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Nelle parlate venete, così come in quelle trentine, le "strie" sono
le streghe (dal latino strix, strigis = civetta), ma in italiano "stria"
significa striscia. È in questa duplice accezione semantica che va
dunque colto il titolo di questa mostra: l’immaginario legato
all’irrazionale, al notturno (strigòs in greco significa uccello
notturno), al magico, al maliardo, al malefico da una parte; dall’altra
la stria, la striscia che arriva a noi attraverso i secoli, immersa in
questo irrazionale, ma anche emersa nel "razionale" vale a dire nella
storicità di quelle che furono considerate ufficialmente streghe, nei
loro processi, torture e roghi: una scia di storiche paure, una striscia
di intolleranze e violenze, una stria rossa di sangue e fuoco.
Quale la risonanza di tutto questo nella storia della pittura? Ci
vorrebbe almeno un volume per parlarne: qui ne offriamo solo qualche
riflessione, lampi nel buio.
Il mondo stregonesco affonda le sue oscure radici nell’Europa
precristiana, soprattutto celtica. Nella concezione del mondo
manifestata dai Celti, materia e spirito, razionale e irrazionale, morte
e vita non hanno distinzione: la realtà, la Terra, l’Universo non sono
stati creati una volta per tutte ma continuamente si ricreano, sono
un’eterna metamorfosi. Morte, resurrezione, eternità, immortalità fanno
parte di un’unica realtà. Nella notte di Samain, inizio dell’anno
celtico, le due comunità, dei viventi e dei morti, si incontrano, si
compenetrano: ogni distinzione si annulla in un "non tempo". Questa
grande festa, la maggiore per i Celti, è divenuta la festa cristiana
d’Ognissanti che ha conservato l’aspetto di "Comunione dei Santi". È la
festa anglosassone della "notte di Halloween", con tutte le
banalizzazioni commerciali all’insegna dell’horror precarnevalesco dei
giorni nostri.
Nell’immaginario celtico il mondo spettrale ritualizzato dai druidi e
cantato dai bardi è affidato soprattutto ad immagini femminili: la dea
Anu, identificata spesso con Morrighan, la dea della guerra che si
aggirava spettrale e inesorabile. Nella sua forma gigantesca e mostruosa
assumeva il ruolo di pizia ed era chiamata Badb. Come Neman era lo
spirito che mutava figura e, come una strega, entrava nel corpo dei neri
corvi volando sui morti in battaglia per cibarsi delle loro carni. Sulle
rive dei fiumi si materializzava, per lavare i panni dei guerrieri che
sarebbero stati uccisi. E c’era la fata-strega Ceridwen associata al
gatto nero. Nell’immaginario dei popoli alpini, intriso di elementi
celtici (i Galli cisalpini hanno abitato per secoli nella Padania e
nelle Alpi) le Aguane sono immaginate come belle ragazze dai lunghi
capelli biondi, dall’aspetto celtico, che stendono i panni lavati sulle
vette inaccessibili. Come è indicato dal nome, le Aguane sono creature
dell’acqua, l’elemento misterioso all’origine di ogni vita. Arrivò il
cristianesimo che finì con l’evangelizzare l’immenso territorio dei
Galli, esteso per gran parte dell’Europa (dal Galles al Nord, dalla
Galizia spagnola all’Ovest alla Galizia sui confini russi all’Est, alla
Gallazia in Asia Minore all’estremo Sud, tutte regioni che ricordano nei
loro nomi i Galli). I Celti, con la loro concezione della realtà per
molti aspetti agli antipodi di quella giudaico cristiana, furono
cristianizzati; la loro cultura venne sradicata, rimossa, demonizzata.
Appare significativo che in Trentino, ad esempio, le Aguane di origine
celtica diventino le streghe, le Gane (da noi i toponimi tipo "Bus dela
Gana", con le loro leggende paurose, si sprecano).
Il mondo "stregonesco" celtico è fondamentalmente estraneo alla cultura
mediterranea, non notturna come quella celtica, ma solare nei suoi miti.
Nella religione greco-romana c’è soprattutto la componente misterica,
quella affrescata a Pompei nella Villa dei Misteri, che percorre tanta
pittura rinascimentale neoplatonica (soprattutto in Botticelli). E
tuttavia una componente in qualche modo "celtica" percorre anche certa
pittura rinascimentale. Pensiamo, ad esempio, alle grottesche,
decorazioni parietali a stucco o ad affresco derivate da quelle della
Domus Aurea di Nerone, caratterizzate dall’intreccio di forme umane,
animali e vegetali: una "Saiman" pittorica d’una realtà in perenne
metamorfosi in cui tutto può essere immaginato e permesso, il deforme
come l’assurdo (in termine corrente l’aggettivo "grottesco" significa
appunto bizzarro, assurdo) e che ebbe il suo più celebre esempio nel
Cinquecento con le grottesche raffaellesche nelle Logge Vaticane.
Ma si tratta di un genere pittorico fondato sulla decorazione, sulle
bizzarrie decorative, che non diviene mai protagonista. Non lo poteva
divenire, data la sua componente eversiva, pagana, anticristiana.
L’ imagerie stregonesca, saturnina, notturna, infera trova - ma in una
cornice cristiana, cattolica o protestante che fosse - la sua
espressione più conturbante in due grandi pittori fiamminghi del
Cinquecento (pittori del Nord, vicini alla Bretagna, al Galles,
all’Irlanda, dove il celtismo rimosso o colpevolizzato, persiste): sono
Hieronymus Bosc e Pieter Bruegel. Nel primo ci sono le sconvolgenti
immagini di deliri, di stregonesche congiunture di ogni specie animale e
vegetale; nel secondo - soprattutto nel primo periodo della sua pittura
suggestionata da Bosc - l’eterna battaglia tra reale e irrazionale, le
due facce della medaglia della vita.
Ma, attenzione: questo universo dell’irrazionale non può divenire
neanche qui protagonista (lo impediscono veti e tabù, censure e
autocensure). In altre parole anche qui le streghe, il mondo stregonesco
non possono essere rappresentati direttamente, non possono divenire
protagonisti. Si guardi la Dulle Grièt (la "Pazza Greta", del 1562, al
Museo di Anversa) in cui il personaggio femminile che in un paesaggio
apocalittico si trascina dietro una preda per l’inferno, abbigliata alla
maniera scozzese (la Scozia è una delle roccaforti del celtismo) è
chiaramente una strega. Ma in essa si è voluta vedere l’allegoria dell’avaritia.
Diciamo meglio che Bruegel ha voluto, non ha potuto che celare la strega
in questo modo.
Così come nella Caduta degli angeli ribelli (una grande
tela dello stesso anno), l’universo stregonesco che sta in basso è "criptato"
nell’allegoria dell’inferno.
Nell’età della Controriforma, l’epoca in cui toccarono il loro apice i
processi alle streghe (in Trentino i più noti sono quelli delle streghe
di Nogaredo, in Vallagarina, di Carano, in Val di Fiemme, di Còredo, in
Val di Non, mentre l’ultimo processo si svolse ai tempi dell’imperatrice
Maria Teresa) più che mai sarebbero stati improponibili raffigurazioni
con streghe a protagoniste: impensabile la loro raffigurazione come
denuncia di una gigantesca persecuzione, così come la rappresentazione
di una forma da bruciare, da disperdere con le ceneri nel vento.
Bisogna attendere la fine del 1800 perché, con i pittori simbolisti,
l’immaginario dell’inconscio trovi le sue espressioni pittoriche,
parallelamente alla scoperta del subconscio di Freud e della
psicoanalisi, agli studi sui fenomeni psichici di Jean-Martin Charcot.
Nel 1877 venne tradotto in Francia la Filosofia dell’inconscio di Eduard
von Hartmann e artisti come Odilon Redon ne fecero il loro manuale. Il
mondo di Redon è quello del mistero che nasce dalle cose, degli incubi e
delle ossessioni, del mostruoso e del deforme. Ma anche qui la strega
non viene mai rappresentata direttamente: Gustav Moreau, il più celebre
dei simbolisti, in un quadro del 1864, Edipo e la Sfinge (che è al
Metropolitan Museum of Art di New York) la simboleggia in una creatura
alata dal volto femminile bellissimo e dal corpo di felino che strazia
le carni di Edipo. Su tutta la pittura simbolista domina la
donna-strega, creatura affascinante e crudele, via via sfinge, gorgone,
Salomé, famme fatal, Belle-Dame-Sans-Marci, donna vampiro... E il
satanismo, componente fondamentale della magia stregonesca, delle
potenze occulte di un mondo parallelo al nostro trova raffinatissime e
simboliche rappresentazioni in opere come, ad esempio, I tesori di
Satana (1895) di Jean Delville.
Siamo ormai alle soglie del Novecento, il secolo lacerato e dirompente
d’ogni regola artistica, etica o sociale, età in cui gli artisti, col
massimo della libertà pagata, col massimo della sofferenza, possono
aggredire le "strie" dell’inconscio individuale e collettivo con i
linguaggi che il nostro tempo ha conquistato.
Quale l’atteggiamento con cui i ventun artisti di questa Mostra -
pittori e scultori - hanno guardato all’archetipo della "stria", della
strega-fata (in Trentino esiste il sostantivo fada, con questo duplice
significato) e dell’immaginario che vi si è sviluppato?
Andando per sintesi e per semplificazioni (rischiando la
schematizzazione), mi pare che le valenze espresse siano
fondamentalmente sei.
Il mistero primigenio (Verdini, Scantambulo); l’eros stregante (Fontana,
Vindimian, Wolf); l’enigma femminile (Ferrari, Schweizer, Zambanini); il
magico (Bartoletti, Brancolini, Girardi, Lucchi); l’angoscia (Degasperi,
Ischia, Negriolli); la violenza contro la donna (Archis, Berlanda,
Decarli, Gasperini, Masserini, Rossi Zen).
Al di là delle banali immagini della strega come archetipo di
bruttezza+orrore (che appartengono all’iconografia illustrativa, non a
quella - come abbiamo visto - della pittura) è un modo nuovo,
liberatorio e contemporaneo di interpretare l’universo stregonesco.

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