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Innumerevoli biografie hanno cercato di fare chiarezza sul misterioso avventuriero che caratterizzò il secolo dei Lumi: taumaturgo, "amico dell’Umanità", cultore e divulgatore delle scienze esoteriche oppure scaltro imbonitore, comune ciarlatano? Il quesito, finora, non ha avuto risposta certa: il mistero che da sempre avvolge le molteplici attività svolte da Cagliostro contribuisce a tenere vivo l’interesse su di lui.
Risale al 1771 il primo viaggio a Londra della giovane coppia: sembra che là il Balsamo sia finito in prigione per debiti e, per restituire le somme dovute, fu
costretto a lavorare come decoratore. Nel 1772 a Parigi, Lorenza si invaghì dell’avvocato Duplessis e, a causa di questa relazione, fu rinchiusa nel carcere di Santa Pelagia, la prigione delle donne di malaffare. La riconciliazione non tardò ad avvenire e i coniugi, dopo varie peregrinazioni in Belgio e in Germania, rientrarono a Palermo e poi a Napoli. Nello stesso anno, il Balsamo si recò a Marsiglia e si cimentò nelle vesti di taumaturgo: sembra che, dietro lauto compenso, fece credere ad un innamorato di poter riacquistare il vigore fisico mediante l’attuazione di alcuni riti magici. Scoperto l’imbroglio, fu costretto a fuggire e a cercare riparo in Spagna, a Venezia, quindi ad Alicante per terminare la fuga a Cadice. Ritornò a Londra nel 1776, presentandosi come conte Alessandro di Cagliostro, dopo aver fatto uso di nomi altisonanti accompagnati da fantasiosi titoli quali conte d’Harat, marchese Pellegrini, principe di Santa Croce: durante questo soggiorno, insieme alla moglie, divenuta nel frattempo la celestiale Serafina, viene ammesso alla loggia massonica "La Speranza". Da questo momento la vicenda di Cagliostro può essere ricostruita sulla base di documenti ufficiali e non su libelli diffamatori fatti circolare dai nemici più acerrimi. La massoneria gli offrì ottime opportunità per soddisfare ogni ambizione sopita. Grazie alle vie da essa indicate e alle cognizioni acquisite, egli poté riscuotere successi appaganti moralmente ed economicamente che lo portarono, dal 1777 al 1780, ad attraversare l’Europa centro-settentrionale, dall’Aia a Berlino, dalla Curlandia a Pietroburgo e alla Polonia. Il nuovo rito egiziano di cui Cagliostro era Gran Cofto, aveva affascinato nobili ed intellettuali con le sue iniziazioni e pratiche rituali che prevedevano la rigenerazione del corpo e dell’anima. Grande risalto ebbe, inoltre, la figura di Serafina, presidentessa di una loggia che ammetteva anche le donne, con il titolo di regina di Saba. Alla corte di Varsavia, nel maggio del 1780, ricevette un’accoglienza trionfale tributata dal sovrano in persona: la sua fama di alchimista e guaritore aveva raggiunto le vette più alte! Considerevole diffusione ebbero in
quegli anni l’elixir di lunga vita, il vino egiziano e le
cosiddette polveri rinfrescanti con i quali Cagliostro compì
alcune portentose guarigioni curando, spesso senza alcun compenso, i
numerosi ammalati che, nel 1781, gremivano la residenza di Strasburgo.
Il comportamento filantropico, la conoscenza di alcuni elementi del
magnetismo animale e dei segreti alchemici, la capacità di infondere
fiducia e, al tempo stesso, di turbare l’interlocutore, penetrarlo con
la profondità dello sguardo, da tutti ritenuto quasi soprannaturale:
queste le componenti che contribuirono a rafforzare il fascino personale
e l’alone di leggenda e di mistero che accompagnarono Cagliostro fin
dalle prime apparizioni. Poliedrico e versatile, conquistò la stima e
l’ammirazione del filosofo Lavater e del gran elemosiniere del re di
Francia, il cardinale di Rohan, entrambi in quegli anni a Strasburgo.
Tuttavia, Cagliostro raggiunse l’apice del successo a Lione, dove giunse
dopo una breve sosta a Napoli e dopo aver risieduto più di un anno a
Bordeaux con sua moglie. A Lione, infatti, egli consolidò il rito
egiziano, istituendo la "madre loggia", la Sagesse triomphante,
per la quale ottenne una fiabesca sede e la partecipazione di importanti
personalità. Quasi nello stesso momento giunse l’invito al convegno dei
Philalèthes, la prestigiosa società che intendeva appurare le antiche
origini della massoneria. A Cagliostro non restava che dedicarsi anima e
corpo a questo nuovo incarico, parallelamente alla sua attività
taumaturgica ed esoterica, ma il coinvolgimento nell’affaire du
collier de la reine lo rese protagonista suo malgrado, insieme a
Rohan e alla contessa Jeanne Valois de la Motte, del più celebre ed
intricato scandalo dell’epoca, il complotto che diffamò la regina Maria
Antonietta e aprì la strada alla rivoluzione francese. Colpevole solo di
essere amico di Rohan e di aver consigliato di rivelare la truffa al
sovrano, Cagliostro, accusato dalla de la Motte, artefice di ogni
inganno, fu arrestato e rinchiuso con sua moglie nella Bastiglia, in
attesa del processo. Durante la detenzione, ebbe modo di constatare
quanto grande fosse la popolarità raggiunta: furono organizzate
manifestazioni di solidarietà e, il giorno della scarcerazione, fu
accompagnato a casa dalla folla acclamante. Nonostante il Parlamento di
Parigi avesse appurato l’estraneità di Cagliostro e di sua moglie alla
vicenda, i monarchi ne decretarono l’esilio: la notizia giunse a pochi
giorni dalla liberazione, costringendo il "Gran Cofto" a riparare
frettolosamente a Londra. Da qui scrisse al popolo francese, colpendo il
sistema giudiziario e preannunciando profeticamente la caduta del trono
capetingio e l’avvento di un regime moderato. Il governo francese si
difese opponendo gli scritti di un libellista francese Théveneau de
Morande che, stabilita la vera identità di Cagliostro e di Serafina,
raccontò sulle gazzette le peripezie e i raggiri dei precedenti
soggiorni londinesi, al punto che l’avventuriero decise di chiedere
l’ospitalità del banchiere Sarrasin e di Lavater in Svizzera. Rimasta a
Londra, Serafina fu persuasa a rilasciare compromettenti dichiarazioni
sul marito che la richiamò in Svizzera in tempo per farle ritrattare
tutte accuse. Tra
il 1786 e il 1788 la coppia cercò di risollevare le proprie sorti
compiendo vari viaggi: Aix in Savoia, Torino, Genova, Rovereto. In
queste città Cagliostro continuò a svolgere l’attività di taumaturgo e
ad istaurare logge massoniche. Giunto a Trento nel 1788, fu accolto con
benevolenza dal vescovo Pietro Virgilio Thun che lo aiutò ad ottenere i
visti necessari per rientrare a Roma: pur di assecondare i desideri di
Serafina, era disposto a stabilirsi in una città ostile agli esponenti
della massoneria, considerati faziosi e reazionari. Cagliostro, poi,
preannunziando la presa della Bastiglia, carcere simbolo
dell’assolutismo monarchico, e la fine dei sovrani di Francia, destava
particolare preoccupazione, alimentata anche dalla sua intraprendenza
negli ambienti massonici. Non trovando terreno fertile nei liberi
muratori, che oramai guardavano a lui solo come ad un volgare
lestofante, Cagliostro tentò di costituire anche a Roma una loggia di
rito egiziano, invitando il 16 settembre 1789 a Villa Malta prelati e
patrizi romani. Le adesioni furono soltanto due: quella del marchese
Vivaldi e quella del frate cappuccino Francesco Giuseppe da San
Maurizio, che fu nominato segretario. L’iniziativa, pur non conseguendo
l’esito sperato, fu interpretata come una vera e propria sfida dalla
Chiesa che, attraverso il Sant’Uffizio, sorvegliò con maggior zelo le
mosse dello sprovveduto avventuriero. Il pretesto per procedere contro Cagliostro fu
offerto proprio da Lorenza che, consigliata dai parenti, aveva rivolto
al marito accuse molto gravi durante la confessione: era stata indotta a
denunciarlo come eretico e massone. Cagliostro sapeva bene di non
potersi fidare della moglie, che in più di un’occasione aveva dimostrato
scarso attaccamento al tetto coniugale, e per questo sperava di poter
rientrare in Francia, essendo caduta la monarchia che lo aveva
perseguitato. A tal fine scrisse un memoriale diretto all’Assemblea
nazionale francese, dando la massima disponibilità al nuovo governo. La
relazione venne intercettata dal Sant’Uffizio che redasse un dettagliato
rapporto sull’attività politica ed antireligiosa del "Gran Cofto": papa
Pio VI, il 27 dicembre 1789, decretò l’arresto di Cagliostro, della
moglie Lorenza e del frate cappuccino. Ristretto nelle carceri di Castel Sant’Angelo sotto
stretta sorveglianza, Cagliostro attese per alcuni mesi l’inizio del
processo. Al consiglio giudicante, presieduto dal Segretario di Stato
cardinale Zelada, egli apparve colpevole di eresia , massoneria ed
attività sediziose. Il 7 aprile 1790 fu emessa la condanna a morte e fu
indetta, nella pubblica piazza, la distruzione dei manoscritti e degli
strumenti massonici. In seguito alla pubblica rinuncia ai principi della
dottrina professata, Cagliostro ottenne la grazia: la condanna a morte
venne commutata dal pontefice nel carcere a vita, da scontare nelle
tetre prigioni dell’inaccessibile fortezza di San Leo, allora
considerato carcere di massima sicurezza dello Stato Pontificio. Lorenza
fu assolta, ma venne rinchiusa, quale misura disciplinare, nel convento
di Sant’Apollonia in Trastevere dove terminò i suoi giorni. Del lungo
periodo di reclusione, iniziato il 21 aprile 1791 e durato più di
quattro anni, rimane testimonianza nell’Archivio di Stato di Pesaro, ove
sono tuttora conservati gli atti riguardanti l’esecuzione penale ed il
trattamento, improntato a principi umanitari, riservato al detenuto. In attesa di segregare adeguatamente il prigioniero,
egli fu alloggiato nella cella del Tesoro, la più sicura ma anche
la più tetra ed umida dell’intera fortezza. In seguito ad alcune voci sull’organizzazione di una
fuga da parte di alcuni sostenitori di Cagliostro, nonostante fossero
state prese tutte le misure necessarie per scongiurare qualunque
tentativo di evasione, il conte Semproni, responsabile in prima persona
del prigioniero, decise il suo trasferimento nella cella del Pozzetto,
ritenuta ancor più sicura e forte di quella detta del Tesoro. Il 26 agosto 1795 il famoso avventuriero, oramai
gravemente ammalato, si spense a causa di un colpo apoplettico. La
leggenda che aveva accompagnato la sua fascinosa vita si impossessò
anche della morte: dai poco attendibili racconti sulla sua presunta
scomparsa giunti fino ai giorni nostri, è possibile intravedere il
tentativo, peraltro riuscito, di rendere immortale, se non il corpo,
almeno le maliarde gesta di questo attraente personaggio. L'INCANTESIMO ALCHEMICO L’alchimia, ovvero la pretesa scienza che si riteneva permettesse di convertire i metalli vili in nobili e di creare medicamenti atti a guarire ogni malattia e a prolungare la vita oltre i termini naturali, fu praticata con particolare dedizione da Cagliostro. Attirato da tutto ciò che potesse solleticare il curioso intelletto, ansioso di accedere alle nuove correnti, alle dottrine più originali, alle teorie filosofiche provenienti dall’Oriente e per questo maggiormente inficiate da elementi magici e cabalistici (in Europa vi erano moltissime logge dedite all’ermeneutica alchemica), egli fu senza dubbio interprete dello spirito innovativo che caratterizzò il XVIII secolo. La fortuna di Cagliostro, infatti, è indissolubilmente legata alla sua capacità di incarnare complesse e svariate personalità: mago, medico, veggente, filantropo. Poiché nel Settecento il bisogno di giungere il più vicino possibile alla comprensione del soprannaturale aveva contagiato tutte le classi sociali (affascinate dal culto per il meraviglioso, prodotto dell’Illuminismo, del Saturnismo e dell’ermeneutica alchemica), Cagliostro decise di svolgere la determinante funzione di divulgatore di una scienza che prima di lui era riservata a pochi iniziati, essendo considerata astrusa e proibita. Per poter ricoprire il ruolo di esoterista e di uomo di pensiero egli dovette, dunque, vestire i panni del mago-veggente ma anche del medico-taumaturgo. Le doti taumaturgiche, poi, nel XVIII secolo venivano spesso messe in relazione con quelle alchemiche e di conseguenza la figura dell’alchimista assunse la dignità e il fascino di chi conserva il più profondo segreto della conoscenza, necessario per destreggiarsi nelle teorie relative all’immortalità dell’anima e alla metempsicosi, alimentate nel secolo di Cagliostro da quei filosofi che erano interessati ad un’indagine di carattere spiritualista e materialista insieme. Cagliostro, dunque, ascende al rango di sapiente, consapevole sia dell’importanza della materia di cui conosce i misteri sia del rispetto delle regole che governano deontologicamente questa scienza: la sua proverbiale filantropia si ispirò, probabilmente, proprio ai principi della filosofia alchemica che impedivano ogni genere di speculazione sulla conoscenza di metodologie destinate esclusivamente al miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo. Le cognizioni alchemiche di Cagliostro non si risolvono, quindi, nel puro e semplice procedimento empirico per la preparazione di unguenti e medicamenti, ma aspirano al raggiungimento di una gnosi esoterica che consenta la massima elevazione spirituale. Dalla abbondante quanto inattendibile letteratura sulla vita di Cagliostro, abbiamo appreso che il suo primo maestro in campo medico e alchemico fu Altotas, un personaggio alquanto oscuro di dubbia provenienza che morì a Malta nel 1767. Sembra che costui fosse esperto di medicina popolare e dell’arte di tingere e trattare i metalli. L’insegnamento che Cagliostro ne ricavò fu certamente legato alla semplice empiria: agli inizi della sua carriera, quando ancora si faceva chiamare Giuseppe Balsamo, l’alchimia fu un mero espediente che gli consentì di fare soldi con la vendita di alcuni "segreti". Dopo il 1772, quando, in seguito all’adesione alla massoneria, egli aveva assunto il nome di Alessandro conte di Cagliostro, incontrò il monaco benedettino Dom Antoine Pernety, uomo di vasta erudizione che era stato chiamato alla corte di Federico II di Prussia, dove aveva conosciuto importanti uomini di cultura che lo avevano iniziato alle scienze ermetiche. Sembra che Pernety abbia poi fondato un proprio rito del quale prese parte lo stesso Cagliostro, suo convinto sostenitore. Proprio da questa eccellente frequentazione, Cagliostro apprese che non era possibile interpretare l’alchimia come una prassi fondata su storte ed alambicchi, ma che invece bisognava intenderla come una scienza ermeneutica che ricerca il segreto della pietra filosofale, con l’ausilio di antiche scritture egiziane e greche. Di conseguenza, egli si appropriò della funzione di custode degli arcani della natura, celati negli antichi caratteri geroglifici. Infatti, secondo quanto tramandato da Ermete Trismegisto, solo pochi aderenti alla filosofia alchemica potevano essere considerati dagli antichi saggi egizi veramente meritevoli di partecipare alla conoscenza più profonda, opportunamente velata da enigmi e linguaggi di difficile interpretazione. Solo chi possiede il più autentico spirito alchemico sarà in grado di comprendere la verità nascosta in fatti apparentemente bizzarri, inverosimili, talvolta addirittura antitetici e fantastici e di impiegarla per scopi benefici. Cagliostro, aderendo a questi concetti, incarnò agli occhi del suo secolo la figura che compendiava in sé l’antica saggezza dell’ermeneuta e l’abilità pratica dell’empirista. Inoltre, riuscì a soddisfare il bisogno collettivo di fantasticare su tutto ciò che era incognito, inesplorato: fu proprio la fantasia popolare a creare il mito del conte alchimista, detentore della massima sapienza, conseguita attraverso viaggi in terre lontane che, opportunamente vagliati, risulteranno essere per lo più frutto dell’immaginazione. Eppure è pervenuta fino a noi una tradizione che ci parla di un uomo proveniente da paesi sconosciuti in cui avrebbe vissuto in epoche indefinibili, che avrebbe compiuto viaggi favolosi: la Mecca, il Collegio di Salomone fondato dalla regina di Saba, l’antica Tebaide, la torre di Babele, il monte Ararat, dove avrebbe visto i resti dell’arca di Noè. Grazie a questi contatti, Cagliostro avrebbe acquisito profonde cognizioni nelle arti più nobili (spagirica, astrologia, interpretazione dei sogni, alchimia) che, successivamente, esercitò nelle più importanti corti d’Europa, raggiungendo così altissima fama: lo studio della sua casa parigina di Rue Saint-Claude diventerà il luogo in cui verranno ammessi pochi eletti a presenziare le cerimonie rituali; la popolazione potrà solo fantasticare sulle attività misteriche, sbirciando le rare apparizioni pubbliche del celebre occultista. Presentandosi, dunque, come depositario dell’antica sapienza ermetica, Cagliostro negherà la "scienza della storia" di Gian Battista Vico, opponendo alla concezione secondo la quale l’uomo può conoscere solo ciò di cui è autore, e cioé la storia e non la natura, creata da Dio, la teoria che lasciava alla storia la possibilità di presentare dei vuoti, costituiti da eventi non spiegabili razionalmente ma intellegibili solo a chi fosse capace di compiere un percorso intriso di rituali che avrebbero consentito di penetrare con gli occhi della mente spazi infiniti. IL
SODALIZIO MASSONICO
Il famoso romanzo di Alexandre Dumas dedicato a Cagliostro (il titolo
originale è Joseph Balsamo e costituisce il primo libro del ciclo
dumasiano dei Mémoire d’un médecin), ha inizio con la descrizione
di un rito massonico: sul monte Tonnerre, in una notte illuminata da un
suggestivo corteo di fiaccole, un affascinante viaggiatore, dopo aver
raccontato le fantastiche gesta della propria vita e dopo aver superato
straordinarie prove di coraggio e lealtà, si rivelerà ai seguaci di una
loggia massonica come il capo supremo, il "Grande Cofto". Cagliostro,
dunque, come traspare fin dal prologo del romanzo, rifiuta la
religiosità istituzionale e sceglie un percorso alternativo, fatto di
credenze mistiche, esoteriche ed ermetiche che, ispirandosi al bisogno
generale di libertà e giustizia, erano confluite nelle più importanti
logge massoniche d’Europa. L’ideologia muratoria ebbe nel Settecento una
travolgente e rapida propagazione, come testimonia l’irrefrenabile
incremento di ordini e riti ispirati ad antiche fonti sapienziali e ad
accattivanti filosofie esoteriche. La fusione di gnosi e rito misterico,
chiaramente percepibile fin dal procedimento iniziatico, aveva dato vita
ad un insieme di verità di difficile codificazione, sopravvissute alla
rovina e all’oblio delle grandi civiltà del passato che le avevano
originate, raggiungibili solo da alcuni prescelti. Per questo la
tradizione massonica fu insignita di un’aureola salvifica in grado di
appagare l’intimo bisogno degli accoliti che, in quanto eletti,
svolgevano il delicato compito di sottrarre la conoscenza dei segreti
allo scempio dei profani: l’adesione alla massoneria comportava
l’apprendimento di cognizioni di carattere teurgico-cabalistico che
consentivano di sviluppare una certa padronanza dell’occulto. Tuttavia,
a chi osservava questo modello associativo senza però farne parte,
sembrava predominante il senso di solidarietà e l’appoggio che gli
affiliati erano soliti scambiarsi nei momenti di difficoltà, piuttosto
che la conservazione e la trasmissione ai nuovi fratelli dei sacri
misteri. Basandosi, dunque, su ferree regole di riservatezza suggellate
da un inviolabile giuramento, la massoneria sviluppò una struttura
settaria, caratterizzata da un’appartenenza fraterna, in grado di
superare qualunque dissenso: commercianti, banchieri, uomini di cultura
e d’affari riconobbero nell’associazionismo muratorio la via più rapida
ed efficace per raggiungere le vette della scala sociale. A Londra (1776), Cagliostro aveva aderito alla loggia
"La Speranza", ottenendo prestigio e notorietà: strinse solide amicizie
con gli stranieri e i borghesi che il fascinoso mondo massonico aveva
attratto, venendo a contatto con le idee di tolleranza religiosa e di
libertà intellettuale propugnate dalla massoneria inglese e con i
segreti dei cavalieri templari, custoditi dalla massoneria degli "alti
gradi". Prendendo spunto da un antico manoscritto inglese, diede inizio
alla massoneria di rito egiziano, basata su pratiche rituali che avevano
come scopo la rigenerazione del corpo e dell’anima. Della loggia
potevano fare parte tutti gli iscritti alla massoneria ordinaria, sia
uomini che donne: Cagliostro, il Grande Cofto, era a capo della loggia,
mentre Lorenza, divenuta la contessa Serafina, reggeva le assemblee
femminili con il titolo di "Regina di Saba". Il successo riscosso fu enorme: Cagliostro, che nel
fraternizzare massonico aveva visto un canale di promozione e
legittimazione sociale con il quale non interferivano la provenienza
territoriale, l’ideologia politica o le attività connesse al ceto, aveva
saputo tingere di mistero gli avvenimenti riguardanti la sua vita,
costruendosi un passato fatto di epoche remote, avventurosi viaggi al
limite dei territori conosciuti, ricerche ed esperimenti basati sulla
cabala ebraica, sulla negromanzia e sulla teurgia. Nel 1784 ebbe
l’occasione di partecipare al convegno dei Philalèthes,
un’associazione massonica che, vantando tra i propri seguaci numerosi
ricercatori esoterici, voleva indagare sulle origini della Libera
Muratoria. Tuttavia, pretendendo umilianti atti di sottomissione al rito
egiziano, egli costrinse i Philalèthes a non dare seguito
all’invito: la credibilità del Gran Cofto cominciava a vacillare, i
massoni che fino a quel momento avevano avuto in lui una fiducia
incondizionata decisero di prendere le dovute distanze dal maestro che
volle ugualmente celebrare la fondazione della loggia egiziana Isis
con una solenne cerimonia cui presero parte nobili, ecclesiastici e
militari. Dell’evento si parlò a lungo, fino a quando l’affaire du
collier non giunse ad oscurare la notorietà faticosamente guadagnata
presso le raffinate e colte corti dell’epoca. Da quel momento la
massoneria di Cagliostro venne interpretata come un qualcosa di privato,
mancante di un valido spessore culturale, traducibile in una setta
dedita a pratiche contro l’ordine divino e naturale che rivendicava la
libertà di associazione e di parola. La Chiesa dogmatica, quella che
Cagliostro aveva forse inconsapevolmente contrastato, intervenne
implacabilmente, facendo ricorso a tutti gli strumenti di persecuzione,
primo fra tutti il Sant’Uffizio, di fronte al quale si cercò di sminuire
fortemente proprio l’attività massonica al fine di sfuggire alle accuse
di sedizione, magia, deismo ed eresia. Se la difesa di Cagliostro fosse
stata condotta cercando di avvalorarne idee e dottrine, probabilmente
non sarebbe giunta fino a noi la tradizione che lo vuole ciarlatano e
mallevadore.
L'INCONTRO CON CASANOVA
Nel 1769, Giacomo Casanova (Venezia, 1725-Boemia, 1798) incontra per la
prima volta Cagliostro e la moglie Lorenza ad Aix-en-Provence, mentre è
ancora convalescente a causa di una terribile pleurite. Di ritorno da un
faticoso pellegrinaggio a San Giacomo di Campostella in Galizia, dove
erano giunti viaggiando sempre a piedi e vivendo di elemosina, i coniugi
Balsamo (con questo nome, infatti, Casanova li conobbe), si erano
fermati in quella città per rifocillarsi e riprendere il cammino verso
Torino, dove avrebbero fatto visita al Santo Sudario. L’incontro è
narrato nel capitolo CXXX della Storia della mia vita, redatta
negli anni 1789-1790 quasi come passatempo terapeutico dopo una grave
malattia e divenuta, insieme alle Memorie, uno degli scritti più
interessanti per l’attendibile contenuto autobiografico e per la
dilettevole vena polemica e satirica: […] Un giorno a tavola il
discorso cadde sopra un pellegrino ed una pellegrina che erano giunti da
poco. Essi erano Italiani e venivano a piedi da San Giacomo di
Campostella, in Galizia; e dovevano essere persone di alto rango perché
arrivando in città avevano distribuito abbondanti elemosine. Si diceva che la pellegrina doveva essere molto
bella, di circa diciotto anni, e che, molto stanca, appena arrivata, era
andata a dormire. Il pellegrino e la pellegrina abitavano lo stesso
albergo; il che ci rese tutti molto curiosi. Nella mia qualità di
italiano dovetti mettermi alla testa della brigata per andare a fare una
visita a quei due personaggi che dovevano essere due fanatici o due
bricconi. Trovammo la pellegrina sprofondata in una poltrona
con l’aria di una persona affranta dalla fatica. Ella era singolarmente
interessante per la giovane età che dimostrava, per la sua rara bellezza
velata da una espressione di strana malinconia, e per un crocifisso di
metallo giallo, lungo sei pollici, che teneva tra le mani. Al nostro
apparire ella posò il crocifisso e si alzò in piedi per farci una
graziosa accoglienza. Il pellegrino, occupato ad attaccare delle
conchiglie al suo mantello di tela cerata, non si mosse. Posando gli
sguardi sulla sua donna, parve volerci dire che non dovevamo occuparci
che di lei. Dimostrava ventiquattro o venticinque anni. Era basso, ma
ben fatto: sulla faccia, quasi spettrale, aveva i tratti dell’arditezza,
della sfrontatezza, del sarcasmo e della bricconeria. Il volto della sua
donna, al contrario, rivelava la nobiltà, la modestia, l’ingenuità la
dolcezza, e quel pudore timido che dà tanta grazia alle giovani donne.
Quei due esseri, che non parlavano francese se non per quanto era loro
indispensabile per farsi capire, respirarono quando rivolsi la parola in
italiano. La pellegrina, quantunque non ce ne fosse bisogno perché la
sua bella parlata lo rivelava a sufficienza, mi disse che era romana. Il
suo compagno mi parve napoletano o siciliano. Il suo passaporto, datato
da Roma, lo qualificava col nome di Balsamo. Ella si chiamava Serafina
Feliciani, nome che non cambiò mai; mentre il suo compagno lo
ritroveremo dopo dieci anni sotto quello di Cagliostro. Nel giugno del 1778, Casanova incontrò nuovamente l’avventuriero, giunto a Venezia con la bellissima moglie e l’altisonante nome di conte di Cagliostro. I veneziani, ardenti di curiosità per l’uomo che più di ogni altro era riuscito a conciliare i rudimenti della medicina e della farmacopea con principi alchemici, teorie che affondavano le radici nella cabala ebraica e negli antichi cerimoniali egiziani, rimasero affascinati dal suo carisma e contribuirono ad incrementarne fama e fortuna, aprendogli i salotti più alla moda e più chiacchierati di quegli anni. D’altra parte, lo stesso Cagliostro era riuscito a fomentare l’alone di mistero che lo circondava facendo abilmente credere di provenire da paesi lontani e narrando di viaggi attraverso l’Europa settentrionale, dall’Aia a Berlino, dalla Curlandia a Pietroburgo. Nel 1755, Giacomo Casanova aveva conosciuto il rigore dell’Inquisizione veneziana a causa del suo modus vivendi, considerato libertino ed epicureo. Fu accusato di praticare arti magiche, gioco d’azzardo, truffa e di essere legato alla massoneria e ai Rosa Croce. L’attività di scrittore satirico venne giudicata sconveniente, tendente alla miscredenza, all’irreligiosità e causa della corruzione morale e intellettuale di alcuni patrizi. Ne conseguì l’arresto e la reclusione nei Piombi, le terribili carceri veneziane che prendevano il nome dalle lastre di piombo che ne ricoprivano il tetto. Da quel luogo di indicibili sofferenze il Casanova riuscì a fuggire dopo quindici mesi, come egli stesso racconta nella Storia della mia fuga. Solo dopo diciotto anni, nel 1774, ottenne la grazia e il permesso di ritornare a Venezia: quando incontrò per la seconda volta l’avventuriero palermitano, il ricordo dei tormenti della prigionia e dei metodi inquisitori era ancora fervido. Ammaliato dalle grazie della bella Serafina, si prestò a fare da guida alla città di Venezia, avendo espresso i coniugi il desiderio di visitarla. In quell’occasione, Casanova sentì parlare Cagliostro in modo irriverente e contrario ai principi religiosi: inutilmente mise in guardia il suo ospite dal pericolo di un’inchiesta dell’Inquisizione e gli consigliò di non recarsi a Roma. Al culmine della notorietà e dell’ascesa sociale, Cagliostro non darà peso ai preziosi avvertimenti; i timori di Casanova prenderanno corpo dieci anni più tardi e diventeranno una terribile realtà con la reclusione a vita nella fortezza di San Leo. IL
RIGOROSO ESAME DELL'INQUISIZIONE
Grande scalpore suscitò in tutta Europa l’improvvisa notizia, divulgata
abilmente da molti giornali e riviste, dell’inatteso arresto del conte
di Cagliostro. Il fatto ebbe luogo a Roma, il 27 dicembre 1789, per
ordine di papa Pio VI che, preoccupato dai racconti sugli eccezionali
poteri e sulle gesta del nostro avventuriero, decise di rimettere nelle
mani dell’Inquisizione romana la sorte del più pericoloso interprete
dell’inquietudine, dello spirito avventuroso e fantastico che
caratterizzò il "Secolo dei Lumi". Il "Grande Cofto" si trovò così a
dover fronteggiare i metodi spietati e cruenti del più temuto tribunale
dell’epoca, il Sant’Uffizio. Era stato istituito nel 1542 da papa Paolo
III su consiglio del cardinale Gian Pietro Carafa (futuro papa Paolo IV),
reduce dalla Spagna dove aveva assistito personalmente alla repressione
di ogni tendenza eretica ad opera del feroce organismo inquisitorio
perfezionato da Tomas de Torquemada, il primo e più famoso "grande
inquisitore", che aveva mandato a morte migliaia di presunti eretici.
Il Sant’Uffizio dell’Inquisizione generale romana,
seguendo il modello spagnolo, unificò l’attività inquisitoriale che fino
ad allora era stata esercitata dai vescovi, nelle diocesi di loro
competenza. Composta da sei cardinali, quest’istituzione risultava
decisamente nuova perché meno soggetta al controllo episcopale, ma anche
perché procedeva affrontando il problema dell’eresia da un punto di
vista dottrinale piuttosto che come pubblica miscredenza, dedicando
speciale attenzione agli scritti di teologi o di alti ecclesiastici. Il
suo raggio d’azione si andò via via estendendo, grazie ad una minuziosa
investigazione dei sospetti, fino a divenire vero e proprio strumento
del governo papale, inizialmente impiegato per conservare l’ordine
interno alla Chiesa ma, successivamente, adoperato per salvaguardare la
stabilità di un potere tutto temporale. Fu, dunque, con l’organismo che
nel 1633 aveva condannato Galileo che Cagliostro dovette fare i conti,
porgendo tuttavia il fianco molto più apertamente del suo predecessore:
la manifesta adesione alla massoneria, la divulgazione di culti
esoterici, i molteplici esperimenti alchemici di cui era stato
protagonista e, non da ultimo, la profetica predizione della caduta del
trono capetingio costituivano di per sé, per lo zelante quanto ipocrita
e spietato tribunale, prova sufficiente per emettere un verdetto di
morte! L’occasione per l’arresto si presentò in seguito alle accuse mosse da Lorenza Feliciani che, avendo trovato un sicuro rifugio a Roma, presso la famiglia, decise di fare importanti rivelazioni sulle attività praticate dal marito e sulle costrizioni che era stata costretta a subire: le veniva impedito con la forza di frequentare la Chiesa e di fare visita ai parenti. Già a Londra Lorenza aveva provato a denunciare il marito, ma Cagliostro era riuscito a salvarsi inducendola a ritrattare; questa volta, invece, con l’aiuto dei congiunti che sottoscrissero numerose delazioni, ella aveva conseguito l’obiettivo più importante: Pio VI in persona, dopo un consulto con alcuni cardinali ed il Segretario di Stato Zelada, deliberò l’arresto di Cagliostro che fu immediatamente condotto nelle carceri di Castel Sant’Angelo, mentre Lorenza fu rinchiusa nel monastero di Sant’Apollinare in Trastevere, a disposizione del Sant’Uffizio. Con un preciso decreto il pontefice, infatti, aveva affidato al Supremo Tribunale il compito di prendere in esame i documenti e gli oggetti che erano stati sequestrati al momento dell’arresto. Ampie facoltà, poi, vennero concesse agli inquisitori che non dovevano riferire necessariamente alla Congregazione, ma potevano agire con la massima celerità nell’indagine e nella requisitoria, pur di portare a compimento il delicato processo. Le accuse rivolte a Cagliostro consistevano principalmente nell’istigazione e nella propagazione della Loggia dei Liberi Muratori e nell’esercizio di pericolosi e fuorvianti principi ereticali: anche rinchiuso nelle segrete di Castel Sant’Angelo, la più sicura fortezza papale, egli appariva pericoloso per la stabilità del soglio pontificio minato, secondo Pio VI, dall’empietà e dalla nefandezza insite negli insegnamenti e nei misteri predicati, volti a svilire le verità della fede. Massimamente esecrabile, inoltre, era considerata l’arte divinatoria che in più di un’occasione Cagliostro aveva dimostrato di praticare, avvalendosi di strumenti il cui impiego risultava contrario alla dottrina cristiana. Egli, dunque, viene dipinto dal Sant’Uffizio come il capo di un credo esoterico che, preannunciando a Villa Malta il movimento rivoluzionario che aveva cancellato una delle monarchie più solide d’Europa, quella francese, aveva dato prova tangibile del male di cui poteva essere origine. L’Inquisizione di Pio VI, nella sua lotta spietata alla massoneria, non vide o non volle vedere che nella realtà dei fatti mancavano le prove neccessarie per incriminare di tutto ciò l’eclettico avventuriero, colpevole soltanto di aver tratto vantaggio dalle suggestioni tanto abilmente create per la gioia di amici e conoscenti. Cagliostro finiva così per impersonare il male presente nel suo tempo, pur non avendo sostanziali connessioni con i più fondati sistemi di pensiero dell’epoca, tanto avversati dalla Chiesa (le elaborazioni culturali di Diderot, D’Alembert, Voltaire, Roussou, ecc. erano considerate responsabili di aver spinto la Francia alla rivoluzione); diveniva protagonista di macchinazioni politiche ordite con il supporto di una massoneria privata ridotta ad una setta dedita al sovvertimento delle regole divine, naturali e sociali. Per questo motivo, grande importanza fu data al Rituel de la Maçonnerie Egyptienne, il manoscritto che conteneva le teorie e le tesi massoniche divulgate da Cagliostro. Il Sant’Uffizio decise di affidarne la disamina a due esperti della materia, il domenicano Tommaso Vincenzo Pani, commissario generale dell’Inquisizione, e Padre Francesco Contarini, consultore del Sant’Uffizio. L’opera venne bollata come empia e accusata di contenere l’impostazione dottrinale di principi ereticali e massonici, pericolosi per l’integrità del credo cattolico. Il pontefice poté così ordinare la distruzione del manoscritto e di tutti gli strumenti massonici sequestrati a Villa Malta. L’esecuzione della sentenza avvenne nella pubblica cerimonia detta sermo generalis o autodafé: dinanzi ad una folla acclamante furono bruciati i libri e gli oggetti del rito egiziano. Di lì a pochi giorni, Cagliostro fu tradotto nelle caliginose carceri della fortezza di San Leo, dove scontò la condanna alla reclusione perpetua; punizione forse ben più grave, per uno spirito libero, della pena di morte che Pio VI sospese poco prima dell’effettiva attuazione.
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