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Intervento
tenuto dall’Autore nell’Occasione della Mostra Internazionale MILLENNIUM,
I Misteri Dell'uomo E Dell'universo In Lui.
Brescia, Palazzo
Bonoris Dal 28 Febbraio Al 28 Marzo 2004
La Dea Madre è stata
probabilmente la prima divinità immaginata dall’uomo e, anche se così
non fosse, è indubbiamente quella più presente in tutte le culture del
mondo antico.
In tutto il Bacino del
Mediterraneo, includendo anche l’area Mediorientale sono state ritrovate
statuette, terracotte, incisioni, raffiguranti la Grande Dea già a
partire da 30.000-25.000 anni prima di Cristo, usanza poi pian piano
scomparsa verso il 3.000 a.C. con l’avvento delle popolazioni
Indoeuropee veneratrici delle divinità maschili padrone delle armi e
delle fucine.
Prima di questa
“invasione” la rappresentazione della dea trova sua massima espressione
nelle rappresentazioni delle Veneri Preistoriche, figure femminili dai
prosperosi seni ricchi di latte, dagli abbondanti glutei e dai ventri
smisurati e gravidi.
Se questa era l’immagine
della Grande Generatrice dobbiamo capire da dove nasce il suo culto di
fertilità e procreazione.
L’uomo dei primordi è
fondamentalmente cacciatore e raccoglitore dunque la sua vita è
strettamente correlata a quei cicli naturali per i quali da sempre ha
mostrato interesse, conoscere i loro segreti non significa dominare la
natura ma esserne parte integrante, entrare in perfetta sintonia con la
Grande Madre e crescere prosperando con lei.
Il primitivo non è così un
“unicum”, come invece il pensiero dell’uomo moderno porta a credere, che
vive nella natura ma è parte della stessa e in essa, tra tabù e rituali,
cerca e trova sostentamento e prosperità, felicità e dolore, vita e
morte. Carichi di fascino così dovevano essere per lo spaurito uomo i
segreti naturali che portavano allo sbocciare di un fiore, alla sua
trasformazione in frutto, alla nascita di un animale, pargoli di una
divinità immaginata come androgina, dalla quale e nella quale tutto
nasce, cresce e muore.
All’inizio è il bosco con
i suoi frutti a dare sostentamento al primitivo che, proprio per questo,
vede in esso e negli stessi animali che vi abitano una sorta di divinità
immanente che lo governa, così il rapporto che l’uomo instaura con la
natura non è quello di dominatore ma di creatura che vive nel suo
divino, lo stesso animale non è solo preda e fonte di sostentamento, ma
anche divinità e dunque sacro.
Egli così cerca e trova
nella natura i segni della Grande Generatrice, la mater il cui
ventre diventano, nell’immaginario primitivo, grotte e antri, ma assume
anche le sembianze di animali, poi definiti “totemici” che altro non
sono che la stessa dea che si materializza nella sua immanenza.
Successivamente nel
Neolitico le popolazioni mediterranee, dedite alla caccia, entrano in
contatto con popoli asiatico-orientali già agricoltori. Avviene così una
grande trasformazione culturale, l’uomo non è più sottomesso alla
natura, ma comincia a produrre frutti e ortaggi, il suo rapporto con la
divinità non cambia, essa piano piano si sposta dai boschi ai campi, ma
è sempre dipendente dai cicli naturali e dai rituali di fertilità che,
mentre prima erano legati alla produzione spontanea, adesso vengono
visti strettamente correlati all’agricoltura e al raccolto.
L’uomo inizia a esaminare
con sempre più interesse i cicli naturali, l’andamento delle stagioni e
i periodi in cui seminare per avere un buon raccolto. Intuisce che la
terra non è sempre fertile, ma lo diventa solo quando è “ingravidata” da
quello che poi sarà definito il principio maschile, il sole.
E’ in questo momento che al culto della
Mater si affianca quello del suo Compagno e spesso anche Figlio perché
generato dal ventre Universale della dea. Se dunque la dea è la madre
terra che deve esser resa gravida in particolari periodi dell’anno, il
suo Compagno sarà soggetto ad una serie di cicli di morte e rinascita
che vanno proprio a rappresentare la nascita e la morte della natura.
L’idea del sacro
accoppiamento come RITUALE APOTROPAICO
che rende fertile e gravida la terra è però molto più antica dello
stesso mito e la troviamo espressa nella
PRIMITIVA IDEA delle SACRE GROTTE immagine delle profondità
uterine della dea dove l’elemento maschile, il priapos universale,
rappresentato dalla Sacra Stalagmite, è generato esso stesso nel
metaforico ventre della dea, Esso è così sia Figlio (perché generato
dalla dea) che suo Compagno (perché ne assicura la fertilità) e poi del
SACRO BETILE, la roccia infissa
nella bruna terra, l’elemento maschile che, come mistico priapos, la
rende fertile.
LE SACRE NOZZE DELLA DEA:
i rituali di Accoppiamento
Successivamente sarà il
“ricordo” di queste antichi culti che ritroveremo, ben camuffati, nelle
società e culture successive per dar vita a quello che oggi definiamo
MITO.
Quello che adesso faremo
sarà così un breve excursus alla ricerca delle tracce lasciate da questo
antico culto di fertilità e prosperità nelle culture successive del
Bacino del Mediterraneo.
In Mesopotamia nel III
millennio a.C. erano venerati la dea Inanna ( successivamente Ishtar) e
la sua unione con il Figlio-Compagno-Dio pastore Dumuzi (successivamente
Tammuz).
Il mito di Dumuzi richiama
il raccolto che viene festeggiato dai popoli della Mesopotamia come
fonte di vita e di fertilità. Essi,
infatti, erano convinti che la natura rinascesse ogni anno attraverso un
matrimonio sacro che era consumato tra le due divinità.
Il mito è racchiuso
nel poema della discesa agli inferi di Inanna che ritroviamo nell’Epopea
di Gilgamesh. Si narra che la dea fosse stata imprigionata negli inferi
e la sua assenza provocava il blocco delle nascite sulla Terra.
Intervengono così gli dea ma neppure loro possono violare una regola
ferrea degli Inferi: ogni anima che torna in vita deve essere sostituita
agli Inferi. Così Inanna offre in cambio del proprio rilascio il povero
Dumuzi. Il dio non può sfuggire ma, ecco che appare la sorella
Geshtinanna che intercede per il fratello ottenendo che venga trattenuto
nel "mondo di sotto" solo sei mesi l'anno ed offrendosi di sostituirlo
agli inferi per gli altri sei.
Secondo una visione che
potremmo definire alla “Frazer” di “magia simpatica” questa unione era
realmente celebrata tra una sacerdotessa d'Inanna, rappresentante la
dea, ed il re della città, che assumeva le funzioni di Dumuzi in una
tradizione che successivamente darà vita alla pratica della
Prostituzione Sacra.
Il culto Inanna e Dumuzi
poi lo ritroviamo nella Grecia Classica con il mito di Tammuz, il
giovane eroe nato da una corteccia d’albero nella quale era stata
trasformata sua madre Mirra e che, conteso da due dee, Afrodite e
Persefone, fu ucciso da quest’ultima per gelosia, e successivamente nel
mondo romano sotto il nome di Attis, lo “sposo” e compagno della dea
Cibele che lo seguiva nelle sue spedizioni di caccia e del quale si
innamorò perdutamente. Così il giorno delle nozze del fanciullo, la dea,
vistasi defraudata del suo amore, fece impazzire tutti i partecipanti
al banchetto, tra cui la sua bellissima moglie e così Attis, per
disperazione, si evirò sotto un pino.
“…stimulatus ibi
furenti rabie.vagus animi,devolsit ilei acuto sibi pondera silice…”
(fuori di sé, in preda a rabbia furiosa, si recise il sesso)
Sarà così la stessa
divinità che, avendo compassione del suo amato, lo trasformerà in un
albero e indirà una festa funebre in suo onore. La ricorrenza che si
teneva durante il giorno dell’equinozio e legata ai cicli riproduttivi
di morte e rinascita della natura ove l’albero “adonico” altro non
rappresenta che il simbolo fallico del dio, idea che ritroveremo anche
in Egitto.
Se infatti ci rifacciamo
al mito di Osiride, si narra che sulla cassa dove fu rinchiuso il dio,
crebbe un albero di Melograno, poi, rappresentato dallo zed,
antichissimo disegno per tradizione associato al suo culto, ma, in
realtà, molto più antico, dato che si trova raffigurato anche in tombe
del periodo predinastico, mentre il nome del dio non lo troviamo prima
della V° dinastia. L'albero cresciuto sulla cassa costruita da Tifone e
dunque un simbolo fallico di resurrezione, spesso rappresentato nei
sarcofagi, proprio con il compito di riportare in “vita” il defunto.
In Egitto le funzioni
vivificatrici erano esercitate da Hathor, la dea vacca con le “corna
uterine” tra le quali sorge il sole, quasi ad identificare la dea dalla
quale nascono e provengono tutte le cose e il cui nome significa proprio
“Casa di Horus”.
“…Madre, colei che partorì
il sole, che partorì prima d’ogni altra, prima ancora che fosse
partorita…”
Nei primi miti è proprio
la dea e madre di Horus e per questo, quando successivamente il dio sarà
identificato come il figlio postumo di Osiride e Iside la dea sarà
confusa con quest’ultima che acquisirà proprio da Hathor le sue
rappresentazioni munite di corna di vacca. Sarà proprio in questa
confusione che le sacre nozze saranno così successivamente associate a
Iside e Osiride, divinità arborea morta e successivamente resuscitata
proprio dalla Dea. Se torniamo alle prime scritture Hathor è però sia
madre che compagna di Horus proprio in una visione simile a quelle
precedentemente descritte. Horus non subisce una vera e propria morte, a
differenza delle divinità precedenti, però perde un occhio grazie al
quale può far rinascere il proprio padre Osiride, simbolo della
vegetazione e dunque del ciclo naturale.
Come nel caso del culto
precedentemente descritto di Inanna, anche in questo caso era il Faraone
stesso ad accoppiarsi con la sua regale moglie ( la Hathor) e le sue
sacre concubine (o sacerdotesse della dea). L’accoppiamento avveniva in
quello che oggi definiremmo Harem, il luogo della sacra prostituzione
derivante dalla parola araba Haram che significa sia sacro che
proibito.
Nell’area siriaco-palestinese il culto
della dea e del suo compagno è legato alle figure di Anat e del suo
fratello-consorte Baal.
La dea è spesso rappresentata da una
vacca selvatica, animale totemico che ritroveremo in moltissime altre
raffigurazioni della Grande Madre, sotto le quali sembianze, appunto, la
divinità maschile si sarebbe accoppiata nel deserto.
La sacralità della vacca la troviamo
anche in una tradizione sacra fenicia, secondo quello che ci riporta
Tirio Porfirio, filosofo neoplatonico, verso la metà del III sec. A.C.,
un fenicio non avrebbe mai mangiato carne di vacca. Ovviamente la
tradizione riportata è molto più recente del periodo esaminato ma è
sicuramente una “traccia” della sacralità dell’animale.
Il ciclo
mitologico è costituito da vari episodi non sempre coerenti, ( in molti
casi Anat è prima sposa di El che, poi, diventa suo padre, e spesso
confuso, come nel Vecchio Testamento, con Baal stesso. Dunque se Anat è
Moglie del dio supremo da lei derivano tutte le cose così, oltre che
sorella è anche madre di Baal.) connessi con culti della fertilità. Il
dio Baal è così ucciso da Mot dio degli inferi, ma la sorella Anat lo
ritrova e lo fa rivivere e con lui rinasce la natura, un mito molto
simile a quelli esaminati in precedenza e a quelli che ancora
esamineremo proprio a sottolineare la matrice comune di questi racconti.
Anche in questo mito la divinità
maschile è legata al sacro albero. Un esempio sarebbe quello di EL,
primo consorte di Anat e spesso confuso, anche perché i miti non sono
ben definiti e presentano spesso, come già detto confusione, con BAAL.
Spesso il simbolo di El, il dio con le
ali, è posto sopra il SACRO ALBERO, altro emblema di Asshur. In
raffigurazioni più particolareggiate sopra lo stelo, a differenza della
foto in questione, i fiori erano a volte sostituiti da melograni o coni
di pino.
Inoltre la sacralità dell’albero visto
come divinità la ritroviamo nei rituali di Primavera, durante i quali,
ogni anno, veniva abbattuto un grande albero ( abbattimento=morte) e poi
alzato nel sacro recinto per successivamente coprirlo di drappi e doni
(un po’ il nostro albero del Maggio).
Un altro interessante mito
è presente proprio qui in Italia, quello tra VIRBIO E DIANA, le cui
tracce ritroviamo nello studio di Frazer sul Ramo d’Oro.
“…Sulle sponde
settentrionali del lago [ di Nemi, N.d.A.] si erigeva il bosco sacro e
il santuario di Diana Nemorensis, la Diana del Bosco…In questo bosco
sacro cresceva un albero attorno a cui e probabile vedere, anche a notte
inoltrata, una truce figura. Nella destra teneva una spada sguainata e
si guardava continuamente d’attorno…Quest’uomo era un sacerdote e quando
un nuovo individuo voleva occupare il suo posto per prendere il
sacerdozio doveva uccidere il suo predecessore…non prima però di aver
strappato un ramo dal succitato albero…La strana regola non ha alcun
riscontro in tutta l’antichità classica e non si può spiegare per mezzo
di essa…”
Queste le parole del noto
antropologo James Frazer. Il mito ivi presente si rifà alla leggenda di
Virbio, giovane cacciatore che trascorreva la vita nei boschi a caccia
di belve, avendo come unica compagna la vergine cacciatrice Artemide.
Fiero di quella divina compagna, egli disdegnava le donne e questa fu la
sua rovina. Afrodite, offesa dalla sua indifferenza, fece innamorare di
lui la matrigna Fedra; e quando il giovane respinse le turpi offerte
della donna, lei lo accusò falsamente presso il padre Teseo, il quale
credette alle menzogne di Fedra. Teseo si rivolse allora al proprio
padre Poseidone perchè vendicasse l'immaginario affronto. Mentre Virbio
guidava il suo carro lungo le rive del golfo Saronico, il dio del mare
gli mandò contro un toro feroce scaturito dalle onde. I cavalli,
terrorizzati, si impennarono scaraventando Ippolito giù dal carro e lo
trascinarono nel loro galoppo uccidendolo. Ma Diana, che amava il
giovane, convinse il medico Esculapio a riportarlo in vita. Il mito è
del tutto simile a quello già citato di Adone, Virbio è senza alcun
dubbio l’immagine del Dio-Compagno della Dea precedentemente incontrato,
l’archetipo di quei re-sacerdoti descritti nell’opera di Frazer, la cui
vita, sempre spezzata da morte violenta, era legata ad un albero.
Se la tradizione del re
del bosco è vista nell’ottica dei miti delle “Sacre nozze” ecco spiegato
il perché del legame del dio-sacerdote ad un albero e il suo dover
perire di morte violenta.
L’elenco potrebbe
continuare ancora con le divinità Hittite Hepatu e Teshub, o con la dea
Ma e il figlio-compagno dio delle tempeste, venerata nell’area della
Cappadocia e poi arrivata tramite i romani in Italia e alla quale verrà
dedicato il culto di Ma o Mamede la cui tracce possiamo trovare ancora
oggi nel folklore italiano.
Divenuto infatti un santo
cristiano con una vera e propria opera di sincretismo, il culto di San
Mama lo troviamo ad esempio a Ca’ Campo, in provincia di Bergamo ove “la
cappella è ufficialmente dedicata a San Pantaleone ma in realtà il culto
popolare è tutto per san Mama, raffigurato come santo barbuto e con la
palma del martirio, nella mano destra stringe una mammella.
Terminiamo il nostro
viaggio tra la mitologia con la venere cretese, la dea dagli opulenti
seni, associata a divinità maschili scarsamente importanti tanto da non
avere un nome preciso come il dio delle asce bipenni di Creta o il toro
bianco di Minosse.
la leggenda vuole infatti
che Minosse, re dell’isola, chiedesse a Poseidone un bellissimo animale
da immolargli. Il dio del mare mandò così al sovrano uno splendido toro
bianco, ma l’avido re decise di tenerlo per se sacrificando alla
divinità un altro animale, così, la divinità, colta da ira, fece
infuriare la bestia che ingravidò Pasifae, la moglie del regnante,
facendole procreare una creatura mostruosa. Al di là della veste
classica del mito ritroviamo in esso l’accoppiamento della dea,
rappresentata dalla regina e del dio raffigurato nel toro.
Proprio per capire meglio
lo strettissimo legame tra il toro e la dea dobbiamo soffermarci di più
su questo animale e sul suo simbolismo. Molti han pensato che
l’associazione del toro o del bisonte con l’aspetto femminile sia dovuto
al periodo di gestazione che per entrambi è nove mesi, in realtà Dorothy
Cameron, in un suo lavoro, ipotizza l’associazione delle corna del toro
con l’organo genitale femminile, le trombe di Falloppio, scoperte
sicuramente dal primitivo durante operazioni di scarnificazione sui
corpi dei morti.
Immaginiamo
lo stupore del selvaggio quando, aprendo per la prima volta il ventre
femminile, il “loco” dal quale proviene la vita, vede al suo interno un
organo simile alle corna di un toro, e del resto questa “scoperta” la
troviamo raffigurata in diversi vasi antropomorfi ove, rappresentante
proprio all’altezza del bacino ci sono le corna taurine.
Ecco che il mito del
Minotauro potrebbe esser considerato in questa nuova ottica, il
labirinto altro non rappresenterebbe che l’utero della dea madre nel cui
interno dimora il “toro universale”, l’organo genitale femminile che
permette la vita e la procreazione.
Dopo questo breve excursus
cerchiamo di tirare alcune ipotesi conclusive, soffermandoci su una
analisi dei PUNTI COMUNI presenti in essi cercando di dare qualche
spiegazione:
-
Il Dio maschile è sia
Compagno che Figlio della dea
-
La dea assume spesso le
sembianze o possiede gli attributi della vacca, suo animale totemico
Erodoto stesso ne “Le
Storie” ci descrive come le donne di Babilonia almeno una volta nella
vita dovevano prostituirsi nel tempio della dea come somma offerta alla
divinità:
“…è d’obbligo che ogni
dona del paese, una volta durante la vita, postasi nel recinto sacro di
Afrodite
[il nome con cui
lo storico identifica Inanna
o Isthar N.d.A.] si
unisca con lo straniero…[…] quando una donna si asside in quel
posto non torna più a casa se prima qualche straniero, dopo averle
gettato del denaro alle ginocchia, non si sia congiunto a lei nel
tempio…”
o come nel caso della
prostituzione sacra dell’isola di Pafo che, secondo la leggenda,
deriverebbe proprio dalle stesse sorelle di Adone che, fatta adirare la
dea, furono condannate a darsi agli stranieri, e
ancora in molte comunità dell’area cipriota ad esempio, una vergine,
prima di potersi sposare e dunque “diventare donna” doveva prostituirsi
ad uno straniero per denaro e poi offrire tali denari alla dea.
A Biblo invece, come riportato da Luciano,
durante i giorni di lutto per la morte di Adone le donne dovevano
tagliarsi i capelli e, se si fossero rifiutate, avrebbero dovuto
concedere per un giorno intero i loro favori agli stranieri presenti e
cedere i guadagni al tempio.
Sicuramente
quest’ultima tradizione è posteriore ai rituali di prostituzione
precedentemente descritti, infatti l’offerta della capigliatura sarà una
forma più mitigata della stessa. Il perché della capigliatura nasce
dall’idea che essa era messa in relazione, nell’antichità, con la
vegetazione palustre. Ed ecco ancora una nuova traccia, i capelli come
vegetazione, il loro taglio come morte della generazione per propiziare
la rinascita.
Nelle
tradizioni ebraiche il ricordo di queste usanze è ancora molto forte,
così, ad esempio solo le ragazze vergini possono andar in giro con il
capo scoperto e una volta che esse si sposano devono rasare i capelli e
sostituirli con una parrucca.
E’ da questa concezione che deriverà poi
l’idea di Dote, infatti senza dote nessuna donna si poteva sposare, e
per ottenerla, una povera fanciulla poteva solo offrire il proprio corpo
per procacciarsela.
-
Il dio subisce sempre un
ciclo di morte e resurrezione in relazione con quello naturale e la
sua novella vita è sempre legata alla dea
-
Il dio è sempre legato
all’elemento arboreo
Per spiegare questi cicli dobbiamo fare
delle osservazioni:Tra i fenomeni naturali non vi è uno come quello
della morte e della resurrezione che più si avvicina alla sparizione e
alla ricomparsa della VEGETAZIONE. L’idea del ciclo solare è scarsamente applicabile o comunque
successiva perché, anche se esso subisce un indebolimento durante il
periodo invernale non subisce una vera e propria morte, idea smentita
ogni giorno dal suo risorgere. Il dio è così un dio vegetazionale, come
poi sottolineato dal suo stretto legame con l’ALBERO. Se dunque
ipotizziamo che la “comparsa” del Dio sia in qualche modo successiva
all’Androgino e legata all’agricoltura, si potrebbe così pensare che
alla base del ciclo di morte e resurrezione sia il ciclo naturale dei
campi, con la loro semina, crescita e morte.
Anche la stessa morte,
sempre violenta, del Dio potrebbe così essere messa in relazione con la
VIOLENTA DISTRUZIONE da parte dell’UOMO dei prodotti dei campi,
falciati, battuti e poi ridotti in polvere.
Qualunque possa però
essere la visione interpretativa di questi PUNTI COMUNI, la loro
esistenza in miti di culture anche molto lontane tra loro avvalorano
l’ipotesi di un culto UNICO, diffuso in un periodo che potremmo definire
“Età dell’Oro”, ove le divinità erano la Grande Dea Generatrice e il suo
Sposo.

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