuni il Bafometto altro non era che il Graal; prima di
essere sgominati, gli Assassini lo avevano affidato ai Templari, che
lo avevano portato in Francia verso la metà del XII secolo; e del
resto Wolfram aveva battezzato Templeisen i cavalieri che
custodivano il Graal nel castello di Re Anfortas. Se le cose fossero
davvero andate così, ora il Graal si troverebbe tra i leggendari
tesori dei templari (mai rinvenuti) in qualche sotterraneo del
castello di GISORS.
-
- Il Graal si trova a Castel del
Monte.
-
I Cavalieri Teutonici - fondati nel
1190 - erano in contatto sia con i mistici Sufi - una setta islamica
che adorava il Dio delle tre religioni, Ebraica, Islamica e Cristiana
- sia con l' illuminato Imperatore Federico II Hohenstaufen, a sua
volta seguace di quella dottrina. Tramite i Cavalieri Teutonici, i
Sufi avrebbero affidato il Graal all'Imperatore, affinché lo
preservasse dalle distruzioni scatenate dalle Crociate. In tal caso,
il Graal si troverebbe a Castel del Monte, un palazzo a forma di coppa
ottagonale edificato apposta per custodirlo. Wolfram sembra fornire un
appoggio anche a questa tesi: nel suo Parzifal aveva infatti
evidenziato il legame tra le religioni cristiana, ebraica e islamica.
-
- Il Graal si trova a
Takht-I-Sulaiman.
-
Nella voce
Artù
è descritta l'ipotesi secondo la quale il Sovrano inglese era un
rappresentante dello Zoroastrismo. Ebbene, il Castello del Graal
descritto - al solito - da Wolfram Von Eschenbach, è sorprendentemente
simile a Takht-I-Sulaiman, il principale centro del culto di Zoroastro.
Qui, prima di venire dispersi e allontanati, i seguaci di Zarathustra
adoravano il simbolico "Fuoco Reale", fonte della conoscenza.
Takht-I-Sulaiman potrebbe essere dunque la mitica Sarraz, da cui il
Graal (il Fuoco Reale ?) giunse, a cui ritornò, e dove forse si trova
ancora.
-
- Il Graal si trova nel Castello di
Montsegur
-
Dopo che il culto di Zoroastro era
stato disperso, alcune delle sue dottrine furono ereditate dai
Manichei, e, di seguito, dai Catari o Albigesi; questi ultimi erano
giunti in Europa dal Medio Oriente, passando per la Turchia e i
Balcani, e si erano stabiliti in Francia nel XII secolo. Nel 1244,
dopo una lunga persecuzione da parte del Papato e dei francesi, furono
sterminati nella loro fortezza di Montsegur; se avessero portato con
sé il Graal durante le loro peregrinazioni, ora esso potrebbe trovarsi
insieme al resto del loro tesoro in qualche impenetrabile nascondiglio
del castello. È di nuovo Wolfram a fornire un indizio in proposito: il
"Castello del Graal" (quello simile a Takht-I-Sulaiman) si chiama
infatti "Munsalvaesche", cioé "Monte Salvato" o " Monte Sicuro". Negli
anni '30 il tedesco Otto Rahn, colonnello delle SS e autore di
Crusade contre le Graale La Cour de Lucifer, intraprese
alcuni scavi a Montsègur e in altre fortezze catare con l' appoggio
del filosofo nazista Alfred Rosenberg, portavoce del Partito e amico
personale di Hitler: l'episodio fornì al romanziere Pierre Benoit, già
autore del celebre L'Atlantide, lo spunto per il romanzo
Monsalvat
. Sull'attuale nascondiglio del Graal
esistono altre teorie, se possibile ancor più fantasiose:
- Il Graal si trova a Torino.
-
Importato forse dai pellegrini che
si spostavano per l'Europa durante il medioevo o forse dai Savoia
insieme alla Sacra Sindone, il Graal sarebbe giunto nel capoluogo
piemontese; le statue del sagrato del tempio della Gran Madre di Dio,
sulle rive del Po, indicano, a chi è in grado di comprenderne la
complessa simbologia, il nascondiglio della Coppa.
-
- Il Graal si trova a Bari.
-
Nel 1087, un gruppo di mercanti
portò a Bari dalla Turchia le spoglie di San Nicola, e in loro onore
venne edificata una basilica. In realtà la translazione del Santo era
solo la copertura di un ritrovamento ben più importante, quello del
Graal. I mercanti erano in realtà cavalieri in missione segreta per
conto di Papa Gregorio VII. Il Pontefice era al corrente del potere
del Calice, ma non intendeva pubblicizzare la sua ricerca, né
l'eventuale ritrovamento, in quanto esso era un oggetto pagano, o
comunque il simbolo di una religione ancor più universale di quella
cattolica. Gli premeva di recuperarlo da Sarraz in quanto temeva che
la sua presenza sul suolo turco avrebbe aiutato i Saraceni (in questo
caso i Turchi Selgiuchidi) nella loro espansione ai danni dell'Impero
Bizantino, e avrebbe nociuto al programmato intervento di forze
cristiane in Terra Santa a difesa dei pellegrini. Non è dato di sapere
dove si trovava la coppa (che, forse, era passata per le mani di San
Nicola nel VI secolo, e che gli avrebbe conferito la fama di
dispensatore d'abbondanza ) e chi comandò la spedizione; sta di fatto
che, in una chiesa sconsacrata di Myra, i cavalieri prelevarono anche
alcune ossa, poi ufficialmente identificate come quelle del Santo. Il
recupero delle spoglie giustificò la spedizione in Turchia e
l'edificazione di una basilica a Bari; la scelta di custodire il Graal
in quella città anzichè a Roma fu determinata da due motivi: da lì si
sarebbero imbarcati i cavalieri per la Terra Santa (la prima crociata
fu bandita sei anni dopo il ritrovamento) e il Graal avrebbe riversato
su di loro i suoi benefici effetti; in più la sua presenza avrebbe
protetto Roberto il Guiscardo, Re normanno di Puglie, principale
alleato del Papa nella lotta contro Enrico IV. A ricordo
dell'avvenimento, sul portale della cattedrale (edificata parecchi
anni prima della divulgazione della "Materia di Bretagna") si trova
l'immagine di
Re Artù
e un'indicazione stilizzata del nascondiglio; la tomba di San Nicola
continua a emanare un liquido chiamato "manna" che, oltre a essere
altamente nutritivo, come il Graal guarisce da ogni male.
La natura del Graal
Vale la pena, a questo punto, di tracciare un sunto delle
caratteristiche del Graal descritte dal canone e dalle tradizioni
celtiche fino al momento in cui esso raggiunge l'Inghilterra. - Il Graal
è un oggetto materiale e spirituale insieme. Non si conosce esattamente
la sua natura: forse è una pietra, forse è un libro, forse un
contenitore; è certo che permette di abbeverarsi (l'ultima cena), ma vi
si può anche versare qualcosa (il sangue di Cristo crocefisso). Può
guarire le ferite, dona una vita lunghissima, garantisce l'abbondanza,
trasmette e garantisce la conoscenza, ma è anche dotato di poteri
terribili e devastanti. - La tradizione sull'esistenza di un oggetto con
questi poteri è antichissima e diffusa in una vasta zona dell'Asia, del
Nord Africa e dell'Europa; il Graal è forse stato identificato con nomi
diversi (la "Lampada di Aladino", il "Vello d'Oro", l'"Arca
dell'Alleanza", la coppa "Amonga" dei Sarmatiani del Caucaso). In
qualche modo ignoto Gesù ne è entrato in possesso. - Le varie leggende a
proposito del Graal (Tuatha De Danaan, Smeraldo di Lucifero, Occhio di
Shiva, eccetera) concordano nel conferirgli un origine ultraterrena.
Basandosi su questi capisaldi, molti commentatori hanno dedotto la vera
natura del Graal. Nell'interpretazione più realistica, è una favolosa
invenzione letteraria stimolata da miti antecedenti, attecchita su un
terreno particolarmente fertile e arricchita di nuovi particolari da
successive generazioni di autori; in quella più materialistica è
semplicemente la coppa dell'ultima cena, preziosissimo oggetto di
antiquariato. Per gli antropologi è un corpus di dottrine elaborato
attraverso i secoli ("vi ci si può abbeverare e vi ci si può versare"),
forse supportato fisicamente da un testo scritto. Per la tradizione
cristiana, il Graal rappresenta l evangelizzazione del mondo barbaro,
operata dai missionari (Giuseppe d'Arimatea), stroncata dalle
persecuzioni e ripresa da un gruppo di uomini di buona volontà guidati
da un sacerdote (Merlino), o ancora, la cacciata dall'Eden (il
Wasteland ) e la successiva redenzione grazie all'intervento di Gesù.
Per gli esoteristi Renè Guenon e Julius Evola il Graal è il cuore di
Cristo, potente simbolo della Religione Primordiale praticata ad
Agharti,
di cui Gesù sarebbe stato un esponente; per gli alchimisti rappresenta
la conoscenza, e la sua ricerca equivale a quella della Pietra
Filosofale o dell Elisir di lunga vita. Per Carl Gustav Jung è un
archetipo dell inconscio; per Jesse Weston è un simbolo sessuale e di
fertilità; per Walter Stein, autore di The Ninth Century and the Holy
Grail, il Graal è connaturato con l'intero pianeta: un generatore di
energia spirituale, ma anche politica e socioeconomica. Per Rudolf
Steiner è "il simbolo degli eventi dell'epoca primitiva percepiti
dalla sensibilità dell animo"; quando, nel 1913, progettò l'edificio
chiamato Gotheanum, il filosofo tedesco intese realizzare un
nuovo "Castello del Graal". Per Adolf Hitler è uno strumento magico con
cui ottenere il potere assoluto; per gli autori di romanzi di
fantascienza e i fautori dell Ipotesi extraterrestre è
un'apparecchiatura proveniente dallo spazio, o qualcosa che ha a che
vedere con i terribili poteri della fusione nucleare. E, per i
giornalisti Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln è ancora un
altra cosa... Linea di sangue
Una delle possibili etimologie di Graal comprende l'attributo "San":
"San Graal" sarebbe l'errata trascrizione di "Sang Real", ovvero "Sangue
Reale". Il sangue è, evidentemente, quello di Cristo contenuto nella
coppa, ma per altri commentatori il termine sangue designa una dinastia
(per Dion Fortune, quella dei sacerdoti di
Atlantide).
La stirpe di cui i ricercatori Baigent, Leigh e Lincoln hannno scoperto
l'esistenza dopo un appassionata ricerca è quella di Gesù. Salvatosi
dalla crocefissione, il Redentore avrebbe generato dei figli, da cui
sarebbe nata la dinastia francese dei Merovingi. L'ipotesi, descritta in
The Holy Blood and the Holy Grail (Il mistero del Graal,
1982) non si ferma qui. Certe misteriose carte rinvenute nel 1892 dal
parroco Berenger Saunière nell'altare della chiesa di
Rennes-Le-Chateau
sarebbero state il punto di partenza per il ritrovamento di altri
documenti i quali proverebbero che, lungi dall'essersi estinti nel 751,
i Merovingi (e quindi gli eredi diretti di Cristo) sono ancora tra noi,
accuratamente protetti da un'antica società iniziatica denominata Il
"Priorato di Sion", il cui scopo è ripristinare la monarchia al momento
opportuno. Come i "Superiori Sconosciuti" di
Agharti,
i membri del Priorato - di cui sono stati Gran Maestri, tra gli altri,
Nicolas Flamel, Leonardo da Vinci, Ferrante Gonzaga, Robert Fludd,
Victor Hugo, Claude Debussy, Jean Cocteau - costituiscono una "Sinarchia"
o governo occulto che, ormai da quasi un millennio, influisce sulle
scelte (politiche o d'altro genere) dei governi ufficiali. Purtroppo -
fanno rilevare Baigent, Leigh e Lincoln nel seguito di The Holy Blood
and the Holy Grail, intitolato The Messianic Legacy (L'eredità
messianica, 1986), negli ultimi tempi il "Priorato" si è
parzialmente corrotto, e alcune sue frange mantengono stretti contatti
con la Mafia, la P2 e alcuni uomini politici italiani.

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