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TITOLO |
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LE STRIE TRENTINE |
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DAL SITO |
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AUTORE |
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RENZO FRANCESCOTTI |
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Nelle parlate venete, così come in quelle trentine, le "strie" sono le streghe (dal latino strix, strigis = civetta), ma in italiano "stria" significa striscia. È in questa duplice accezione semantica che va dunque colto il titolo di questa mostra: l’immaginario legato all’irrazionale, al notturno (strigòs in greco significa uccello notturno), al magico, al maliardo, al malefico da una parte; dall’altra la stria, la striscia che arriva a noi attraverso i secoli, immersa in questo irrazionale, ma anche emersa nel "razionale" vale a dire nella storicità di quelle che furono considerate ufficialmente streghe, nei loro processi, torture e roghi: una scia di storiche paure, una striscia di intolleranze e violenze, una stria rossa di sangue e fuoco.
Nell’immaginario celtico il mondo spettrale ritualizzato dai druidi e
cantato dai bardi è affidato soprattutto ad immagini femminili: la dea
Anu, identificata spesso con Morrighan, la dea della guerra che si
aggirava spettrale e inesorabile. Nella sua forma gigantesca e mostruosa
assumeva il ruolo di pizia ed era chiamata Badb. Come Neman era lo
spirito che mutava figura e, come una strega, entrava nel corpo dei neri
corvi volando sui morti in battaglia per cibarsi delle loro carni. Sulle
rive dei fiumi si materializzava, per lavare i panni dei guerrieri che
sarebbero stati uccisi. E c’era la fata-strega Ceridwen associata al
gatto nero. Nell’immaginario dei popoli alpini, intriso di elementi
celtici (i Galli cisalpini hanno abitato per secoli nella Padania e
nelle Alpi) le Aguane sono immaginate come belle ragazze dai lunghi
capelli biondi, dall’aspetto celtico, che stendono i panni lavati sulle
vette inaccessibili. Come è indicato dal nome, le Aguane sono creature
dell’acqua, l’elemento misterioso all’origine di ogni vita. Arrivò il
cristianesimo che finì con l’evangelizzare l’immenso territorio dei
Galli, esteso per gran parte dell’Europa (dal Galles al Nord, dalla
Galizia spagnola all’Ovest alla Galizia sui confini russi all’Est, alla
Gallazia in Asia Minore all’estremo Sud, tutte regioni che ricordano nei
loro nomi i Galli). I Celti, con la loro concezione della realtà per
molti aspetti agli antipodi di quella giudaico cristiana, furono
cristianizzati; la loro cultura venne sradicata, rimossa, demonizzata.
Il mondo "stregonesco" celtico è fondamentalmente estraneo alla cultura
mediterranea, non notturna come quella celtica, ma solare nei suoi miti.
Nella religione greco-romana c’è soprattutto la componente misterica,
quella affrescata a Pompei nella Villa dei Misteri, che percorre tanta
pittura rinascimentale neoplatonica (soprattutto in Botticelli). E
tuttavia una componente in qualche modo "celtica" percorre anche certa
pittura rinascimentale. Pensiamo, ad esempio, alle grottesche,
decorazioni parietali a stucco o ad affresco derivate da quelle della
Domus Aurea di Nerone, caratterizzate dall’intreccio di forme umane,
animali e vegetali: una "Saiman" pittorica d’una realtà in perenne
metamorfosi in cui tutto può essere immaginato e permesso, il deforme
come l’assurdo (in termine corrente l’aggettivo "grottesco" significa
appunto bizzarro, assurdo) e che ebbe il suo più celebre esempio nel
Cinquecento con le grottesche raffaellesche nelle Logge Vaticane.
L’ imagerie stregonesca, saturnina, notturna, infera trova - ma in una
cornice cristiana, cattolica o protestante che fosse - la sua
espressione più conturbante in due grandi pittori fiamminghi del
Cinquecento (pittori del Nord, vicini alla Bretagna, al Galles,
all’Irlanda, dove il celtismo rimosso o colpevolizzato, persiste): sono
Hieronymus Bosc e Pieter Bruegel. Nel primo ci sono le sconvolgenti
immagini di deliri, di stregonesche congiunture di ogni specie animale e
vegetale; nel secondo - soprattutto nel primo periodo della sua pittura
suggestionata da Bosc - l’eterna battaglia tra reale e irrazionale, le
due facce della medaglia della vita.
Così come nella Caduta degli angeli ribelli (una grande
tela dello stesso anno), l’universo stregonesco che sta in basso è "criptato"
nell’allegoria dell’inferno.
Nel 1877 venne tradotto in Francia la Filosofia dell’inconscio di Eduard
von Hartmann e artisti come Odilon Redon ne fecero il loro manuale. Il
mondo di Redon è quello del mistero che nasce dalle cose, degli incubi e
delle ossessioni, del mostruoso e del deforme. Ma anche qui la strega
non viene mai rappresentata direttamente: Gustav Moreau, il più celebre
dei simbolisti, in un quadro del 1864, Edipo e la Sfinge (che è al
Metropolitan Museum of Art di New York) la simboleggia in una creatura
alata dal volto femminile bellissimo e dal corpo di felino che strazia
le carni di Edipo. Su tutta la pittura simbolista domina la
donna-strega, creatura affascinante e crudele, via via sfinge, gorgone,
Salomé, famme fatal, Belle-Dame-Sans-Marci, donna vampiro... E il
satanismo, componente fondamentale della magia stregonesca, delle
potenze occulte di un mondo parallelo al nostro trova raffinatissime e
simboliche rappresentazioni in opere come, ad esempio, I tesori di
Satana (1895) di Jean Delville.
Quale l’atteggiamento con cui i ventun artisti di questa Mostra -
pittori e scultori - hanno guardato all’archetipo della "stria", della
strega-fata (in Trentino esiste il sostantivo fada, con questo duplice
significato) e dell’immaginario che vi si è sviluppato?
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