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Convegno a Roma
sullo storico delle religioni che abbracciò l'Islam
Quando, il 7
gennaio del 1951, René Guénon, uno dei maggiori esponenti della
tradizione sapienziale e storica delle religioni del Novecento, morì nei
dintorni del Cairo, si chiamava Abd al-Wahid Yahya, ovvero "il servitore
dell'Unico": era il nome che aveva assunto nel 1912 convertendosi
all'Islam. Nato nel 1856 in una famiglia della borghesia cattolica di
Blois, sembrava attirato dallo studio della matematica; ma dopo due anni
di università rinunciò a laurearsi: aveva cominciato a frequentare gli
ambienti occultisti alla ricerca di una "verità segreta", universale.
Cercò a lungo negli ambienti massonici e nell'ordine martinista,
presieduto da Papus. Ma ben presto abbandonò quel mondo spiegando che
"il torto della maggior parte di queste dottrine cosiddette
spiritualiste è di non essere nient'altro che materialismo trasposto su
un altro piano, e di voler applicare alla dimensione dello spirito i
metodi che la scienza ordinaria applica per studiare il mondo
fenomenico". Condannava anche la massoneria considerandola la
degenerazione di un'antica società iniziatica a causa del materialismo
scientista ed evoluzionista e della ostilità nei confronti delle
religioni e particolarmente del cattolicesimo, "sola religione
tradizionale dell'Occidente". E soggiungeva: "Una società iniziatica non
può essere antireligiosa; ha la funzione di procurare alla élite
l'accesso alla conoscenza metafisica integrale (esoterismo) mentre la
religione dispensa a tutti quel minimo di verità indispensabile alla
salvezza (exoterismo)".
Era convinto che
soltanto radicandosi in una tradizione religiosa si potesse accedere
alla conoscenza di quella verità universale che chiamava, appunto,
"tradizione": "Tradizione che è dappertutto la stessa, nonostante le
forme diverse che riveste per adattarsi a ogni razza e a ogni epoca". Si
potrebbe obiettare perché non avesse allora seguito la sua religione, il
cattolicesimo. Probabilmente perché era attratto dalla dimensione
esoterica dell'Islam, ancora viva oggi col sufismo, e anche dai suoi
esponenti che nulla concedevano alle filosofie razionaliste e
materialiste. Sosteneva nella "Crisi del mondo moderno" (Edizioni
Mediterranee) e nel "Il regno della quantità e il segno dei tempi" (Adelphi)
che il mondo occidentale era stato devitalizzato da una
materializzazione progressiva fino al punto che per molta cultura
contemporanea la realtà sensibile era considerata la sola realtà.
Quanto alla
filosofia moderna, avendo posto la ragione come unico criterio di
verità, si era condannata al naturalismo e relativismo, perché ciò che
si pone di là dalla natura è per definizione di là dalla ragione
individuale. Anche la religione cristiana era stata contaminata dallo
spirito moderno: "La maggior parte degli uomini che restano fedeli alla
loro tradizione religiosa non possiedono più la coscienza effettiva
delle possibilità spirituali che offre loro questa tradizione. Inoltre
l'influenza della mentalità moderna spinge i credenti a minimizzare la
religione considerandola come qualcosa che non ha una influenza reale
sul resto dell'esistenza. Questo atteggiamento ha depotenziato la
religione in un vago moralismo, e spesso in un umanesimo che mette fra
parentesi ogni elemento superiore all'umano". Per eliminare i molti
equivoci che circolavano sulle religioni orientali nella cultura europea
si occupò anche di induismo con "Introduzione generale allo studio delle
dottrine indù" (Adelphi), "L'uomo e i suo divenire secondo il Vedanta"
(Edizioni di Studi tradizionali) e "Studi sull'induismo" (Luni). Infine
volle rivalutare il linguaggio simbolico con "I simboli fondamentali
della scienza sacra" (Adelphi). "Egli restituì - scrive a questo
proposito Seyyed Hossein Nasr - ai concetti e ai simboli tradizionali il
loro significato essenziale che in Occidente era andato perduto fin dal
Rinascimento". Nel 1930, dopo la morte della moglie, una casa editrice
lo inviava in Egitto per raccogliere dei testi esoterici islamici. Da
quel viaggio non tornò più in Europa dove continuavano a uscire i suoi
libri e articoli con la firma "occidentale". Nel 1934, a segnare la
definitiva separazione dal mondo dov'era nato e si era formato, si
risposò con una giovane discendente del Profeta, Fatma, figlia dello
sceicco Mohammed Ibrahim, dalla quale avrebbe avuto quattro figli.
Dopo la morte
gli ambienti della cultura neoilluminista, neopositivista e
marxista-leninista lo ignorarono, quasi non esistesse culturalmente,
secondo l'atteggiamento tipico del pensiero delle "sinistre
intellettuali" per il quale tutto ciò che non partecipa della loro "koiné"
viene considerato irrilevante culturalmente. A loro volta suoi discepoli
più acritici assunsero il suo pensiero quasi come un vangelo,
accettandolo senza alcuna riserva. Altri invece, dopo un primo
innamoramento per quello stile algido, asseverativo e geometrico,
cominciarono a distinguervi la parte positiva e quella caduca.
Cominciamo dagli
aspetti positivi. Già si è accennato alla critica degli errori delle
culture materialiste, immanentiste e strumentalistiche contemporanee;
allo smascheramento dello pseudo spiritualismo delle dottrine
occultistiche; al ristabilimento della corretta interpretazione delle
religioni orientali; e infine alla rivalutazione del simbolismo
tradizionale. All'indomani della sua morte, il gesuita Jean Daniélou gli
riconosceva alcuni di questi meriti ma gli rimproverava di avere
misconosciuto la verità assoluta del cristianesimo: "Vi sono elementi
che non possedeva la tradizione precedente, una promozione spirituale.
Questa promozione corrisponde al passaggio dalla conoscenza di Dio
grazie al mondo visibile alla rivelazione della sua vita intima in Gesù
Cristo". Guénon d'altronde confondeva la religione cosmica, che ogni
tradizione ha ricavato dal mondo visibile, con quella che chiamava
Tradizione, o trasmissione integrale delle verità metafisiche,
svalutando così la Rivelazione di Cristo. Un'altra critica a Guénon
riguarda uno dei punti più deboli della suo pensiero. In "Les Nouvelles
Littéraires" del 18 gennaio 1951 Louis Pauwels ricordava l'influenza su
molti giovani attratti dal suo "profetismo dell'apocalisse", ispirato
alla dottrina dell'eterno ritorno e delle quattro età, secondo la quale
la nostra concluderebbe in senso discendente un ciclo; ma soggiungeva
che quel profetismo non offriva le chiavi per una partecipazione al
mondo presente, anzi era paralizzante: "Per me, come d'altronde per
molti giovani del mio ambiente, di là dalla conoscenza proposta dal
filosofo del Cairo, vi è la scoperta di un obbligo complementare, che è
l'obbligo dell'amore. Esso rende possibile la partecipazione al mondo e
la comunicazione con gli esseri che solo il mistero dell'amore, chiuso a
Guénon, ci restituisce".
Queste lacune
impedirono a Guénon di cogliere nel nostro tempo quei segni
provvidenziali che contrastano la presenza del male, spingendo chi lo
assumeva acriticamente a una forma di fatalismo di segno contrario a
quello del progressismo, ma non meno astratto e irreale.

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