"OLTRE la
conoscenza", n° 32, marzo 1999, ed. Sprea & Gussoni
Periodici s.r.l.
Quando,
nei libri di scuola, leggiamo della scoperta nuovi continenti e di terre
sconosciute la nostra fantasia vola immaginando temerari esploratori che
con molto coraggio ed una notevole dose di fortuna affrontano alla cieca
lo sterminato mare aperto. La realtà è a volte assai meno poetica. Nel
numero 24 di Oltre, a proposito della vera storia della scoperta
dell'America e dell'ammiraglio Colombo, abbiamo dimostrato come non
sempre la storia "ufficiale", quella scritta sui libri di testo,
corrisponda a quella reale.
Abbiamo già sostenuto altre volte l'esistenza di
mappe antichissime, che alcuni vogliono di matrice extraterrestre ed
altri di origine atlantidea e che, in possesso di pochi fortunati
iniziati, hanno portato ad alcune scoperte straordinarie. E il caso
della celebre mappa di Piri Re'is, che i nostri lettori già conoscono, o
delle mappe in possesso dello stesso Cristoforo Colombo.
LA MAPPA IMPOSSIBILE DI HADJI
AHMED
Gli studiosi Rand e Rose Flemath, nel loro volume "La
fine di Atlantide" (Piemme edizioni), citano anche la mappa dell'arabo
Hadji Ahmed, che già nel 1559 mostrava cartografata alla perfezione la
costa nord-occidentale dei Nord America, che, secondo la storia
canonica, all'epoca era ancora inesplorata.
"Come era possibile che esistesse una mappa dei
genere se, nel 1559, la tecnologia necessaria per disegnarla non era
ancora disponibile? - si domandano i
due autori. Furono forse gli Atlantidi a tracciare la carta originaria di cui si servì Ahmed per
riportarne i contorni?". La possibilità che carte geografiche
antichissime, realizzate da una civiltà che aveva mappato il pianeta
nella notte dei tempi, siano scampate all'usura dei tempo non si può
escludere a priori. Conservate in qualche biblioteca perduta come quella
di Alessandria, in camere stagne che gli appassionati di archeologia
misteriosa chiamano "camere del tempo" (dove gli antichi immagazzinarono
parte delle loro conoscenze per le generazioni future), queste carte e
mappe sarebbero state riscoperte e gelosamente custodite da società
iniziatiche, le stesse che le salvarono dalla distruzione ordinata dalle
autorità ecclesiastiche, le quali, in quegli scritti che sovvertivano
l'immagine del pianeta offerta dalla Bibbia, vedevano l'impronta dei
demonio.
Sembra che i cavalieri templari ne custodissero
parecchie, di queste mappe dell'impossibile. E sembra che, come accadde
per Colombo, alcune di queste carte siano finite nelle mani di un altro
grande esploratore, James Cook.
Cook, navigatore inglese del Settecento, fu il primo
ad esplorare La Nuova Zelanda e a scoprire una miriade di isole
dell'Oceania (le Marchesi, le Nuove Ebridi, la Nuova Caledonia); superò
poi il circolo polare antartico, smontando una leggenda che laggiù vi
collocava un mitico continente australe.
Detto così, sembra che Cook non abbia fatto poi
molto; in realtà occorre sapere che nel XVIII secolo, all'epoca delle
grandi colonizzazioni, i reami dei vecchio continente che
sponsorizzavano queste imprese erano seriamente preoccupati per la
continua perdita nell'oceano di flotte e marinai. Delle terre americane
ed oceaniche non si sapeva quasi nulla; non solo, gli equipaggi non
erano in grado di orientarsi in mare aperto e finivano spesso con il
perdere la rotta e perire in disastro si naufragi. Per comprendere lo
stato d'animo delle Reali Società scientifiche che premevano sui sovrani
d'Europa per la scoperta di nuovi mondi, si pensi che nel 1714 il
Parlamento britannico istituì una "Commissione per la longitudine", che
offriva una ricompensa di circa tre miliardi, al cambio odierno, per chi
avesse saputo calcolare la longitudine marina". Sino al 1735, anno in
cui John Harrison inventò il primo cronometro marino ad alta precisione,
nessun equipaggio era capace di orientarsi con sicurezza nelle acque
dell'oceano. E si trattava di un rischio che portava spesso alla morte.
Mille altri ostacoli, dai maremoti alle correnti marine agli iceberg,
rendevano spesso impossibile il viaggio dei più valenti esploratori.
L’ENIGMATICO MAESTRO COOK
Ciò nonostante vi fu chi, pur non disponendo
all'apparenza di grandi strumenti o capacità, riuscì a scoprire nuove
terre arrivando là dove nessuno, almeno ufficialmente, era mai arrivato
prima.
James Cook nacque a Marton, nel nord dello Yorkshire,
il 27 ottobre dei 1728. Nel registro parrocchiale venne segnato come
"figlio di un bracciante". Del padre i biografi, generalmente, si
limitano a dire che
"pare
fosse uno scozzese". Pur non avendo al suo attivo grandi successi James
Cook, all'età di quarantun anni, venne incaricato di osservare il
passaggio dei pianeta Venere sopra il disco del sole. Il fenomeno era
previsto per il 3 giugno del 1769 e per l'osservazione, cui la Reale
Società Britannica di Astronomia teneva particolarmente, i sovrani
d'Inghilterra decisero di finanziare una spedizione nel Nuovo Mondo.
Questo è quanto sostiene almeno la storia ufficiale, sorvolando sulla
scarsa importanza dell'evento (ben difficilmente i sovrani spendevano
cifre esorbitanti per ricerche scientifiche; solitamente le esplorazioni
avevano per scopo la conquista di nuove terre e mercati e la ricerca di
ricchezze e materie prime). Altra nota stonata è che, all'epoca, il più
grande astronomo e geografo londinese era un certo Alexander Dalrymple
fervido sostenitore dell’esistenza della "terra antartica sconosciuta",
nel continente australe. Dalrymple, che aveva anche una certa pratica di
mare, non partecipò alla spedizione nel Nuovo Mondo, ufficialmente
perché pare non volesse accettare di "mettersi ai comandi di un
navigatore sconosciuto" quale era Cook; pure, inspiegabilmente,
Dalrymple dovette cedere tutti i propri scritti e le proprie mappe sul
Nuovo Mondo all'odiato nemico. Come ciò fu possibile la storia ufficiale
non ce lo dice, ma si sa che James Cook, pur non godendo di grande fama,
venne raccomandato per l'incarico nientemeno che dal Segretario
dell'Ammiragliato, all'epoca il più alto funzionario marittimo, capo
dell'ufficio reale che stabiliva quali spedizioni finanziare, con i
soldi del Re d'Inghilterra. Come mai Cook, personaggio di umili natali,
godesse di appoggi così influenti ed impensabili non si sa. I libri di
storia dicono soltanto che i sovrani d'Inghilterra lo mandarono in
America assieme allo scienziato Charles Green, della Reale Società
Astronomica; quest'ultimo in vece di Dalrymple. Alla spedizione
partecipò anche il magnate Joseph Banks, futuro presidente della Reale
Società. Quando tutto fu pronto, Cook si recò a Plymouth, deve gli era
stata armata la nave Endeavour; ne assunse il comando ed il 26 agosto
1768 lasciò l'Inghilterra per il suo primo viaggio di esplorazione.
Questo fu un successo; Cook esplorò la Nuova Zelanda, le coste orientali
dell'Australia e le isole poste sotto la giurisdizione della Reale
Società. Lo strano connubio fra un bracciante, uno scienziato ed un
banchiere non fu mai chiarito, sebbene molti studiosi contemporanei
abbiano spesso sottolineano che tutti e tre erano segretamente seguaci
del credo templare.
ALLA RICERCA DELLA PIETRA
FILOSOFALE
James Cook fu un Maestro templare? Non ne abbiamo le
prove. Ma di sicuro nell'Inghilterra de XVIII secolo, dove fiorivano le
associazioni massoniche ed esoteriche, erano in molti a legarsi
segretamente a sette che rivendicavano l'eredità di gruppi iniziatici
dei secoli passati. L'appartenenza di Cook ad un gruppo neotemplare
spiegherebbe l'affanno con cui l'umile figlio di un bracciante
(qualifica ritenuta altamente disdicevole per i nobili e gli scienziati
dell'epoca; questi ultimi erano infatti tutti aristocratici) cercò a
tutti i costi di arrivare nel Nuovo Mondo. Già, perché secondo alcune
leggende alchemiche, diversi templari scampati alle persecuzioni del
Papa e del re di Francia nel 1300 sarebbero approdati nei Nuovi
Continenti, chi in America e chi persino in Oceania. Una leggenda di
scarsa importanza, se non si fosse creduto che, nel momento della fuga,
i "poveri cavalieri dei tempio" avessero portato con sé ricchezze
favolose. Esse avrebbero fatto parte degli immensi tesori (che i
detrattori dicevano frutto delle ruberie delle crociate) che i cavalieri
avevano accumulato nel corso dei secoli, vuoi per le donazioni di
principi e potenti, vuoi per i bottini ottenuti in Terrasanta, vuoi per
la scoperta della pietra filosofale, un magico composto che secondo gli
alchimisti avrebbe avuto il potere di trasformare il metallo vile in
oro.
Sia come sia, il tesoro dei templari da qualche parte
doveva essere finito. Questa leggenda tormentava da secoli gli
esploratori del Vecchio Continente, che sin dall'epoca dei
Conquistadores spagnoli avevano cercato in ogni nuova terra scoperta oro
e ricchezze (si pensi al mito dell'Eldorado). Se Cook era un Maestro
neotemplare, nulla di strano che cercasse un tesoro che riteneva gli
spettasse di diritto. Se poi vogliamo essere meno maliziosi, possiamo
immaginare che cercasse più "spiritualmente" il Santo Graal o la pietra
filosofale, per portare pace e salvezza all'umanità...
MASSONI SCOZZESI DIETRO LE
QUINTE
A dimostrazione della veridicità di quanto sopra
scritto, citiamo un interessante studio dell'italiana Carla Polpettini,
autrice dei bellissimo libro "Studio sulla vita e sui viaggi di James
Cook" (Ivaldi Editore, Genova).
La studiosa, che ha ricostruito minuziosamente le
tappe della vita e dei viaggi dell'inglese, fa notare come queste
spedizioni fossero ammantate dal mistero e cosi scrive: "Cook possedeva
delle istruzioni di viaggio ufficiali, che gli indicavano lo scopo
dell'esplorazione. Queste lettere, di pubblico dominio, riguardavano lo
studio del transito del pianeta Venere, ma si trattava solo di pretesti.
La spedizione risultava allestita per volere del Re d'Inghilterra, per
consentire ai membri della Società Reale di raggiungere il luogo
ritenuto adatto all'osservazione del passaggio del pianeta sul disco dei
sole, previsto per il 3 giugno 1769. L'isola di Tahiti, indicata negli
ordini come King George the Third's Isiand, era il luogo ritenuto idoneo
all'osservazione che Cook e l'astronomo Charles Green avrebbero dovuto
compiere. Ma esistevano anche delle istruzioni segrete, sul vero scopo
del viaggio. Vi è chi pensa che esse contenessero delle indicazioni per
scoprire un continente nuovo. Esse non menzionavano espressamente ciò
che veniva chiamata la Nuova Olanda (ossia la Nuova Zelanda, n.d.a.), ma
lo facevano le mappe e le carte date in dotazione a Cook".
In questo misterioso continente si sarebbe dunque
trovato il tesoro dei templari? Se così era, questa informazione doveva
essere stata rivelata a Cook - e quindi al Re d'Inghilterra - dal
Maestri Muratori della massoneria scozzese (e "guarda caso" Cook era
scozzese). I massoni neotemplari dovevano avere fornito anche le "mappe
impossibili" che consentirono a Cook di arrivare indenne in quelle terre
sconosciute.
Questa tesi è ovviamente contestata dalla
storiografia ufficia~ le, che ritiene che le mappe impossibili di Cook
fossero state ricavate da uno studio cartografilizzato dall'esploratore
Tasman, che all'epoca aveva parzialmente circoscritto l'estensione del
continente australiano dalla Terra di van Diemen alla Nuova Zelanda.
Questa tesi non spiega però come facesse Cook -come già era avvenuto
secoli prima con Colombo - a conoscere la rotta giusta verso il
continente sconosciuto. Una precedente impresa tentata dall'esploratore
Bougainville era miseramente fallita in quanto la
nave si era incagliata nella Grande Barriera Corallina. Misteriosamente
e "miracolosamente" Cook aveva invece evitato la Barriera, le forti
correnti, i maremoti e, in un secondo viaggio, il pack e gli iceberg,
arrivando tranquillamente a destinazione. Tutto grazie a fortunate
combinazioni? Di sicuro non per merito della mappa di Tasman, che non
indicava affatto molte delle terre scoperte dallo scozzese.
La stessa Polpettini, pur non sposando alcuna tesi
"eretica", ammette che "Cook riuscì in un'impresa che non era stata
possibile a tutti i precedenti navigatori; questi si erano basati su
mappe contenenti inesatte localizzazioni, per la difficoltà di calcolare
la longitudine". Ma in che modo l'aveva calcolata Cook?
VIAGGIO NELLA TERRA INCOGNITA
Non si sa. Lo studioso inglese Watson è uno dei pochi
che ha il coraggio di affermare che "un grande mistero, ormai
insolubile, circondò la preparazione dei primo ,viaggio dei navigatore
scozzese".
Che Cook possedesse una qualche mappa segreta è
sostenuto da diversi studiosi. La Polpettini conferma che Cook, "oltre
ad avere a bordo uno libro di Dalrymple non ancora dato alle stampe,
possedeva una carta geografica portoghese, opera di un navigatore di
Manila, che nel 1762 aveva cartografato diverse coste australiane e lo
Stretto di Torres. Nel libro di Dalrymple era pure esposta, con
ricchezza di particolari fantastici, la teoria dell'esistenza di una
terra sconosciuta nel continente australe, della cui esistenza lo
scrittore aveva una fede talmente incrollabile, da osare un calcolo
approssimativo della popolazione, stimata in cinquanta milioni di
abitanti, e delle ricchezze, che considerava alquanto superiori a quelle
delle colonie inglesi in America".
Nel primo viaggio Cook non scoprì però né tesori né
ricchezze. Una seconda spedizione lo portò ad esplorare quel tratto di
mare dove Dalrymple collocava il suo mitico Eldorado; ma non vi trovò
nulla. Venne infine organizzato un terzo viaggio, cui diede grande
pubblicità lo scienziato americano Beniamino Franklin (inventore del
parafulmine e grande sostenitore dell'indipendenza dell'America dalla
Madrepatria). Franklin, che era notoriamente un massone, indirizzò a
tutti gli equipaggi delle navi di Cook una lettera di incoraggiamento,
datata 10 marzo 1779, affinché quei prodi scoprissero "quanto c’era da
scoprire". Un'ulteriore riprova che gli ambienti esoterici
spalleggiavano segretamente Cook. In quegli anni, difatti, le colonie
americane si erano ribellate all'Inghilterra, ed occorrevano ingenti
quantità di denaro per la guerra contro la Madrepatria. Probabilmente
Franklin sperava nel tesoro dei templari. Nel caso di una scoperta Cook,
avrebbe portato i tesori del "continente australe" agli insorti dei
Nuovo Mondo. In realtà nulla di tutto ciò accadde. Non solo Cook non
scoprì alcun continente incantato, ma in più, con l'ultimo viaggio,
venne trucidato da una tribù hawaiana.