Riflessioni sul
problema della formazione culturale di Gesù
Gesù era un ebreo che visse nella
Palestina del I secolo. La sua opera, il suo pensiero e la sua
formazione culturale vanno pertanto esaminati ed interpretati in
rapporto alle correnti di pensiero del suo tempo.
Introduzione
Già pubblicato in
«Henoch» XIV (1992), pp. 243-260.
“The full
significance of the Pseudepigrapha for Jesus research is not yet
envisioned or written.” (Charlesworth J.H., Jesus within
Judaism, 1988, p. 51)
E'
oggi concezione vastamente affermata, anche se non nuova, che
Gesù era un ebreo che visse nella Palestina del I secolo. La sua
opera e il suo pensiero vanno pertanto studiati e interpretati
all'interno della storia e delle domande che quella società si
poneva. Una volta impostato il problema della ricerca su Gesù in
questo modo, la sua unicità risulta ridimensionata, ma sarebbe
un errore credere che la nuova impostazione abbia eliminato
tutte le difficoltà, se non altro perché ogni uomo ha la sua
unicità, che va colta non in maniera astratta, ma sulla base
delle costellazioni ideologiche del suo tempo. All'interno poi
di ogni costellazione ideologica le idee si dispongono in più
strati a seconda del valore che una società o un gruppo
attribuisce loro.
C'è un livello generale di idee
che contraddistingue gli ebrei di fronte a tutti i pagani, vere
idee madri del giudaismo, quali, per esempio, la fede in un Dio
che si è rivelato storicamente, il giudizio di Dio sul mondo,
l'importanza della Legge e dell'impurità, il senso profondo del
peccato e il problema dell'origine del male, l'attesa
messianica; c'è poi un livello inferiore che si può presupporre
marcare le differenze fra gruppo e gruppo; vi sono poi livelli
ancora inferiori che possono caratterizzare sottogruppi e infine
idee personali.
Poiché da Gesù, attraverso la
prima comunità cristiana, è derivato quell'importante fenomeno
storico che è il cristianesimo, bisogna pensare, in linea di
principio, che Gesù abbia comunicato agli ebrei che lo seguirono
idee sufficientemente originali da produrre, sia pure attraverso
l'interpretazione dei seguaci e in mezzo agli avvenimenti
storici, il grande fenomeno cristiano.
Il problema della unicità di Gesù
è noto da tempo e non è annullato dal fatto che egli sia sentito
oggi pienamente ebreo. Il problema può solo porsi in maniera
migliore, perché abbiamo molti più documenti di quanti non
avessero gli studiosi di uno o due secoli fa. Del resto, già il
Reimarus, affermando che Gesù era ebreo e andava studiato sullo
sfondo delle idee del suo tempo e che la frattura avvenne fra
lui e suoi discepoli dava una prima impostazione del problema
storico e una prima soluzione1.
Noi qui non intendiamo affrontare
il problema della frattura2,
ma solo cercare di individuare la posizione di Gesù in mezzo
alle correnti del suo tempo. Forse questo potrebbe essere un
primo passo per superare la rigidità con cui il problema della
frattura è stato posto. Gli avvenimenti vanno colti nel loro
fluire.
Le fonti che abbiamo a
disposizione per affrontare il nostro argomento sono le
seguenti. 1) Il Nuovo Testamento. A
parte la difficoltà di stabilire, caso per caso, che cosa sia
veramente di Gesù e che cosa della prima comunità, tuttavia
resta la fonte principale per avere informazioni sulle origini
cristiane. Può dare anche informazioni riguardanti i farisei,
che vanno accolte per i fatti e dottrine che enunciano
indipendentemente dal giudizio.
Comunque, anche fatti e dottrine
vanno confrontati con quanto dice la Mishnah. 2) La Mishnah.
Il testo è utile per individuare idee del tempo di Gesù
soprattutto di parte farisaica. C'è il problema della datazione
di molte parti. Gli studi sulla stratificazione della Mishnah
sono solo agli inizi e le difficoltà non mancano. 3) Gli
Pseudepigrafi. Ritengo il problema delle interpolazioni
cristiane non così grave come alcuni ritengono. Le
interpolazioni cristiane sono in genere bene individuabili e il
dubbio metodico va bene in filosofia, ma non in filologia. 4)
Letteratura qumranica. 5) Le notizie che si ricavano
dagli scrittori, storici e non, ebrei di lingua
greca, quali Giuseppe Flavio e Filone.
Resta ancora il problema del peso
globale che ciascun gruppo di fonti può avere. Se uno sfoglia lo
Strack e Billerbeck3
può avere l'impressione che nei Vangeli non ci sia nulla
che non sia tramandato anche dalla tradizione rabbinica: singole
frasi
e singole massime sono documentate simili o uguali nell'uno come
nell'altro corpus. Ma, come nota il Ben Horin4,
è l'accumularsi nel Nuovo Testamento di un certo tipo di massime
e di pensiero che dà a questo un aspetto inconfondibile di
fronte alla tradizione rabbinica.
Il fatto è che l'uso, tipico degli
ebrei, di esprimersi ricorrendo spesso a topoi
letterari universalmente noti, tanto che molti sopravviveranno
fino al tardo Talmud (Gemara), fa sì che una medesima massima
possa essere impiegata per difendere anche idee differenti5.
In altri termini, il confronto non va condotto, o non va
condotto solamente, a livello di singole frasi, ma va esteso a
interi contesti e alle idee soggiacenti.
In questa analisi non ci
interessano le idee comuni a tutto il giudaismo, che lo
caratterizzano di fronte alla civiltà occidentale di allora,
considerate in se stesse, ma piuttosto il modo con cui furono
interpretate e vissute dai vari gruppi. Cercherò di rivolgere
l'attenzione su alcuni elementi che sembrano tali da permettere
di distinguere nettamente un gruppo, una corrente di pensiero da
un'altra per la loro importanza e per la vastità delle
conseguenze che ricadevano sia su singole idee sia sulla vita
religiosa e sul comportamento in genere.
Il pensiero giudaico del tempo di
Gesù era travagliato da molti problemi, che si raggruppavano
intorno ad alcuni temi fondamentali, dei quali ho già tracciato
un elenco. Non tutti questi temi sono riflessi nella
predicazione di Gesù, almeno in maniera diretta. Mi limito ad
alcuni casi in cui il pensiero di Gesù può essere raggiunto in
maniera sufficientemente chiara.
Per semplificare il procedimento,
userò in questo articolo solo il vangelo di Marco, che è
ritenuto concordemente il più antico6.
Anche se gli altri sinottici presentano, essi stessi, detti e
fatti di Gesù in quadri teologici diversi, tuttavia il vangelo
di Marco sembra il più adatto per un primo accostamento al
nostro problema. Resta inoltre il problema che non è facile
distinguere che cosa fosse di Gesù stesso e che cosa della prima
comunità. Credo il problema insolubile, almeno in termini di
ipsissima verba, ma non così grave come può sembrare a
prima vista, perché, data l'antichità della documentazione e
l'osmosi fra Maestro e discepoli, penso che i nostri documenti,
e in particolare il vangelo di Marco, rispecchino abbastanza da
vicino la situazione iniziale. La vita in comune aveva creato
una comunità ancora prima della morte di Gesù7.
NOTE
1 REIMARUS H.S., I
frammenti dell'anonimo di Wolfenbüttel, pubblicati da G.E.
Lessing, (Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, serie
testi 3) a cura di F. Parente, Napoli 1977, p. 365: "...errore
comune fra i cristiani: questi, confondendo la dottrina di Gesù
con quella degli apostoli,...". Cfr. anche p. 358.
2 Un'ottima sintesi del
problema in PARENTE F., Il problema storico dei rapporti tra
essenismo e cristianesimo prima della scoperta dei Rotoli del
Mar Morto, in «La Parola del Passato» 86, 1962, 333-370 e
95, 1964, 81-124.
3 STRACK H.L. - BILLERBECK P.,
Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrasch,
München 1922-
4 BEN CHORIN S., Fratello
Gesù, Un punto di vista ebraico sul Nazareno, Brescia 1985
(Edizione tedesca del 1967), p. 116.
5 VERMES G., Jewish
Literature and the New Testament Exegesis, in " Journal of
Jewish Studies" 33, 1982, 361-378, pp 372 sgg.
6 Cfr. SCHMITHALS W.,
Einleitung in die drei ersten Evangelien, Berlin - New York
1985. Circa la possibilità di una data alta del vangelo di
Marco, cfr. CARMIGNAC J., La naissance des Evangiles
synoptiques, Paris 1984 1 & 2; Robinson J.A.T.,
Redating the New Testament, London 1976.
7 Cfr. THEISSEN G., Gesù e
il suo movimento. Analisi sociologica della comunità cristiana
primitiva, Torino 1979, p. 16 (edizione tedesca del 1977).
Sono convinto che il criterio della Discontinuità debba essere
applicato con cautela.