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CAGLIOSTRO

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Innumerevoli biografie hanno cercato di fare chiarezza sul misterioso avventuriero che caratterizzò il secolo dei Lumi: taumaturgo, "amico dell’Umanità", cultore e divulgatore delle scienze esoteriche oppure scaltro imbonitore, comune ciarlatano? Il quesito, finora, non ha avuto risposta certa: il mistero che da sempre avvolge le molteplici attività svolte da Cagliostro contribuisce a tenere vivo l’interesse su di lui.

Giuseppe Balsamo nacque a Palermo il 2 giugno 1743, dal mercante Pietro Balsamo e da Felicita Bracconieri. A causa delle modeste condizioni economiche, alla morte del padre fu affidato al seminario di S. Rocco a Palermo. Nel 1756 entrò come novizio presso il convento dei Fatebenefratelli di Caltagirone per essere affiancato al frate speziale, dal quale apprese i primi rudimenti di farmacologia e chimica. Nel 1768 sposò a Roma Lorenza Feliciani, avvenente e giovanissima fanciulla dell’ età di quattordici anni. Fino al momento del matrimonio non si hanno altre notizie documentate: è presumibile che abbia vissuto di espedienti durante la gioventù. D’altra parte, lo stesso Cagliostro dichiarò pubblicamente di provenire da paesi sconosciuti, di aver trascorso gli anni dell’infanzia alla Mecca e di aver conosciuto gli antichi misteri dei sacerdoti egizi attraverso gli insegnamenti del sapiente Altotas. Sarà monsignor Giuseppe Barberi, fiscale generale del Sant’Uffizio, che nel suo Compendio sulla vita e sulle gesta di Giuseppe Balsamo, redatto nel 1791, smentirà queste dichiarazioni divenendo uno dei suoi più accaniti detrattori. Secondo il Barberi, Cagliostro avrebbe esercitato truffe e mistificazioni anche a Barcellona, Madrid e Lisbona con l’aiuto della maliarda Lorenza, che irretiva uomini facoltosi con arti sottili che andavano dall’avvenenza fisica alla promessa di miracolose guarigioni grazie a polveri e a formule magiche.

Risale al 1771 il primo viaggio a Londra della giovane coppia: sembra che là il Balsamo sia finito in prigione per debiti e, per restituire le somme dovute, fu

 

costretto a lavorare come decoratore. Nel 1772 a Parigi, Lorenza si invaghì dell’avvocato Duplessis e, a causa di questa relazione, fu rinchiusa nel carcere di Santa Pelagia, la prigione delle donne di malaffare. La riconciliazione non tardò ad avvenire e i coniugi, dopo varie peregrinazioni in Belgio e in Germania, rientrarono a Palermo e poi a Napoli. Nello stesso anno, il Balsamo si recò a Marsiglia e si cimentò nelle vesti di taumaturgo: sembra che, dietro lauto compenso, fece credere ad un innamorato di poter riacquistare il vigore fisico mediante l’attuazione di alcuni riti magici. Scoperto l’imbroglio, fu costretto a fuggire e a cercare riparo in Spagna, a Venezia, quindi ad Alicante per terminare la fuga a Cadice. Ritornò a Londra nel 1776, presentandosi come conte Alessandro di Cagliostro, dopo aver fatto uso di nomi altisonanti accompagnati da fantasiosi titoli quali conte d’Harat, marchese Pellegrini, principe di Santa Croce: durante questo soggiorno, insieme alla moglie, divenuta nel frattempo la celestiale Serafina, viene ammesso alla loggia massonica "La Speranza". Da questo momento la vicenda di Cagliostro può essere ricostruita sulla base di documenti ufficiali e non su libelli diffamatori fatti circolare dai nemici più acerrimi. La massoneria gli offrì ottime opportunità per soddisfare ogni ambizione sopita. Grazie alle vie da essa indicate e alle cognizioni acquisite, egli poté riscuotere successi appaganti moralmente ed economicamente che lo portarono, dal 1777 al 1780, ad attraversare l’Europa centro-settentrionale, dall’Aia a Berlino, dalla Curlandia a Pietroburgo e alla Polonia. Il nuovo rito egiziano di cui Cagliostro era Gran Cofto, aveva affascinato nobili ed intellettuali con le sue iniziazioni e pratiche rituali che prevedevano la rigenerazione del corpo e dell’anima. Grande risalto ebbe, inoltre, la figura di Serafina, presidentessa di una loggia che ammetteva anche le donne, con il titolo di regina di Saba. Alla corte di Varsavia, nel maggio del 1780, ricevette un’accoglienza trionfale tributata dal sovrano in persona: la sua fama di alchimista e guaritore aveva raggiunto le vette più alte!

Considerevole diffusione ebbero in quegli anni l’elixir di lunga vita, il vino egiziano e le cosiddette polveri rinfrescanti con i quali Cagliostro compì alcune portentose guarigioni curando, spesso senza alcun compenso, i numerosi ammalati che, nel 1781, gremivano la residenza di Strasburgo. Il comportamento filantropico, la conoscenza di alcuni elementi del magnetismo animale e dei segreti alchemici, la capacità di infondere fiducia e, al tempo stesso, di turbare l’interlocutore, penetrarlo con la profondità dello sguardo, da tutti ritenuto quasi soprannaturale: queste le componenti che contribuirono a rafforzare il fascino personale e l’alone di leggenda e di mistero che accompagnarono Cagliostro fin dalle prime apparizioni. Poliedrico e versatile, conquistò la stima e l’ammirazione del filosofo Lavater e del gran elemosiniere del re di Francia, il cardinale di Rohan, entrambi in quegli anni a Strasburgo. Tuttavia, Cagliostro raggiunse l’apice del successo a Lione, dove giunse dopo una breve sosta a Napoli e dopo aver risieduto più di un anno a Bordeaux con sua moglie. A Lione, infatti, egli consolidò il rito egiziano, istituendo la "madre loggia", la Sagesse triomphante, per la quale ottenne una fiabesca sede e la partecipazione di importanti personalità. Quasi nello stesso momento giunse l’invito al convegno dei Philalèthes, la prestigiosa società che intendeva appurare le antiche origini della massoneria. A Cagliostro non restava che dedicarsi anima e corpo a questo nuovo incarico, parallelamente alla sua attività taumaturgica ed esoterica, ma il coinvolgimento nell’affaire du collier de la reine lo rese protagonista suo malgrado, insieme a Rohan e alla contessa Jeanne Valois de la Motte, del più celebre ed intricato scandalo dell’epoca, il complotto che diffamò la regina Maria Antonietta e aprì la strada alla rivoluzione francese. Colpevole solo di essere amico di Rohan e di aver consigliato di rivelare la truffa al sovrano, Cagliostro, accusato dalla de la Motte, artefice di ogni inganno, fu arrestato e rinchiuso con sua moglie nella Bastiglia, in attesa del processo. Durante la detenzione, ebbe modo di constatare quanto grande fosse la popolarità raggiunta: furono organizzate manifestazioni di solidarietà e, il giorno della scarcerazione, fu accompagnato a casa dalla folla acclamante. Nonostante il Parlamento di Parigi avesse appurato l’estraneità di Cagliostro e di sua moglie alla vicenda, i monarchi ne decretarono l’esilio: la notizia giunse a pochi giorni dalla liberazione, costringendo il "Gran Cofto" a riparare frettolosamente a Londra. Da qui scrisse al popolo francese, colpendo il sistema giudiziario e preannunciando profeticamente la caduta del trono capetingio e l’avvento di un regime moderato. Il governo francese si difese opponendo gli scritti di un libellista francese Théveneau de Morande che, stabilita la vera identità di Cagliostro e di Serafina, raccontò sulle gazzette le peripezie e i raggiri dei precedenti soggiorni londinesi, al punto che l’avventuriero decise di chiedere l’ospitalità del banchiere Sarrasin e di Lavater in Svizzera. Rimasta a Londra, Serafina fu persuasa a rilasciare compromettenti dichiarazioni sul marito che la richiamò in Svizzera in tempo per farle ritrattare tutte accuse.

Tra il 1786 e il 1788 la coppia cercò di risollevare le proprie sorti compiendo vari viaggi: Aix in Savoia, Torino, Genova, Rovereto. In queste città Cagliostro continuò a svolgere l’attività di taumaturgo e ad istaurare logge massoniche. Giunto a Trento nel 1788, fu accolto con benevolenza dal vescovo Pietro Virgilio Thun che lo aiutò ad ottenere i visti necessari per rientrare a Roma: pur di assecondare i desideri di Serafina, era disposto a stabilirsi in una città ostile agli esponenti della massoneria, considerati faziosi e reazionari. Cagliostro, poi, preannunziando la presa della Bastiglia, carcere simbolo dell’assolutismo monarchico, e la fine dei sovrani di Francia, destava particolare preoccupazione, alimentata anche dalla sua intraprendenza negli ambienti massonici. Non trovando terreno fertile nei liberi muratori, che oramai guardavano a lui solo come ad un volgare lestofante, Cagliostro tentò di costituire anche a Roma una loggia di rito egiziano, invitando il 16 settembre 1789 a Villa Malta prelati e patrizi romani. Le adesioni furono soltanto due: quella del marchese Vivaldi e quella del frate cappuccino Francesco Giuseppe da San Maurizio, che fu nominato segretario. L’iniziativa, pur non conseguendo l’esito sperato, fu interpretata come una vera e propria sfida dalla Chiesa che, attraverso il Sant’Uffizio, sorvegliò con maggior zelo le mosse dello sprovveduto avventuriero.

Il pretesto per procedere contro Cagliostro fu offerto proprio da Lorenza che, consigliata dai parenti, aveva rivolto al marito accuse molto gravi durante la confessione: era stata indotta a denunciarlo come eretico e massone. Cagliostro sapeva bene di non potersi fidare della moglie, che in più di un’occasione aveva dimostrato scarso attaccamento al tetto coniugale, e per questo sperava di poter rientrare in Francia, essendo caduta la monarchia che lo aveva perseguitato. A tal fine scrisse un memoriale diretto all’Assemblea nazionale francese, dando la massima disponibilità al nuovo governo. La relazione venne intercettata dal Sant’Uffizio che redasse un dettagliato rapporto sull’attività politica ed antireligiosa del "Gran Cofto": papa Pio VI, il 27 dicembre 1789, decretò l’arresto di Cagliostro, della moglie Lorenza e del frate cappuccino.

Ristretto nelle carceri di Castel Sant’Angelo sotto stretta sorveglianza, Cagliostro attese per alcuni mesi l’inizio del processo. Al consiglio giudicante, presieduto dal Segretario di Stato cardinale Zelada, egli apparve colpevole di eresia , massoneria ed attività sediziose. Il 7 aprile 1790 fu emessa la condanna a morte e fu indetta, nella pubblica piazza, la distruzione dei manoscritti e degli strumenti massonici. In seguito alla pubblica rinuncia ai principi della dottrina professata, Cagliostro ottenne la grazia: la condanna a morte venne commutata dal pontefice nel carcere a vita, da scontare nelle tetre prigioni dell’inaccessibile fortezza di San Leo, allora considerato carcere di massima sicurezza dello Stato Pontificio. Lorenza fu assolta, ma venne rinchiusa, quale misura disciplinare, nel convento di Sant’Apollonia in Trastevere dove terminò i suoi giorni. Del lungo periodo di reclusione, iniziato il 21 aprile 1791 e durato più di quattro anni, rimane testimonianza nell’Archivio di Stato di Pesaro, ove sono tuttora conservati gli atti riguardanti l’esecuzione penale ed il trattamento, improntato a principi umanitari, riservato al detenuto.

In attesa di segregare adeguatamente il prigioniero, egli fu alloggiato nella cella del Tesoro, la più sicura ma anche la più tetra ed umida dell’intera fortezza.

In seguito ad alcune voci sull’organizzazione di una fuga da parte di alcuni sostenitori di Cagliostro, nonostante fossero state prese tutte le misure necessarie per scongiurare qualunque tentativo di evasione, il conte Semproni, responsabile in prima persona del prigioniero, decise il suo trasferimento nella cella del Pozzetto, ritenuta ancor più sicura e forte di quella detta del Tesoro.

Il 26 agosto 1795 il famoso avventuriero, oramai gravemente ammalato, si spense a causa di un colpo apoplettico. La leggenda che aveva accompagnato la sua fascinosa vita si impossessò anche della morte: dai poco attendibili racconti sulla sua presunta scomparsa giunti fino ai giorni nostri, è possibile intravedere il tentativo, peraltro riuscito, di rendere immortale, se non il corpo, almeno le maliarde gesta di questo attraente personaggio.

L'INCANTESIMO ALCHEMICO

L’alchimia, ovvero la pretesa scienza che si riteneva permettesse di convertire i metalli vili in nobili e di creare medicamenti atti a guarire ogni malattia e a prolungare la vita oltre i termini naturali, fu praticata con particolare dedizione da Cagliostro. Attirato da tutto ciò che potesse solleticare il curioso intelletto, ansioso di accedere alle nuove correnti, alle dottrine più originali, alle teorie filosofiche provenienti dall’Oriente e per questo maggiormente inficiate da elementi magici e cabalistici (in Europa vi erano moltissime logge dedite all’ermeneutica alchemica), egli fu senza dubbio interprete dello spirito innovativo che caratterizzò il XVIII secolo. La fortuna di Cagliostro, infatti, è indissolubilmente legata alla sua capacità di incarnare complesse e svariate personalità: mago, medico, veggente, filantropo. Poiché nel Settecento il bisogno di giungere il più vicino possibile alla comprensione del soprannaturale aveva contagiato tutte le classi sociali (affascinate dal culto per il meraviglioso, prodotto dell’Illuminismo, del Saturnismo e dell’ermeneutica alchemica), Cagliostro decise di svolgere la determinante funzione di divulgatore di una scienza che prima di lui era riservata a pochi iniziati, essendo considerata astrusa e proibita. Per poter ricoprire il ruolo di esoterista e di uomo di pensiero egli dovette, dunque, vestire i panni del mago-veggente ma anche del medico-taumaturgo. Le doti taumaturgiche, poi, nel XVIII secolo venivano spesso messe in relazione con quelle alchemiche e di conseguenza la figura dell’alchimista assunse la dignità e il fascino di chi conserva il più profondo segreto della conoscenza, necessario per destreggiarsi nelle teorie relative all’immortalità dell’anima e alla metempsicosi, alimentate nel secolo di Cagliostro da quei filosofi che erano interessati ad un’indagine di carattere spiritualista e materialista insieme.

Cagliostro, dunque, ascende al rango di sapiente, consapevole sia dell’importanza della materia di cui conosce i misteri sia del rispetto delle regole che governano deontologicamente questa scienza: la sua proverbiale filantropia si ispirò, probabilmente, proprio ai principi della filosofia alchemica che impedivano ogni genere di speculazione sulla conoscenza di metodologie destinate esclusivamente al miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo. Le cognizioni alchemiche di Cagliostro non si risolvono, quindi, nel puro e semplice procedimento empirico per la preparazione di unguenti e medicamenti, ma aspirano al raggiungimento di una gnosi esoterica che consenta la massima elevazione spirituale.

Dalla abbondante quanto inattendibile letteratura sulla vita di Cagliostro, abbiamo appreso che il suo primo maestro in campo medico e alchemico fu Altotas, un personaggio alquanto oscuro di dubbia provenienza che morì a Malta nel 1767. Sembra che costui fosse esperto di medicina popolare e dell’arte di tingere e trattare i metalli.

L’insegnamento che Cagliostro ne ricavò fu certamente legato alla semplice empiria: agli inizi della sua carriera, quando ancora si faceva chiamare Giuseppe Balsamo, l’alchimia fu un mero espediente che gli consentì di fare soldi con la vendita di alcuni "segreti". Dopo il 1772, quando, in seguito all’adesione alla massoneria, egli aveva assunto il nome di Alessandro conte di Cagliostro, incontrò il monaco benedettino Dom Antoine Pernety, uomo di vasta erudizione che era stato chiamato alla corte di Federico II di Prussia, dove aveva conosciuto importanti uomini di cultura che lo avevano iniziato alle scienze ermetiche. Sembra che Pernety abbia poi fondato un proprio rito del quale prese parte lo stesso Cagliostro, suo convinto sostenitore. Proprio da questa eccellente frequentazione, Cagliostro apprese che non era possibile interpretare l’alchimia come una prassi fondata su storte ed alambicchi, ma che invece bisognava intenderla come una scienza ermeneutica che ricerca il segreto della pietra filosofale, con l’ausilio di antiche scritture egiziane e greche. Di conseguenza, egli si appropriò della funzione di custode degli arcani della natura, celati negli antichi caratteri geroglifici. Infatti, secondo quanto tramandato da Ermete Trismegisto, solo pochi aderenti alla filosofia alchemica potevano essere considerati dagli antichi saggi egizi veramente meritevoli di partecipare alla conoscenza più profonda, opportunamente velata da enigmi e linguaggi di difficile interpretazione. Solo chi possiede il più autentico spirito alchemico sarà in grado di comprendere la verità nascosta in fatti apparentemente bizzarri, inverosimili, talvolta addirittura antitetici e fantastici e di impiegarla per scopi benefici. Cagliostro, aderendo a questi concetti, incarnò agli occhi del suo secolo la figura che compendiava in sé l’antica saggezza dell’ermeneuta e l’abilità pratica dell’empirista. Inoltre, riuscì a soddisfare il bisogno collettivo di fantasticare su tutto ciò che era incognito, inesplorato: fu proprio la fantasia popolare a creare il mito del conte alchimista, detentore della massima sapienza, conseguita attraverso viaggi in terre lontane che, opportunamente vagliati, risulteranno essere per lo più frutto dell’immaginazione.

Eppure è pervenuta fino a noi una tradizione che ci parla di un uomo proveniente da paesi sconosciuti in cui avrebbe vissuto in epoche indefinibili, che avrebbe compiuto viaggi favolosi: la Mecca, il Collegio di Salomone fondato dalla regina di Saba, l’antica Tebaide, la torre di Babele, il monte Ararat, dove avrebbe visto i resti dell’arca di Noè. Grazie a questi contatti, Cagliostro avrebbe acquisito profonde cognizioni nelle arti più nobili (spagirica, astrologia, interpretazione dei sogni, alchimia) che, successivamente, esercitò nelle più importanti corti d’Europa, raggiungendo così altissima fama: lo studio della sua casa parigina di Rue Saint-Claude diventerà il luogo in cui verranno ammessi pochi eletti a presenziare le cerimonie rituali; la popolazione potrà solo fantasticare sulle attività misteriche, sbirciando le rare apparizioni pubbliche del celebre occultista. Presentandosi, dunque, come depositario dell’antica sapienza ermetica, Cagliostro negherà la "scienza della storia" di Gian Battista Vico, opponendo alla concezione secondo la quale l’uomo può conoscere solo ciò di cui è autore, e cioé la storia e non la natura, creata da Dio, la teoria che lasciava alla storia la possibilità di presentare dei vuoti, costituiti da eventi non spiegabili razionalmente ma intellegibili solo a chi fosse capace di compiere un percorso intriso di rituali che avrebbero consentito di penetrare con gli occhi della mente spazi infiniti.

IL SODALIZIO MASSONICO

Il famoso romanzo di Alexandre Dumas dedicato a Cagliostro (il titolo originale è Joseph Balsamo e costituisce il primo libro del ciclo dumasiano dei Mémoire d’un médecin), ha inizio con la descrizione di un rito massonico: sul monte Tonnerre, in una notte illuminata da un suggestivo corteo di fiaccole, un affascinante viaggiatore, dopo aver raccontato le fantastiche gesta della propria vita e dopo aver superato straordinarie prove di coraggio e lealtà, si rivelerà ai seguaci di una loggia massonica come il capo supremo, il "Grande Cofto". Cagliostro, dunque, come traspare fin dal prologo del romanzo, rifiuta la religiosità istituzionale e sceglie un percorso alternativo, fatto di credenze mistiche, esoteriche ed ermetiche che, ispirandosi al bisogno generale di libertà e giustizia, erano confluite nelle più importanti logge massoniche d’Europa.

L’ideologia muratoria ebbe nel Settecento una travolgente e rapida propagazione, come testimonia l’irrefrenabile incremento di ordini e riti ispirati ad antiche fonti sapienziali e ad accattivanti filosofie esoteriche. La fusione di gnosi e rito misterico, chiaramente percepibile fin dal procedimento iniziatico, aveva dato vita ad un insieme di verità di difficile codificazione, sopravvissute alla rovina e all’oblio delle grandi civiltà del passato che le avevano originate, raggiungibili solo da alcuni prescelti. Per questo la tradizione massonica fu insignita di un’aureola salvifica in grado di appagare l’intimo bisogno degli accoliti che, in quanto eletti, svolgevano il delicato compito di sottrarre la conoscenza dei segreti allo scempio dei profani: l’adesione alla massoneria comportava l’apprendimento di cognizioni di carattere teurgico-cabalistico che consentivano di sviluppare una certa padronanza dell’occulto. Tuttavia, a chi osservava questo modello associativo senza però farne parte, sembrava predominante il senso di solidarietà e l’appoggio che gli affiliati erano soliti scambiarsi nei momenti di difficoltà, piuttosto che la conservazione e la trasmissione ai nuovi fratelli dei sacri misteri. Basandosi, dunque, su ferree regole di riservatezza suggellate da un inviolabile giuramento, la massoneria sviluppò una struttura settaria, caratterizzata da un’appartenenza fraterna, in grado di superare qualunque dissenso: commercianti, banchieri, uomini di cultura e d’affari riconobbero nell’associazionismo muratorio la via più rapida ed efficace per raggiungere le vette della scala sociale.

A Londra (1776), Cagliostro aveva aderito alla loggia "La Speranza", ottenendo prestigio e notorietà: strinse solide amicizie con gli stranieri e i borghesi che il fascinoso mondo massonico aveva attratto, venendo a contatto con le idee di tolleranza religiosa e di libertà intellettuale propugnate dalla massoneria inglese e con i segreti dei cavalieri templari, custoditi dalla massoneria degli "alti gradi". Prendendo spunto da un antico manoscritto inglese, diede inizio alla massoneria di rito egiziano, basata su pratiche rituali che avevano come scopo la rigenerazione del corpo e dell’anima. Della loggia potevano fare parte tutti gli iscritti alla massoneria ordinaria, sia uomini che donne: Cagliostro, il Grande Cofto, era a capo della loggia, mentre Lorenza, divenuta la contessa Serafina, reggeva le assemblee femminili con il titolo di "Regina di Saba".

Il successo riscosso fu enorme: Cagliostro, che nel fraternizzare massonico aveva visto un canale di promozione e legittimazione sociale con il quale non interferivano la provenienza territoriale, l’ideologia politica o le attività connesse al ceto, aveva saputo tingere di mistero gli avvenimenti riguardanti la sua vita, costruendosi un passato fatto di epoche remote, avventurosi viaggi al limite dei territori conosciuti, ricerche ed esperimenti basati sulla cabala ebraica, sulla negromanzia e sulla teurgia. Nel 1784 ebbe l’occasione di partecipare al convegno dei Philalèthes, un’associazione massonica che, vantando tra i propri seguaci numerosi ricercatori esoterici, voleva indagare sulle origini della Libera Muratoria. Tuttavia, pretendendo umilianti atti di sottomissione al rito egiziano, egli costrinse i Philalèthes a non dare seguito all’invito: la credibilità del Gran Cofto cominciava a vacillare, i massoni che fino a quel momento avevano avuto in lui una fiducia incondizionata decisero di prendere le dovute distanze dal maestro che volle ugualmente celebrare la fondazione della loggia egiziana Isis con una solenne cerimonia cui presero parte nobili, ecclesiastici e militari. Dell’evento si parlò a lungo, fino a quando l’affaire du collier non giunse ad oscurare la notorietà faticosamente guadagnata presso le raffinate e colte corti dell’epoca. Da quel momento la massoneria di Cagliostro venne interpretata come un qualcosa di privato, mancante di un valido spessore culturale, traducibile in una setta dedita a pratiche contro l’ordine divino e naturale che rivendicava la libertà di associazione e di parola. La Chiesa dogmatica, quella che Cagliostro aveva forse inconsapevolmente contrastato, intervenne implacabilmente, facendo ricorso a tutti gli strumenti di persecuzione, primo fra tutti il Sant’Uffizio, di fronte al quale si cercò di sminuire fortemente proprio l’attività massonica al fine di sfuggire alle accuse di sedizione, magia, deismo ed eresia. Se la difesa di Cagliostro fosse stata condotta cercando di avvalorarne idee e dottrine, probabilmente non sarebbe giunta fino a noi la tradizione che lo vuole ciarlatano e mallevadore.

L'INCONTRO CON CASANOVA

Nel 1769, Giacomo Casanova (Venezia, 1725-Boemia, 1798) incontra per la prima volta Cagliostro e la moglie Lorenza ad Aix-en-Provence, mentre è ancora convalescente a causa di una terribile pleurite. Di ritorno da un faticoso pellegrinaggio a San Giacomo di Campostella in Galizia, dove erano giunti viaggiando sempre a piedi e vivendo di elemosina, i coniugi Balsamo (con questo nome, infatti, Casanova li conobbe), si erano fermati in quella città per rifocillarsi e riprendere il cammino verso Torino, dove avrebbero fatto visita al Santo Sudario. L’incontro è narrato nel capitolo CXXX della Storia della mia vita, redatta negli anni 1789-1790 quasi come passatempo terapeutico dopo una grave malattia e divenuta, insieme alle Memorie, uno degli scritti più interessanti per l’attendibile contenuto autobiografico e per la dilettevole vena polemica e satirica: […] Un giorno a tavola il discorso cadde sopra un pellegrino ed una pellegrina che erano giunti da poco. Essi erano Italiani e venivano a piedi da San Giacomo di Campostella, in Galizia; e dovevano essere persone di alto rango perché arrivando in città avevano distribuito abbondanti elemosine.

Si diceva che la pellegrina doveva essere molto bella, di circa diciotto anni, e che, molto stanca, appena arrivata, era andata a dormire. Il pellegrino e la pellegrina abitavano lo stesso albergo; il che ci rese tutti molto curiosi. Nella mia qualità di italiano dovetti mettermi alla testa della brigata per andare a fare una visita a quei due personaggi che dovevano essere due fanatici o due bricconi.

Trovammo la pellegrina sprofondata in una poltrona con l’aria di una persona affranta dalla fatica. Ella era singolarmente interessante per la giovane età che dimostrava, per la sua rara bellezza velata da una espressione di strana malinconia, e per un crocifisso di metallo giallo, lungo sei pollici, che teneva tra le mani. Al nostro apparire ella posò il crocifisso e si alzò in piedi per farci una graziosa accoglienza. Il pellegrino, occupato ad attaccare delle conchiglie al suo mantello di tela cerata, non si mosse. Posando gli sguardi sulla sua donna, parve volerci dire che non dovevamo occuparci che di lei. Dimostrava ventiquattro o venticinque anni. Era basso, ma ben fatto: sulla faccia, quasi spettrale, aveva i tratti dell’arditezza, della sfrontatezza, del sarcasmo e della bricconeria. Il volto della sua donna, al contrario, rivelava la nobiltà, la modestia, l’ingenuità la dolcezza, e quel pudore timido che dà tanta grazia alle giovani donne. Quei due esseri, che non parlavano francese se non per quanto era loro indispensabile per farsi capire, respirarono quando rivolsi la parola in italiano. La pellegrina, quantunque non ce ne fosse bisogno perché la sua bella parlata lo rivelava a sufficienza, mi disse che era romana. Il suo compagno mi parve napoletano o siciliano. Il suo passaporto, datato da Roma, lo qualificava col nome di Balsamo. Ella si chiamava Serafina Feliciani, nome che non cambiò mai; mentre il suo compagno lo ritroveremo dopo dieci anni sotto quello di Cagliostro. [ …] L’indomani il marito di costei venne a chiedermi se volevo salire a colazione con loro e se preferivo che essi scendessero da me. Sarebbe stato scortese rispondergli: né una cosa né l’altra. Gli dissi che mi avrebbero fatto piacere se fossero discesi. Durante la colazione trovai modo di chiedere al pellegrino quale era la sua professione, ed egli mi rispose che era disegnatore a penna, specializzato nel chiaroscuro. La sua arte consisteva nel copiare delle stampe, non nel farne; ma mi assicurò che vi eccelleva, e che era in grado di copiare una stampa in modo da rendere impossibile distinguere la copia dall’originale. [ …] Mi fece vedere una copia di Rembrandt, più bella, se possibile dell’originale. Malgrado ciò mi assicurò che il suo mestiere non gli rendeva tanto da vivere; ma io non lo credetti. Egli mi faceva l’impressione di uno di quegli uomini di talento poltroni che preferiscono il vagabondaggio alla vita laboriosa.

Nel giugno del 1778, Casanova incontrò nuovamente l’avventuriero, giunto a Venezia con la bellissima moglie e l’altisonante nome di conte di Cagliostro. I veneziani, ardenti di curiosità per l’uomo che più di ogni altro era riuscito a conciliare i rudimenti della medicina e della farmacopea con principi alchemici, teorie che affondavano le radici nella cabala ebraica e negli antichi cerimoniali egiziani, rimasero affascinati dal suo carisma e contribuirono ad incrementarne fama e fortuna, aprendogli i salotti più alla moda e più chiacchierati di quegli anni. D’altra parte, lo stesso Cagliostro era riuscito a fomentare l’alone di mistero che lo circondava facendo abilmente credere di provenire da paesi lontani e narrando di viaggi attraverso l’Europa settentrionale, dall’Aia a Berlino, dalla Curlandia a Pietroburgo. Nel 1755, Giacomo Casanova aveva conosciuto il rigore dell’Inquisizione veneziana a causa del suo modus vivendi, considerato libertino ed epicureo. Fu accusato di praticare arti magiche, gioco d’azzardo, truffa e di essere legato alla massoneria e ai Rosa Croce. L’attività di scrittore satirico venne giudicata sconveniente, tendente alla miscredenza, all’irreligiosità e causa della corruzione morale e intellettuale di alcuni patrizi. Ne conseguì l’arresto e la reclusione nei Piombi, le terribili carceri veneziane che prendevano il nome dalle lastre di piombo che ne ricoprivano il tetto. Da quel luogo di indicibili sofferenze il Casanova riuscì a fuggire dopo quindici mesi, come egli stesso racconta nella Storia della mia fuga. Solo dopo diciotto anni, nel 1774, ottenne la grazia e il permesso di ritornare a Venezia: quando incontrò per la seconda volta l’avventuriero palermitano, il ricordo dei tormenti della prigionia e dei metodi inquisitori era ancora fervido. Ammaliato dalle grazie della bella Serafina, si prestò a fare da guida alla città di Venezia, avendo espresso i coniugi il desiderio di visitarla. In quell’occasione, Casanova sentì parlare Cagliostro in modo irriverente e contrario ai principi religiosi: inutilmente mise in guardia il suo ospite dal pericolo di un’inchiesta dell’Inquisizione e gli consigliò di non recarsi a Roma. Al culmine della notorietà e dell’ascesa sociale, Cagliostro non darà peso ai preziosi avvertimenti; i timori di Casanova prenderanno corpo dieci anni più tardi e diventeranno una terribile realtà con la reclusione a vita nella fortezza di San Leo.

IL RIGOROSO ESAME DELL'INQUISIZIONE

Grande scalpore suscitò in tutta Europa l’improvvisa notizia, divulgata abilmente da molti giornali e riviste, dell’inatteso arresto del conte di Cagliostro. Il fatto ebbe luogo a Roma, il 27 dicembre 1789, per ordine di papa Pio VI che, preoccupato dai racconti sugli eccezionali poteri e sulle gesta del nostro avventuriero, decise di rimettere nelle mani dell’Inquisizione romana la sorte del più pericoloso interprete dell’inquietudine, dello spirito avventuroso e fantastico che caratterizzò il "Secolo dei Lumi". Il "Grande Cofto" si trovò così a dover fronteggiare i metodi spietati e cruenti del più temuto tribunale dell’epoca, il Sant’Uffizio. Era stato istituito nel 1542 da papa Paolo III su consiglio del cardinale Gian Pietro Carafa (futuro papa Paolo IV), reduce dalla Spagna dove aveva assistito personalmente alla repressione di ogni tendenza eretica ad opera del feroce organismo inquisitorio perfezionato da Tomas de Torquemada, il primo e più famoso "grande inquisitore", che aveva mandato a morte migliaia di presunti eretici.

Il Sant’Uffizio dell’Inquisizione generale romana, seguendo il modello spagnolo, unificò l’attività inquisitoriale che fino ad allora era stata esercitata dai vescovi, nelle diocesi di loro competenza. Composta da sei cardinali, quest’istituzione risultava decisamente nuova perché meno soggetta al controllo episcopale, ma anche perché procedeva affrontando il problema dell’eresia da un punto di vista dottrinale piuttosto che come pubblica miscredenza, dedicando speciale attenzione agli scritti di teologi o di alti ecclesiastici. Il suo raggio d’azione si andò via via estendendo, grazie ad una minuziosa investigazione dei sospetti, fino a divenire vero e proprio strumento del governo papale, inizialmente impiegato per conservare l’ordine interno alla Chiesa ma, successivamente, adoperato per salvaguardare la stabilità di un potere tutto temporale. Fu, dunque, con l’organismo che nel 1633 aveva condannato Galileo che Cagliostro dovette fare i conti, porgendo tuttavia il fianco molto più apertamente del suo predecessore: la manifesta adesione alla massoneria, la divulgazione di culti esoterici, i molteplici esperimenti alchemici di cui era stato protagonista e, non da ultimo, la profetica predizione della caduta del trono capetingio costituivano di per sé, per lo zelante quanto ipocrita e spietato tribunale, prova sufficiente per emettere un verdetto di morte!

L’occasione per l’arresto si presentò in seguito alle accuse mosse da Lorenza Feliciani che, avendo trovato un sicuro rifugio a Roma, presso la famiglia, decise di fare importanti rivelazioni sulle attività praticate dal marito e sulle costrizioni che era stata costretta a subire: le veniva impedito con la forza di frequentare la Chiesa e di fare visita ai parenti. Già a Londra Lorenza aveva provato a denunciare il marito, ma Cagliostro era riuscito a salvarsi inducendola a ritrattare; questa volta, invece, con l’aiuto dei congiunti che sottoscrissero numerose delazioni, ella aveva conseguito l’obiettivo più importante: Pio VI in persona, dopo un consulto con alcuni cardinali ed il Segretario di Stato Zelada, deliberò l’arresto di Cagliostro che fu immediatamente condotto nelle carceri di Castel Sant’Angelo, mentre Lorenza fu rinchiusa nel monastero di Sant’Apollinare in Trastevere, a disposizione del Sant’Uffizio. Con un preciso decreto il pontefice, infatti, aveva affidato al Supremo Tribunale il compito di prendere in esame i documenti e gli oggetti che erano stati sequestrati al momento dell’arresto. Ampie facoltà, poi, vennero concesse agli inquisitori che non dovevano riferire necessariamente alla Congregazione, ma potevano agire con la massima celerità nell’indagine e nella requisitoria, pur di portare a compimento il delicato processo. Le accuse rivolte a Cagliostro consistevano principalmente nell’istigazione e nella propagazione della Loggia dei Liberi Muratori e nell’esercizio di pericolosi e fuorvianti principi ereticali: anche rinchiuso nelle segrete di Castel Sant’Angelo, la più sicura fortezza papale, egli appariva pericoloso per la stabilità del soglio pontificio minato, secondo Pio VI, dall’empietà e dalla nefandezza insite negli insegnamenti e nei misteri predicati, volti a svilire le verità della fede. Massimamente esecrabile, inoltre, era considerata l’arte divinatoria che in più di un’occasione Cagliostro aveva dimostrato di praticare, avvalendosi di strumenti il cui impiego risultava contrario alla dottrina cristiana. Egli, dunque, viene dipinto dal Sant’Uffizio come il capo di un credo esoterico che, preannunciando a Villa Malta il movimento rivoluzionario che aveva cancellato una delle monarchie più solide d’Europa, quella francese, aveva dato prova tangibile del male di cui poteva essere origine. L’Inquisizione di Pio VI, nella sua lotta spietata alla massoneria, non vide o non volle vedere che nella realtà dei fatti mancavano le prove neccessarie per incriminare di tutto ciò l’eclettico avventuriero, colpevole soltanto di aver tratto vantaggio dalle suggestioni tanto abilmente create per la gioia di amici e conoscenti. Cagliostro finiva così per impersonare il male presente nel suo tempo, pur non avendo sostanziali connessioni con i più fondati sistemi di pensiero dell’epoca, tanto avversati dalla Chiesa (le elaborazioni culturali di Diderot, D’Alembert, Voltaire, Roussou, ecc. erano considerate responsabili di aver spinto la Francia alla rivoluzione); diveniva protagonista di macchinazioni politiche ordite con il supporto di una massoneria privata ridotta ad una setta dedita al sovvertimento delle regole divine, naturali e sociali. Per questo motivo, grande importanza fu data al Rituel de la Maçonnerie Egyptienne, il manoscritto che conteneva le teorie e le tesi massoniche divulgate da Cagliostro. Il Sant’Uffizio decise di affidarne la disamina a due esperti della materia, il domenicano Tommaso Vincenzo Pani, commissario generale dell’Inquisizione, e Padre Francesco Contarini, consultore del Sant’Uffizio. L’opera venne bollata come empia e accusata di contenere l’impostazione dottrinale di principi ereticali e massonici, pericolosi per l’integrità del credo cattolico. Il pontefice poté così ordinare la distruzione del manoscritto e di tutti gli strumenti massonici sequestrati a Villa Malta. L’esecuzione della sentenza avvenne nella pubblica cerimonia detta sermo generalis o autodafé: dinanzi ad una folla acclamante furono bruciati i libri e gli oggetti del rito egiziano. Di lì a pochi giorni, Cagliostro fu tradotto nelle caliginose carceri della fortezza di San Leo, dove scontò la condanna alla reclusione perpetua; punizione forse ben più grave, per uno spirito libero, della pena di morte che Pio VI sospese poco prima dell’effettiva attuazione.

 

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