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I
termini "gnosi" o "gnosticismo" designano i differenti sistemi
di pensiero esoterico che agli albori della tarda antichità
hanno cercato di armonizzare i fondamenti salvifici della
misteriosofia ellenistica e della religiosità orientale con il
nascente Cristianesimo. La "gnosi", dal greco "conoscenza", è
quindi un sistema sincretistico in cui confluiscono le più
variegate tradizioni religiose, inclini a dimostrare un unico
assunto: la "discesa", in greco katabasis, e
l’imprigionamento nel nostro mondo di un principio spirituale
superiore, una scintilla luminosa che solo attraverso la vera
"conoscenza" l’uomo può riconoscere e ritrovare in se stesso.
Il mito centrale dello gnosticismo
è espressione di una "nostalgia", di un anelito del "centro",
ovvero delle origini, una sorta di desiderio precosmico dal
quale si sviluppa una colpa anteriore che porta alla creazione
dell’uomo e del mondo, intesi entrambi quali carceri dell’Anima
divina.
Le concezioni e le aspettative
della gnosi sono ben effigiate dal mito valentiniano: da un
"centro" in sé conchiuso si dipartono delle emanazioni che si
configurano in una "pienezza", un pleroma, cioè
realizzano armonicamente tutte le infinite potenzialità creative
insite embrionalmente nel "centro", ovvero nel Padre ipsissimo e
sconosciuto. Fin qui non siamo lontani dal concetto di
perfezione e di "compiutezza" cosmica teorizzata da Platone nel
Timeo, rivisitato in chiave mitologica, ma la distanza
fra "centro" e "periferia" aumenta a dismisura e subentra il
collasso ontologico.
Tutte le emanazioni del "centro",
cioè gli Eoni sgorgati dal Padre celeste, sono personificate e
procedono usualmente per "coppie", le syzygie, riflesso
dell’androginia che, rintracciabile ad ogni livello della
divinità, designa la sua perfezione in rapporto al mondo, luogo
esistentivo in cui vi è scissione e polarità senza mediazione
(maschile/femminile, freddo/caldo, secco/umido, etc.). Solo
l’ultima di esse, un’entità femminile, nel desiderio e nella
"passione" di afferrare l’inconoscibile "centro", produce una
lacerazione tra mondo superiore, il pleroma, e mondo
inferiore, il kenoma, il"vuoto", il nostro universo. È
l’origine di una generazione irregolare da cui sorge il Demiurgo
inferiore, un essere abnorme, ignaro che al di sopra di lui c’è
il pleroma e superbo nella sua fittizia unicità. Egli
crea gli Arconti, sorta di demoni planetari attraverso il cui
aiuto plasma il mondo e l’uomo. Ma l’uomo riceve, all’insaputa
del Demiurgo inferiore ed omicida, una "scintilla" luminosa
della vera divinità.
L’uomo potrà, gradualmente, venire
a conoscenza di questa "scintilla", spinther o pneuma,
nascosta in lui altrettanto profondamente quanto lo è la vera
divinità nel cosmo rispetto al Demiurgo omicida. La riscoperta
della vera dimensione spirituale nello gnosticismo coincide
quindi con la "conoscenza" accurata delle facoltà noetiche in
cui si esteriorizza il nostro pensiero: aletheia,
ekklesia, zoe, logos, pleroma, sono
tutti termini che nella gnosi valentiniana presuppongono una
interazione creativa tra l’Intelletto o la Mente, il Nous,
e il Pensiero, Ennoia. Un movimento conoscitivo che dal
"silenzio" dell’Uno porta all’"abisso" della molteplicità.
La finalità che si prefiggevano i
maestri gnostici era quella di fornire ai propri discepoli una
via per sfuggire al "destino", la heimarmene, per
liberarsi dai lacci delle archai ed exousiai che
regnano sul cosmo, al fine di conseguire l’athanasia,
l’immortalità. Un’immortalità, diffusa in tutta l’area
ermetico-misterica, che si raggiunge con il "ritorno", con l’epistrophé
dell’Anima luminosa e superiore alle sue origini divine e "pleromatiche".
L’Anima infatti è una particella di Dio, il Dio luminoso ed
ineffabile che nel mito gnostico scende nel vuoto della Hyle,
la Materia, a salvare se stesso. È il paradosso del mito che uno
storico delle religioni di inizio Novecento, Richard
Reitzenstein, ha definito del "Salvatore salvato", espressione
poi perfezionata da Carsten Colpe in "Salvatore salvando": Dio è
Luce sorgiva ed una frazione di questa Luce cade prigioniera
nella Tenebra; salvandola, Dio paradossalmente salva se stesso!
La scintilla divina, lo pneuma,
è come attorniata da cerchi cosmici popolati da potenze
malvagie: il suo è un mondo ipercosmico, il pleroma,
l’universo delle realtà eidetiche. Il mondo di quaggiù è
demoniaco in quanto depotenziato dalla Hyle, la Materia
caotica, la forza cangiante esito di una vana mescolanza tra
Luce e Tenebre. Plasticamente l’esilio della scintilla luminosa
racchiusa nelle sfere archontiche ricorda il cosmogramma
indo-iranico suddiviso nei sette dvipa, i sette
continenti dello ierocosmo hindu, avvolti attorno al Monte Meru,
il monte salvifico sito al centro dell’universo. Non a caso
studiosi di valore come Mircea Eliade hanno rintracciato nello
gnosticismo una attitudine speculativa affine, se non
sovrapponibile, alla mentalità indo-iranica. È il caso ancora
dei sistemi gnostico-sethiani cosiddetti "triadici": Luce,
pneuma e Tenebre sono i tre principî da cui sgorga il cosmo,
generato da una unione di "sigilli" copulanti attorno ad un
ombelico serpentiforme. Un mito indiano narra un episodio
tipologicamente sovrapponibile: due delle maggiori divinità del
folto pantheon hindu, Visnu, adagiato sull’Infinito, fluttuante
sulle acque del caos primigenio, e Brahma, entità suprema,
l’ordinatore cosmico dai cinque volti, si sfidarono a singolar
tenzone.
Fu allora che, nella "notte priva
di stelle, nell’intervallo senza vita fra la dissoluzione e la
creazione", improvvisamente affiorò nelle acque del mare cosmico
una immensa colonna di fuoco, apparentemente senza inizio e
senza fine. I due contendenti sospesero la disputa tentando di
capire dove iniziasse e dove terminasse quella immane montagna
di Luce e di fuoco. Assumendo sembianze zoomorfe, Brahma in
forma di oca selvatica e Visnu di cinghiale, tentarono invano di
svelare l’enigma: stavano già per riprendere l’animata sfida,
quando l’immensa colonna si squarciò rivelando al suo interno il
sembiante di Siva, il Signore dell’universo. Quella favolosa
massa ignea altro non era che un "segno", linga, di colui
che è appellato Grande Dio, Mahadeva: immantinenti Siva pose
fine alla disputa tra Brahma e Visnu, affermando in modo
indiscutibile la propria supremazia sul tutto.
Il linga splendente non è
solo l’epifania della potenza ignea del dio Siva, forza
demiurgica e fecondante simile al Nous serpentiforme che
nella gnosi sethiana penetra le hydata phobera, le "acque
terribili", ma è anche l’axis mundi attorno al quale
ruota l’intero universo, cardine di tutte le cose e sostegno dei
mondi divini. Le immagini che lo raffigurano iterano un modello
indo-iranico: è il Monte Mandara, utilizzato dai deva,
gli dèi luminosi del cielo, e dai loro avversari, i divini ed
antitetici asura, per frullare l’Oceano spermatico al
fine di ricavarne l’ambrosia, la libagione d’immortalità, l’amrta;
ma è anche e soprattutto il Meru o Sumeru, corrispondente all’Hara
iranico, il picco dalle pendici dorate attorno al quale
oscillano il Sole e la Luna. Sulla sua sommità si cela il
Paradiso terrestre, il polo cosmico, via d’accesso allo
svar-loka, il mondo celeste strutturato in una serie di
dimore adamantine, prima fra tutte il Paradiso del dio Indra,
luogo in cui cresce il miracoloso albero Parijata, l’albero che
esaudisce tutti i desideri: da lì si dischiude una sequela
di mondi paradisiaci sempre più puri e perfetti,
irrigati dal Gange celeste, il fiume cosmico identificabile con
la costellazione di Eridano. Allo zenit di questo universo
spirituale si trova il Vaikuntha, il Paradiso di Visnu,
sovrastato quale empireo dal go-loka, il "mondo dei
bovini", il satya-loka paradisiaco in cui scorrono fiumi
di latte, burro fuso e miele, un universo di beatitudine che gli
scivaiti identificano con il mondo del loro demiurgico dio.
Una dicotomia secolare oppone il
Paradiso terrestre, mondo di effimera gioia arenato nelle secche
del tempo, alla realtà del Paradiso celeste. Vicenda
letterariamente sovrapponibile all’Invenzione di Morel di
Adolfo Bioy Casares: su di una sperduta isola un diabolico
marchingegno permette di paralizzare il divenire; uno stesso
accadimento può "rivivere" quindi all’infinito. È un mondo di
stasi, coagulato in se stesso come l’isola della seducente
Calypso nell’Odissea omerica, ma è anche il mondo di
Basilide gnostico, il cosmo archontico dove tutti iterano una
medesima vicenda, assorbiti nell’oblivione: privo di divenire il
"paradiso" terreno rappresenta una sorta di prigione cosmica, la
Hyle gnostica, trappola fatale per i teleioi, gli
"eletti", gli ardawan del manicheismo.
La sostanziale differenza tra lo
gnosticismo antico e la mentalità hindu sta proprio in questo:
la demonizzazione di un cosmo privo di autocoscienza, letale
insidia per le Anime luminose, presuppone un dualismo ontologico
estraneo al pensiero dell’India antica. Niente infatti è rimasto
dell’originario "paradiso", se non una "parvenza di bene" – come
affabula Basilide –, in un mondo ormai preda dell’oblio e
dell’indifferenza.
È il fondamento, tutto
"occidentale", dell’esoterismo gnostico: il mito di Sophia, la
"Sapienza" precipitata dall’Olimpo celeste, intrisa di Luce
originaria, anche se maculata da una passione divina e
dall’"ignoranza". Solo una caduta precosmica – una "scissione
del divino", come direbbe Gilles Quispel – può spiegare il male
in cui è sommersa la scintilla luminosa, la nostra vera
coscienza. Se tale frammento divino caduto qui in basso permane
obnubilato ma immacolato, è perché non c’è stata unicamente una
caduta in illo tempore, prima della creazione del cosmo,
ma c’è stata e continua ad esserci una costante opera di
redenzione da parte del Sotér, iperuranico ma immanente.
Ciò deriva dal fatto che gli Gnostikoi ritenevano
l’universo fenomenico, scaturito dalla agnosia e dal
timore di Sophia, privo di realtà ontologica, irreale quanto la
caduta del Nous, una verità che è reale solo nel mito,
poiché l’uomo ha in sé, ogni giorno ed in ogni momento, la
possibilità di trascendere il divenire e conseguire
l’immortalità celeste. |