"Il Codice Da Vinci": ma la storia è un'altra cosa
1.
L’anti-cattolicesimo come «ultimo pregiudizio accettabile»
Immaginiamo questo scenario. Esce un romanzo in cui si afferma che il
Buddha, dopo l’illuminazione, non ha condotto la vita di castità che gli
si attribuisce, ma ha avuto moglie e figli. Che la comunità buddhista
dopo la sua morte ha violato i diritti della moglie, che avrebbe dovuto
essere la sua erede. Che per nascondere
questa
verità i buddhisti nel corso della loro storia hanno assassinato
migliaia, anzi milioni di persone. Che un santo buddhista scomparso da
pochi anni – che so, un Daisetz Teitaro Suzuki (1870-1966) – era in
realtà il capo di una banda di delinquenti. Che il Dalai Lama e altre
autorità del buddhismo internazionale operano per mantenere le menzogne
sul Buddha servendosi di qualunque mezzo, compreso l’omicidio.
Pubblicato, il romanzo non passa inosservato. Autorità di tutte le
religioni lo denunciano come un’odiosa mistificazione anti-buddhista e
un incitamento allo scontro fra le religioni. In diversi paesi la sua
pubblicazione è vietata, fra gli applausi della stampa. Le case
cinematografiche, cui è proposta una versione per il grande schermo,
cacciano a pedate l’autore e considerano l’intero progetto uno scherzo
di cattivo gusto.
Lo scenario non è vero, ma ce n’è uno simile che è del tutto reale. Solo
che non si parla di Buddha, ma di Gesù Cristo; non della comunità
buddhista, ma della Chiesa cattolica; non di Suzuki e del suo ordine zen
ma di san Josemaría Escrivá (1902-1975) e dell’Opus Dei da lui fondata;
non del Dalai Lama ma di Papa Giovanni Paolo II. Il romanzo in questione
ha venduto tre milioni e mezzo di copie negli Stati Uniti, è sbarcato
anche in Italia e la Sony ne sta traendo un film, che sarà diretto da
Ron Howard e per cui è già cominciata una propaganda internazionale.
Come è stato correttamente osservato dallo storico e sociologo americano
Philip Jenkins, il successo di questo prodotto è solo un’altra prova del
fatto che l’anti-cattolicesimo è «l’ultimo pregiudizio accettabile»
(1).
2.
«Il Codice da Vinci» e il Priorato di Sion
Il Codice Da Vinci (2)
mette in scena una caccia al Santo Graal. Quest’ultimo – secondo il
romanzo – non è, come la tradizione ha sempre creduto, una coppa in cui
fu raccolto il sangue di Cristo, ma una persona, Maria Maddalena, la
vera «coppa» che ha tenuto in sé il sang réal – in francese
antico il «sangue reale»,
da cui «Santo Graal» –, cioè i figli che Gesù
Cristo le aveva dato. La tomba perduta della Maddalena è dunque il vero
Santo Graal. Apprendiamo inoltre che Gesù Cristo aveva affidato una
Chiesa che avrebbe dovuto proclamare la priorità del principio femminile
non a san Pietro ma a sua moglie, Maria Maddalena, e che non aveva mai
preteso di essere Dio. Sarebbe stato l’imperatore Costantino (280-337) a
reinventare un nuovo cristianesimo sopprimendo l’elemento femminile,
proclamando che Gesù Cristo era Dio, e facendo ratificare queste sue
idee patriarcali, autoritarie e anti-femministe dal Concilio di Nicea
(325). Il progetto presuppone che sia soppressa la verità su Gesù Cristo
e sul suo matrimonio, e che la sua discendenza sia soppressa
fisicamente. Il primo scopo è conseguito scegliendo quattro vangeli
«innocui» fra le decine che esistevano, e proclamando «eretici» gli
altri vangeli «gnostici», alcuni dei quali avrebbero messo sulle tracce
del matrimonio fra Gesù e la Maddalena. Al secondo, per disgrazia di
Costantino e della Chiesa cattolica, i discendenti fisici di Gesù si
sottraggono e secoli dopo riescono perfino a impadronirsi del trono di
Francia con il nome di merovingi. La Chiesa riesce a fare assassinare un
buon numero di merovingi dai carolingi, che li sostituiscono, ma nasce
un’organizzazione misteriosa, il Priorato di Sion, per proteggere la
discendenza di Gesù e il suo segreto.
Al Priorato sono collegati i templari – per questo perseguitati – e più
tardi anche la massoneria. Alcuni fra i maggiori letterati e artisti
della storia sono stati Gran Maestri del Priorato di Sion, e alcuni –
fra cui Leonardo da Vinci (1452-1519) – hanno lasciato indizi del
segreto nelle loro opere. La Chiesa cattolica, nel frattempo, completa
la liquidazione del primato del principio femminile con la lotta alle
streghe, in cui periscono cinque milioni di donne. Ma tutto è vano: il
Priorato di Sion sopravvive, così come i discendenti di Gesù in famiglie
che portano i cognomi Plantard e Saint Clair.
3.
«Fiction» o storia?
Molti obiettano a qualunque critica del romanzo che si tratta, appunto,
di fiction che in quanto tale non è tenuta a rispettare la verità
storica. Questi critici hanno semplicemente dimenticato di leggere la
pagina Informazioni storiche, dove Brown afferma che «tutte le
descrizioni [...] di documenti e rituali segreti contenute in
questo romanzo rispecchiano la realtà» (3),
e si fondano in particolare sul fatto che «nel 1975, presso la
Bibliothèque Nationale di Parigi, sono state scoperte alcune pergamene,
note come Les Dossiers Secrets» (4)
con la storia del Priorato di Sion.
Forse in risposta alle molte controversie, a partire dalla sesta
ristampa la pagina Informazioni storiche, pagina 9 dell'edizione
italiana Mondadori, è sparita sostituita da una pagina 9 interamente
bianca: ma naturalmente rimane nell'edizione inglese (e nelle prime
stampe italiane, per chi ha acquistato il volume nelle prime settimane
di diffusione).
La parte che anche l’autore presenta come immaginaria ipotizza che il
Priorato oggi si appresti a rivelare il segreto al mondo tramite il suo
ultimo Gran Maestro, un curatore del Museo del Louvre che si chiama
Jacques Saunière. Per impedire che questo avvenga, Saunière e i suoi
principali collaboratori sono assassinati. Uno studioso di simbologia
americano, Robert Langdon, è sospettato dei crimini, ma una criptologa
che lavora per la polizia di Parigi – Sophie Neveu, la nipote di
Saunière – crede nella sua innocenza e lo aiuta a fuggire. Il lettore è
indotto a credere che responsabile degli omicidi sia l’Opus Dei, ma le
cose sono più complicate. Sul conto di questi istituto si ripetono le
più crude «leggende nere», cento volte smentite, ma dure a morire,
desunte dalla letteratura internazionale che lo critica, esplicitamente
citata. Nel romanzo, un nuovo Papa progressista ha deciso di rescindere
i legami fra la Chiesa e l’Opus Dei che risalgono a Papa Giovanni Paolo
II, e il prelato dell’Opus Dei accetta la proposta che gli proviene da
un misterioso «Maestro»: pagando a questo personaggio una somma immensa,
potrà ricattare la Santa Sede impadronendosi delle prove del segreto del
Priorato di Sion – cioè della «verità» su Gesù Cristo – e minacciando di
rivelarle al mondo. Un ex-criminale, ora numerario dell’Opus Dei, è
«prestato» al Maestro, e proprio quest’ultimo lo spinge a commettere una
serie di crimini. In realtà, il «Maestro» lavora per sé stesso: è un
ricchissimo studioso inglese, anti-cattolico, che vuole rivelare il
segreto al mondo e accusa il Priorato di tacere per timore della Chiesa.
Fra morti ammazzati, enigmi e inseguimenti Robert Langdon e Sophie – fra
i quali nasce anche l’inevitabile storia d’amore – finiscono per
scoprire la verità: la tomba della Maddalena è nascosta sotto la
piramide del Louvre, voluta dall’esoterista e massone presidente
francese François Mitterrand (1916-1996), ma il sang réal scorre
nelle vene della stessa Sophie, che è dunque l’ultima discendente di
Gesù Cristo.
4.
Errori e mistificazioni
Solo la diffusa ignoranza religiosa spiega come qualcuno possa prendere
sul serio un tale cumulo di affermazioni a dir poco ridicole. Ci sono
testi del primo secolo cristiano dove Gesù Cristo è chiaramente
riconosciuto come Dio. All’epoca del Canone Muratoriano – che risale
circa al 190 d.C. – il riconoscimento dei quattro Vangeli come canonici
e l’esclusione dei testi gnostici era un processo che si era
sostanzialmente completato, novant’anni prima che Costantino nascesse.
Quanto alla Maddalena, lo gnostico Vangelo di Tomaso, che piace
tanto a Brown, ben lungi dall’essere un testo proto-femminista ne fonda
la grandezza sul fatto che «[...] si fa maschio» (5).
A Simon Pietro che obietta «Maria deve andare via da noi! Perché le
femmine non sono degne della Vita» (6),
Gesù risponde: «Ecco, io la guiderò in modo da farne un maschio,
affinché ella diventi uno spirito vivo uguale a voi maschi. Perché ogni
femmina che si fa maschio entrerà nel Regno dei cieli» (7).
La cifra di cinque milioni di streghe bruciate dalla Chiesa cattolica è
del tutto assurda, e Brown si dimentica del fatto che nei paesi
protestanti la caccia alle streghe è stata più lunga e virulenta che in
quelli cattolici.
L’idea stessa di un «codice Da Vinci» nascosto nelle opere dell’artista
italiano è stata definita «assurda» dalla professoressa Judith
Veronica Field, docente alla University of London e presidentessa della
Leonardo Da Vinci Society (8).
A fronte di questi svarioni, quello del traduttore italiano che chiama
la torre dell’orologio del parlamento inglese «Big Bang» (9)
invece di Big Ben sembra quasi un peccato veniale. Inoltre, chi
conosca un poco la storia delle mistificazioni sul Graal sa che nel
Codice Da Vinci vi è ben poco di nuovo: tutto è già stato detto in
centinaia di libri su Rennes-le-Château (10),
e – benché il nome di questa località francese non sia mai menzionato
nel romanzo di Brown – i cognomi Saunière e Plantard fanno chiaramente
riferimento alle stesse vicende.
5. Il
mito di Rennes-le-Château: una falsificazione già da tempo smascherata
Rennes-le-Château è un paesino francese del dipartimento dell’Aude, ai
piedi dei Pirenei orientali, nella zona detta del Razès. La popolazione
si è ridotta a una quarantina di abitanti, ma ogni anno i turisti sono
decine di migliaia. Dal 1960 a oggi a Rennes-le-Château sono state
dedicate oltre cinquecento opere in lingua francese, almeno un paio di
best seller in inglese e un buon numero di titoli anche in
italiano. Se ne parla anche in film e in fumetti di culto, come
Preacher o The Magdalena. Il paesino si trova all’interno di
quel «paese cataro», cioè della zona dove l’eresia dei catari ha
dominato la regione ed è sopravvissuta fino al secolo XIII, che una
sapiente promozione ha reso in anni recenti una delle più ambite mete
turistiche francesi. Rennes-le-Château rimarrebbe però una nota a pie’
di pagina nel ricco turismo «cataro» contemporaneo se del paese non
fosse diventato parroco, nel 1885, don Berenger Saunière (1852-1917). È
a lui che fanno riferimento tutte le leggende su Rennes-le-Château.
Il parroco Saunière era soprattutto un personaggio bizzarro. Nel 1909 si
rifiuta di trasferirsi in un’altra parrocchia e nel 1910, dopo aver
perso un processo ecclesiastico, subisce una sospensione a divinis.
Pure privato della parrocchia, rimane fino alla morte nel paese, che
aveva arricchito con nuove costruzioni – fra cui una curiosa «torre di
Magdala» – e scandalizzato con una serie di scavi nella cripta e nel
cimitero, alla ricerca non si sa bene di che cosa. Diventato più ricco
di quanto fosse consueto per un parroco di campagna, si favoleggia che
abbia trovato un tesoro. Tutto poteva spiegarsi, peraltro – come
sospettava il suo vescovo – con un meno romantico traffico di donazioni
e di messe. In epoca recente si è sostenuto che Saunière avesse scoperto
nella cripta importantissimi manoscritti antichi, ma quelli che sono
emersi sono falsi evidenti del secolo XIX se non del XX. È possibile
che, nel corso dei lavori per restaurare la chiesa parrocchiale –
un’attività che va in ogni caso ascritta a merito dell’originale parroco
– don Saunière avesse scoperto qualche reperto di epoca medioevale, ma
in ogni caso non in quantità sufficiente da arricchirsi. Si continua a
ripetere anche che Saunière sarebbe stato in rapporti con ambienti
esoterici di Parigi, ma di questo non vi è nessuna prova. La figura di
Saunière non è priva d’interesse, e le sue costruzioni mostrano che si
trattava di un uomo singolarmente attento alle allegorie e ai simboli,
sulla scia di una tradizione locale. Ma nulla di più ha mai potuto
essere provato.
La leggenda di Saunière non sarebbe continuata nel tempo se la sua
perpetua, Marie Denarnaud (1868-1953) – cui il sacerdote aveva intestato
le proprietà e le costruzioni di Rennes-le-Château, per sottrarle al
vescovo con cui era in conflitto – non avesse continuato per anni, anche
per incoraggiare eventuali acquirenti, a favoleggiare di tesori
nascosti. E se un altro personaggio, Noel Corbu (1912-1968), dopo avere
acquistato dalla Denarnaud le proprietà dell’ex-parroco per trasformarle
in ristorante, non avesse cominciato, a partire dal 1956, a pubblicare
articoli sulla stampa locale dove – animato certo anche dal legittimo
desiderio di attirare turisti in un borgo remoto – metteva i presunti
«miliardi» di don Saunière in relazione con il tesoro dei catari.
Negli anni 1960 le leggende diffuse da Corbu su scala locale acquistano
fama nazionale dopo aver attirato l’attenzione di esoteristi – fra cui
Pierre Plantard (1920-2000), che aveva animato in precedenza il gruppo
Alpha Galates ed era stato anche condannato per truffe a sfondo
esoterico – e di giornalisti interessati ai misteri esoterici come
Gérard de Sède, che pubblica nel 1967 L’or de Rennes (11).
Tre autori inglesi di esoterismo popolare – Michael Baigent, Richard
Leigh e Henry Lincoln – s’incaricheranno di elaborare ulteriormente le
sue idee, trasformandole in una vera industria editoriale – grazie anche
alla BBC, che batte la grancassa – avviata con la pubblicazione,
nel 1979, de Il Santo Graal (12).
Secondo de Sède e i suoi continuatori inglesi, il parroco aveva scoperto
il segreto di Rennes-le-Château, dove sarebbe depositato non solo un
tesoro favoloso – variamente attribuito al tempio di Gerusalemme, ai
visigoti, ai catari, ai templari, alla monarchia francese, e cui il
sacerdote avrebbe attinto solo per una piccola parte –, ma anche –
rivelato dalle presunte pergamene ritrovate da don Saunière, dalle
iscrizioni del cimitero, dalle forme stesse degli edifici e di quanto si
trova nella chiesa parrocchiale – un tesoro di tipo non materiale, la
verità stessa sulla storia del mondo. Nel paesino pirenaico
esisterebbero i documenti in grado di provare che Gesù Cristo – verità
accuratamente nascosta dalla Chiesa cattolica – aveva avuto figli da
Maria Maddalena, che questi figli portano in sé il sangue stesso di Dio
e che pertanto hanno il diritto di regnare sulla Francia e sul mondo
intero. Che il Santo Graal sarebbe, più propriamente, il sang réal,
il «sangue reale» dei discendenti fisici di Gesù Cristo, è affermato da
quando Plantard entra nella storia di Rennes-le-Château. Il Codice Da
Vinci si limita a ripetere queste affermazioni. Per prudenza,
afferma Plantard, la discendenza dei merovingi da Gesù Cristo sarebbe
sempre stata mantenuta come un segreto noto a pochi. Ma i catari, i
templari, i grandi iniziati – dallo stesso Saunière al pittore Nicolas
Poussin (1594-1655), il quale ne avrebbe lasciato una traccia nel suo
famoso quadro del Louvre I pastori di Arcadia, che raffigurerebbe
precisamente il panorama di Rennes-le-Château – hanno custodito il
segreto come cosa preziosissima, lasciando trapelare di tanto in tanto
qualche indizio.
Oggi, naturalmente, un Priorato di Sion esiste. È fondato nel 1956 da
Pierre Plantard – che si fa chiamare anche «Plantard de Saint Clair»,
inventandosi un titolo nobiliare di fantasia che è alle origini delle
affermazioni de Il Codice Da Vinci secondo cui anche «Saint Clair»
sarebbe un cognome merovingio –, con tanto di atto notarile e carte da
bollo. Plantard ha lasciato intendere di essere egli stesso un
discendente dei merovingi e il custode del Graal. La prova che il
Priorato esiste da mille anni dovrebbe consistere nel nome di un piccolo
ordine religioso medievale chiamato Priorato di Sion. Questo è
effettivamente esistito – e finito –, ma non ha relazioni di sorta né
con i merovingi né con presunti discendenti di Gesù Cristo. È difficile
non concludere che il collegamento fra Rennes-le-Château, i merovingi e
il Priorato di Sion è puramente leggendario, e che il Priorato è
un’organizzazione esoterica le cui origini non vanno al di là
dell’esperienza di Plantard e dei suoi collaboratori. Non è esistito
nessun Priorato di Sion – nel senso in cui oggi se ne parla – prima
dell’arrivo di Plantard a Rennes-le-Château. Ora, naturalmente esiste:
ma solo dal 1956.
Nella pagina Informazioni storiche de Il Codice Da Vinci
si afferma, come ho accennato, che tutta la storia è confermata da
documenti inoppugnabili. Si tratta dei famosi documenti in parte
«ritrovati» nel 1975 nella Biblioteca Nazionale di Parigi e in parte
trasmessi in precedenza allo scrittore Gérard de Sède. I documenti,
però, sono stati «ritrovati» dalle stesse persone che li avevano
nascosti nella Biblioteca Nazionale di Parigi: Plantard e i suoi amici.
Ed è certissimo che non si tratta di documenti antichi ma di falsi
moderni. Il principale autore dei falsi, Philippe de Chérisey – morto
nel 1985 –, ha confessato di aver partecipato alla loro falsificazione,
lamentandosi perfino per la loro utilizzazione avvenuta senza versargli
il dovuto compenso, argomento su cui esistono lettere dell’avvocato di
Chérisey (13).
Quanto a Poussin, la «prova» del suo collegamento con Rennes-le-Château
avrebbe dovuto essere la fotografia di una tomba presente nel territorio
del paesino francese, oggi distrutta, ma cui Poussin si sarebbe ispirato
per il suo quadro I pastori di Arcadia. Peccato però che della
tomba siano stati ritrovati il permesso e i piani di costruzione, datati
1903, ancorché la tomba sia stata completata nel 1933 (14):
la tomba è dunque posteriore di quasi trecento anni al quadro di Poussin.
Nessun «documento» e nessuna «prova», dunque. Solo fantasie, buone per
vendere romanzi più o meno appassionanti, ma che dal punto di vista
strettamente storico devono essere considerate autentica spazzatura.
* Articolo sostanzialmente anticipato, in una versione più breve, senza
note e con il titolo Il Codice Da Vinci, in il Timone. Mensile
di formazione e informazione apologetica, anno VI, n. 31, Fagnano
Olona (Varese) marzo 2004, pp. 47-49.
"Codice Arcadia": un nuovo capitolo della saga di Rennes-le-Château
(Una versione ridotta è apparsa su
"Avvenire" del 7 novembre 2001)
Chi ha paura di Rennes-le-Château? Si
tratta di un paesino francese del dipartimento dell’Aude, ai piedi dei
Pirenei orientali, nella zona detta del Razès. La popolazione si è
ridotta a una quarantina di abitanti, ma ogni anno i turisti sono
decine di migliaia. Dal 1960 a oggi a Rennes-le-Château sono state
dedicate oltre cinquecento opere in lingua francese, almeno un paio di
bestseller in inglese e un buon numero di titoli anche in
italiano. Negli ultimi anni si nota peraltro una fase di stanca della
relativa leggenda, meno popolare di un tempo nella stessa area
anglofona e da cui alcuni dei primi propagatori si sono pubblicamente
dissociati. Cerca di fare rivivere il mito in declino, da ultimo,
The Arcadian Cipher di Peter Blake e Paul Blezard, che esce ora da
Marco Tropea con il titolo Codice Arcadia.
Per chi ancora non conosce
Rennes-le-Château, giova ricordare che il paese si trova all’interno
di quel "paese cataro", segnato dalle vestigia dell’antica eresia
medioevale, che una sapiente promozione ha reso in anni recenti una
delle più ambite mete turistiche francesi. Rennes-le-Château
rimarrebbe però una nota a pie’ di pagina nel ricco turismo "cataro"
contemporaneo se del paese non fosse diventato parroco, nel 1885, don
Berenger Saunière (1852-1917). Personaggio bizzarro, nel 1909 si
rifiuta di trasferirsi in un’altra parrocchia e nel 1910, dopo avere
perso un processo ecclesiastico, subisce una sospensione a divinis.
Pure privato della parrocchia, rimane fino alla morte nel paese, che
aveva arricchito con nuove costruzioni - fra cui una curiosa "torre di
Magdala" - e scandalizzato con una serie di scavi nella cripta e nel
cimitero, alla ricerca non si sa bene di che cosa. Diventato più ricco
di quanto fosse consueto per un parroco di campagna, si favoleggia che
abbia trovato un tesoro. Tutto poteva spiegarsi, peraltro - come
sospettava il suo vescovo - con un meno romantico traffico di
donazioni e di messe. In epoca recente si è sostenuto che Saunière
avesse scoperto nella cripta importantissimi manoscritti antichi, ma
quelli che sono emersi sono falsi evidenti del XIX se non del XX
secolo. È possibile che - nel corso dei lavori per restaurare la
chiesa parrocchiale (un’attività che va in ogni caso ascritta a merito
dell’originale parroco) - don Saunière avesse scoperto qualche reperto
di epoca medioevale, ma in ogni caso non in quantità sufficiente da
arricchirsi. Si continua a ripetere anche che Saunière sarebbe stato
in rapporti con ambienti esoterici di Parigi, ma le prove addotte non
permettono di formulare alcuna conclusione sicura. La figura di
Saunière non è priva di interesse, e le sue costruzioni mostrano che
si trattava di un uomo singolarmente attento alle allegorie e ai
simboli, forse con qualche reale interesse esoterico, sulla scia di
una tradizione locale. Tuttavia la leggenda di Saunière non sarebbe
continuata nel tempo se la sua perpetua, Marie Denarnaud (1868-1953) -
cui il sacerdote aveva intestato le proprietà e le costruzioni di
Rennes-le-Château, per sottrarle al vescovo con cui era in conflitto -
non avesse continuato per anni, anche per incoraggiare eventuali
acquirenti, a favoleggiare di tesori nascosti. E se un altro
personaggio, Noel Corbu (1912-1968), dopo avere acquistato dalla
Denarnaud le proprietà dell’ex-parroco per trasformarle in ristorante,
non avesse cominciato, a partire dal 1956, a pubblicare articoli sulla
stampa locale dove - animato certo anche dal legittimo desiderio di
attirare turisti in un borgo remoto - metteva i presunti "miliardi" di
don Saunière in relazione con il tesoro dei catari.
Negli anni 1960 le leggende diffuse
da Corbu su scala locale acquistano fama nazionale dopo avere attirato
l’attenzione di esoteristi - fra cui Pierre Plantard (1920-2000), che
aveva animato in precedenza il gruppo Alpha Galates - e di giornalisti
interessati ai misteri esoterici come Gérard de Sède, che pubblica nel
1967 L’or de Rennes.Tre autori inglesi di esoterismo
popolare - Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln - si
incaricheranno di elaborare ulteriormente le sue idee, trasformandole
in una vera industria editoriale, avviata con la pubblicazione, nel
1982, de Il Santo Graal. Secondo de Sède e i suoi continuatori
inglesi, il parroco aveva scoperto il segreto di Rennes-le-Château,
dove sarebbe depositato non solo un tesoro favoloso - variamente
attribuito al tempio di Gerusalemme, ai visigoti, ai catari, ai
templari, alla monarchia francese, e cui il sacerdote avrebbe attinto
solo per una piccola parte -, ma anche - rivelato dalle presunte
pergamene ritrovate da don Saunière, dalle iscrizioni del cimitero,
dalle forme stesse degli edifici e di quanto si trova nella chiesa
parrocchiale - un tesoro di tipo non materiale, la verità stessa sulla
storia del mondo. Nel paesino pirenaico esisterebbero documenti in
grado di provare che Gesù Cristo - verità accuratamente nascosta dalla
Chiesa cattolica - aveva avuto figli da Maria Maddalena, che questi
figli portano in sé il sangue stesso di Dio e che pertanto hanno il
diritto di regnare sulla Francia e sul mondo intero. Il Santo Graal
sarebbe, più propriamente, il sang réal, il "sangue reale" dei
discendenti fisici di Gesù Cristo. Discendenti di Gesù e della
Maddalena sarebbero stati i re merovingi, il cui regno sarebbe stato
usurpato dai carolingi e dai capetingi. Ma i catari, i templari, i
grandi iniziati - dallo stesso Saunière al pittore Nicolas Poussin
(1594-1655), il quale ne avrebbe lasciato una traccia nel suo famoso
quadro del Louvre I pastori di Arcadia, che raffigurerebbe
precisamente il panorama di Rennes-le-Château - hanno custodito il
segreto come cosa preziosissima, lasciando trapelare di tanto in tanto
qualche indizio.
Caduti i merovingi, una società
segreta avrebbe tramandato nella storia il segreto del Graal, facendo
delle varie massonerie soltanto un suo pallido strumento. La società
emerge nel 1972 con la fondazione legale del Priorato di Sion da parte
di Pierre Plantard, che lascia intendere di essere egli stesso un
discendente dei merovingi e il custode del Graal. Il Priorato, afferma
Plantard, esisterebbe da oltre mille anni, e avrebbe avuto come Gran
Maestri diversi personaggi illustri della storia e della letteratura.
Un ordine medievale chiamato Priorato di Sion è effettivamente
esistito, ma non vi sono prove storiche della sua prosecuzione fino ai
giorni nostri. È difficile non concludere che il collegamento fra
Rennes-le-Château, i merovingi e il Priorato di Sion è puramente
leggendario, e che il Priorato è un’organizzazione esoterica le cui
origini non vanno al di là dell’esperienza di Plantard e dei suoi
collaboratori. A questa tesi oggi nella sostanza dimostrata - che
certo toglie al mito il suo fascino e al turismo in direzione di
Rennes-le-Château molte delle sue ragioni - continuano a ribellarsi
epigoni, che per la verità si trascinano un po’ stancamente sulla
strada mitologica già percorsa dai primi autori esoterici. Abbiamo
letto, per esempio, che una montagna vicina al villaggio francese
chiamata Cardou deriva il suo nome da Corps Dieu, "Corpo (di)
Dio", e che nelle sue viscere sarebbe sepolto Gesù Cristo. Che, a
cercare bene, si troverebbe studiando la leggenda anche la tomba della
Madonna. Che i reali d’Inghilterra sono a loro volta discendenti
fisici di Gesù Cristo tramite i Merovingi. E chi più ne ha più ne
metta: sembra veramente difficile aggiungere o inventare ancora
qualcosa. Ci provano gli autori di Codice Arcadia, dopo una
prima parte piuttosto lunga - e non necessariamente pertinente - sul
significato esoterico delle opere d’arte dai Babilonesi ai giorni
nostri, dove Peter Blake (figlio del noto restauratore di opere d’arte
Henley Blake) dà prova almeno di un certo gusto artistico. Segue una
seconda parte dove si ripetono pedissequamente, ignorando una
letteratura critica ormai davvero abbondante, tutte le tesi che
abbiamo esaminato su Rennes-le-Château: leggiamo così ancora una volta
di visite del parroco Saunière a Parigi (mai provate), di un suo
interesse per la pittura di Poussin (totalmente inventato), della sua
scoperta di "qualcosa che poteva spaventare la Chiesa di Roma al punto
da comprarne il silenzio o che gli permise di ricattarla minacciando
di rivelare quanto sapeva" (p. 162): una tesi tanto cara ai fautori
della leggenda quanto sfornita di qualsivoglia prova. Lungo il
percorso, per provare che Gesù Cristo non è stato crocifisso ma è
sopravvissuto, ha avuto moglie, figli e infine una tomba si mobilita
l’apologetica anticristiana di Mirza Ghulam Ahmad (1835-1908),
fondatore di uno scisma islamico, il Movimento Ahmadiyya, sul quale
gli autori non appaiono peraltro troppo informati.
Finalmente - e per la verità
abbastanza brevemente - Blake e Blezard aggiungono la loro tessera al
mosaico di ipotesi su Rennes-le-Château, lasciandosi guidare, oltre
che da altri quadri, da L’educazione di Pan di Luca Signorelli
(1467?-1523), che beninteso conterrebbe allusioni al panorama dei
monti vicini al paesino francese. Blake dichiara così di avere
scoperto nella zona (ma non sotto il Cardou) una "tomba naturale" che
avrebbe contenuto i corpi di Gesù Cristo e della Maddalena. Come
non farebbe neppure il più pasticcione fra gli archeologi, Blake
avrebbe messo a soqquadro il sito, così da rendere impossibile
qualunque conferma indipendente della sua cervellotica ipotesi. Ma,
rovesciando tutte le regole logiche sull’onere della prova, chiede
alla Chiesa cattolica di confermarla o smentirla concludendo con un
invito perentorio che è difficile non definire farneticante. "Le prove
della validità della mia scoperta - scrive - non possono che trovarsi
fra i confini neutrali dello Stato Vaticano in forma di due salme [di
Gesù e della Maddalena]… Ha la Chiesa il potere di comprovare o
confutare la mia teoria? Forse è giunta l’ora (…) che la Chiesa
attenui la sua insistenza sulla resurrezione fisica e mostri al mondo
le spoglie mortali di Cristo" (p. 246). Spiace dirlo: ma veramente non
si sentiva il bisogno di una traduzione italiana dell’ennesimo
polpettone fanta-archeologico e fanta-teologico su presunti misteri di
Rennes-le-Château. I primi propagatori di questa leggenda
anticristiana avevano almeno una certa allure; gli epigoni
scoprono rozzamente le carte, e inducono qualunque lettore minimamente
avvertito a chiudere con fastidio il volume prima di arrivare alla
prevedibile conclusione.