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Gli studi, antichi e
recenti, riguardanti il tribunale dell'Inquisizione sono molto numerosi.
Si può dire che la storiografia non ha mai cessato di approfondire
l'operato del tribunale che è stato, nel corso della storia, il più
temuto e il più duraturo1.
Da ultimo non sono mancati interventi, anche autorevoli, nei quali si è
cercato di ridimensionare, almeno in parte, il mito della "leggenda
nera". Alcuni hanno addirittura attribuito al tribunale
dell'Inquisizione un improbabile spirito garantista2.
La presente antologia
si propone un intento modesto. In essa è raccolta una breve selezione di
documenti relativi alla storia del terribile tribunale ecclesiastico. Si
tratta di documenti per lo più ben noti, ma non tutti agevolmente
reperibili. Il testo latino della bolla Ad extirpanda di
Innocenzo IV (1252), con cui l'antologia si apre, è per esempio
accessibile a tutti gli studiosi, poiché esso fu edito dal Mansi nella
sua Sacrorum Conciliorum Collectio (1779), posseduta da molte
biblioteche pubbliche italiane. Il lettore non specialista, tuttavia,
difficilmente avrà occasione di leggere quella bolla, con cui tra
l'altro si introdusse ufficialmente la prassi della tortura nelle
procedure dell'Inquisizione.
Il fine del nostro
scritto è dunque il seguente: rievocare, attraverso la voce oggettiva
dei documenti, alcune tappe significative della storia del Sant'Uffizio.
Si è cercato di non trascurare gli atti e le prese di posizione
ufficialmente pubblicate dalla Santa Sede, affinché dalle parole stesse
della Chiesa apparisse con inequivocabile chiarezza lo spirito che ha
animato gli inquisitori nel corso dei secoli. Perciò l'antologia si apre
con la già citata bolla di Innocenzo IV e propone, tra gli ultimi
documenti, l'interessantissima lettera con cui il cardinale Merry del
Val, segretario della Suprema Sacra Congregazione del Sant'Uffizio,
accompagnò nel 1929 l'edizione dell'Indice dei libri proibiti
voluto da papa Pio XI. A fianco di questi documenti di provenienza
ecclesiastica non mancano nell'antologia voci di diversa origine: la
Relazione di Goa di Charles Dellon, ad esempio, che ha anch'essa un
enorme valore documentario, dal momento che si tratta della
testimonianza diretta di un eretico processato dall'Inquisizione.
L'antologia si conclude
con la voce Inquisition, tratta dal Dizionario filosofico
di Voltaire. Essa è stata proposta non solo per il piacere di rileggere
una pagina memorabile di quell'opera, naturalmente proibita dalla
Chiesa, ma soprattutto per rendere giustizia alla condanna espressa
dall'illuminista francese intorno al tribunale inquisitoriale: i
documenti che in questa sede precedono la pagina di Voltaire dimostrano
infatti che egli aveva assolutamente ragione. Quel tribunale non fu
garantista, come alcuni vorrebbero, ma produsse massacri, fu feroce e
spietato, intollerante e cieco di fronte alle più evidenti verità di
ragione e di scienza (si veda il caso Galilei) e "disonorò il genere
umano", secondo la felice espressione dello storico Franco Catalano3.
2. Nella storia
dell'Inquisizione si possono individuare alcune tappe fondamentali. Un
tribunale avente questo nome - la cosiddetta Inquisizione medievale - fu
fondato già nel XIII secolo ed ebbe il compito di combattere le eresie
sorte in quegli anni nella Repubblica cristiana, in particolare nella
Francia meridionale e nell'Italia centro-settentrionale (albigesi,
valdesi etc.). Queste eresie toccavano naturalmente anche questioni
riguardanti la fede: per esempio, se l'ostia consacrata dopo l'eucarestia
dovesse considerarsi, come voleva l'ortodossia cattolica, il corpo di
Cristo. Ciò che soprattutto contribuì alla notevole diffusione e
popolarità dei movimenti ereticali, tuttavia, furono le spietate
critiche mosse dagli eretici all'odiosa corruzione del clero e la
necessità, da loro proclamata, del ritorno della Chiesa alla dimensione
della povertà evangelica.
L'Inquisizione, agli
albori della propria storia, combatté con sanguinosa efficacia - come il
caso della crociata contro gli albigesi dimostra - le eresie sorte in
seno alla Chiesa. Nel corso del Quattrocento, tuttavia, andarono
moltiplicandosi in Europa le tensioni anticlericali e i moti ereticali:
il movimento degli hussiti in Boemia rappresenta un esempio molto
celebre di queste eresie "preriformistiche" quattrocentesche. Ciò che
esse denunciavano era ancora e in primo luogo la corruzione del clero,
il che suscitò caute simpatie presso ambienti anche molto vicini alla
Santa Sede (si vedrà, nell'antologia, il giudizio espresso dall'umanista
fiorentino Poggio Bracciolini, segretario apostolico, sull'hussita
Girolamo da Praga, condannato al rogo).
Se l'azione
dell'Inquisizione si rivelò in un primo tempo sufficiente a combattere
le eresie, l'esplosione della Riforma luterana mutò radicalmente la
situazione. È appena il caso di ricordare che, oltre a porre questioni
teologiche, anche il luteranesimo fece leva anzitutto sul diffusissimo
malcontento nei confronti della corruzione e del lusso in cui vivevano
le gerarchie ecclesiastiche: è lecito ritenere che le famose tesi del
frate agostiniano tedesco non avrebbero affatto "sconvolto il mondo", se
la Chiesa avesse prestato ascolto alle tante voci che, ormai da secoli,
denunciavano invano i costumi degli ecclesiastici4.
Alla Riforma protestante la Chiesa cattolica rispose, come è ben noto,
con il concilio di Trento. Agli anni del concilio, alla metà del
Cinquecento, si data il nuovo vigore e la rinnovata autorità che il
tribunale dell'Inquisizione acquistò in nome della battaglia contro la
rinata peste eretica. Battaglia che fu tra le più sanguinose dell'Europa
moderna e che si intersecò inevitabilmente con le vicende politiche dei
singoli Stati. Repressione suscita repressione, naturalmente: gli "inquisitori'
protestanti non furono certo meno spietati di quelli cattolici.
Se non poté evitare il
prevalere della Riforma in quei paesi dove essa aveva ormai attecchito,
l'Inquisizione tridentina ebbe tuttavia un indiscutibile successo nello
stroncare sul nascere ogni infiltrazione riformatrice nei paesi rimasti
invece indenni (o quasi indenni) dalla peste luterana. Fu questa l'epoca
dell'Inquisizione Romana e dell'Inquisizione, ancor più tristemente
famosa, Spagnola e Portoghese.
Uno scarto ulteriore
nella storia dell'Inquisizione - che fu poi ribattezzata Sant'Uffizio ed
è infine stata riformata, nel 1965, in Congregazione per la Dottrina
della Fede - si ha nel Settecento. Come appare con chiarezza dalle
riflessioni del gesuita erudito Francescantonio Zaccaria, parzialmente
riprodotte in questa antologia, durante il secolo dei lumi il bersaglio
privilegiato della repressione ecclesiastica cessò di essere la Riforma
(ormai i luterani si sono giocati il Regno di Dio, osserva Zaccaria:
peggio per loro!) e divenne l'Illuminismo. Carica di risentimento e di
riprovazione nei confronti della filosofia degli illuministi è, ancora
nel 1929, la già citata lettera del cardinale Merry del Val. Aspramente
combattuto dalla Chiesa, l'Illuminismo vinse comunque le proprie
battaglie: la diffusione delle nuove idee di tolleranza, per esempio,
impose alla Chiesa di "rinnovare' i propri strumenti di repressione al
fine di renderli meno incompatibili - non certo di adeguarli - rispetto
allo spirito dei tempi. Meno roghi, dunque, e più censure.
Acquistò in tal modo
rinnovata importanza la questione dei libri proibiti. Assente dalla
bolla di Innocenzo IV - a causa della scarsissima circolazione libraria
nel XIII secolo - il problema dei libri nocivi si era invero già posto
con gravità a partire dal Quattrocento, quando la secolarizzazione
umanistica della cultura e l'invenzione della stampa avevano favorito
una più intensa circolazione delle idee. Nel Cinquecento la Chiesa si
trovò di fronte all'esplosione della Riforma e dovette al tempo stesso
constatare l'esistenza di un mercato librario sempre più cospicuo e
almeno in parte incontrollato: sorse dunque l'esigenza di correre ai
ripari e in seno all'Inquisizione nacque la Congregazione dell'Indice.
Gli elenchi di libri proibiti, che già esistevano a livello locale,
furono dunque resi ufficiali, rivisti e arricchiti in base alle
direttive prescritte dal concilio di Trento e infine affidati alla cura
degli inquisitori. Al rogo, sempre più spesso, finirono - con gli
eretici - anche i libri che essi avevano scritto: ciò che accadde nel
caso di Giordano Bruno. Si noti che il mercato librario non fu affatto
danneggiato dai roghi di libri: la Chiesa si preoccupò di incentivarlo
incrementando la pubblicazione di libri sacri e non nocivi in
sostituzione di quelli proibiti5.
A partire dal
Settecento, dunque, poiché la diffusione delle idee illuministiche aveva
reso sempre più inaccettabile per il senso comune il ricorso alla pena
capitale per il "crimine" di eresia, le attenzioni della Chiesa si
concentrarono per lo più altrove. Violenti attacchi e la proibizione
prescritta dall'Indice colpirono la produzione intellettuale degli
illuministi e - nei tempi successivi, fino all'ultimo Indice pubblicato
da Pio XII nel 1948 - di tutti quegli autori riconducibili a vario
titolo ad una matrice illuministica: Foscolo, Leopardi e Victor Hugo,
per fare tre nomi di grande importanza. È il caso di osservare che solo
una ristrettissima percentuale dei libri proibiti erano libri in cui si
professava l'ateismo (come Il buon senso di D'Holbach): sempre
ammesso che ciò potesse rappresentare un motivo sufficiente per proibire
quei libri. Ma forse più grave dello stesso ateismo appariva agli
inquisitori la dottrina del deismo, concezione della divinità - comune a
molti illuministi - che poneva le diverse confessioni religiose sullo
stesso piano e liberava il culto di Dio da ogni esteriorità e da ogni
dogma: in questo modo alla Chiesa, non più depositaria dell'unica
rivelazione, veniva sottratto ogni ragionevole motivo per presentarsi
come guida dei credenti.
Il caso di Leopardi è
significativo e interessante. Non solo le sue Operette morali
furono messe all'Indice; tutti i suoi scritti, anche dopo la morte
dell'autore, furono oggetto di attacchi da parte degli ambienti
cattolici e di persecuzioni da parte delle autorità ecclesiastiche e, su
invito delle autorità ecclesiastiche, delle stesse autorità civili. Ben
noto, naturalmente, è l'odio implacabile che lo scrittore cattolico
Niccolò Tommaseo nutrì nei confronti del poeta recanatese. Vale la pena
di ricostruire brevemente l'origine di quell'odio: nel 1825 l'editore
milanese Stella sottopose a Leopardi, il quale per Stella stava curando
un'edizione di Cicerone, un saggio scritto in latino e anonimo, composto
in realtà da Tommaseo, riguardante l'oratore romano; Leopardi rispose
per lettera all'editore ironizzando sull'anonimo autore di quel saggio e
correggendo alcuni errori del suo latino. Stella in seguito mostrò la
lettera di Leopardi a Tommaseo e questi concepì da allora verso il
recanatese un astio che non si sopì più e che lo portò a commentare, in
una lettera scritta a Gino Capponi in data 17 luglio 1837, la morte di
Leopardi con due eleganti endecasillabi tronchi: "Natura con un pugno lo
sgobbò: / canta, gli disse irata; ed ei cantò".
Ben più grave la
persecuzione che toccò alle opere di Leopardi per l'iniziativa congiunta
del Vaticano e degli Austriaci negli anni seguenti: nel 1839, due anni
dopo la morte del poeta, il segretario di Stato della Santa Sede,
cardinale Lambruschini, allertò il nunzio apostolico presso le corti di
Napoli e di Vienna, segnalando l'esistenza di un pericoloso manoscritto
di Leopardi contenente un'opera "nella quale si professa il materialismo
unitamente alle più irreligiose follie dettategli dal suo spirito
oltremodo guasto e maniaco" (si trattava del testo dei Paralipomeni).
Le pressioni vaticane non furono accolte dal governo borbonico, molto
geloso delle proprie prerogative, ma furono ascoltate a Vienna: è del 27
febbraio 1841 una lettera in cui il principe Metternich sollecita il
capo della polizia, Sedlnitzky, a evitare che si diffondessero le opere
di Leopardi, intrise di "offensiva irreligiosità e di principii
antisociali'6.
3. Lotta contro le
dottrine pauperistiche, contro la Riforma e infine contro l'Illuminismo:
queste, dunque, le tappe principali della storia dell'Inquisizione. A
margine di queste grandi battaglie, si segnala un altro fenomeno, a
tratti sopito e a tratti invece riaffiorante, ma sostanzialmente
costante: un radicato antisemitismo. Esso è testimoniato nel XIII secolo
dal manuale dell'inquisitore francese Bernard Gui, del quale è stato
riportato un passo nella nostra antologia, ma ritorna anche a distanza
di secoli, per esempio nelle norme per gli inquisitori stabilite dal
concilio di Trento. La lotta contro gli judaizantes, gli ebrei
convertiti, fu poi la vera ossessione dei primi decenni di vita
dell'Inquisizione Spagnola: il 50% (percentuale poco garantista, si
potrebbe osservare!) degli Ebrei convertiti processati a Valencia tra il
1481 e il 1530 furono condannati a morte; tra le famiglie distrutte
dalle persecuzioni del Sant'Uffizio ci fu quella del grande umanista
Luis
Vives7.
Elemento costante nella
storia dell'Inquisizione furono anche i processi per stregoneria, che
colpirono in prevalenza le donne: uno dei grandi meriti dell'Illuminismo
fu la denuncia dell'assurdità di questi processi. Se oggi la nozione
stessa di stregoneria e il ricordo dei processi alle streghe ci appaiono
non solo ovviamente lontanissimi dal senso comune, ma anche avvolti in
un'atmosfera macabra e surreale; se l'espressione "caccia alle streghe'
è usata per antonomasia nel linguaggio corrente per indicare un'azione
persecutoria e arbitraria: lo dobbiamo senza dubbio agli illuministi.
Come ha scritto Bertrand Russell: "non è merito del cristiano se non
crede più a tutte quelle assurdità che si accettavano un secolo fa, ma
dei liberi pensatori che, nonostante la più vigorosa resistenza, sono
riusciti a far breccia nella cosiddetta ortodossia'8.
Allo stesso modo, nel fatto che i divieti prescritti dall'Indice dei
libri probiti riguardarono, a partire dal XIX secolo, i soli lettori
cattolici, non si deve vedere un segno di maggiore tolleranza da parte
della Chiesa, bensì la conseguenza inevitabile della diffusione
dell'idea di libertà di pensiero proclamata dall'Illuminismo e dalla
Rivoluzione Francese9.
Nei confronti degli
illuministi e della Rivoluzione Francese la Chiesa è tra l'altro
debitrice anche per quel che riguarda l'acquisizione della nozione di
libertà di culto. I sacerdoti cattolici - ha osservato lo storico Albert
Mathiez - "scoprirono" il valore di questa libertà all'improvviso,
quando si trovarono a dover prestare giuramento alla Costituzione civile
del Clero nel 1790: "i refrattari perseguitati invocarono la
Dichiarazione dei diritti dell'uomo (che il papa aveva condannato in
concistoro segreto come empia) per ottenere il riconoscimento del loro
culto. Il vescovo di Langres, La Luzerne, fin dal marzo 1791, consigliò
loro di reclamare formalmente il beneficio dell'editto del 1787 che
aveva permesso ai protestanti di far registrare il loro stato civile
davanti ai giudici del luogo, editto che l'Assemblea del clero aveva pur
condannato a suo tempo. Quale lezione, in questa semplice coincidenza!'10.
4. I sostenitori della
tesi secondo cui l'Inquisizione era un tribunale garantista sono soliti
affermare che i condannati dalla Chiesa furono molto meno numerosi
rispetto ai condannati dai tribunali civili. La stessa censura dei
libri, si dice, fu attuata in modo poco efficace: molti libri proibiti
continuarono a leggersi anche negli anni più bui della cosiddetta
Controriforma.
Sulla quantità
complessiva delle condanne inflitte dai tribunali ecclesiastici si avrà
occasione di tornare nelle brevi introduzioni che precedono i documenti
proposti nell'antologia. Ci limiteremo qui a osservare che non fa alcun
testo il mero dato statistico relativo al numero di condanne inflitte
dall'Inquisizione, dal momento che all'inquisito gli inquisitori
offrivano la possibilità di scansare la pena (o almeno le conseguenze
peggiori di essa11)
attraverso l'abiura. Ora, poiché la pena minacciata non di rado era
quella capitale, risulta evidente che nella maggioranza dei casi
l'inquisito preferiva abiurare piuttosto che essere arso vivo (si pensi
a Galilei). Altrettanto evidente risulta che un tribunale civile non
poteva a sua volta proporre al reo l'abiura, dal momento che non si è
mai visto tornare in libertà, dopo avere abiurato, un inquisito per
reati comuni (il reato contestato dall'Inquisizione era invece un reato
di opinione). Se poi si vuole giuocare ipocritamente e spudoratamente
con le cifre, si potrebbe dire che la stessa condanna di Giordano Bruno
non è imputabile alla Chiesa: gli inquisitori si limitarono a censurare
i suoi libri e a condannarlo come eretico, affidandolo al magistrato
secolare, cioè al governatore della città di Roma, con la
raccomandazione di essere il più possibile clemente nei confronti del
filosofo nolano!
Quanto ai libri
proibiti, è certamente vero che la censura di essi non fu sempre
efficace. I libri proibiti continuarono a leggersi anche negli anni del
concilio di Trento. Non è mai esistito e non esisterà mai un divieto
tanto rigoroso, che sia del tutto impossibile infrangere: "pensa più un
prigioniero a scappare che non il carceriere a chiudere la porta", ha
scritto Stendhal ne La certosa di Parma. Il fatto che la censura
degli inquisitori potesse essere raggirata non ha a che fare con i
principi ispiratori dell'azione inquisitoriale: né è il caso di
esagerare la portata del fenomeno dell'elusione rispetto alle
proibizioni dell'Indice, dal momento che - come da ultimo ha ricordato
lo storico Ugo Rozzo12 -
molti libri indubbiamente sopravvissero alla Congregazione dell'Indice,
ma il massacro di copie fu nel complesso colossale. Allo stesso modo, il
fatto che ci furono inquisitori che furono indulgenti perché si
lasciarono corrompere dagli inquisiti depone a sfavore della loro
personale moralità, ma non sminuisce affatto - come invece è stato detto
- la severità dell'istituzione. Uno storico futuro della storia italiana
contemporanea potrà sollevare dubbi sull'intransigenza e l'integrità dei
finanzieri che sono stati coinvolti in processi per tangenti:
difficilmente affermerà che lo statuto della Guardia di Finanza del
nostro paese è deliberatamente strutturato in modo tale che questa
istituzione non possa esercitare una seria azione di controllo in campo
fiscale! Anche le comunità ebraiche nella Spagna del XVI secolo, dopo la
cacciata degli Ebrei nel 1492, continuarono a praticare di nascosto la
propria religione, così come la Resistenza al nazifascismo avvenne nella
clandestinità: l'esistenza di attività clandestine dovrebbe apparire
come l'inequivocabile prova dell'esistenza di un sistema repressivo, non
come indizio di lassismo da parte delle autorità.
5. L'attuale
atteggiamento della Chiesa nei confronti del proprio passato appare
contrastante. Come si vedrà nelle sezioni dell'antologia relative alle
figure di Bruno e di Galilei e all'Indice dei libri proibiti, il
Vaticano sembra orientato a chiedere perdono, in occasione del Giubileo
del 2000, per gli errori del passato; pare comunque che non saranno
fatti esplicitamente i nomi dei destinatari delle "scuse". Anzi, a
riguardo di Giordano Bruno è stato detto con chiarezza che, se la pena
capitale non appare conforme all'odierna interpretazione del Vangelo, le
sue dottrine erano in ogni caso erronee in materia di fede e dunque la
sua condanna in quanto eretico rimane valida. Quanto a Galilei, la sua
riabilitazione, recentemente voluta dall'attuale pontefice, ha qualcosa
di irresistibilmente comico: si potrebbe osservare che, se mai egli
potesse e se la cosa avesse un senso, dovrebbe essere lo scienziato
fiorentino a perdonare la Chiesa.
L'Inquisizione - è
stato scritto da ultimo sulla rivista dei gesuiti, "La Civiltà
Cattolica" - fu "oggettivamente una macchia grave, da cui la Chiesa deve
purificarsi": nello stesso articolo si afferma peraltro che "il problema
dell'Inquisizione non è soltanto storico, ma principalmente teologico' e
che gli inquisitori agirono in perfetta buona fede per difendere
"l'onore di Dio", "anche se si devono condannare abusi ed eccessi".
"L'Inquisizione - prosegue l'articolo di "Civiltà Cattolica" - è stata
più attenta alle esigenze della giustizia e meno dura e crudele dei
tribunali civili"; il processo, tra l'altro, prendeva avvio da denunce
che non potevano essere anonime o "mosse da odio o da interesse":
constateremo che affermare ciò non corrisponde al vero per quel che
riguarda numerosi casi, primi tra tutti i processi contro Girolamo da
Praga e contro Giordano Bruno. "Se c'era qualche incertezza o sulla
confessione dell'imputato o sulla qualità dei testimoni - continua
"Civiltà Cattolica" - non si poteva procedere alla condanna":
affermazione anch'essa inesatta, poiché vedremo che l'inquisitore
Bernard Gui prescrive espressamente nel proprio manuale di falsificare i
verbali degli interrogatori nei casi più controversi13.
Anche sul tema della
censura libraria si riscontra una parziale disponibilità a discutere sul
passato da parte della Chiesa, ma non appare affatto chiaro quale sia il
giudizio attuale del Vaticano sui libri che, almeno fino al 1948, erano
da considerarsi proibiti.
6. Una considerazione
si impone in conclusione. Come si è visto, la nostra raccolta si sforza
di offrire, attraverso alcuni documenti, una ricostruzione della vicenda
storica dell'Inquisizione. Anche se evidenti ragioni di spazio hanno
reso necessario escludere dall'antologia numerosi processi celebri (per
esempio, quelli contro Tommaso Campanella14),
la lettura dei documenti qui proposti porta in ogni caso a ritenere
senza equivoco che il tribunale dell'Inquisizione fu un tribunale
terribile, non certo garantista. Se alcuni ambienti ecclesiastici
cercano di introdurre questa tesi nel senso comune, agiscono in modo
fuorviante, ostacolando la comprensione dei fatti storici. Se i mezzi di
comunicazione di massa ripetono questa tesi e la deformano e la
semplificano, contribuiscono - more solito - alla disinformazione
dei propri fruitori.
È stato recentemente
osservato che la censura dei libri e della libera circolazione delle
idee - uno dei settori in cui l'Inquisizione fu più attiva - non è stata
nella storia una prassi attuata dalla sola Chiesa cattolica. Ciò è
assolutamente vero: anche le Chiese riformate avevano un sistema di
controllo dei libri non diverso da quello romano e, fino alla vigilia
della Rivoluzione Francese (i cui meriti non si finirà dunque mai di
elogiare), "la convinzione che la pubblicazione di un libro non dovesse
essere libera fu ovvia e generalizzata'15.
La censura dei libri non si è peraltro attenuata nel nostro secolo, come
si sa16, sicché sembra -
come è stato osservato - che "non esista governo che sia indifferente
alle opinioni dei governati'17.
È comunque opportuno ricordare che c'è modo e modo di esercitare la
censura: per restare nel nostro secolo, il rogo dei libri voluto da
Hitler nel 1933 non trova alcun eguale nell'Unione Sovietica di Stalin,
dove esisteva la censura, ma non ci furono mai roghi. Un particolare che
sarebbe erroneo ritenere marginale.
La Chiesa appare al
laico un'istituzione contraddittoria. Essa ha dato alla luce figure come
Francesco d'Assisi (che peraltro rischiò seriamente di essere giudicato
eretico) e come papa Alessandro VI. Si è egualmente espressa attraverso
le parole pronunciate da Gesù nel celebre discorso della montagna
("beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio"; "amate i vostri
nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla") e attraverso
l'oscurantismo dell'Indice dei libri proibiti, dei roghi e delle
condanne capitali. Al socialista François Mitterrand, presidente della
Repubblica Francese, parve che il discorso della montagna fosse uno dei
testi più rivoluzionari della storia dell'umanità e che Gesù avrebbe
potuto tranquillamente giustificare il proprio ritorno in terra, oggi,
con il fine di pronunciare di nuovo quel discorso18;
i roghi dei libri, simbolo di intolleranza, ebbero invece in Hitler il
più inquietante e scomodo imitatore. La Chiesa è nata dalle persecuzioni
- si ricorderà la celebre pagina di Engels in cui i socialisti,
costretti alla clandestinità dalle leggi contro la sovversione nella
Prussia di fine "800, sono paragonati ai cristiani delle catacombe19
- e ha a sua volta perseguitato per secoli, seminando odio e sangue.
In apertura, si è
proposto al lettore il dialogo tra Gesù e Dio alla presenza del Diavolo,
tratto dal romanzo Il Vangelo secondo Gesù dello scrittore
portoghese José Saramago. Un brano in cui si prospetta, sotto la veste
dell'ironia voltairiana caratteristica di quell'autore, il dubbio che
sorge di fronte alla complessa storia della Chiesa cattolica. Essa è
rappresentata dallo spirito violento, intollerante e ambizioso che,
nella finzione narrativa, Saramago attribuisce alla prima persona della
Trinità? O invece dallo spirito umile, mite e umano che viene attribuito
a Gesù?
La colpa
dell'Inquisizione - si legge nel già citato articolo di "Civiltà
Cattolica' - fu di pensare "di dover imporre la fede anche con la
violenza, contro lo spirito di mitezza del Vangelo di Gesù". Ma a Gesù,
nel Vangelo, è a rigore attribuito il linguaggio dell'amore ("amate i
vostri nemici") e al tempo stesso quello dell'odio ("sono venuto a
gettare fuoco sopra la terra"; "pensate che io sia venuto a recare pace
sopra la terra" No, vi dico, ma divisione"; "se uno viene a me e non
odia suo padre, la madre, la sposa, i figli, i fratelli e le sorelle, e
perfino la propria vita, non può essere mio discepolo'20).
Sono, come si vede, messaggi contrastanti. Davvero possono essere
separati l'uno dall'altro?
NOTE
1. Non si darà conto
qui dell'ampia bibliografia riguardante l'Inquisizione e la sua storia.
Il rinvio ad alcuni studi molto importanti figura nelle singole sezioni
della presente antologia. Altri testi saranno via via citati nel corso
di questa introduzione. Si tenga in ogni caso presente che, con
riferimento alle vicende più note della storia dell'Inquisizione (ad
esempio, per il caso Galilei), si ha a che fare con una bibliografia
sterminata. Mi limito ora a segnalare la sempre preziosa voce
Inquisizione, curata da mario niccoli per l'Enciclopedia Italiana
(vol. 19, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1933, pp.
335-339).
2. La discussione ha
coinvolto le pagine culturali dei grandi quotidiani. Segnalo, in primo
luogo, due autorevoli interventi dello storico adriano prosperi (di cui
ricordiamo, da ultimo, il libro Tribunali della coscienza.
Inquisitori, confessori, missionari, Torino, Einaudi, 1996) sul
«Corriere della Sera»: Le vere colpe dell'Inquisizione. Fu meno dura
dei tribunali laici, però introdusse il reato di opinione
(10/11/1998, p. 33); Davano tangenti all'Inquisitore per salvare i
libri dal rogo (10/12/1998, p. 33; questo secondo articolo propone
una parte della relazione tenuta da Prosperi in occasione del Convegno
Interdisciplinare intitolato La censura, svoltosi all'Università
di Bologna dal 10 al 12 dicembre 1998). I quotidiani hanno comunque
affrontato l'argomento a più riprese e, come sovente accade nel
dibattito giornalistico, hanno via via deformato le conclusioni delle
ricerche degli studiosi: si veda in proposito l'articolo Ma per molti
"eretici" l'Inquisizione fu la salvezza di Rino Cammilleri (anche
autore del volume Storia dell'Inquisizione, Roma, Newton &
Compton, 1997), in cui si arriva a teorizzare, senza porre limiti alla
fantasia, che gli inquisiti per lo più aderivano alle eresie per paura,
come nella Francia meridionale del XIII secolo (Cammilleri pensa agli
albigesi, in realtà massacrati dalla Chiesa cattolica con una
celeberrima e paurosa crociata), e che l'Inquisizione quasi sempre
rappresentò per costoro la salvezza (?); d'altra parte, afferma
Cammilleri con sconcerto del lettore, perseguitando gli eretici la
Chiesa si limitò a difendersi, così come "l'odierna liberal-democrazia
ha i suoi fondamenti filosofici, che difende dalla sovversione anche con
leggi apposite [...], contro chiunque, poniamo, volesse far risorgere il
nazismo" («Corriere della Sera», 12/11/1998, p. 35). Sia consentito
chiosare che "nazista", di Giordano Bruno, finora non lo aveva detto
nessuno! Il dibattito sull'Inquisizione negli organi di stampa si è
manifestato anche in forma di agili trafiletti contenenti notizie di
agenzia: si pensi all'epigrammatico dispaccio AdnKronos apparso su «La
Stampa» del 7/8/1998 (p. 22) sotto il titolo L'Inquisizione? Era
garantista.
3. Franco Catalano,
Questa fu l'Inquisizione, «Il Calendario del Popolo», 80, 1951,
p. 841.
4. Lutero, tra il 1510
e il 1511, si recò a Roma, dove rimase sconcertato - come è ben noto -
dalla corruzione del clero e dallo sfarzo in cui vivevano le gerarchie
ecclesiastiche. Anche il frate servita Paolo Sarpi ebbe un'esperienza
analoga, alla fine dello stesso secolo: il suo viaggio a Roma lo
convinse della necessità di una riforma radicale dell'istituzione
ecclesiastica. Il tema del viaggio a Roma, capitale dell'immoralità, si
ripropone molto simile anche in letteratura e ricorre già molto prima
della Riforma: Giovanni Boccaccio, all'incirca due secoli prima di
Lutero e quasi tre prima di Sarpi, racconta in una novella del
Decameron (1, 2) una storia che ci appare come una versione comica
dell'esperienza che capiterà a Lutero e a Sarpi. L'ebreo francese Abraam,
sollecitato dalle insistenze dell'amico Giannotto a farsi cristiano,
delibera infine di recarsi a Roma per vedere la capitale del
cristianesimo e il papa. Giannotto, dolente, commenta allora tra sé di
avere solo sprecato le proprie fatiche, poiché Abraam, una volta
conosciuta a Roma "la vita scellerata e lorda de" chierici", non solo si
sarebbe rifiutato di convertirsi, ma anzi, "se egli fosse cristian
fatto, senza fallo giudeo si ritornerebbe". Abraam, al contrario,
tornato a Parigi, si converte al cristianesimo, con somma sorpresa e
gioia di Giannotto, e spiega la propria scelta nel modo seguente:
indubbiamente il papa e il clero, con il proprio comportamento, si
sforzano incessantemente "di riducere a nulla - egli dice - e di
cacciare del mondo la cristiana religione"; poiché tuttavia non ci
riescono in alcun modo e si vede anzi la religione cristiana col tempo
"aumentarsi e più lucida e più chiara divenire", "meritamente - afferma
Abraam - mi par discerner lo Spirito Santo esser d'essa, sì come di vera
e di santa più che alcuna altra, fondamento e sostegno".
5. Francesca Niutta,
Libri proibiti. Dai roghi ai racconciamenti, in: La città e la
parola scritta, a cura di Giovanni Pugliese Carratelli, Milano,
Libri Scheiwiller, 1997,
p. 382.
6. I documenti relativi
a Leopardi e alla censura delle sue opere sono pubblicati nei volumi:
Antonio Giuliano, Giacomo Leopardi e la Restaurazione, Napoli,
Memorie dell'Accademia di Archeologia Lettere e Belle Arti (8), 1994; id.,
Giacomo Leopardi e la Restaurazione. Nuovi documenti, Napoli,
Memorie dell'Accademia di Archeologia Lettere e Belle Arti (10), 1998.
7. Ricardo Garcia
Cárcel, L'Inquisizione, traduzione italiana di Stefano Baldi,
Milano, Fenice 2000, 1994, pp. 48-53. Sulle persecuzioni
dell'Inquisizione contro gli Ebrei in Spagna, segnalo inoltre il
prezioso libro: Yosef Hayim Yerushalmi, Dalla corte al ghetto. La
vita, le opere, le peregrinazioni del marrano Cardoso nell'Europa del
Seicento, traduzione italiana di Maria Sumbulovich, presentazione di
Michele Luzzati e di Michele Olivari, Milano, Garzanti, 1991.
8. Bertrand Russell,
Perché non sono cristiano, traduzione italiana di Tina Buratti
Cantarelli, Milano, Longanesi, 1960, p. 27.
9. Nel XIX e nel XX
secolo le proibizioni dei libri furono in effetti rivolte ai soli
cattolici. Si deve comunque osservare che, sin dal principio, le
proibizioni erano in realtà destinate soltanto a chi faceva parte della
Respublica christiana, ai battezzati, non all'intero genere umano, come
si ricava con chiarezza dal manuale per gli inquisitori dell'Alberghini
(cf. p. 108), il quale scrive nel 1642 che le proibizioni riguardavano
"tutti i fedeli in Cristo" ("omnes Christi fideles"). Alla Chiesa,
dunque, non si può a rigore riconoscere neppure il merito di avere -
indotta a ciò dallo spirito di libertà sorto con la Rivoluzione Francese
- ridotto nel corso del tempo il numero delle persone soggette ai
divieti: la Chiesa si limitò semplicemente a prendere atto, a partire
dall'Ottocento, del fatto che non tutti gli abitanti della cosiddetta
Respublica christiana, non tutti i battezzati, corrispondevano più alla
tradizionale nozione di "Christi fideles".
10. Albert Mathiez -
Georges Lefebvre, La Rivoluzione Francese, traduzione italiana di
Mario Bonfantini, vol. 1, Torino, Einaudi, 199213 [Parigi,
1922-1927], p. 147.
11. È qui opportuno
ricordare che gli inquisitori, in molti casi, condannarono i rei
"pentiti" alla reclusione perpetua, presentando questo come supremo
gesto di misericordia. È stato di recente scritto che, in realtà, "la
condanna alla reclusione a vita da parte del Sant'Uffizio significava,
come oggi, libertà vigilata dopo qualche anno" (John Tedeschi, Il
giudice e l'eretico: studi sull'Inquisizione Romana, traduzione
italiana di Stefano Galli, Milano, Vita e Pensiero, 1997 [Binghamton -
New York, 1991], p. 19): ciò però nulla toglie di aberrante al principio
secondo cui l'inquisito, dopo avere abiurato il proprio "errore",
potesse comunque essere condannato. E si rammenti che all'inquisito non
veniva risparmiata la condanna dopo l'abiura nemmeno qualora egli fosse
anziano e malato (come accadde nel caso di Galilei).
12. L'osservazione è
stata fatta in occasione della giornata di studio su Censura
ecclesiastica e cultura politica in Italia tra Cinquecento e Seicento
(cf. p. 143, n. 6).
13. L'Inquisizione e
i suoi problemi (articolo redazionale), «La Civiltà Cattolica», 5
dicembre 1998, vol. 4, anno 149, pp. 457-470.
14. Sui processi contro
il monaco calabrese, segnalo il volume postumo: Luigi Firpo, I
processi di Tommaso Campanella, a cura di Eugenio Canone, Roma,
Salerno Editrice, 1998. Campanella, come è noto, si finse pazzo per
sfuggire alla condanna dell'Inquisizione. La simulazione cominciò il 2
aprile del 1600: "Fu una scelta vincente. Altrimenti Campanella avrebbe
seguito sul patibolo i suoi sventurati compagni di congiura" (Adriano
Prosperi, Campanella. L'Utopia in carcere, «Corriere della Sera»,
5/2/1999, p. 35).
15. Mario Infelise,
I libri proibiti. Da Gutenberg all'Encyclopédie, Roma-Bari, Laterza,
1999, p. 27. Ricordiamo che il diritto alla libertà di stampa fu sancito
nell'articolo 11 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del
cittadino del 26 agosto 1789 ("la libera comunicazione del pensiero
e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell'uomo: ogni
cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo
rispondere dell'abuso di questa libertà nei casi previsti dalla legge").
Esso fu ribadito e perfezionato nell'articolo 7 della Dichiarazione
robespierriana del 24 giugno 1793 ("il diritto di manifestare il proprio
pensiero e le proprie opinioni, per mezzo della stampa e in ogni altra
maniera, il diritto di riunirsi pacificamente e il libero esercizio dei
culti religiosi non possono essere impediti. L'esigenza di enunciare
tali diritti presuppongono la presenza o il ricordo del dispotismo") e
ripetuto, ma in forma edulcorata, nell'articolo 4 della Dichiarazione
termidoriana presentata alla Convenzione nel 1795 ("ogni uomo è libero
di manifestare il proprio pensiero e le proprie opinioni. La libertà di
stampa e ogni altro modo di esporre il proprio pensiero non possono
essere impediti, sospesi o limitati. Ogni uomo è libero nell'esercizio
del proprio culto religioso"). L'articolo riguardante la libertà di
stampa e di espressione, si noti, fu tuttavia escluso dal testo finale
della Dichiarazione termidoriana approvato dalla Convenzione il
22 agosto 1795 (Il testo delle tre Dichiarazioni è in: Les
déclarations des droits de l'homme de 1789, textes réunis et
présentés par Christine Fauré, Paris, Payot, 1988, pp. 11-13, 373-376 e
377-379; il testo della Dichiarazione termidoriana nella forma
precedente all'approvazione della Convenzione è in: Sergio Luzzatto,
L'autunno della Rivoluzione. Lotta e cultura politica nella Francia del
Termidoro, Torino, Einaudi, 1994, pp. 418-433).
16. Sulla censura
nell'Italia fascista e sulle persecuzioni contro gli scrittori di
religione ebraica, si veda da ultimo: Giorgio Fabre, L'elenco.
Censura fascista, editoria e autori ebrei, Torino, Zamorani, 1998.
17. Paolo Mieli,
Censura. La lunga guerra tra libri e potere, «La Stampa», 10/1/1999,
p. 21.
18. François
Mitterrand-Elie Wiesel, Mémoire à deux voix, Paris, Editions
Odile Jacob, 1995, p. 73.
19. Friedrich Engels,
Introduzione alla prima ristampa delle "Lotte di classe in Francia',
traduzione italiana di Palmiro Togliatti, in: Karl Marx, Rivoluzione
e reazione in Francia. 1848-1850, a cura di Leandro Perini, Torino,
Einaudi, 1976 (Roma, Editori Riuniti, 1962-1964), pp. 412-413.
20. I tre passi citati
corrispondono rispettivamente a: Lc 6, 35; 12, 49-51; 14, 26. La
traduzione qui utilizzata è quella di Piero Rossano, Vescovo Ausiliare
di Roma per la Cultura e Rettore della Pontificia Università Lateranense
(Vangelo secondo Luca, a cura di Piero Rossano, Milano, Rizzoli,
1984, pp. 63, 125 e 137). 
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