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"C’era un grande progetto politico portato avanti dagli intellettuali,
dai professori universitari, da alcuni vescovi e da chi deteneva il
potere. E improvvisamente una ragazzina, guardiana di pecore, si era
messa in mezzo. Rischiava di farlo fallire. Inoltre, diceva di parlare
in nome di Dio. Ciò era intollerabile. Erano loro, gli
intellettuali e i
politici, i difensori della Chiesa. Erano loro, i vescovi e i chierici,
gli unici ad avere il diritto di parlare in nome di Dio, e suscitare
entusiasmi nel popolo. Quella ragazzina era una pietra d’inciampo.
Bisognava eliminarla. E così avvenne. Per farlo, il potere si servì di
uomini di religione e di un processo ecclesiastico. Giovanna venne
tradita dai suoi. In nome della Chiesa si uccise colei che Péguy
definisce "la più grande santa e martire, santa due volte", perché il
suo martirio avvenne "in seno alla cristianità". Il suo processo è un
esempio di clericalismo che ancora oggi, cinquecento anni dopo, fa
ribollire il sangue".
Ha 88 anni
Régine Pernoud, la più celebre storica del Medioevo. Ma si accalora come
quando era giovane, mentre racconta di Giovanna d’Arco. A lei ha
dedicato una quindicina di volumi. E, nel 1973, ha fondato il Centro
Giovanna d’Arco ad Orléans. Siamo venuti a trovarla nella sua bella casa
di Saint-Germaine-des-Pres, nel centro di Parigi, per parlare del
processo che Giovanna subì e della sua successiva riabilitazione. Nella
stanza, accanto a volumi sul Medioevo, spiccano quadri e splendidi
gouaches di Henri Matisse, che fu confidente della Pernoud per molti
anni. "La prima volta che mi vide" racconta mentre mi mostra i quadri
del grande pittore "mi disse: il medioevo è la luce, il Rinascimento
buio. Divenimmo subito amici. E a volte, mentre parlavamo, lui prendeva
dei fogli colorati e con le forbici ritagliava distrattamente delle
figure che cadevano a terra. Io gli dicevo, "Henri, che fai, le butti?".
Le trovavo bellissime: le raccoglievo e poi le incorniciavo. Ed ora
eccole qui. Era un grande uomo, e anche lui condivideva la passione per
il Medioevo. E per Giovanna d’Arco".
Madame
Pernoud, quale era questo progetto su cui erano d’accordo professori,
politici ed ecclesiastici e che scatenò l’odio contro Giovanna?
RÉGINE PERNOUD:
Era un progetto elaborato all’Università di Parigi. Il trattato di
Troyes aveva concesso la doppia corona di re di Francia e d’Inghilterra
al discendente di Enrico V di Lancaster e di Caterina di Francia. Di
fatto, si trattava di far diventare la Francia una provincia
dell’Inghilterra. Si era in un periodo di transizione, con un quadro
politico molto confuso, e sembrava ormai che questo progetto non dovesse
più trovare oppositori. L’Inghilterra offre soldi, vantaggi e prebende a
tutti quelli che possono servire al suo scopo. Gli intellettuali sono
sedotti. L’Università di Parigi è tutta a favore del re d’Inghilterra. E
anche molti potenti, come il duca di Borgogna e quello di Normandia, e
molti vescovi. Quando, nell’ottobre 1428, gli inglesi pongono l’assedio
alla città di Orléans, cioè al cuore della Francia, tutti comprendono
che la nazione è ormai perduta.
Però,
improvvisamente, accade una cosa del tutto imprevista. Nel marzo 1429
una giovane contadina si presenta al re. Dice di chiamarsi Giovanna. Non
sa né leggere né scrivere, ma dice di essere inviata da Dio per liberare
la Francia. Esorta il re a fare un nuovo sforzo di guerra.
Incredibilmente, riesce a convincerlo, e poche settimane dopo questa
ragazzina è a capo delle truppe e in soli otto giorni libera Orléans.
Dopo questo exploit, riesce a convincere il re ad andare a Reims
per essere incoronato.
È facile
immaginare l’odio che Giovanna suscitò non solo negli inglesi, ma in
tutta quella lobby universitario-politico-ecclesiastica che aveva così
accuratamente messo a punto il progetto, e che ora se lo vede
incredibilmente sfuggire dalle mani. E quando, abbandonata da un re
pusillanime, Giovanna finalmente cade in suo potere, venduta per duemila
pezzi d’oro, questa lobby decide di regolare i conti. E istituisce un
processo che la condanna a morte.
Quello che
più sorprende è che si tratta di un processo ecclesiastico condotto da
un vescovo. E che Giovanna, così obbediente e fedele alla Chiesa, viene
condannata per eresia.
PERNOUD:
Sì, i membri del tribunale hanno perfetta coscienza che si tratta di un
processo ecclesiastico. A capo c’è il vescovo di Beauvais, Pierre
Cauchon. Lui stesso aveva preparato, elaborato e messo a punto il
progetto di cui abbiamo parlato.
Quello di
Giovanna d’Arco è un processo di inquisizione. Questi processi erano
iniziati nel 1231 per permettere di contrastare il manicheismo, una
eresia penetrata in profondità nei punti chiave della Chiesa medioevale.
Ma i tribunali ecclesiastici non rimasero a lungo luoghi di Chiesa.
Filippo il Bello, per esempio, se ne serve per i suoi scopi, e utilizza
degli ecclesiastici che gli sono legati a doppio filo per condannare i
Templari. Il processo ai Templari è un orrore come quello a Giovanna
d’Arco. La Chiesa si "prestava" al potere politico al punto di istituire
a suo piacimento dei tribunali. Perché si riteneva essa stessa una
potenza. Ma questo clericalismo non appartiene solo al XIV secolo. Anche
oggi c’è questa tendenza: fa parte della vita della Chiesa. La
differenza è che adesso si presenta sotto forme diverse. Ma credo che
attualmente questo sia più riscontrabile in Italia e in Germania che in
Francia.
Si può dire
che il vero nemico Giovanna l’ha incontrato all’interno della Chiesa?
PERNOUD: Sì. La
sua più grande battaglia l’ha combattuta con i fratelli che
condividevano la stessa fede cristiana. E non si può immaginare peggior
supplizio. Ma anche se sa di avere davanti a sé un tribunale
ecclesiastico, ad un certo punto Giovanna esclama: "Voi non siete la
Chiesa". Nessuno era mai stato audace come lei nella sua totale adesione
alla Chiesa, ma in questa difficile situazione riesce a distinguere bene
cos’è la Chiesa e quello che sono quei professori parigini mossi solo da
scopi politici. La sua lucidità è ancora più ammirevole se si pensa alla
subdola astuzia alla quale ricorrevano per poterla confondere e
condannare per eresia. Ad un certo punto i giudici insistono per farle
fare una distinzione tra Chiesa militante e Chiesa trionfante. Ma lei
non sa il significato di quei termini. E risponde: "Dato che tutta la
Chiesa è di Dio, la differenza non deve essere poi molto importante". E
ha ragione: Cristo e la sua Chiesa sono un tutt’uno. Stabilire queste
distinzioni è una cosa che può essere interessante per dei teologi, ma
non compare nel Vangelo.
E re Carlo,
in tutto questo periodo, come si comportò?
PERNOUD: Anche
se le doveva tutto, re Carlo non si interessò mai di lei durante la
lunga detenzione e il processo. Giovanna si dovette sentire tradita
anche da lui, dal re cristiano. Perché questa era la coscienza che aveva
di sé Carlo VII: un re che poteva giudicare ed entrare nelle cose della
Chiesa. Bisogna rendere omaggio a chi, nei tempi moderni, ha voluto la
separazione della Chiesa e dello Stato. Ha avuto degli effetti
estremamente benefici, anche se magari non era facile rendersene subito
conto. Ma adesso appare con evidenza. E quando ci sono sovrapposizioni,
magari nascoste, tra potere politico ed ecclesiastico, ancor oggi
accadono disastri.
Perché a
Giovanna fu fatto un processo ecclesiastico?
PERNOUD: Per una
necessità politica. Se si riusciva a dimostrare che Giovanna era una
strega, o una eretica, ecco che la consacrazione di re Carlo avvenuta
nella Cattedrale di Reims perdeva il suo senso sacro. E sarebbe crollata
anche la considerazione che i francesi avevano del loro nuovo re. Ma
questo processo, a cui parteciparono sei professori universitari
parigini che svolgevano un ruolo molto attivo, prelati venuti dalla
Normandia e dall’Inghilterra, canonici di Rouen e avvocati del tribunale
ecclesiastico, ottenne in realtà uno scopo diametralmente opposto.
Quale?
PERNOUD:
Quello di consegnarci gli atti di una specie di processo di santità. Il
vescovo Cauchon deve aver pensato che per quel tribunale in cui c’erano
universitari di alto livello, esperti in teologia, in diritto civile e
in diritto canonico sarebbe stato facile indurre la giovane contadina a
confondersi e a pronunciare affermazioni eretiche oppure farla cadere in
contraddizione con se stessa o con la Chiesa. Invece, avvenne il
contrario. E gli atti di quel processo sono diventati una cosa preziosa.
Di Giovanna non
ci rimane né un ritratto né una tomba e, per paura che venissero
venerate, dopo il rogo anche le sue ceneri furono raccolte e disperse
nella Loira. Di lei non ci rimangono che le sue parole e le
testimonianze raccolte in quel processo. Sembra paradossale, ma il
processo che la condannò per eresia in realtà costruisce un monumento
alla sua santità e alla sua incrollabile fedeltà al Signore e alla Sua
Chiesa, che uomini di Chiesa cercano subdolamente di minare. Dalle
risposte che il notaio Guillaume Manchon registra giorno dopo giorno
emerge che la vita di Giovanna non fu altro che una risposta: una
risposta alla chiamata di Dio. Un appello che le venne fatto con una
concretezza tale da lasciare attoniti: attraverso delle voci, che lei
concretamente udiva. E, una volta che Giovanna comprende che le voci
misteriose che si rivolgono a lei sono un messaggio che viene da Dio,
non ha più esitazioni e ha un solo scopo nella vita: conformarsi a
quello che le viene chiesto. Ai dotti professori di università, che tra
l’altro insistono per sapere dove tiene la "mandragola", un’erba che
darebbe poteri demoniaci, lei risponde sempre con una concretezza
sconvolgente. Anche a proposito delle sue voci misteriose. "La prima
volta ebbi molta paura", dice. "Era circa mezzogiorno, in estate, ed ero
nel giardino di mio padre. E non avevo digiunato il giorno precedente".
Quando le chiedono cosa accadrà del suo "partito", risponde: "Prima di
sette anni, gli inglesi perderanno tutto in Francia. Sarà una grande
vittoria che Dio invierà ai francesi". Sei anni e mezzo più tardi, Carlo
VII entrerà trionfante a Parigi.
Leggendo gli
atti di quel processo ci si accorge che di fronte alle costruzioni di
intellettuali sicuri di loro stessi - e che si appoggiano a poteri
politici che ritengono vadano "nel senso della Storia" - Giovanna
rappresenta la fede: la fede nella sua semplicità e anche nella sua
potenza. Non a caso il cardinale Jean Daniélou l’ha definita "la santa
del temporale".
Diciotto anni
dopo la condanna per eresia, venne fatto un nuovo processo. Perché?
PERNOUD: Il re
Carlo VII entra a Rouen, nella Normandia riconquistata. È la città dove
venne bruciata Giovanna. Ordina un’inchiesta ufficiosa per "sapere la
verità di quel processo e il modo con cui è stato condotto". Erano
ancora in vita i testimoni, tra cui il notaio che aveva redatto gli atti
del processo. Negli anni seguenti vennero condotte altre due inchieste,
questa volta ufficiali, che condussero ad un nuovo processo
dell’Inquisizione che si aprì nel 1456 a Notre-Dame de Paris: nella
prima seduta i commissari del re ascoltarono la testimonianza della
madre di Giovanna, Isabelle Romée. Poi i testimoni della sua infanzia e
giovinezza. Il processo di riabilitazione annullò solennemente il primo,
di cui vennero mostrate tutte le ingiustizie, e tolse da Giovanna ogni
sospetto di eresia.
Leggendo gli
atti di questo processo di riabilitazione e le testimonianze di chi la
conobbe viene da pensare, senza voler spingere troppo lontano il
paradosso, che Giovanna sarebbe stata altrettanto santa anche se Dio non
le avesse fatto delle richieste così eccezionali. Ancora prima di
esserne "informata", ancor prima di sentire la chiamata proveniente
"dalla parte destra del giardino di suo padre". Perché la fede rende
preziose anche le occupazioni più banali e quotidiane. E i vecchi amici
di Domremy ricordano di lei: "Era come tutti gli altri, faceva come
tutti gli altri: accudiva la casa, filava, accompagnava le bestie al
pascolo".
Ma quello che
lascia stupiti leggendo queste testimonianze è l’accorgersi che anche
nei suoi concittadini c’è la stessa giustezza di sguardo, la stessa
pietà verso il reale che si riscontra in Giovanna: essi sono egualmente
penetrati dall’annuncio cristiano, dal Vangelo che viene proclamato loro
dal curato. Hanno delle anime rette. Hanno vissuto gli orrori della
guerra, dell’invasione, ma la fede è presente e concreta, nonostante le
loro debolezze e passioni. Il fatto cristiano è ancora concretamente
presente nel popolo, mentre il processo di condanna mostra che le
élites, intellettuali e religiose, se ne stavano già staccando,
rendendolo un fatto intellettuale. Anche per questo Giovanna può davvero
essere considerata la santa del nostro tempo.
Charles Péguy,
nel "Mistero della carità di Giovanna d’Arco", sembra contrapporre
Giovanna a Madame Gervaise: mentre quest’ultima rappresenta
l’insegnamento tradizionale della Chiesa, in forza del quale appare
ragionevole e doveroso credere, Giovanna rappresenta l’uomo moderno, che
non può credere se non vede con gli occhi e non tocca con le mani lo
stesso avvenimento di grazia. "Perché" scrive Péguy "l’eternità stessa è
nel temporale". È una figura letteraria, la Giovanna d’Arco di Péguy, o
coincide con il personaggio che appare dai documenti storici?
PERNOUD: Péguy
ha capito tutto di Giovanna d’Arco. E ha una magnifica capacità di
penetrazione della sua vicenda storica. Péguy, parlando della
scristianizzazione moderna, di cui noi oggi viviamo le conseguenze
ultime, scrive: "Tutto è acristiano. Perfettamente scristianizzato. Ecco
ciò che bisogna vedere. Ecco ciò che gli ecclesiastici non vorranno
vedere". Anche per questo Péguy ha intuito il dramma di Giovanna d’Arco.
"Non si era
mai parlato così cristianamente finora", ha scritto Hans Urs von
Balthasar a proposito di Péguy. Eppure anche Jacques Maritain ha
attaccato duramente "Il mistero della carità di Giovanna d’Arco". Chi
aveva ragione?
PERNOUD: Non ho
mai saputo che Maritain abbia attaccato Péguy! Ne è sicuro?
Ho trovato la
lettera di Maritain negli archivi "Charles Péguy" di Orléans. È datata 2
febbraio 1910. Maritain scrive a Péguy: "Dopo aver letto la sua opera,
sono desolato. Vedo manifestamente che lei è ancora lontano dal vero
cristianesimo, con l’illusione di esservi arrivato. [...] La vocazione
della Beata Giovanna è completamente sfigurata. [...] La meditazione
della passione di Nostro Signore è piena di inconvenienti e di
irriverenze. [...] Della Santissima Vergine lei ha osato parlare
bassamente! Come sopportarlo! In questa opera, fatta con tutto il suo
zelo e la sua devozione, è rimasto deplorabilmente al di fuori. [...]
Questo mi ha desolato".
PERNOUD: È
assolutamente incredibile. Non conoscevo questa lettera. Stento a
crederci. Quello che dice Maritain è stupido. Ma lui era un
intellettuale, e Péguy attaccava il partito degli intellettuali. Può
darsi che questo lo abbia irritato.
Può darsi.
Infatti in un’altra lettera conservata negli archivi e datata 1 aprile
1910, Péguy spiega ad un abbonato della sua rivista che quello che
sconvolge Maritain è che la sua Giovanna d’Arco non è "una di quelle
immaginette devote che i cattolici sono abituati a trovare nelle loro
parrocchie borghesi".
PERNOUD:
Io ho conosciuto persone che frequentavano il circolo cattolico che si
riuniva a casa di Jacques e Raissa Maritain a discutere di
cristianesimo. Per esempio Stanislav Fumet, che era un loro grande
amico. Ma io non ci sono mai andata, non sono mai stata attirata da
quell’ambiente. Forse per il suo aspetto di cattolicesimo intellettuale.
E io non mi ritengo un’intellettuale.
La Giovanna
d’Arco di Péguy è un po’ questo: colei che si ribella al cattolicesimo
degli intellettuali, che si ribella a coloro che intendono insegnare ai
semplici il vero cristianesimo con l’illusione di rendere cultura la
fede. Come se la fede dei semplici fedeli, quali Giovanna d’Arco, non
fosse pienamente ragionevole. E non fosse molto più intelligente degli
uomini e delle cose della vita che non i discorsi degli intellettuali.
Madame
Pernoud, un’ultima domanda. Perché ha iniziato ad interessarsi a
Giovanna d’Arco?
PERNOUD: Per
caso. Era la vigilia del Natale 1952. Mi venne chiesto un articolo sul
processo di riabilitazione di Giovanna. Io, come tutti a quell’epoca,
pensavo che fosse un personaggio da citare solo nei discorsi ufficiali.
E risposi di no. Ma di fronte alle insistenze dissi che avrei dato
un’occhiata ai testi esistenti. Andai in biblioteca e salii su una scala
per sfogliare i volumi di Jules Quicherat che aveva pubblicato tutti i
documenti riguardanti i processi. Lo trovo, inizio a leggere e poco
dopo, almeno così mi sembrava, sento il bibliotecario che mi dice: "Mademoiselle
Pernoud, se non vuole che la chiudiamo dentro deve scendere da quella
scala". Erano passate oltre due ore, ed io non ero scesa da quella
scala, intenta com’ero a leggere il processo di riabilitazione.
Appassionante. Da allora mi sono sempre occupata di Giovanna d’Arco. In
realtà mi sembra di essere sempre rimasta, in tutti questi anni, appesa
su quella scala. Ad approfondire la sorprendente vicenda di un Dio che è
entrato così profondamente nella storia dell’uomo da non aver avuto
ritegno a mischiarsi in guerre, battaglie e processi. Giovanna è un
paradosso, perché mostra che anche nelle peggiori occupazioni, cioè
facendo la guerra, si può seguire Cristo. È in quella situazione che la
sua santità si afferma. Dimostrando che non esiste nessuna situazione,
per quanto paradossale, in cui la grazia di Cristo non possa agire
visibilmente.

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Ella fu la più grande santa e martire
"Questa
fanciulla fa una commissione di Dio. Poiché Dio ha soltanto un
ridottissimo personale in questo combattimento ella deve essere
contemporaneamente il sostenitore e l’araldo.
Si sa come
fu ricevuta. Trovò gli Inglesi (e i Borgognoni) e, bisogna dirlo, i
Francesi, e la Sorbona e il re d’Inghilterra e, bisogna dirlo, il re
di Francia e la Chiesa d’Inghilterra e, bisogna dirlo, la
Chiesa di Francia più sorda e chiusa alla voce di Dio, più
ribelle a Dio di quel che san Luigi avesse trovato gli infedeli
d’Egitto. Ed è una delle ragioni per le quali ella fu la più
grande santa e martire. Bisognerebbe forse dire che ella fu santa al
secondo grado e che fu martire al secondo grado. Perché in seno alla
cristianità trovò i suoi punti d’applicazione, i suoi punti di
resistenza, i suoi punti di guerra, i suoi punti d’onore, i suoi
punti di santità, i suoi punti di martirio. Ella è stata come un
soldato che non abbia combattuto soltanto alle frontiere ma per il
quale il proprio focolare sia stato un’immensa, un’universale
frontiera. Più fortunato san Luigi, aveva avuto a che fare soltanto
con gli infedeli.
Si può dire
che san Luigi avesse intorno a sé un popolo di fedeli e che
combattesse un popolo di infedeli che era piuttosto un popolo di
contro-fedeli. Giovanna d’Arco dovette invece rispondere alla
propria vocazione e perseguirne l’oggetto, dovette compiere la
propria missione in un popolo d’infedeltà, in mezzo ad un
inveterato popolo infedele, in mezzo ad un popolo
abitualmente caduto in uno stato di infedeltà"
Charles
Péguy, Note conjointe sur Descartes et sur la
philosophie cartésienne |

La prova raddoppiata
"Ella
dovette essere cristiana, martire e santa, contro dei francesi e
contro dei cristiani. Trovò l’infedeltà installata nel cuore stesso
della Francia, nel cuore stesso della cristianità. Dovette
rompere quella lunga abitudine. Dovette risalire una lunga memoria.
Io definisco ciò essere santa e martire due volte. Io definisco ciò
una prova di secondo grado, una santità, un martirio di secondo
grado. Senza abitudine ella dovette rompere una lunga abitudine.
Immemore dovette risalire una lunga memoria.
Fare la
guerra al nemico, essere in preda al nemico, non dico che non
sarebbe niente, ma infine sarebbe, è il primo grado. Fare la guerra
al proprio fratello, essere in preda a quelli della propria razza
spirituale, ecco il secondo grado della prova ed ecco la prova
raddoppiata".
Charles
Péguy, Note conjointe sur Descartes et sur la philosophie
cartésienne |
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La più fedele imitazione di Gesù Cristo
"Se
ciò avviene nella guerra civile e nella guerra contro lo straniero
per problemi territoriali e politici, che cosa sarà quando avviene
per motivi spirituali? Anche lì ci sono frontiere ed un centro (il
centro è Roma). Anche lì c’è il nemico e il focolare. Anche lì ci
saranno dunque, in questo senso, due categorie di guerra: e la
guerra contro lo straniero per motivi spirituali, quand’anche fosse
un disastro, entra ciò nonostante nella categoria della felicità. Ma
la guerra civile per motivi spirituali, quand’anche fosse
vittoriosa, e quanto più è vittoriosa, entra nella categoria della
sofferenza e di un immenso rimpianto e nella categoria di una
infelice guerra.
(Gesù le ha
avute tutte e due, sovrapposte o meglio congiunte, egli che ebbe a
che fare con i Giudei e con i Romani, con la sua razza e con la
razza straniera, con Caifa e con Pilato, con la turba e con i
soldati).
Più
fortunato Poliuto ebbe a che fare solo col mondo antico ed è
questa anche una delle ragioni per le quali Poliuto si pone
interamente nella categoria della felicità, che è la stessa
categoria della grazia. Come san Luigi egli si batte solo alle
frontiere (spirituali, temporali). Come san Luigi egli si batte
soltanto contro il nemico. Come san Luigi le sue operazioni di
guerra spirituale non furono mai altro che operazioni della
crociata. Come san Luigi egli non fece mai altro che crociata. Che
diremo di colei che venne a Orléans persuasa che quello fosse
soltanto il punto di partenza di una riconciliazione generale della
cristianità per la crociata, per la ripresa e il compimento della
crociata e che trovò invece che quella era la sola crociata che non
avrebbe mai fatto. Che diremo se non che in questo modo realizzò
anche ciò che definirò forse un giorno: la più fedele imitazione di
Gesù Cristo". |

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