Il Blues e
Robert Johnson: la musica del Diavolo
Da
sempre il Blues, la cui traduzione letterale significa
“malinconico”, è spesso apostrofato come la “musica del
diavolo”. Questo lato oscuro del famoso genere musicale, base
della musica moderna e soprattutto del successivo genere Rock,
ha molte spiegazioni:
per alcuni è legato al genere di
vita condotto dai suoi esponenti, dediti spesso all’alcool e al
gioco, per altri alle atmosfere che il suo stesso “sound”
genera, in realtà sono proprio le sue origini, strettamente
legate alla tradizione magica afroamericana, a creare quell’alone
di mistero che lo circonda.
Il più importante e misterioso
esponente del Blues fu Robert Johnson, la cui storia è
fosca e misteriosa. Si narra infatti che l’artista si fosse
recato ad un crocicchio ove, incontrato il diavolo, gli chiese
di farlo diventare un grande musicista in cambio della sua
anima. Sarà per approfondire una delle leggende più inquietanti
della storia della musica che ci addentreremo nei meandri della
cultura “nera”, alla ricerca delle “origini del blues”, tra
riti voodoo e strane iniziazioni, per capire cosa c’è
davvero dietro la leggenda del magico Johnson.
La Tradizione
Afro-Amerinda
I rituali afroamerindi, come
suggerisce la parola stessa, affondano le loro radici in
antiche credenze e vetuste religioni provenienti da varie
culture religiose come le concezioni animiste di matrice
africana e lo sciamanesimo autoctono dell’area Amerinda, due
componenti che ritroveremo poi nella stessa musica.
La religione africana è
caratterizzata da uno spinto animismo e feticismo, due credenze
complementari e, almeno nella forma più antica dell’ultimo,
molto simili. In questa tradizione tutto è composto di energia e
dunque ogni cosa, dall’oggetto inanimato all’essere umano, è
espressione di una parte del divino che poi si manifesta in
forme differenti. Se dunque tutto è composto di energia,
l’Antico cerca di trovare il mezzo con cui l’energia può
muoversi, pervadere i corpi e farli propri in modo da poterne
esser il padrone.
Ecco così che i rituali africani
sono basati sull’uso della vibrazione, espressa, come vedremo
successivamente, in musica, ritmo e parola. Infatti secondo
l’antica cultura del continente nero è la vibrazione, il “nommo”,
a possedere un potere magico sacrale.
Alla cultura importata con lo
schiavismo, di tradizione africana, si mescola fortemente lo
sciamanesimo autoctono presente nel Sud America, che ben si
differenzia dalle credenze africano-bantù per l’introduzione
della figura del “sacerdote”, non solo un saggio, come nelle
tradizioni afro, ma unico depositario del segreto per giungere
agli dei che può utilizzare a suo piacere.
Da queste credenze deriveranno i
rituali di possessione afroamerindi e dunque le origini della
tradizione diabolica del Blues.
Potremmo citare numerosissimi
esempi di “macumbe” diffuse nel Nuovo Continente, dalla
Pagelanza, caratterizzata dalla figura di un sacerdote o pagè
unico medium in grado di parlare/incarnare le divinità, al
Catimbò. Forse però la tradizione afroamerinda più conosciuta,
anche perché associata ad un genere sacro-musicale, sono i
Candomblè, generalmente suddivisi in Candomblè Cablocos,
Candomblè Afro-Cabloco, Candoblè di Rio de Janeiro e Spiritismo
Umbanda, quest’ultimo arricchito da chiare influenze sincretiche
cristiane. Questo rituale è di forte origine animista,
sottolineata dalla mancanza di un sacerdote principale e dalla
possibilità i stati di transe collettivi. Si tratta di macumbe
di chiara origine animistico-africana ove si venerano i Caboclos,
gli spiriti degli antenati chiamati spesso Pretos velhos, e
divinità come gli Orixas, gli Exùs, questi ultimi entità
demoniache spesso associate proprio, attraverso forme
sincretiche, al Diavolo cristiano. Ecco che finalmente si cela
il vero “demonio” del blues.
Il Demoniaco
Blues
La storia del Blues affonda le sue
radici nel passato quando, tra il XVI e il XIX sec. furono
deportati come schiavi, negli Stati Uniti d’America, più di
10.000.000
di africani, la “forza lavoro” di cui i nuovi coloni europei
avevano bisogno per poter sfruttare le ingenti risorse del nuovo
Mondo. Imbarcati però in catene su navi negriere, accalcati in
stive al di sotto di ogni limite di igiene e condizione umana
alle quali solo un terzo dei deportati sopravvivevano, nascosti
tra tatuaggi e parole incomprensibili, i neri d’africa portarono
con loro anche le tradizioni, la cultura e soprattutto le
credenze religiose di un popolo dalle antiche origini.
Tra tutte le varie divinità e entità demoniache esistenti nel
pantheon africano, le più importanti sono rappresentate dagli
oristàs e gli exù, gli spiriti extraterreni, un concetto che
potremmo facilmente assimilare a quello delle divinità
politeiste anche se la differenza è notevole. Ognuno di questi
regola o domina un determinato “regno” e a lui bisogna
rivolgersi per ottenere favori, un po’ come i nostri santi con i
quali, successivamente, attraverso il fenomeno del sincretismo,
gli orixàs si “sposeranno”. Tra questi i più terribili e temuti
sono gli Exù, spesso rappresentati con una pala alla quale
vengono appese conchiglie al posto degli occhi e della bocca.
Questi sono la forza ostile agli uomini e senza il cui consenso
nessuno delle altre “divinità” concederà mai il suo favore. Da
qui il diffuso culto per queste figure malvagie che, ben lungi
dall’essere una adulazione del demonio, come sarà poi
considerata in seguito dalla Chiesa, è solo un modo per ottenere
la possibilità di realizzare la propria richiesta ad altri
spiriti. Così non è peccato e non significa adorare il diavolo
tentare di approfittare di lui. Da qui la spiegazione del perché
in ogni casa, in ogni luogo sacro, ci fosse un altare ad Exù,
non dunque una adorazione del male dalla quale diffusione, poi,
è derivata la paura e l’immagine demoniaca del voodoo, ma solo
un modo per usarlo in maniera buona. Cibi ed offerte per gli Exù
erano così galline, sigari, acquavite, tributi che, per avere
effetto dovevano essere posti in luoghi sacri alla divinità, i
cimiteri o ancora di più i Crocicchi, luogo che ritroveremo in
seguito e dedicato in particolare a Exù rey de las sieste
encrucijadas, il “signore degli incroci”.
E’ qui che nasce il mito di
Johnson, non forse un adoratore di satana ma esclusivamente un
“devoto” dell’antica santeria.
Il Dannato Johnson: La magia del Blues
Questi concetti ora esaminati non
vogliono avere la pretesa di spiegare i rituali e la religione
di un popolo ma servono per meglio esaminare la storia di un
uomo, il padre del genere Blues, Robert Johnson.
Johnson nasce nel 1911, da un
breve amore della madre per un uomo che incontrò subito dopo che
il marito la aveva abbandonata per un’altra donna a Memphis.
Trasferiti nel Mississipi, Robert iniziò a suonare ma senza
essere mai un grande artista. Sposato all’età di 17 anni perse
la moglie l’anno per una complicanza durante il parto e così, da
quel momento, dedicò la sua vita alla musica senza però
risultati, tanto che, demoralizzato, iniziò un girovagare senza
meta.
Sarà a Hazelhurst che incontrerà il suo “maestro”, un certo
Ike Zinneman, artista di cui non si sa molto ma che insegnò
a Johnson strane abitudini come quella di suonare nei cimiteri,
ai crocicchi o su delle tombe. Da quel momento la vita di Robert
ebbe una svolta, diventò grande artista, incidendo brani ancora
oggi famosi e di ispirazione per numerosi artisti successivi. La
morte però giunse presto e anche questa in circostanze
misteriose, infatti morì il 16 agosto 1938, per alcuni
avvelenato da un marito geloso. Moltissime però sono le leggende
sorte attorno al famoso artista, la più famosa a cui abbiam già
accennato, narra che, recatosi ad un crocicchio, egli avesse
evocato il diavolo in persona al quale avrebbe venduto l’anima
in cambio della dote di grande bluesmen, idea che ritroviamo in
tutte le sue canzoni, egli è proprio ossessionato dalla figura
del demonio come in 'Crossroad blues', dove descrive il momento
della sua vita in cui, disperato, "Sono andato al crocicchio,
sono caduto in ginocchio e ho chiesto al Signore: Ti prego abbi
pieta' e salva il povero Bob se puoi", o come ancora in 'Me
and the devil blues' dove ritroviamo il rapporto col diavolo: "Stamattina
presto hai bussato alla mia porta e ho detto: Ciao Satana, credo
sia ora di andare. Io e il diavolo camminavamo fianco a fianco,
picchiero' la mia donna fino a che saro' soddisfatto".
Altri cenni li troviamo in “ “Preachin’
Blues”, "If I had Possession over Judgement Day”, “Stones in my
Passway” e “Hellhound on my Trail”. Strane leggende, poi,
si raccontano anche sulla sua morte ma, e proprio sulla prima
che vogliamo soffermarci, la leggenda del demonio che
strettamente si lega proprio alle componenti culturali voo-doo
descritte precedentemente. Infatti il crocicchio e la figura del
diavolo ci riportano alla mente proprio quell’ Exù rey de las
sieste encrucijadas citato precedentemente i cui connotati
pagani, oramai lontani centinaia di anni, avevano assunto
l’indelebile immagine del satana cristiano. Se esaminiamo poi il
ritmo di alcuni brani come delirante "Preachin' The Blues"
ritroviamo sonorità e ritmi tipici dei rituali del Candomblè.
Potremmo così azzardare una faustiana ipotesi, tra le ombre
delle notti del Mississipi, guidato da un misterioso personaggio
di nome Zinneman, Robert Johnson, ad un crocicchio, effettuava
una offerta ad una antica divinità pagana, una divinità negativa
e malvagia tanto da esser confusa con il diavolo, ma non perché
suo adoratore o per vendere lui l’anima in cambio del successo
ma, come accadeva nei rituali animistici africani, per
graziarselo e usarlo per ottenere la padronanza di un nuovo modo
di fare “musica”, il “permesso” per utilizzare nei suoi brani
ritmi e musicalità tipiche di una cultura “subalterna”, nata tra
deportati il cui nome, “vo-do” ricorda proprio questa sua
sonorità, una ritmicità carica di vibrazioni e di significati
perché è il suono che schiude le porte, è la vibrazione
l’essenza del tutto, un insegnamento magari avvenuto in un luogo
lugubre tanto da scioccare fortemente l’artista che si sentirà
sempre vicino alla dannazione, ma che gli aprì le porte del
successo.