Hiram è nome che si sente ripetere in
Massoneria quasi in modo ossessivo e la leggenda di Hiram è
parabola ricorrente e fondante la stessa maestria massonica. I fratelli
vorranno perciò perdonare l’uso di concetti già largamente espressi in
più
d’una occasione, da me e da altri, sull’intera questione. Se si
considera, tuttavia, l’etimologia stessa della parola Hiram, diviene più
facilmente comprensibile il motivo dell’ossessione, per così dire, che
ci porta ad occuparci di Hiram quasi di continuo.
Com’è noto, Hiram è parola ebraica di
quattro lettere e due radici. Infatti, la
Chet
j
e lo Yud
y
formano la radice "Chi", che
significa vita e una seconda radice, Ram, formata dalle lettere
Resh
r
e Mêm m
rimanda a particolari stati di
elevazione.
"Vita elevata" significa dunque Hiram,
cioè ‘vita dello spirito’ e, addirittura, rovesciando i termini,
spirito di vita. Ora, come accennavo prima, è abbastanza
comprensibile che una tradizione iniziatica abbia ad occuparsi di
Spirito più che di altro.
Ciò premesso, vale forse la pena ricordare
che il nome di Hiram è citato, forse per la prima volta, circa a metà
del Quattrocento, nel Manoscritto di Cooke, un codice di
comportamento ad uso delle Logge della Massoneria operativa.
Relativamente tarda è invece la sua apparizione nei documenti ufficiali
della Massoneria speculativa, tanto da non apparire neppure
all’atto di fondazione, il 24 Giugno 1717, nelle Costituzioni di
Anderson. Appare invece nove anni più tardi nel Manoscritto di Graham,
cosiddetto dal nome del maestro della Loggia della quale faceva parte il
compilatore.
Nel documento si fa, tra l’altro,
riferimento ai tre figli di Noè, Sem, Cam e Japhet, dei quali è detto
"andarono alla tomba di Noè loro padre per cercare di trovare qualcosa
che li conducesse al segreto della virtù che questo famoso patriarca
possedeva, perché spero (continua il compilatore del Manoscritto)
che tutti concederanno che quanto poteva essere utile nel nuovo mondo
era contenuto nell’arca con Noè"
Non trovando il segreto, i tre figli di
Noè sollevarono il cadavere del padre già decomposto "mettendo piede
contro piede, ginocchio contro ginocchio, petto contro petto, guancia
contro guancia e mano sul dorso e invocarono aiutaci o padre…"
Di quale segreto è depositario Noè? La
rilettura di alcuni passi del Berechith o Genesi può forse
aiutarci.
Quando il Signore (narra la Bibbia) vide
la malvagità dell’uomo, si pentì di averlo creato e decise di
distruggerlo insieme a tutti gli altri esseri che popolavano la terra.
Ma Noè trovò grazia ai suoi occhi. Allora il Signore invitò Noè a
costruirsi, per scampare al diluvio, un’arca di legno di gofer,
parola la cui radice, in ebraico, è la stessa della parola gofrit
che significa zolfo.
Noè ospiterà nell’arca, oltre ai figli e
alla moglie, il maschio e la femmina di ogni specie
animale. Egli uscirà con i suoi dall’Arca dopo circa 12 mesi, una volta
che il corvo si sia accertato del calo delle acque e la colomba abbia
recato nel becco la prova della nuova viridescenza della Terra.
Il Manoscritto di Graham ci dice che il
segreto era nell’arca, ma che i figli di Noè non lo trovarono.
Il racconto biblico, invece, prosegue
prima con la descrizione dell’arcobaleno o arco dell’alleanza tra
Dio e Noè, poi con la maledizione di Noè contro suo figlio Cam e i
discendenti cananiti, forse proprio per aver scoperto il segreto.
Tutto il segreto di Noè, del resto, sembra
riassumersi in tre versetti, Genesi 9:20-22, in cui è detto che
Noè, uomo di terra, piantò una vigna e che bevuto del
vino si ubriacò e si scoprì all’interno della sua tenda
mentre Cam, suo figlio e padre di Canaan, vide la sua nudità.
Su questo episodio mi sembra assai
illuminante l’interpretazione proposta nel Sepher-ha Zohar o
Libro dello Splendore che, com’è noto, è uno dei testi più autorevoli e
completi della Qabalah. Qui, si comincia col discutere tra due
personaggi, Rabbi Juda e Rabbi Yossi, circa l’origine di questa vigna.
Rabbi Juda sostiene che la vigna facesse parte, una volta, del giardino
dell’Eden e che da questo ne fosse stata scacciata, mentre Rabbi
Yossi sostiene che la vigna si trovasse sulla terra prima del diluvio e
che Noè l’avesse sradicata per poi ripiantarla.
Ora, è abbastanza evidente che nella tesi
di Rabbi Juda si parli della vigna come se si parlasse di Adamo
ed Eva, altrimenti come si potrebbe scacciare una vigna? Quanto
alla tesi di Rabbi Yossi, se è vero che è possibile sradicare le viti di
una vigna per ripiantarle, appare ben difficile poterlo fare quando sia
trascorso un anno cioè più o meno il tempo in cui Noè rimase nell’arca.
Allora qui cominciamo a sospettare che si tratti di una vigna
speciale.
C’è di più: nel giardino dell’Eden, da cui
la vigna proverrebbe, secondo rabbi Juda, sappiamo esserci un fiume
che serve ad abbeverare il giardino (Genesi 2,10), ed è
grazie a questo fiume che ogni cosa nasce. Nel significato cabbalistico
dello Zohar, il giardino è la sephirah Malchuth, che
significa Regno o Terra, mentre il fiume è la sephirah Yesod che
significa Fondamento.
Il sospetto che non di una comune vigna
si tratti ci viene anche dall’osservazione che il versetto 9,20
del Genesi, in cui si dice che "Noè iniziò a piantare una
vigna", prosegua col versetto 9,21 in cui si dichiara che Noè bevve il
vino. Sembrerebbe che Noè non abbia quasi da aspettare tra il
piantare e il bere, ma la cosa più interessante è il commento
di Rabbi Simeone nel già citato passo dello Zohar: "In questo
versetto (Genesi 9,21) si trova uno dei segreti relativi alla
Saggezza. Quando Noè si propose di indagare sull’errore del primo uomo,
non certo nell’intenzione di ripetere lo stesso errore, ma, al
contrario, al fine di liberarne il mondo, egli non ci riuscì subito,
allora schiacciò i chicchi d’uva per proseguire la sua ricerca sulla
vigna. Ma, non appena raggiunto questo scopo, si ritrovò nudo e
ubriaco" .
Insomma, apprendiamo che Noè piantò la
vigna per indagare sull’errore di Adamo. E semmai ci siano
ancora dubbi che si stia parlando di una vigna e di un vino speciali,
conviene ascoltare ancora Rabbi Simeone: "Accadde qui come per i figli
di Aronne che, noi lo sappiamo, bevvero vino sul monte Sinai. Chi offrì
loro del vino in un tal luogo perché ne bevessero? Se ti passa per la
mente che essi ebbero voglia di ubriacarsi di vino in un luogo simile,
disingannati! Per la verità fu del vino di Noè che essi si ubriacarono"
Tornando al Manoscritto di
Graham, dopo Noè e i suoi figli, si allude ad un tale Betsaleel,
personaggio la cui etimologia del nome ce lo indica assai vicino a Dio.
Il santo segreto posseduto da Betsaleel e che è il segreto stesso
della Massoneria (si dice nel Manoscritto) si mantenne senza
perdersi pur nelle tenebre dell’ignoranza finché, 480 anni dopo che gli
Ebrei erano usciti dall’Egitto, nel quarto anno del suo regno, Salomone
cominciò a costruire la Casa del Signore. In tale opera (continua
il Manoscritto) gli fu a fianco Hiram di Tiro, il figlio di una
vedova della tribù di Neftali e uomo colmo di sapienza e di
intelligenza.
Sin qui il Manoscritto che (come
abbiamo visto) parlando di Hiram si riferisce solo all’artigiano e non
anche all’altro Hiram di Tiro, il re che concluse con Salomone un
trattato commerciale inviando operai e fornendo oro e legno di cedro per
la costruzione del Tempio.
Dalla comparsa del Manoscritto di
Graham, occorrono sei anni perché la leggenda di Hiram appaia nel
rituale del terzo grado delle Logge londinesi e ancora altri cinque anni
perché trovi posto nella ristampa delle Costituzioni di Anderson.
Siamo nel 1738 e Anderson, sulla scia del Manoscritto di Graham,
sottolinea la perfezione raggiunta dalla Massoneria grazie
all’intervento di Dio nella costruzione dell’Arca dell’Alleanza e del
Tempio di Salomone. Infatti, Noè prima, come poi Salomone, Hiram e le
maestranze del Tempio, furono solo gli strumenti nelle mani del Grande
Architetto dell’Universo.
É interessante osservare che nella
versione della leggenda di Hiram riportata nelle Costituzioni, i
cinque toccamenti della maestria sono la conseguenza della scoperta
della tomba e del cadavere di Hiram, così come, analogamente, nel
Manoscritto di Graham, sono la conseguenza del sollevamento dalla
tomba del corpo di Noè ad opera dei suoi tre figli. In entrambi i casi
si chiede alla sepoltura di rivelare un segreto.
Esistono, naturalmente, molte versioni
della leggenda, senza che ciò determini sostanziali variazioni di
significato. Mi limiterò perciò a considerare quelle riportate nel
Manoscritto e nelle Costituzioni, cercando, ove possibile, di
armonizzarle tra loro sinteticamente.
Narra, dunque, la leggenda che Hiram ogni
giorno, dopo la pausa del pranzo solesse ispezionare i lavori. Il Tempio
era prossimo ad essere ultimato, ma era intanto scoppiata una
controversia fra i manovali e i muratori per la differenza del salario
percepito. Per tacitare la lite, Salomone e Hiram promisero che tutti
sarebbero stati pagati allo stesso modo, ma poi diedero ai muratori un
segno che i manovali non conoscevano e che significava maggior salario,
ritenendo che fosse più giusto che ognuno fosse retribuito secondo il
merito e non secondo un astratto principio di uguaglianza. Fu così che
tre manovali si nascosero nel Tempio per aggredire Hiram ed estorcergli
la parola segreta, con cui si poteva chiedere e ottenere un salario più
alto.
Ma Hiram si rifiuto di rivelare la parola segreta e tentò di
fuggire. Inseguito sino alla terza porta del Tempio, dopo essere stato
colpito anche presso le altre due, egli fu infine ucciso. Gli assassini
nascosero provvisoriamente il maestro morto sotto i calcinacci. A
mezzanotte lo recuperarono, per dargli sepoltura su una collina poco
distante. Salomone, impensierito per l’assenza del suo architetto,
incaricò quindici buoni Fratelli di cercarlo.
Quando infine (continua la leggenda) il
corpo di Hiram fu ritrovato, a chi l’aveva afferrato per sollevarlo
dalla fossa, come già era avvenuto per Noè, restò in mano la carne che
ormai si veniva staccando da quel corpo in decomposizione, finché un
altro fratello pensò bene, per sollevare Hiram, di stendersi sopra di
lui passandogli un braccio dietro la schiena. Lo sollevò così mano
contro mano, guancia contro guancia, piede contro piede, ginocchio
contro ginocchio e mano contro schiena.
Così stando la leggenda, pur con tutte le
sue varianti, appare comprensibile rintracciarne la fonte direttamente
nel racconto biblico, magari unificando le due figure di Hiram
nell’unica figura di Hiram architetto di re Salomone o, più
semplicemente, come nel Manoscritto di Graham, finendo per
privilegiare l’artigiano e figlio di una vedova della tribù di
Neftali, cioè di un discendente di Giacobbe e di Bila sua schiava, così
come fa il Vaillant, che in proposito scrive: "La tradizione massonica
che si ricava dai rituali adottati da tutti i riti al terzo grado è
ebraica (…) Nel secondo libro dei Paralipomeni, il re di Tiro fa
dire a Salomone che ‘Hiram è un uomo intelligente, abilissimo; che ha
servito suo padre, che sa lavorare l’oro, l’argento, il bronzo, il
ferro, le pietre, il legno e perfino la porpora, il giacinto, il fine
lino e lo scarlatto; egli sa ancora incidere tutte le immagini e
inventare quello che occorre per ogni lavoro. Ecco, senza dubbio,
ciò che gli è valsa la denominazione di architetto nelle
tradizioni ebraiche e tra i Liberi Muratori, malgrado le asserzioni
rispettabilissime che non vogliono vedere in lui che un fonditore di
metalli."
Sarebbe dunque inutile cercare al di fuori
ciò che è già ampiamente contenuto nel racconto biblico. E quanto
all’episodio del tradimento degli operai, anche questo si troverebbe
nella Bibbia, essendo niente altro che la trasfigurazione dell’episodio
della ribellione dei tre levìti, durante il passaggio degli ebrei nel
deserto, dopo la fuga dall’Egitto.
L’episodio della ribellione di Core,
Dathan e Abiron si sostanzia, infatti, delle parole che, nella Thorah,
Mosè rivolge ai ribelli: " Non vi basta il fatto che il Signore, il Dio
d’Israele, ha scelto voi fra tutti gli altri israeliti? Vi concede di
avvicinarvi a Lui, per prestare servizio nella sua Abitazione e per
celebrare il culto in nome di tutta la comunità d’Israele. Il Signore ha
permesso a te, Core, e a tutti i fratelli levìti di avvicinarvi a lui e
voi ora pretendete anche il sacerdozio? ".
Analogamente, i tre operai della leggenda
massonica che, pure, hanno il privilegio di lavorare alla costruzione
del Tempio, pretendono la maestria senza averne diritto e la loro
avidità e superbia li spinge al delitto.
Restando nell’ambito di una
interpretazione che vede nell’Hiram biblico la fonte principale della
leggenda, di un certo interesse è la posizione assunta dal Goons, membro
della Philalethes Society, che, dopo aver dichiarato che la storia della
costruzione del Tempio di Salomone fu allargata, a partire dal racconto
biblico, in modo libero e fantasioso sino a diventare un’allegoria,
finisce con l’azzardare l’ipotesi, recando numerose prove, che Hiram re
di Tiro sia stato membro operativo della potente gilda dei muratori
fenici i quali, com’è noto, parteciparono in modo rilevante alla
costruzione del Tempio di Salomone.
Conforta in tal senso (secondo il Goons)
sia l’ambizioso programma di costruzioni che, secondo storici come
Menandro, Giuseppe Flavio ed Erodoto, avrebbe contraddistinto il regno
di Hiram, sia la concreta realizzazione a Tiro e nello stesso periodo,
di molte opere, secondo ne scrive il Dizionario di lingua inglese per
l’interpretazione della Bibbia: "Fu Hiram, contemporaneo di David, che
portò Tiro alla fama. L’antica Tiro sulla terraferma, egli la fortificò
fortemente con mura sviluppanti quindici miglia di circonferenza. Ora
Hiram costruisce la nuova Tiro includendo le isole sparse per un mezzo
miglio sul mare fino a comprendere un’area di due miglia e mezzo di
circonferenza. All’estremità nord due moli di pietra di circa cento
piedi a parte, si estendevano a est e a ovest per settecento piedi.
Questi con la linea costiera abbracciavano un’area (il porto di Sidone)
di 70.000 yarde quadrate. A sud un porto simile (l’Egiziano) di 80.000
yarde quadrate era racchiuso da un vasto lungo 200 yarde e da un
frangiflutti largo 35 piedi e lungo quasi 2 miglia. I due porti erano
uniti da un canale che attraversava l’isola. La città crebbe in file di
case, giardini, frutteti e vigne e fu abbellita dal nuovo e splendido
tempio di Melkarth , dal palazzo reale e da una grande piazza per le
assemblee nazionali…" .
In base ad altre fonti, peraltro meno
documentate (osserva il Goons) in questo stesso periodo sarebbero state
costruite, oltre ad elevate fortificazioni, case di abitazione ancora
più alte di quelle dei Romani e per giunta dotate di riscaldamento a
vapore, e ancora: depositi d’acqua, fognature, e un tempio della dea
Astarte che servì di modello alla costruzione del Tempio di Gerusalemme.
Inoltre, secondo il Goons, ancora oggi sarebbe visibile uno dei
grandiosi moli del porto costruito da Hiram.
Da tutte queste premesse il Goons trae la
convinzione che Hiram potesse far parte della gilda dei costruttori e
che magari suo padre, il re Abibaal, lo avesse messo a mestiere nella
corporazione dei muratori, il solo luogo dove avrebbe potuto ricevere
un’educazione degna di questo nome. Infatti, in questa età della storia,
solo la gilda dei costruttori deteneva conoscenze di matematica, di
geometria, di meccanica e di topografia. Del resto,egli osserva:
"contrariamente a ciò che credono alcuni scrittori di storia, nessun
faraone egiziano o satrapo persiano, ancor meno il capo di una piccola
città-stato, poteva arbitrariamente ordinare od obbligare a dei lavori
una gilda potente… si deve supporre perciò che (Hiram) il principe
coronato fosse un capo tra i costruttori, un maestro progettatore?… "
A giudizio del Goons la risposta alla
domanda non può che essere affermativa, altrimenti Hiram, divenuto re di
Tiro, non avrebbe potuto mandare prima a David poi a Salomone operai
specializzati per la costruzione del Tempio, ciò che invece avrebbe
potuto come maestro della corporazione di Tiro A dir la verità, la tesi
del Goons mi convince poco, vuoi per la sua spregiudicatezza, vuoi per
l’impostazione illuministica che la sottende.
In tutt’altra prospettiva, che non sia
quella di rintracciare le fonti della leggenda di Hiram nel racconto
biblico, si colloca Flavio Barbiero, archeologo e autore, tra l’altro,
di La Bibbia senza segreti edito da Rusconi.
Premessa di tale diversa interpretazione
sono le ricerche archeologiche da lui effettuate sulla montagna di Har
Karkom: "Har Karkom è una montagna sacra situata tra il deserto del
Negev e il deserto Paran nel Sinai israeliano. Migliaia di strutture
abitative, innumerevoli luoghi di culto, 40.000 incisioni rupestri ed
altre strutture sacre e profane, per un totale di oltre 1200 siti
archeologici, testimoniano oltre ogni possibile dubbio che questo monte
era un luogo sacro nell'’età del bronzo, quella dell’Esodo biblico. (…)
Nei circoli scientifici ed esegetici, nonostante comprensibili
resistenze (…) si sta facendo ormai strada la convinzione che si tratti
proprio del biblico monte Sinai (…) Le ricerche ad Har Karkom si
effettuano con in mano la Bibbia e stimolano di rimando ricerche sul
significato della Bibbia stessa, se sia cioè un’opera storica o un’opera
essenzialmente allegorica, come vorrebbe l’esegesi moderna (…)
Inizialmente tale analisi era intesa ad approfondire le vicende del
popolo ebraico maturate all’ombra del monte sacro. Ma ben presto si è
focalizzata sulle vicende di una famiglia che di questo monte si
riteneva la legittima proprietaria e che non cessò mai di frequentarlo
in segreto, impedendone l’accesso a chiunque altro: la famiglia
sacerdotale di Gerusalemme".
Forte di questa prima scoperta, il
Barbiero se ne concede subito un’altra riguardante le origini stesse
della Massoneria e della leggenda di Hiram. A suo parere, la tesi, più
accreditata in ambito scientifico, circa l’origine della Massoneria da
corporazioni di scalpellini e muratori non ha né fondamento razionale né
base storica. Tutti i rituali massonici (egli osserva) da quelli della
Massoneria azzurra a quelli del Rito scozzese, cominciando dalla
leggenda di Hiram, non trovano riscontro nelle vicende bibliche, né
appare verosimile che tali rituali siano la libera invenzione, in epoca
moderna, di fatti reali descritti nella Bibbia. Pure, egli ammette, in
tutti questi rituali si trova sempre qualcosa che con la Bibbia sembra
avere autentica familiarità. La spiegazione è semplice: la storia della
Massoneria altro non è per lui che la storia della famiglia sacerdotale
di Gerusalemme: "La Bibbia racconta la storia del popolo ebraico. I
rituali massonici si riferiscono a tutt’altra storia. Essi riportano
soltanto avvenimenti che avevano rilevanza per la famiglia sacerdotale
di Gerusalemme e la cui descrizione in nessun modo poteva essere
ricavata dalla Bibbia stessa. Si tratta di episodi che si inseriscono in
maniera appropriata nella storia biblica e che spesso vi sono citati
espressamente, ma nei rituali sono narrati con una quantità di
informazioni che non sono presenti nella Bibbia e soprattutto con
un’ottica strettamente unilaterale, interna alla famiglia sacerdotale
(…) Questa convinzione è rafforzata dal fatto che ci sono molti
paralleli tra le tradizioni massoniche e i testi apocrifi del Vecchio
Testamento, libri di autori ignoti, ma certamente appartenenti alla
classe sacerdotale della Gerusalemme dal terzo al primo secolo a.C."
Il primo anello di questa catena o il
primo episodio di questa storia si troverebbe proprio nella leggenda di
Hiram, allorché il fratello massone è iniziato maestro. Continuerebbe
poi nei rituali del Rito scozzese: "I rituali dei gradi successivi, dal
quarto al dodicesimo, si svolgono nel Tempio e nella camera delle
udienze di re Salomone e narrano gli avvenimenti successivi alla morte
di Hiram: la nomina di un certo Adoniram, sacerdote (…) quale nuovo
responsabile dei lavori del Tempio; la caccia scatenata da Salomone per
catturare gli uccisori di Hiram Abif, la cattura e la morte dei suoi
assassini e infine il ritrovamento del suo cadavere ed il suo
seppellimento; il pagamento del compenso dovuto da Salomone al re di
Tiro, per l’aiuto ricevuto nella costruzione del Tempio; il conferimento
di cariche ed incarichi ai membri della famiglia sacerdotale, cioè la
famiglia massonica; l’istituzione dei rituali stessi. Tutti episodi che
non trovano riscontro nella Bibbia, ma che si inseriscono perfettamente
nella cornice da essa tratteggiata e vedono come protagonisti gli stessi
personaggi.
Il grado tredicesimo, l’arco reale,
è uno dei più importanti della massoneria. Il rituale è incentrato
sull’esistenza di una cripta segretissima, costituita da nove camere
sotterranee l’ultima delle quali contiene il più sacro dei tesori
massonici. Nel rituale si racconta la storia di questa cripta, di come
era stata costruita, perduta e infine ritrovata ad opera di tre
sacerdoti.
Il rituale del quattordicesimo grado
riguarda avvenimenti accaduti 400 anni dopo. Si svolge nella cripta
segreta e ne descrive il contenuto. Viene poi narrata la distruzione del
Tempio di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor e la deportazione dei
(sacerdoti o) maestri massoni a Babilonia.
Il ritorno a Gerusalemme, 70 anni dopo, è
narrato nel rituale del 15.mo grado, che si svolge in tre fasi distinte:
inizia nel palazzo di re Ciro a Babilonia, con la scena del sovrano
persiano che concede a Zorobabele di ritornare a Gerusalemme e gli
restituisce i tesori del tempio saccheggiato da Nabuccodonosor. Segue la
scena del passaggio del Giordano, dove i (sacerdoti o) maestri massoni
vengono attaccati e devono combattere duramente per passare. La terza
scena si svolge fra le rovine del Tempio di Gerusalemme, quando i
(sacerdoti o) maestri massoni decidono di ricostruirlo. La storia
continua nel rituale del 16.mo grado, che riguarda la ricostruzione del
Tempio.
I rituali del 17.mo
e 18.mo grado sono di contenuto filosofico ed esoterico. Tema centrale
del 18.mo grado è quello della parola perduta, relativo allo smarrimento
di un grandissimo segreto massonico (…). Col 19.mo grado si ha di nuovo
un salto di data di alcuni secoli: si descrive, infatti, la distruzione
del Tempio di Gerusalemme ad opera dei Romani, nel 70 d.C." Al momento
della distruzione del secondo Tempio, la famiglia sacerdotale di
Gerusalemme era al culmine del suo splendore. Dal canto suo, lo storico
ebreo Giuseppe Flavio, anche lui appartenente alla classe sacerdotale,
elenca diversi membri di famiglie di sommi sacerdoti cui Tito risparmiò
vita e averi. Accusata di tradimento dalla comunità ebraica e anche di
aver consegnato ai Romani il tesoro del Tempio, la classe sacerdotale,
dopo di allora, entrò nella clandestinità. Così, la storia della
famiglia sacerdotale di Gerusalemme continuerebbe attraverso i rituali
massonici, a cominciare da quello del 20.mo grado: "Il rituale del 20.mo
grado (scrive ancora il nostro autore) si svolge subito dopo la
distruzione di Gerusalemme. I (sacerdoti o) fratelli massoni superstiti,
di fronte alla grandezza e potenza dell’impero romano (…) abbandonano
definitivamente ogni volontà di ricostruire materialmente il Tempio (…).
L’episodio successivo, narrato dal rituale del grado 26.mo (i rituali
dei gradi intermedi trattano temi ricavati dal Pentateuco), si
svolge a Roma soltanto pochi anni dopo, all’epoca dell’imperatore
Domiziano, fratello di Tito. Ritroviamo la famiglia (…) nelle catacombe,
dove riesce a sopravvivere alle persecuzioni anticristiane scatenate
dall’imperatore. Le informazioni che se ne ricavano sono sorprendenti;
secondo il rituale, infatti, i sacerdoti superstiti si sarebbero
trasferiti a Roma (come Giuseppe Flavio, del resto, che vi possedeva una
abitazione sontuosa) e avrebbero condiviso le sorti dei perseguitati
cristiani, segno che si erano affiliati alla nuova religione (…).
Non sorprende quindi, dopo un lunghissimo
periodo di black-out, ritrovare, nei rituali dal 27.mo al 32.mo grado, i
fratelli massoni con lo stemma dei crociati sul petto a Gerusalemme,
esattamente dove ci aspetteremmo di ritrovare una famiglia che di quella
città era stata proprietaria per oltre un millennio e che certamente non
poteva rimanere insensibile ed estranea ad una sua riconquista. Li
ritroviamo, però, non più in veste di sacerdoti, ma di monaci guerrieri,
organizzati in ordini cavallereschi, in particolare i Templari, che
hanno fatto della difesa della Terra Santa la loro ragion d’essere. Le
vicende dei Templari, fino al loro sterminio da parte del re di Francia
Filippo il Bello sono oggetto dei rituali dal 30.mo al 32.mo grado.
Il rituale del 33.mo grado, infine, si
svolge alla corte di Federico II, re di Prussia, e il suo intento è di
chiudere la ferita aperta con la distruzione del Tempio."
Tutta la tesi porta l’autore a concludere
che, così riguardata, la Massoneria ha svolto un ruolo di primo piano
nel mondo, influenzando profondamente il pensiero moderno e la struttura
stessa delle democrazie occidentali. Ma, per quanto suggestiva sia
l’idea di una Massoneria che, dagli antichi sacerdoti di Gerusalemme, si
dispieghi nello spazio e nel tempo sino ai nostri giorni, appare poco
verosimile sostenerla con qualche credibilità in base alla
documentazione in nostro possesso, soprattutto se, come spesso traspare
dalle argomentazioni dell’autore, lo si fa per scongiurare l’origine più
modesta, ma scientificamente più attendibile e altrettanto nobile, della
derivazione della Massoneria dalle corporazioni di muratori e di
scalpellini.
L’intento di ritrovare le fonti della
leggenda di Hiram mi ha portato, quasi inevitabilmente, ad interrogarmi
sulle fonti stesse dell’istituzione massonica. Ciò dimostra quanto sia
importante approfondire lo studio della leggenda, anche se bisogna
convenire che finché la ricerca si muove in ambito storico, pochi sono i
progressi che potranno compiersi, vuoi per mancanza di documentazione,
vuoi per il consolidarsi di tradizioni ormai diffusamente accettate.
Per altro aspetto, non del tutto
convincente appare il tentativo di rintracciare le fonti della leggenda
di Hiram fuori dell’ambito biblico, riconducendo gli episodi della vita
e della morte di Hiram a generici miti solari di morte e di
resurrezione. Troppo semplice, e in tal caso Hiram sarebbe estraneo al
ciclo di Salomone, cui invece sembra indissolubilmente legato. Non
sarebbe inoltre giustificata l’insistenza con cui i rituali massonici
parlano di lui.
É sin troppo facile, in tal senso,
avvicinare il mito di Hiram al mito egizio di Osiride. D’altra parte, la
preferenza, accordata dalla maggior parte degli autori a questo mito
piuttosto che al racconto biblico, si spiega soprattutto con la
necessità di sottolineare il momento topico della morte e della
resurrezione, così importante in una tradizione iniziatica. Scrive in
proposito il Porciatti: "La drammatica leggenda non può dirsi ispirata
dalla Bibbia; infatti biblicamente Hiram è ricordato quale geniale
artista, fonditore delle due colonne del Tempio e dei loro capitelli,
del mare di bronzo e di altre cose ancora, ma mai quale architetto
preposto alla costruzione del Tempio e capo di una immensa schiera di
operai che avrebbe ripartito in Apprendisti, Compagni e Maestri. Essa è
piuttosto inspirata dalla iniziazione Osirica, da quel terzo grado della
iniziazione Egizia che si chiamava Porta della Morte, anzi la
riproduce: la bara di Osiride, di cui l’assassinio era supposto recente,
portava ancora le tracce del sangue ed era posta al centro della sala
dei Morti, ove avveniva una parte della cerimonia; si chiedeva
all’Iniziando se aveva preso parte all’assassinio di Osiride, e dopo
altre prove malgrado i suoi dinieghi era colpito, o gli si imponeva
la sensazione di essere colpito con un colpo di ascia alla testa; esso
era rovesciato, avvolto in bende come le mummie; si gemeva attorno a
lui; balenavano lampi; l’Iniziando, il supposto morto, era
avvolto di fuoco, poi reso alla vita."
Ciò che sorprende di questa analisi è
l’aver ridotto l’intera leggenda di Hiram ad una generica
rappresentazione del mito solare e ad una brutta copia del mito di Iside
e Osiride, dove le analogie si possono riassumere nella morte di Osiride
per mano del fratello di sangue Seth, nella ricerca disperata che Iside,
la vedova di Osiride, fa dello sposo perduto e infine nell’attribuzione
ai massoni del titolo di figli della vedova.
Giustamente Osiride è stato detto Signore
della morte e della resurrezione, ma egli è solo una tra le tante
divinità nella folta schiera dei morti e risorti in cui troviamo
Orfeo, Dioniso, Mithra, Adone, Cristo, Krishna e molti altri, tutti
peraltro riconducibili al ciclo cosmico e vegetativo, al mito del Sole
che scompare e ogni volta rinasce, mentre la Luna, inconsolabile
vedova, lo va cercando nella notte stellata.
La maggiore fortuna di Osiride, tra i
morti e i risorti, si spiega forse con la sua immediata identificazione
col Sole. Egli "è un dio fecondo e benefico, la cui vita, morte e
resurrezione hanno seguito, fin dalle origini mitiche, il ritmo di tutta
la vita egiziana particolarmente nei due cicli entro i quali essa si
aggira: il ciclo agrario e il ciclo funerario."
La funzione normalizzatrice e rassicurante
dell’iniziazione osirica riguarda ogni aspetto del viver civile e della
morte stessa, perché Osiride è insieme il Nilo e il deserto, il sole che
ogni giorno appare all’orizzonte, tramonta e ogni volta risorge, il seme
fecondo e il corpo smembrato, la certezza della morte e la fede nella
resurrezione. E non importa se queste sono soltanto le forme di
conoscenza dell’apparenza, come dimostra la cura che gli Egizi dedicano
alla conservazione dei cadaveri e al mantenimento della loro integrità,
perché le forme dell’apparire sono simboli della realtà e la realtà si
rivela nella formula della ricorrenza e dell’eterno ritorno.
É dunque abbastanza comprensibile, anche
se per me estremamente generico, riferire a Osiride quella parte della
leggenda massonica di Hiram, che parla di morte e di resurrezione,
perché l’iniziazione non può che essere un’avventura della coscienza
individuale e perché, a quanto pare, fu nella valle del Nilo che venne
elaborato per la prima volta il processo psicologico dell’iniziazione
attraverso un viaggio rituale che, come testimonia il Papiro T 32 di
Leida, contemplava per il postulante l’arrivo e l’accettazione,
quindi la proclamazione di giustificato, cioè di destinato alla
resurrezione, quindi il bagno rituale, l’illuminazione con stati
di coscienza fuori dell’ordinario (non si sa sino a che punto indotti
artificialmente) e che, infine, si concludeva col sonno nel tempio.
Come si vede, nulla forse che ricordi i
rituali massonici, ma certamente la comune convinzione che il rituale di
iniziazione sia almeno capace di operare una prima trasformazione della
coscienza. E certo Hiram ci fa venire in mente il mito egizio di Osiride
e, attraverso questo, i miti solari e della ciclicità naturale, il mito
della morte e della resurrezione e soprattutto il mito del Caos sempre
risorgente e in grado di minacciare l’Ordine raggiunto. Anche il mondo
più organizzato, infatti, conserva traccia del Caos che può
distruggerlo, anche nella coscienza più illuminata può annidarsi il
germe della distruzione che trasforma in assassino. Osiride esorcizza
bene nella cosmologia egizia tutto ciò che nasce, muore e deve rinascere
in eterno ciclo, egli (l’ho già detto) è l’espressione mitica della
ricorrenza: il sole, la luna, la vegetazione. A cominciare dalle
terre lussureggianti che il Nilo faceva affiorare e puntualmente faceva
scomparire. Come Osiride è ucciso dal fratello Seth, Hiram è ucciso da
forza fraterna e tuttavia antagonista, come Osiride, Hiram è destinato a
cadere mille volte e mille volte a risorgere.
Se, dunque, si guarda Hiram alla luce del
mito della morte e della resurrezione, non c’è dubbio che la
fonte primaria della sua leggenda possa essere ricondotta al mito egizio
di Osiride e di Iside, come sostiene la maggior parte degli studiosi.
Ma, giova ripeterlo, sotto questo riguardo, non è meno vero che la
leggenda, da un punto di vista più generale, possa appartenere ad uno
qualsiasi dei tanti miti di dei ed eroi morti e risorti. Gesù,
per esempio, come pure altri autori hanno sostenuto. C’è (è vero) una
preferenza verso il mito egizio, non solo e non tanto perché, come
Iside, l’iniziato massone va cercando le spoglie del dio ucciso per
farlo risorgere, quanto (come si è visto) per le implicazioni
psicologiche che ne deriverebbero in virtù del cerimoniale iniziatico.
Comunque sia, sotto questo profilo, il mito massonico di Hiram, altro
non sarebbe che una tarda rappresentazione dei miti solari e/o della
rinascita e dunque della consolazione e della speranza.
Cosa c’è, al contrario, di unico e
peculiare nella leggenda massonica di Hiram? La costruzione del
Tempio, nel senso e con la prospettiva nota a tutti i massoni e per
la quale ogni fratello sa di dover portare la propria pietra sgrossata.
C’è di più: è errato ritenere che
l’iniziazione in quanto tale sia opera di edificazione, portati
come siamo ad identificare il momento spazio-temporale dell’iniziazione
con il rituale che la conferisce, ignorando una verità semplice e
fondamentale e cioè che tempo e spazio della coscienza non corrispondono
al tempo e allo spazio della cosiddetta realtà. La coscienza converte,
per così dire, il tempo e lo spazio della realtà, nel proprio vissuto o
Erlebnis e può scoprire di essersi davvero modificata solo al
termine di un lungo e faticoso processo di cui gli istanti
spazio-temporali della realtà sono solo isolati dati d’esperienza
sebbene talora dotati di forte carica emozionale. Si aggiunga che ogni
drammatizzazione simbolica, se ha il potere di fissare l’attenzione
dell’‘attore e di tenerla desta, non ha anche la creatività
sufficiente, per il suo carattere essenzialmente ludico, per generare
una coscienza nuova. L’iniziato sa, per quanto grande sia
la sua emozione durante il rito, di recitare una parte e che questa
parte simula ma non è la propria morte e rinascita. Al di
là del gesto liturgico, egli sa bene che ciò che potrà trasformare e,
per così dire, ampliare davvero la sua coscienza è la progressiva e
costante consapevolezza di essere davvero morto e rinato. Può così
accadere, per quanto paradossale possa sembrare, che egli rimanga un
iniziato soltanto virtuale anche dopo reiterate e più elevate
iniziazioni.
Alla luce di quanto sopra, mi sono chiesto
se non sia possibile conseguire maggiori risultati mutando di
prospettiva e cioè collocando la leggenda di Hiram all’interno del ciclo
di Salomone, in uno spazio e in un tempo meramente simbolici, dove sia
tuttavia possibile spiegare la leggenda per se stessa senza farla
dipendere da generici miti di morte e rinascita. Sarà forse così
anche più facile comprendere perché, nei documenti e nei rituali della
Massoneria speculativa del XVIII secolo, il ritrovamento della
tomba di Hiram si confonda o s’intrecci spesso con quello del
disseppellimento di Noè ad opera dei suoi tre figli.
A tale proposito conviene ricordare
l’etimologia di Hiram e il significato che gli è stato dato. Spirito
si è detto o qualcosa di simile. Ebbene, dove s’incontra, nella Bibbia,
per la prima volta la parola spirito ? Proprio all’inizio, al secondo
versetto di Berechith o Genesi, dov’è scritto che lo
spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque. Qui, spirito
in ebraico è Ruach
j w r
ed è proprio spirito nel significato più
vicino ad Hiram, cioè di spirito vitale. C’è di più: l’intera
espressione del Genesi è Ruach Élohïm, spirito divino e come tale
è riportata sull’architrave della Porta Ermetica di piazza Vittorio.
Ricordando che nell’alfabeto ebraico ogni
lettera è numero e ogni numero è lettera, il valore numerico di Ruach
Élohïm è 300, cioè lo stesso valore della Shin
c
lettera che designa il ‘Fuoco’
e che è una delle tre lettere madri dell’alfabeto ebraico
Dello spirito con questo stesso
significato parla l’Asclepius ermetico: spiritus implet omnia…
e ancora: spiritus vero agitantur sive gubernantur omnes in mundo
species cioè: dallo spirito sono mosse e governate tutte le specie
del mondo. Di questo spirito parla Marsilio Ficino nel De Vita:
ipse vero est corpus tenuissimum, quasi non corpus…, e nei
Commentaria all’Ars brevis di Raimondo Lullo, Agrippa lo dice
spiritus domini’ che replevit orbem terrarum’, ma la
definizione più completa mi sembra quella che ne dà Galileo, nella
famosa lettera del 23 Marzo 1615 a Monsignor Pietro Dini, in difesa del
sistema copernicano: "Direi parermi che nella natura si ritrovi una
substanza spiritosissima, tenuissima e velocissima, la quale
diffondendosi per l'universo, penetra per tutto senza contrasto,
riscalda, vivifica e rende feconde tutte le viventi creature; di questo
spirito par che 'l senso stesso ci dimostri il corpo del Sole esserne
ricetto principalissimo, dal quale espandendosi un'immensa luce per
l'universo, accompagnata da tale spirito calorifico e penetrante per
tutti i corpi vegetabili, gli rende vividi e fecondi."
Tornando alle Costituzioni di
Anderson ci stupisce vedere la Massoneria definita come Arte reale,
una definizione in genere attribuita all’Arte ermetica. Salomone
conosceva forse il valore della pietra filosofale? Parrebbe
proprio di si, almeno a quanto ne riferisce Yochanan Alemanno, un ebreo
italiano vissuto nel Quattrocento. Nel suo Sepher ha-liqqutim
egli racconta che la regina di Saba decise di andare a Gerusalemme per
conoscere la saggezza di Salomone: "Andò così da lui in gran pompa (egli
scrive) con molto oro, argento e pietre preziose da portare in dono al
re, come testimonia la Scrittura. Si trova anche scritto nel Libro
delle Cronache dei re di Saba che ella portò con sé quella preziosa
pietra filosofale (…) per mettere alla prova con essa Salomone,
verificare se egli conoscesse l’occulto segreto (…) Il re rispose a
tutte le sue domande, le disse il segreto della pietra, la sua natura,
il suo modo di agire, e anche altri misteri, che non è necessario
riferire. La pietra rimase così nelle mani del re…"
La stretta associazione tra Salomone e la
pietra filosofale sarebbe anche attestata, a giudizio di Raphaël Patai,
dal fatto che la materia prima della pietra era talvolta rappresentata
con i due triangoli intrecciati del sigillo di Salomone, che
sopravvive ancor oggi nell’emblema nazionale ebraico noto come Maghen
David o Stella di Davide.
Rispetto poi alla collocazione di Hiram
per entro il ciclo di Salomone e della costruzione del Tempio, c’è da
osservare che Michaël Maier, il noto autore dell’Atalanta Fugiens,
pubblicò nel 1620 a Francoforte la Septimana Philosophica, un
libro (egli dice) in cui gli aurei segreti di tutti i tipi di natura,
del più saggio di tutti i re degli israeliti, Salomone, e della regina
di Saba, nonché di Hiram, principe di Tiro, sono presentati e spiegati a
turno alla maniera di una conversazione.
Se, a tutto ciò, si aggiunge che l’altro
Hiram, l’artigiano figlio di una vedova, è detto essere un
valente fonditore di metalli, forse il migliore dell’epoca sua,
si comprende che deve esserci un nesso, per entro il ciclo di Salomone,
tra costruzione del Tempio, fonditura dei metalli e possesso
della pietra filosofale.
Come mai, inoltre, la figura di Hiram
s’intreccia spesso con quella di Noè? E perché lo stesso Anderson
dichiara, nelle Costituzioni, che la Massoneria o Arte reale
aveva potuto raggiungere la perfezione per l’intervento di Dio nella
costruzione dell’Arca dell’Alleanza e del Tempio di Salomone? Perché, in
fondo, Hiram e Noè esprimono lo stesso concetto, travestono la medesima
allegoria.
Tutto l’episodio biblico di Noè, come ho
già sottolineato, parla il linguaggio ermetico. A cominciare dall’Arca
che troppo ricorda l’Atanòr, per continuare con i primi animali che Noè
fa uscire dall’Arca: il corvo, seguito dalla colomba, secondo la massima
ermetica, anch’essa scolpita sulla Porta Ermetica di Piazza Vittorio
sotto il simbolo di Saturno: Quando in tua domo nigri corvi
parturient albas columbas tunc vocaberis sapiens cioè: Quando nella
tua casa negri corvi partoriranno bianche colombe allora sarai chiamato
saggio.
E ancora: col ramoscello d’ulivo simbolo
della prima viridescenza, poi con l’arcobaleno che, nella
varietà dei suoi colori è l’annuncio della bontà dell’Opera e
perciò dell’alleanza con Dio e della trasformazione, per finire con la
vigna di Noè e il suo vino.
Ove ci siano ancora dubbi sulla
circolarità che accomuna Salomone, la leggenda di Hiram, la pietra
filosofale e il Tempio, conviene guardare al Genesi che al
versetto 28:22 dice: e questa pietra, che io ho eretta come stele,
sarà la casa di Dio. E di questa pietra, ancora nello Zohar,
Rabbi Juda ci dice che è la pietra fondamentale, il radicamento del
mondo, a pietra sulla quale il Tempio è stato costruito.
Naturalmente, la via ermetica è solo una
delle tante strade di ricerca per far luce sulle fonti e sul significato
della leggenda di Hiram. Altre strade, infatti, tra cui quelle da me
sopra indicate, possono essere praticate, purché non ci si dimentichi
che il fine ultimo resta la costruzione del Tempio. Per quanto
debba sempre mantenersi in noi la necessaria umiltà che ci fa
consapevoli che il Tempio non potrà essere terminato.