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Religione fondata all'inizio del VII secolo d.C. da Maometto (in
arabo Muhammad) e praticata oggi da circa un miliardo di fedeli.
La
religione islamica è diffusa in larghissima maggioranza non solo
in tutti i paesi del Medio Oriente, a eccezione di Israele, ma
anche in Africa centro settentrionale (Marocco, Algeria,
Tunisia, Libia, Egitto, Mauritania, Senegal,
Mali, Niger, Ciad,
Sudan, Somalia), in Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan e Asia
centrale (Azerbaigian, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan e
Tagikistan), oltre che in Bangladesh, nelle Maldive, in Malesia
e Indonesia. In India costituisce una minoranza significativa;
in Europa viene professata dal 70% della popolazione
dell'Albania e da oltre il 40% degli abitanti della
Bosnia-Erzegovina. In Italia, conta almeno 800.000 fedeli, per
gran parte immigrati dai paesi nordafricani e dal Senegal. Al
fenomeno dell’immigrazione si deve anche la massiccia presenza
di seguaci dell’Islam in Belgio, Francia e Germania.
IL DIO UNICO E
INVISIBILE
Islam
è parola araba che indica il concetto di sottomissione assoluta
all'onnipotenza di Allah, il Dio unico e invisibile: l'Islam si
caratterizza infatti come espressione di un monoteismo radicale,
fin dalla formula fondamentale – "Non vi è altro Dio all'infuori
di Allah, e Maometto è il profeta di Allah" – recitata nel segno
dell'appartenenza alla comunità degli adoratori dell'unico Dio.
Il seguace dell'Islam viene definito in italiano musulmano,
termine coniato sulla base del persiano musliman, forma
equivalente all'arabo muslimun, plurale di muslim; questa
parola, che si ritrova anche nella lingua inglese, è utilizzata
per indicare chi si considera sottomesso alla divinità unica e
irraggiungibile nella sua dimensione trascendente. Tale
concezione, rigorosamente monoteistica, viene considerata dalla
stessa tradizione islamica in continuità con il credo
dell'ebraismo e del cristianesimo, religioni che costituirebbero
le tappe fondamentali della rivelazione divina. Quest'ultima
culminerebbe nella predicazione di Maometto, il profeta per
eccellenza e l'ultimo dei latori della rivelazione di Allah dopo
Abramo (in arabo Ibrahim), Mosè (Musa) e lo stesso Gesù (Isa). A
tal proposito occorre precisare che la tradizione musulmana,
riferendosi a Gesù come al più venerabile fra i profeti vissuti
prima di Maometto, considera esclusivamente la sua natura umana;
Maometto stesso non si attribuì mai una natura sovrumana,
presentandosi unicamente come il profeta al quale Allah avrebbe
consegnato, per tramite dell'arcangelo Gabriele, la rivelazione
divina destinata a essere custodita e venerata per sempre dai
fedeli. La rivelazione è contenuta nel Corano, il libro sacro
dettato da Dio all'umanità a completamento del messaggio
parzialmente trasmesso sia dalle Scritture ebraiche sia dalle
Scritture cristiane.
Affiancando a questa concezione teologica un corpus normativo
che regola la condotta dei fedeli interamente sottomessi al
volere divino, l'Islam ambisce a identificare l'intera società
con la comunità dei fedeli di Allah. A differenza del
cristianesimo, il mondo musulmano non ha mai conosciuto
un'autorità suprema ritenuta depositaria della verità in materia
di fede e di etica. In assenza di una figura paragonabile a
quella del papa nel cattolicesimo, la tradizione islamica
assegna all'intera comunità dei fedeli il compito di custodire i
precetti della religione e della retta condotta e accoglie con
molte riserve il ruolo di custodi autorevoli dell'ortodossia
attribuito in epoca moderna ai dotti dell'Università Al-Azhar
del Cairo fra i sunniti, e alla gerarchia dei mullah iraniani
fra gli sciiti.
LE ORIGINI
Vissuto nell'Arabia occidentale all'inizio del VII secolo d.C.,
Maometto predicò agli abitanti di quella terra, in maggioranza
seguaci del politeismo, i dettami della nuova fede rivelatagli
direttamente dall'unico Dio. Nonostante l'ostilità incontrata
nella sua città natale, La Mecca, il profeta riuscì a dar vita,
nella città oggi nota come Medina, a una comunità
politico-religiosa che sarebbe riuscita, già prima del 632, anno
della morte del fondatore, a imporre la propria autorità in
tutta l'Arabia, nelle città come fra le tribù nomadi, elevando
l'appartenenza all'Islam al ruolo di elemento di identificazione
di una compagine politica unitaria.
L'istituzione del califfato, mirante a garantire la legittima
successione di Maometto alla guida della nazione islamica,
rappresentò l'ambito privilegiato per la trasmissione delle
rivelazioni divine comunicate oralmente dal profeta ai suoi
discepoli più fidati e registrate in forma scritta già all'epoca
del terzo califfo Othman (644-656) nelle 114 sure (capitoli) del
Corano, accettate dall'Islam come definitive e immutabili. I
passi del libro sacro costituirono ben presto il fondamento
delle prescrizioni rituali ed etiche della comunità, che
tuttavia accostò alle parole e alle azioni del profeta anche
alcune pratiche non testimoniate dal Corano: questa tradizione
parallela, detta in arabo sunnah, rappresenta tuttora una fonte
autorevole soprattutto per i sunniti, che vi scorgono un
complemento indispensabile alla rivelazione divina.
Il
saldo governo dei califfi e la fede comune permise i rapidi
successi degli eserciti arabi. Questi ultimi già prima del 650
sottomisero al dominio del califfato di Medina, l'Egitto, la
Siria, l'Iraq e le regioni occidentali della Persia; intorno al
660, con il passaggio del potere alla dinastia degli Omayyadi,
prese avvio la seconda fase della diffusione dell'Islam, che
penetrò nel vastissimo territorio compreso fra il Marocco e
l'Afghanistan, in Spagna e nelle regioni dell'Asia centrale.

L’EREDITÀ
EBRAICO-CRISTIANA
La
tradizione islamica, sottolineando il primato assoluto di Allah,
gli attribuisce le parole rivelate a Maometto e registrate nel
Corano, le cui pagine altro non sarebbero che copie di un
archetipo celeste unico e immutabile. Dal canto suo, la moderna
ricerca storico-religiosa intende chiarire le origini del
monoteismo islamico considerando primariamente l'influenza
esercitata in Arabia dall'ebraismo e dal cristianesimo, in
particolare nell'ambiente culturale del profeta, al quale non
erano ignote le Sacre Scritture degli ebrei e dei cristiani,
salutati con rispetto come "popoli del libro". Il Corano,
infatti, fa riferimento a Mosè come al tramite della rivelazione
divina contenuta nella Torah, mentre Gesù viene presentato come
il custode di un "vangelo" in una prospettiva tendente a
identificare il fondatore del cristianesimo con l'estensore di
un libro dettato dalla divinità.
Annoverando Gesù tra i profeti, analogamente ai personaggi
considerati tali dall'Antico Testamento, il Corano lo presenta
come Masih, Messia, ma respinge come bestemmia suprema
l'attribuzione di una natura divina a Gesù, pur condividendo con
i Vangeli il racconto della sua nascita da una vergine e dei
miracoli compiuti, per poi divergere dalla tradizione cristiana
in merito alla crocifissione: Gesù sarebbe stato infatti
direttamente innalzato al cielo da Dio senza conoscere
l'umiliazione del supplizio, patito in realtà da un uomo reso
simile a lui agli occhi dei suoi persecutori e degli stessi
discepoli. Queste e altre asserzioni del Corano possono essere
connesse più o meno precisamente con i racconti dei Vangeli
apocrifi e con le dottrine delle differenti correnti ebraiche e
cristiane diffuse, o comunque conosciute in qualche modo, in
Arabia all'epoca di Maometto, ed è significativo che lo stesso
Corano, presentando come fatto riprovevole la divisione dei
cristiani in sette contrapposte l'una all'altra, abbia coscienza
dei numerosi movimenti sviluppatisi in seno al cristianesimo dei
primi secoli e in gran parte condannati come eretici.
Fra
le creature di Allah il Corano contempla pure, accanto agli
angeli, la folta schiera dei jinn, gli antichi "spiritelli" che,
venerati nel paganesimo preislamico come divinità minori, sono
stati adottati dall'Islam sia come esseri benefici divenuti
fedeli ad Allah sia come pericoloso esercito di demoni, tra i
quali Iblis è il minaccioso tentatore degli uomini. Per quanto
concerne l'escatologia, la tradizione islamica prevede il
giudizio universale, presentato nel Corano, assieme alla
resurrezione, come momento culminante della storia di questo
mondo al termine di una serie di terrificanti cataclismi
naturali (sure 81,82,84); il paradiso – adn, nome arabo
dell'Eden biblico – precluso agli infedeli e ai malvagi,
destinati al fuoco dell'inferno, viene descritto (sura 52) come
un giardino di delizie, dove i beati, riconosciuti tali dopo che
le loro buone azioni, pesate su una bilancia, si saranno
rivelate più consistenti di quelle cattive, potranno godere
della felicità dei sensi gustando cibi succulenti e allietandosi
con la compagnia di incantevoli fanciulle (vedi Huri).
La
tradizione che arricchì successivamente i dati del Corano offre
invece la suggestiva narrazione della fine del mondo preceduta
dall'apparizione del daggial, il falso profeta. Questa creatura
malefica regnerà sulla terra per 40 giorni prima di essere
sconfitta dal mahdi, figura escatologica capace di inaugurare
un'epoca di felicità e di giustizia che prelude al giudizio
universale.
LA SHARIAH E I
RITI
La
professione di fede in Allah obbliga i seguaci dell'Islam
all'osservanza di una serie di norme etiche e legali che,
regolamentando ogni aspetto della vita della comunità,
costituiscono un complesso e minuzioso codice giuridico
concepito come modello ideale per una società teocratica.
Identificando infatti la società civile con la comunità dei
fedeli, la teologia islamica innalza il diritto, fiqh
("saggezza"), al rango di scienza religiosa, che deve essere
coltivata dai dotti con la massima dedizione per garantire nel
futuro la conformità della condotta dei fedeli ai principi della
legge, la shariah. Gli esperti di giurisprudenza, detti mufti
nella tradizione sunnita e mullah in quella sciita, legiferano
in relazione a ogni aspetto della vita civile e religiosa: essi
elaborano sia le norme del codice penale sia le prescrizioni del
diritto di famiglia, ponendo a fondamento delle loro decisioni
non solo i dati del Corano e della sunnah, come si trovano nelle
raccolte dei detti e delle azioni del profeta (vedi Hadith), ma
anche l'orientamento concorde, ijma, di una o più generazioni di
uomini di legge in relazione a una determinata materia; alle
indicazioni di questi cultori del diritto devono attenersi i
qadi, i giudici chiamati a pronunciare le sentenze in merito ai
singoli casi loro sottoposti.
Il diritto di
famiglia e la condizione della donna
Nell'ambito di competenza della shariah rientrano anche le norme
del diritto matrimoniale. Le nozze per l'uomo possono avere
anche carattere poligamico: alla libertà di sposare fino a
quattro donne si associa l'obbligo di assicurare un identico
tenore di vita a ciascuna delle consorti e ai rispettivi figli.
Tale obbligo, soprattutto in epoca moderna, fa di questa pratica
una possibilità limitata agli uomini più benestanti. Il
divorzio, possibile per iniziativa del marito anche in assenza
di particolari motivazioni, può essere ottenuto dalla donna solo
per mezzo di una complessa procedura giuridica, sulla base dello
stesso principio che consente il matrimonio fra un musulmano e
una donna di diverso credo religioso, ma impedisce di dare in
sposa una donna musulmana a un uomo non seguace dell'Islam. Per
quanto concerne l'abbigliamento femminile, l'esortazione rivolta
dal Corano alle donne affinché indossino un mantello che copra
il loro corpo da capo a piedi non può essere posta a fondamento
della prescrizione di nascondere anche il volto, introdotta dai
califfi Abbasidi (750-1258) con la consuetudine di confinare le
mogli nell'harem, ovvero "luogo interdetto" agli uomini,
consentendo loro di comparire in pubblico soltanto con il volto
coperto
Questo orientamento non univoco della tradizione antica fa sì
che le prescrizioni in materia di abbigliamento femminile siano
tuttora più o meno rigide nei diversi paesi islamici,
analogamente alle altre norme che regolano le attività delle
donne in campo sociale e professionale. Allo stesso modo,
l'applicazione letterale della shariah come espressione
principale del diritto (taglio della mano destra come pena per
il furto o lapidazione per l'adulterio) è prerogativa di paesi,
quali l'Arabia Saudita e l'Iran, più inclini a una visione
integralista dell'Islam. Altrove, ad esempio in Egitto e in
Siria, la pratica islamica convive con un sistema legale
parzialmente ispirato a modelli occidentali, mentre la Turchia è
dal 1928 uno stato ufficialmente laico, benché non vi manchino
movimenti religiosi di indirizzo più o meno integralista.
I Cinque pilastri
dell’Islam
Se
questa pluralità di orientamenti costituisce indubbiamente un
motivo di tensione nel mondo islamico, la quasi totalità dei
seguaci di questa religione offre invece un'immagine di profonda
unità per quanto concerne l'osservanza dei doveri noti come
Cinque pilastri dell'Islam: alla professione di fede, shahada,
nell'unico Dio, il musulmano deve infatti affiancare la
preghiera quotidiana, salat, nelle forme rituali previste,
osservando poi il digiuno, sawm, durante il mese di Ramadan,
oltre a recarsi in pellegrinaggio, hagg, almeno una volta nella
vita alla città santa, La Mecca, e a versare una certa somma di
denaro come decima, zakat, a beneficio dei poveri e della
comunità. Obblighi altrettanto sentiti dai fedeli sono, oltre
alla circoncisione maschile, l'astinenza dal consumo di bevande
alcoliche e di carne di maiale, e il rispetto delle norme della
macellazione rituale degli animali delle cui carni è lecito
cibarsi.
La preghiera

La
preghiera, certamente la pratica più suggestiva dell'Islam,
riunisce per cinque volte al giorno (soltanto tre fra gli
sciiti) l'intera comunità dei fedeli che, ovunque si trovino,
interrompono all'ora stabilita qualsiasi attività per compiere i
gesti di un preciso cerimoniale, rivolgendosi verso La Mecca su
un tappeto, limite dello spazio sacro, a piedi scalzi e in stato
di purità rituale dopo una serie di abluzioni. La preghiera
quotidiana viene recitata in forma collettiva nella moschea, il
luogo di culto dei musulmani, dove il venerdì, giorno festivo
per l'Islam, si tiene a mezzogiorno il rito solenne. Oltre alla
salat, guidata da un imam, viene recitata una sorta di omelia
pronunciata dal pulpito da un khatib, figura che comunque non
riveste, al pari dello stesso imam, alcuna funzione sacerdotale
in nome del principio della pari dignità di tutti i fedeli di
fronte ad Allah. Al muezzin, forma turca dell'arabo muadhdhin, è
invece affidato l'incarico di annunciare dal minareto, la torre
annessa alla moschea, l'ora della preghiera quotidiana e della
funzione del venerdì.
I luoghi sacri

Il
luogo più sacro per i seguaci dell'Islam è certamente la città
natale del profeta, La Mecca, dove, al centro del cortile della
Grande moschea, la "moschea sacra" per eccellenza, si erge la
Kaaba, una costruzione cubica, larga circa 10 metri e alta 15,
verosimilmente utilizzata in epoca preislamica come santuario
pagano dagli adoratori della celebre Pietra Nera, un meteorite
di 30 centimetri di diametro che, incastonato in un angolo
dell'edificio, è divenuto oggetto di venerazione anche per i
musulmani. Considerando infatti la Pietra Nera come dono inviato
dal cielo per confortare Adamo dopo la sua cacciata dal
paradiso, la tradizione islamica vuole che la Kaaba, edificata
da Abramo come luogo dove chiamare a raccolta tutti i popoli
invitati a rendere culto all'unico Dio, fosse caduta nelle mani
dei seguaci del politeismo e dell'idolatria, prima che Maometto
la restituisse alla sua funzione originaria di luogo consacrato
alla pratica del monoteismo.
Oltre
a sottolineare la sacralità di Medina, dove si trova la tomba
del profeta, il mondo islamico tributa da sempre grande
venerazione alla città di Gerusalemme, il più antico fra i
luoghi santi del monoteismo; qui Maometto, trasportatovi
nottetempo dall'arcangelo Gabriele, avrebbe conosciuto
l'esperienza miracolosa dell'ascensione ai sette cieli e
dell'incontro con i massimi profeti, da Adamo a Gesù. Grande
importanza assumono per gli sciiti, in relazione alle attività
dei loro imam, numerose altre città, come Karbala in Iraq e Qom
in Iran.
Il Ramadan e
il pellegrinaggio alla Mecca

Facendo decorrere il computo degli anni dall'Egira, il
trasferimento di Maometto dalla Mecca a Medina, il calendario
islamico si articola su un ciclo lunare di 12 mesi non connessi
con il corso delle stagioni. Il nono mese è il Ramadan, il
periodo più sacro dell'anno durante il quale i fedeli osservano
scrupolosamente l'obbligo di digiunare, astenendosi anche dalle
bevande e dai rapporti sessuali, dall'alba al tramonto, per poi
celebrare come momento di gioia, alla comparsa della luna nuova,
la festa più importante dell'anno, il primo giorno del mese
successivo a quello del digiuno. L'ultimo mese dell'anno, quello
di Dzu 'l Hijjah, offre invece lo spettacolo solenne del
pellegrinaggio alla Mecca. Nella prima metà del mese la città
santa viene invasa da una folla sterminata di fedeli che
indossano una veste bianca. Terminate le purificazioni rituali
essi procedono verso il cuore della città, la Grande moschea,
dove compiono sette giri intorno alla Kaaba (il rito si chiama
tawaf) e baciano la Pietra Nera, recandosi poi, come ultima
tappa di una corsa frenetica fra le colline, nel piccolo
villaggio di Mina. Esaurita in questo luogo la celebrazione di
altri riti, fra i quali una lapidazione simbolica del diavolo,
il pellegrinaggio si conclude, il decimo giorno del mese, con il
sacrificio di animali secondo un cerimoniale imitato nei tre
giorni successivi, quelli appunto della "festa del sacrificio"
in tutto il mondo musulmano.
LE PRINCIPALI
CORRENTI DELL’ISLAM

Esaminando lo sviluppo storico delle tendenze più significative
tuttora presenti nell'Islam, è possibile far risalire ai primi
decenni successivi alla morte di Maometto l'origine delle
correnti fondamentali, i sunniti e gli sciiti, che sarebbero
sorte, assieme ai kharigiti, fra il 656 e il 661, come fazioni
politiche protagoniste di una dura lotta di potere, per poi
acquisire nel corso dei secoli il carattere di comunità
religiose distinte da indirizzi teologici peculiari.
Se
l'Islam venne dominato sin dalle origini da una visione
sostanzialmente legalistica dell'esperienza religiosa, emersero
ben presto in seno alla comunità tendenze mistiche e il
desiderio di intrattenere un rapporto diretto con il divino,
caratteristica delle numerose scuole del sufismo. Ostacolati dai
giuristi e dai califfi, i mistici musulmani furono spesso
vittime della persecuzione, come nel caso di al Hallaj,
giustiziato nel 922 a motivo della sua fede nell'unione mistica
con Allah, che ai custodi dell'ortodossia suonava come una sfida
alla dottrina tradizionale della trascendenza assoluta di Dio.
Gli scritti di Al-Ghazali, che contribuì all'accettazione delle
forme di culto del misticismo islamico, chiusero un'epoca di
straordinaria fioritura culturale che, utilizzando le categorie
del pensiero greco (particolarmente il neoplatonismo) come
strumento per un'indagine più profonda dei contenuti spirituali
del Corano, aveva prodotto i capolavori della filosofia
islamica.
I rapporti con
l’Occidente
Per
quanto concerne invece l'epoca moderna, il rapporto con la
cultura europea ha certamente costituito il motivo di fondo del
dibattito che ha interessato, già dal XVIII secolo, l'intero
mondo musulmano, determinando talvolta uno stato di tensione a
motivo dell'emergere, accanto alle posizioni decisamente
riformistiche, di atteggiamenti di chiusura totale di fronte a
qualsiasi influenza culturale estranea all'antica tradizione
religiosa. Ai teorici di un Islam per così dire "moderato" che
sappia far convivere i suoi ideali tradizionali con le esigenze
di una società moderna e parzialmente occidentalizzata si
contrappongono infatti quanti considerano il primato della legge
religiosa nella vita sociale come elemento irrinunciabile
dell'identità islamica, minacciata dal laicismo politico e
sociale dell'Occidente secolarizzato. Il malcontento diffuso
negli ambienti religiosi più tradizionalisti, fortemente critici
verso la politica di quei governi ritenuti responsabili della
corruzione di una società ligia da secoli al rispetto dei
principi più puri dell'Islam, è alla base del fenomeno del
cosiddetto fondamentalismo islamico.
Il fondamentalismo
È
questa una delle tendenze più vistose dell'Islam del XX secolo,
per quanto sia scorretto sopravvalutarne l'importanza a scapito
delle altre espressioni di questa religione. Sorto propriamente
in ambito cristiano in riferimento alle istanze di quelle
denominazioni del protestantesimo che, alla fine del XIX secolo,
promossero negli Stati Uniti una battaglia a difesa
dell'interpretazione letterale del testo biblico, il termine
"fondamentalismo" indica oggi convenzionalmente l'ideologia dei
numerosi movimenti nati nel mondo islamico per propugnare, anche
con il ricorso alla violenza, il ritorno alla rigida osservanza
dei precetti della religione come forma di opposizione politica
e culturale all'Occidente.
Se
questi ideali caratterizzarono già dal 1928 un gruppo come
quello dei "Fratelli musulmani", il cui esponente di maggior
prestigio, Sayyid Qutb, fu giustiziato per ordine delle autorità
egiziane nel 1966, il fondamentalismo islamico ha conosciuto la
sua massima diffusione nell'ultimo scorcio del secolo con
l'attività di numerosi movimenti politico-religiosi capaci di
influire sulla vita sociale in diversi paesi.
Il
modello politico a cui molti militanti di questi partiti fanno
riferimento è quello dell'Iran, dove nel 1979 l'ayatollah
Khomeini, una delle più alte autorità dell'Islam sciita, riuscì
a conquistare il potere facendo del fondamentalismo religioso il
motivo ispiratore di una rivoluzione popolare contro il regime
filo-occidentale dello scià Reza Pahlavi. Roccaforte del
fondamentalismo è divenuto dal 1989 anche il Sudan, con il colpo
di stato militare che ha portato al potere il Fronte islamico
nazionale di Hassan al Turabi, e la più rigida ortodossia
islamica è stata imposta in Afghanistan dal 1996 con la vittoria
dei taliban, giovani reclutati nelle scuole coraniche e divenuti
miliziani di una delle fazioni in lotta per la supremazia dopo
il ritiro degli invasori sovietici dal paese.
In
Turchia il rispetto della costituzione laica non ha impedito al
Refah, o "Partito del benessere" di Necmettin Erbakan, piuttosto
vicino agli ideali del fondamentalismo islamico, di divenire
forza politica di governo. In Algeria il Fronte islamico di
salvezza (FIS) fu messo fuori legge dal partito al potere dopo
avere acquisito il ruolo di forza politica di rilievo ottenendo
addirittura la maggioranza dei suffragi nel primo turno delle
elezioni politiche del dicembre 1991; questa decisione scatenò
la reazione violenta del movimento, le cui azioni terroristiche
continuano a insanguinare il paese (60.000 morti alla metà del
1997), colpendo soprattutto intellettuali, giornalisti e
semplici cittadini contrari alla prospettiva di islamizzazione
dello stato. Movimenti integralisti, come quello di Hamas, si
oppongono al processo di pace fra il popolo palestinese e lo
stato di Israele (vedi Questione palestinese), mentre fazioni
integraliste, ad esempio gli Hezbollah sciiti, sono stati
protagonisti della storia recente del Libano.
La guerra santa
Motivo ispiratore comune per le azioni di queste compagini
politico-religiose è il concetto di "guerra santa" contro gli
infedeli, identificati indifferentemente con i non musulmani e
con i membri della comunità islamica considerati traditori a
motivo delle loro posizioni progressiste e filo-occidentali. A
questo proposito occorre precisare che il termine arabo jihad,
nel quale non solo la cultura occidentale, ma anche qualche
settore dello stesso integralismo islamico, tende a cogliere la
definizione della guerra santa come dottrina essenziale
nell'Islam, nel Corano ha un'accezione più ampia: jihad
significa infatti "sforzo" e il libro sacro, considerando come
sforzo maggiore sulla via di Dio l'impegno del fedele a vincere
le proprie tentazioni per divenire un buon musulmano, presenta
la guerra santa contro gli infedeli soltanto come dovere minore
da compiersi in circostanze ben precise sulla base di una
rigorosa definizione giuridica. Non si deve dimenticare inoltre
che, per quanto l'Islam sia penetrato fino in Europa come
conseguenza della forza espansionistica dell'impero ottomano dal
1300 alla fine della prima guerra mondiale, il diritto musulmano
non ha mai previsto, di fatto, l'imposizione della fede islamica
attraverso la guerra, tenendo distinti i successi militari dei
popoli arabi dalla diffusione della religione predicata da
Maometto.
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