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biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso…
Poi sorridendo disse: ‘Io son Manfredi,
il nipote di Costanza imperatrice…
Così l’Alighieri, nel terzo
canto del Purgatorio (vv. 107-108; 112-113), ci presenta la figura di
Manfredi (1232 – 1266), re di Sicilia, figlio naturale di Federico II di
Svevia e di Bianca dei conti Lancia, personaggi, questi ultimi, intorno
ai quali gravitano goticheggianti leggende riguardo alla nascita
dell’uomo del quale stiamo cercando l’ultima dimora. Manfredi studiò a
Bologna e a Parigi, ereditando dal padre l’amore per le scienze e per la
poesia. Nel 1248 sposò
Beatrice di Savoia, vedova del marchese di
Saluzzo, e da lei ebbe la figlia Costanza nel 1249. Lo Stupor mundi,
Federico II, morendo nel dicembre del 1250, lasciò a Manfredi il
principato di Taranto insieme ad altri feudi di minore importanza e gli
affidò il governo del regno di Sicilia, almeno fino all’arrivo del
figlio legittimo di Federico, Corrado. Manfredi dovete superare
situazioni molto difficili per le continue ribellioni scoppiate nei
territori da lui governati e alimentate anche da papa Innocenzo IV. Egli
però reagì energicamente anche con l’aiuto dello zio Galvano Lancia,
tentando forse di farsi investire, ufficialmente, dal papa stesso. Ma
invano. Finalmente, nel 1251, Corrado calò in Italia, giungendo nel 1252
in Puglia e conquistando Napoli nell’anno successivo ma mettendo in
secondo piano Manfredi. Il 21 maggio 1254 Corrado morì lasciando il
figlio Corradino, ancora fanciullo, alla tutela del papa.
Si mormorò che Manfredi
avesse « contribuito », con il veleno, ma pare proprio che tale ipotesi
venga destituita di qualsiasi fondamento. Tralasciamo in queste pagine
tutte le complesse vicende che videro Manfredi protagonista di guerre,
scomuniche papali e tutto ciò che in quei tempi caratterizzava i
rapporti tra potere temporale e potere spirituale, vedendo però Manfredi
– dopo la morte di Corradino – venire ufficialmente incoronato nella
cattedrale di Palermo. Era il 10 agosto dell’anno del Signore 1258.
Negli anni che seguirono, Manfredi estese a tutta Italia il suo dominio,
espandendolo anche in Oriente, sulle terre che la sua seconda moglie
Elena, figlia del despota di Epiro, gli aveva portate in dote. Intanto i
papi si erano inesorabilmente susseguiti – dopo Innocenzo IV erano
saliti al soglio pontificio Alessandro IV, Urbano IV e infine Clemente
IV – e le truppe francesi capitanate da Carlo d’Angiò erano calate in
Italia, per mare, nel giugno del 1265, seguite da altre ingenti truppe
arrivate sul territorio italiano nel dicembre dello stesso anno,
passando per il Piemonte e la Lombardia. Il 6 gennaio del 1266 Carlo d’Angiò
fu incoronato re di Sicilia. Carlo si diresse quindi verso il sud del
Paese, sbaragliando le truppe di Manfredi sul fiume Garigliano, nei
pressi di Ceprano, non molto distante dall’odierna città di Frosinone.
Una battaglia campale avvenne poi presso Benevento, il 26 febbraio 1266:
in quello scontro gran parte delle truppe di Manfredi lo abbandonarono
ed egli morì combattendo valorosamente. E qui inizia il ‘mistero’…
A furia di « esplorare
polverosi tomi » insieme all’amico Dott. Osvaldo Torres, abbiamo
verificato che la battaglia si sarebbe svolta – per maggior esattezza –
nella piana di S. Vitale e il re sconfitto sarebbe stato sepolto
dapprima presso il Ponte delle Maurelle, sul fiume Calore, affluente del
Volturno nei pressi dell’abitato di Castelpoto, a soli 12 chilometri da
Benevento. Comunque siano andate quelle lontane vicende, il suo corpo fu
subito seppellito sul campo di battaglia, sotto un tumulo realizzato con
delle pietre. … l’ossa del corpo mio… Ma, in seguito, l’insulsa damnatio
memoriae attuata dal cardinale Bartolomeo Pignatelli, arcivescovo di
Cosenza, avrebbe fatto disseppellire le spoglie del sovrano per gettarle
lungo le rive del vicino fiume Verde, ora noto come Liri. In ciò, forse
istigato dal papa Clemente IV, ferocemente avverso a Manfredi, come
l’Alighieri ebbe a sottolineare, senza rèmore, nel suo Purgatorio.
"Se ‘l pastor di
Cosenza, che alla caccia di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia, l’ossa del corpo mio sarieno
ancora
in co’ del ponte presso a Benevento, sotto la guardia della grave mora.
Or le bagna la pioggia e move il vento di fuor dal regno, quasi lungo ‘l
Verde,
dov’ei le trasmutò a lume spento.”
(Purgatorio, III, 124-132)

La lapide – riportante
significativi versi danteschi – posta a Ceprano a ricordo della
possibile tumulazione del corpo di Manfredi lungo il fiume Liri.

Particolare della
lapide illustrata nella precedente figura. Si legge bene il verso
dell’Alighieri (Inferno, canto XXVIII, vv. 15-18) in cui si ricorderebbe
la sepoltura di Manfredi «… a Ceperan…»,
ovvero l’odierna
Ceprano.
Forti di tali indizi abbiamo
però voluto indagare di persona sui luoghi ove avrebbe potuto venire
sepolto definitivamente il corpo del valoroso Manfredi. Così, armati di
buona volontà – coadiuvati da altri amici appassionatisi, man mano al
‘mistero’ della sepoltura di Manfredi, tra i quali il dott. Gianfranco
Tanzi, Renato e Gorizio Nota, Fernando Fallone – abbiamo esplorato in
maniera un po’ più approfondita i luoghi in cui tali oscure vicende
avvennero, lungo il Liri, nel paese di Ceprano (Frosinone), dove è stata
posta un’epigrafe a perenne ricordo delle vicende su cui stiamo ancora
indagando.
Non contenti, armati questa
volta anche di un buon metal-detector e delle ‘regolamentari’ pala e
piccone, ci siamo recati in una località poco distante – le cui
‘coordinate’ precise ho riportato nel libro “ Archeologia
dell’Introvabile” (SugarCo 2006) – in cui, in anni ormai passati il
signor Gorizio Nota, proprietario del fondo, rinvenne una tomba vuota a
pochi metri da un cippo marmoreo indicante l’antico confine tra il
territorio appartenuto alla Chiesa al tempo di Manfredi e la « terra
sconsacrata ». Insomma, per dirla con l’Alighieri « di fuor dal regno ».
Aveva realmente contenuto il corpo di Manfredi? C’è ancora nei pressi
qualche interessante testimonianza relativa a qui significativi versi
danteschi che sopra abbiamo riportato? « Si mormora » infatti che
qualcuno dei fedeli soldati – o, forse, proprio suo zio Giordano Lancia,
fratello di Bianca, che aveva combattuto fedelmente al suo fianco? –
riconobbe, tra i vari morti, la salma del sovrano caduto nella battaglia
di Benevento, avrebbe recuperato il suo corpo e, dopo aver deviato
momentaneamente il corso del fiume Liri, lo avrebbe sepolto nel letto
del fiume stesso. Proprio come sarebbe avvenuto più di otto secoli
prima, più a sud, alla confluenza tra il Crati e il Busento, con un
altro valoroso re: Alarico. La solita leggenda locale? Forse sorta a
seguito della suggestione dovuta all’altra inconsueta sepoltura che,
appunto, sarebbe avvenuta nel fiume calabro per occultare per sempre il
corpo del re dei Visigoti? Non lo sappiamo, però la vicenda non è
affatto priva di una sua suggestiva atmosfera quasi ‘magica’ e forse
varrebbe la pena di indagare ancor di più in qualche « polveroso »
libro, magari custodito in locali biblioteche, raccogliere ulteriori
dati e – perché no? – continuare un’esplorazione nei luoghi in cui,
secondo i vecchi del posto, la leggenda ha maggiori probabilità di
divenire… storia. Non si sa mai…

Ecco, tratto da un
altro antico libro, Mappamondo Istorico, (del 1710) del padre Antonio
Foresti, un dettaglio in più sulla morte di Manfredi. A contribuire nel
fare scomparire il corpo di Manfredi fu il conte di Caserta, Giovanni
Rota che « gittò il cadavero insepolto esca de’ cani ». Ma dove? Nei
pressi di quella che poi sarebbe stata – secondo leggende’ locali – la
tomba nel (o accanto) fiume Calore?
Oppure nel Liri?
Insomma le tracce da
seguire, in loco o anche attraverso la consultazione di antichi tomi,
non sono poche. Riportiamo, ad esempio, un ultimo significativo brano
tratto da un vecchio trattato storico: Come fu mandato il corpo di
re Manfredi fora del Regno. Alli 1267, di settembre. In questo tempo
venne in Benevento lo vescovo di Cosenza et trovò lo corpo di re
Manfredi che stava atterrato a’ piè del ponte di Benevento, subito fè
ordinare che fosse levato da detto loco, perché era scomunicato e perché
lo predetto loco era terreno di Benevento et era terra della S. Chiesa;
e così fu dissotterrato e mandato a sotterrare fora li confini del Regno.
( E. Capasso, Historia diplomatica ) « Fora li confini del Regno. » ,
appunto.
Verosimilmente lungo il
fiume Verde, ovvero… il Liri. Oppure nel suo alveo? Anche se onestà
mentale ci impone di precisare che nel basso medioevo moltissimi corsi
d’acqua che dal Lazio meridionale si riversavano nel Tirreno o
nell’Adriatico erano chiamati « Verde ». Oltre al Liri e al Calore,
ricorderei infatti il fiume Canneto, il Marino, il S.Magno, il Sabbato e
il Castellano. La ricerca, dunque, potrebbe allargarsi a macchia d’olio
anche perché durante una delle nostre esplorazioni nei luoghi ove
probabilmente venne tumulato re Manfredi, abbiamo incontrato una giovane
archeologa, la dottoressa Teresa Ceccacci, intenta a seguire normali,
istituzionali scavi di carattere archeologico in zona, ma anche lei, da
tempo, sulle tracce della sepoltura del figlio naturale di Federico II.
Ebbene, scambiandoci i
risultati delle nostre personali ricerche – che sono pubblicate insieme
a mille altri ‘misteri’ archeologici nel mio libro “Archeologia
dell’Introvabile” – abbiamo potuto verificare che prenderebbe sempre più
consistenza una ‘diceria’ in base alla quale nella chiesa di Ceprano,
situata a pochi metri dall’epigrafe riportata nell’articolo, in una teca
dedicata al santo patrono locale – Sant’Arduino – situata lungo il lato
sinistro della navata, un’altra piccola teca posta sotto il capo del
simulacro del santo non conterrebbe – contrariamente a quanto,
ovviamente, sostiene a spada tratta il locale parroco e… tutta Ceprano –
le ossa di quest’ultimo ma… proprio quelle di Manfredi! E a maggior
riprova, a sinistra della teca è murata una parte di un sarcofago
marmoreo – con l’aquila ‘federiciana’ – proveniente da un rinvenimento
effettuato nel 1614 a seguito del crollo di un ponte sul Liri. Proprio
lì, a Ceprano. Ovviamente il solito, onnipresente ‘caso, ma la nostra
ricerca continua… Tra il macabro e il romantico…
In attesa di elaborare altre informazioni – le stiamo cercando sia
grazie all’aiuto della gentile dottoressa Teresa Ceccacci, sia grazie
all’infaticabile dottor Osvaldo Torres – chiudiamo questo articolo con
una nota triste, oscillante tra il macabro e il romantico… La storia ci
ha, infatti, tramandato ogni sorta di informazioni sull’intensa vita
sentimentale dello Stupor mundi, del Puer Apuliae, insomma di Federico
II di Svevia, e così nulla ci sfugge riguardo alle tre sue legittime
mogli, dalle quali ebbe tre figli maschi e due femmine, né ci
dimentichiamo certamente delle sue non poche avventure extraconiugali
dalle quali nacquero sei figli maschi e sei femmine. Almeno così pare…

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