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TITOLO |
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ALCHIMIA E MEDICINA SI AVVICINANO |
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DAL SITO |
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www.suffragio.it |
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AUTORE |
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MICHELA PEREIRA (UNIVERSITA' DI SIENA) |
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NEL MONDO LATINO la
ricerca alchemica non aveva conosciuto la diffusione e gli sviluppi che
aveva avuto a Bisanzio e nell'Islam; indizi occasionali mostrano però
che la traduzione dall'arabo dei primi scritti d'alchimia non cadde
completamente nel vuoto, almeno per l'aspetto pratico. Una ricetta per
fare l'"oro spagnolo", un cenno all'alchimia come falsificazione dei
metalli preziosi, sparse notizie sulla presenza di artefici in diverse
località del Mediterraneo sono indicazioni che, assieme al contenuto dei
primi scritti alchemici di autore latino - per esempio Michele Scoto,
l'intellettuale della corte di Federico II che ebbe fama di negromante -
mostrano che l'alchimia venne inizialmente recepita in Occidente come
l'arte di fare l'oro dai metalli vili. Questa immagine, sicuramente la
più diffusa dal Medioevo a oggi, è alla base di molte raffigurazioni
negative o ironiche degli alchimisti nella letteratura e nell'arte
medievale e rinascimentale e spiega la perdurante polemica di molti
degli alchimisti stessi contro i "soffiatori", cioè coloro che si
limitavano a sfruttare, spesso in maniera truffaldina, le conoscenze
operative dell'arte trasmutatoria. La complessità dell'alchimia, già evidente nei testi greci ma sicuramente rafforzata dall'innesto con motivi cosmologici e simbolici nella tradizione islamica,
s'incontrava con la totale mancanza di riscontri nella cultura degli autori latini, che furono i protagonisti della rinascita delle scienze e della filosofia nel XII secolo. Mancava perfino un lessico per poter tradurre con qualche plausibilità i testi arabi, come fa rilevare il traduttore Roberto di Chester nel prologo (1144) al Testamento di Morieno. Perciò, fra il 1150 e il 1250 circa, il mondo latino si arricchì di un ingente corpus di testi alchemici, ma la comprensione piena del significato dell'alchimia si fece strada assai più lentamente. Solo attorno alla metà del "200 due filosofi con forti interessi naturalistici ed enciclopedici, Alberto Magno (1205-1280) e Ruggero Bacone (1214-1292), riuscirono a cogliere il senso filosofico dell'alchimia, che risiede essenzialmente nel fatto che l'artefice effettua il proprio opus (processo di laboratorio) seguendo le dinamiche naturali per dirigere la natura stessa ai suoi scopi.
Alberto Magno fu il primo scienziato
medievale a servirsi sistematicamente delle conoscenze degli alchimisti
nella stesura del suo trattato De mineralibus ("Sui minerali"), col
quale intendeva colmare il vuoto lasciato da Aristotele sull'argomento;
tuttavia continuò a considerare l'alchimia solo come produzione
dell'oro. L'artefice opera privando i corpi metallici della loro "forma
specifica" (cioè del principio che fa sì che una determinata sostanza
sia quella e non altra); dopo averli riportati allo stato di materia
prima priva di forma, che perciò può riceverne una nuova e perfetta (per
esempio quella dell'oro), si limita a esporre la materia all'opportuno
influsso celeste, attraverso cui sarà la natura stessa a conferire la
nuova forma. L'alchimista opera dunque come il medico, collaborando con
la natura, perché solo essa è capace di produrre la forma perfetta nei
corpi corruttibili, così come produce la salute nei corpi malati.
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