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TITOLO |
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VITA NELL'UNIVERSO |
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DAL SITO |
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AUTORI |
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ENRICO VINCENZI - DONATO LUPO |
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La vita che da alcuni miliardi di anni, (circa 4 per la precisione), si è sviluppata sulla Terra, è di tipo organico, fatta cioè di molecole (organiche), una complessa costruzione microscopica incentrata su atomi di carbonio, che sono i veri mattoni della vita. Alla base di tale sviluppo c'è un elemento indispensabile: "L'ACQUA", la quale è presente sul nostro pianeta, nei tre stati: liquido, solido e gassoso; ma è allo stato liquido che gioca un ruolo fondamentale nella biochimica della vita, in quanto permette di legare gli enzimi, che sono delle proteine che accelerano la velocità delle reazioni chimiche; nel far questo sono proprio le molecole di acqua che facilitano il processo. All'inizio le forme di vita erano semplici; prima si formarono gli organismi unicellulari, poi quelli più complessi. Ma la vera svolta ci fu quando "la vita" si divise in due grandi categorie: da una parte c'erano quelle cellule che per trarre nutrimento necessitavano della luce del sole, e dunque svilupparono dei sistemi adeguati, dando origine all'evoluzione dei vegetali; altre cellule invece trassero l'energia necessaria nutrendosi di altra materia vivente, ponendo quindi le basi per l'evoluzione degli animali. Dunque, questa è la "vita" come noi la conosciamo sul pianeta Terra; ma non è detto che forme di vita intelligenti nel nostro universo siano dotate delle caratteristiche fisiche e chimiche uguali alle nostre, questo perché le eventuali altre forme di vita esistenti, su altri pianeti, avrebbero caratteristiche fisiche sicuramente diverse, dovute alle condizioni fisico-chimiche dell’ambiente dei loro rispettivi pianeti. Ad esempio: un organismo che vive su un pianeta con una forza gravitazionale maggiore della nostra, sicuramente avrà uno sviluppo piuttosto limitato in altezza, oppure: uno che vive in condizioni di scarsa luminosità, avrà un apparato visivo costituito da “occhi” che probabilmente saranno molto più grandi dei nostri, un po’ come il funzionamento del diaframma di una fotocamera che a seconda della quantità di luce, si apre o si chiude. Ma andiamo avanti e riprendendo un po’ la storia della ricerca dell’uomo riguardo la vita in altri mondi, arriviamo con un salto cronologico, agli inizi degli anni ’60 del 20° secolo, quando l’allora giovane astronomo americano, Frank Drake, iniziò a lavorare al National Radio Astronomy Observatory, presso Green Bank (West Virginia). La sua idea fu quella di puntare il radio telescopio in un punto ben preciso, ovvero, verso due stelle: Tau Ceti e Epsilon Eridani. Drake scelse poi la frequenza di 1420 Mhz. Perché proprio questa frequenza? Ebbene, scelse questa frequenza perché questa è la linea di emissione radio dell’Idrogeno neutro, estremamente importante in radio astronomia poiché permette di analizzare la vastità e il moto della nostra galassia, dunque, al contrario di quanto può sembrare, negli sconfinati spazi che esistono fra le stelle, non vi è completamente il vuoto, ma vi sono alcuni atomi di Idrogeno. Un’altra caratteristica che accomuna la frequenza dell’Idrogeno alle frequenze prossime da 1 a 10 Ghz, è il costante rumore dell’Universo a intensità estremamente bassa. Tutto ciò, capite bene, permetterebbe ad una eventuale civiltà extraterrestre di effettuare comunicazioni a distanze elevate e facilmente identificabili, proprio perché i 1420 Mhz diventerebbero una sorta di frequenza-codice universale. La scelta dei 1420 Mhz, prima citata, e utilizzata da Frank Drake, fu ispirata da una precedente ricerca negli anni ’50, effettuata da due scienziati americani della Cornell University: Cocconi e Morrison. Ma a questo punto dobbiamo precisare che:1) una civiltà con modeste nozioni astronomiche, avrà sicuramente conoscenza della frequenza di emissione dell’idrogeno; 2) dunque se è a conoscenza di questa emissione, sarà sicuramente dotata di apparati per la sua ricezione. Nel Febbraio del 2003 venne captato dal telescopio di Arecibo in Portorico un segnale di origine sconosciuta proveniente dallo spazio profondo, denominato SHGbo2+14° dagli astronomi del programma S.E.T.I, i quali appurarono, che provenisse da un punto dello spazio posto tra la costellazione dei Pesci e quella dell’Ariete, distante dalla Terra 1000 Anni Luce. Come mai di un segnale captato nel Febbraio 2003, ne è stata fatta menzione da parte dei mass media, solo nel Settembre del 2004? A detta degli scienziati, questo tempo è occorso per verificare l’autenticità del segnale stesso, ma siamo sicuri che con i potenti mezzi a disposizione del S.E.T.I. occorra un così lungo lasso di tempo per analizzarne l’attendibilità? In verità, non c’è mai stata nessuna smentita da parte dell’ente; ma in questo caso, la posizione della scienza ufficiale, non vi sembra un po’ ambigua?
Questo, comunque, non è l’unico caso, potremmo citarne altri: come quello del 1977 denominato “WOW Signal” dall’espressione di stupore dell’astronomo che lo intercettò. Anche in questo caso non si è saputo più niente. Ma cosa cerchiamo effettivamente noi terrestri? Dei nostri eventuali cloni su chi sa quale pianeta? Oppure abbiamo la mente aperta a qualsiasi forma e manifestazione di VITA?
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