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L'ALTARE PREISTORICO DI MONTE D'ACCODDI
di Carlo
Satta da ISOLASARDA.COM
Durante
il Neolitico Recente, si hanno le prime costruzioni
megalitiche, l'esempio più eclatante ci sembra essere la
Ziqqurath o Altare preistorico di Monte d' Accoddi a
circa undici km da Sassari (ci si arriva facilmente, per
chi proviene da Sassari, svoltando a sinistra in
prossimità dell'apposito cartello indicatore). Nello
stesso periodo vengono eretti i menhir, detti anche
betili; in sardo "perdas fittas", si tratta di
grossi massi allungati più o meno rozzamente lavorati e
infissi nel terreno, simbolo della divinità e oggetto di
culto.
In questo periodo si costruiscono i primi dolmen, che
sono costituiti da quattro lastroni verticali, più un
quinto lastrone come copertura. Ma, ritorniamo
all'Altare Preistorico o Ziqqurath di Monte d'Accoddi.
E' lungo ben 75 metri, compresa la rampa di accesso, ed
era alto 37; attualmente è alto 8 metri. Il sito
ricadeva nell'Azienda Agraria E.T.F.A.S. (Ente
Trasformazione Fondiaria e Agraria della Sardegna), di
Monte d'Accoddi, in regione Ponte Secco, i cui terreni
erano stati da poco espropriati all'On. A. Segni, che,
allora Ministro dell'Agricoltura, della Riforma Agraria
era stato primo propugnatore. Gli scavi in loco ebbero
inizio nel 1952. A quei tempi quella che oggi è la
Ziqqurath, era una modesta collinetta; alla luce del
sole esisteva solo un lastrone con uno scolatoio e
cinque passatoi, si poteva vedere chiaramente che sotto
detto lastrone veniva acceso del fuoco. Sotto, e di
fianco ad esso, bucce di lumache e conchiglie. Il
lastrone serviva per cuocervi carni di prede catturate,
o era un'ara sacrificale o, ancora, vi si cuoceva il
cibo per coloro che assistevano ai riti religiosi?
Si notavano nel podere in cui sorge l'altare
preistorico, ma da questo alquanto distanti due pietre
di forma allungata e conficcati nel terreno "betili",
appunto che rappresentavano simboli fallici, ed un'altra
pietra tondeggiante, rozzamente lavorata, con incise
delle coppelle, che rappresentava la fertilità. A causa
del gran numero di frecce, coltelli, raschiatoi ed altri
utensili, forse legati alla filatura della lana,
affioranti sul terreno da poco
dissodato dai lavori di scasso e aratura profonda della
predetta Riforma Agraria, non sembra sbagliato
ipotizzare che sul posto esistesse una fabbrica di
utensili per il fabbisogno della gente del posto o, per
gli scambi commerciali con altri popoli o tribù. Potrà
sembrare un'esagerazione, mentre è realtà, in
superficie, si trovavano, come già detto, punte di
frecce, coltelli e raschiatoi di selce, in notevole
quantità.
Dall'altro lato della strada per P.Torres (Ponte Secco è
divisa in due, dalla superstrada), dai Caterpillar che
procedevano ai lavori di scasso dei terreni, per
l'impianto dei vigneti-oliveti, fu per caso scoperchiata
una tomba di forma circolare con cellette attorno ad una
centrale; naturalmente i lavori furono immediatamente
sospesi e ne fu tempestivamente informata la
Soprintendenza ai Monumenti e Antichità di Sassari-Nuoro
che provvide ad inventariare il sito. Ma ritorniamo al
punto più importante, all'Altare preistorico. I lavori
già iniziati, come abbiamo detto nel 1952 procedettero a
rilento, come sempre accade da noi fino al 1958;
servirono a fugare ogni dubbio, non si trattava di una
costruzione nuragica. Per anni quel cumulo di terra, fu
ignorato. I lavori furono ripresi nel 1979, credo per la
tenacia del Prof. E. Contu, insospettito da quella
collinetta che contraddiceva al resto del podere
pianeggiante, volle vederci chiaro e decise di scavare
per portare, alla luce quello che è l'Altare
Preistorico: la Ziqqurath di Monte d'Accoddi. Tuttavia,
ancora oggi resta il mistero di questo monumento che
ricorda le Ziqqurath del Medio Oriente.

Chi costruì quell'altare, che scopo aveva quella
costruzione? Religioso, certamente, le capanne che
circondano l'altare starebbero a dimostrare che di un
luogo di culto, si trattava; ma chi edifico una
costruzione che, inequivocabilmente, ricorda le
Ziqqurath del Medio Oriente, ma che non trova altri
riscontri sia in Sardegna che in tutta il bacino del
mediterraneo? Credo che a meno di studi successivi o di
altri ritrovamenti, il mistero resterà: quello che non è
un mistero è che la Ziqqurath di Monte d'Accoddi, è
l'unico esempio in Europa, di questo tipo di
costruzioni. Per quanto a conoscenza del sottoscritto,
lavori di ricerca vengono tuttora svolti sotto la
responsabilità del Prof. Santo Tinè, del Dipartimento di
Archeologia dell'Università di Genova.
In occasione della recente visita all'Altare di Monte d'Accoddi
ci è stato consegnato un opuscolo di Fulvia Lo Schiavo,
Soprintendente Archeologico per le Province di Sassari e
Nuoro che ci ricorda che durante l'ultima guerra la
posizione dominante di quella che io continuo a chiamare
collinetta, data la sua posizione dominante, sul
restante territorio circostante, venne scelta per
sistemare ai suoi quattro angoli delle batterie
contraeree; la sistemazione di tali batterie costrinse a
scavare una trincea di collegamento, che provocò guasti
irreparabili agli strati superiori della seconda
piramide.
Dai dati degli scavi risulta che la prima piramide venne
distrutta da un incendio; la piramide venne ricostruita
e un nuovo luogo di culto venne costruito, sopraelevato
di diversi metri e cosi anche la rampa e la piramide
vennero ricostruite ed ampliate. La seconda piramide
restò in uso fino al Calcolitico (Eneolitico,periodo
preistorico in cui assieme alle pietre, si cominciò ad
utilizzare i metalli), come confermano i reperti delle
Culture di Filigosa-Abealzu, di Monte Claro e del vaso
Campaniforme ritrovati nelle capanne che sorgono alla
base della Ziqqurath. Mentre è quasi certo che all'epoca
della Cultura di Bonnanaro, della prima età del Bronzo,
(verso la fine del III, inizio del II millennio), la
piramide come luogo di culto, non doveva essere più in
uso. Io spero che un giorno luce completa venga fatta su
questa singolare costruzione che, come abbiamo già
detto, trova riscontro solo nelle simili costruzioni
mesopotamiche.
Tutti
gli scavi fin qui condotti hanno fatto luce sulla
sacralità del sito, ma ci lasciano completamente
all'oscuro di quale popolo abbia eretto un cosi
singolare monumento: un popolo venuto dal Medio Oriente
e poi integratosi con le popolazioni del luogo? E perché
solo un Altare per quanto singolare? Non dimentichiamo
che i nuraghi, che vengono qualche migliaio di anni
dopo, si contano in oltre settemila; ancora, perché solo
a Monte d'Accoddi e non in altra località della
Sardegna; d'accordo la funzione dei nuraghi è di natura
completamente diversa: di carattere religioso l'una,
difensiva-abitativa l'altra. Ma il mistero è tuttora da
risolvere e chissà quando e se mai verrà risolto.
Abbiamo già indicato come vi si giunge provenendo da
Sassari, per chi viene da Porto Torres, subito dopo il
bivio per Bancali, si trova l'accesso al Sito di Monte
d'Accoddi; dopo un centinaio di metri sulla destra un
ampio parcheggio, pochi passi ancora e troverete l'Antiquarium
con pannelli didattici che spiegano la cronologia degli
scavi e il succedersi delle varie fasi del monumento.
Sul posto un gruppo di ragazze sono pronte ad
accompagnarvi per una visita guidata.
Il Sito è visitabile tutti i giorni feriali e festivi
(eccetto Natale e il primo dell'anno) dalle ore 8:00
alle ore 17:00 (ottobre-marzo) oppure dalle 9:00 alle
18:00 (aprile-settembre). I servizi in loco, visite
guidate comprese sono gestiti dalla coop. Thellus. Una
notevole quantità di reperti ritrovati in loco è esposta
nella Sala di Monte d'Accoddi del Museo G.A. Sanna di
Sassari.
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L'IPOTESI
ATLANTIDEA
di Diego Silvio Novo da
EDICOLAWEB
Valutata la possibile situazione
astronomica della Terra prima del Diluvio, esaminati i pro e i contro
dell'eventuale coincidenza di Atlantide con la Sardegna, sarebbe
interessante, sulla base del racconto di Platone e sull'esperienza di
altre grandi civiltà antiche conosciute, tracciare per sommi capi una
ricostruzione quanto più realistica della possibile storia di Atlantide
prima e dopo il Diluvio. Per questa parte prenderò spunto a piene mani,
per le epoche post diluviane, dai testi di C. De Tisi che a sua volta è
stato illuminato dallo storico L. Melis.


L'isola Sardo-corsa, posizionata al centro
del Mediterraneo occidentale prima del 9.500 a.C. circa, ospitava una
civiltà che potremmo chiamare atlantidea, benché il termine Atlantide
sia di origine greca e tramandatoci da Platone millenni dopo. Ma
probabilmente il suo nome in lingua originale non doveva suonare in modo
molto dissimile se i Celti raccontano dell'isola iperborea di Avalon; i
Fenici della leggenda di Antilla; gli Aztechi collocano oltre
l'Atlantico il luogo mitico di Aztlan; i Berberi parlano di Attala; i
vichinghi di Atli, sede del Valhalla germanico; i Baschi di Atlaintika;
gli Indù di Attala e di Atyantika; i Babilonesi di Arallu, paradiso
occidentale; gli Egizi di Amenti, dimora dei morti ad occidente. Nomi
evidentemente simili che iniziano con la stessa vocale e spesso
contengono la radice iniziale "atl".
Si trattava di una civiltà fiorente
beneficiata da un clima mite, nata probabilmente dall'unione, dalla
federazione o dalla stipula di un patto fra le 10 maggiori polis
dell'isola. Si può anche presumere che vennero via via annesse dalle due
maggiori città (Atlante e Gadiro, delle specie di Atene e Sparta), ma
poi fra le due prevalse la maggiore: Atlante.
Tale città stato era forse posizionata nella parte meridionale
dell'isola, al fondo di una pianura fertile che gli permetteva di avere
le risorse necessarie per le spedizioni militari contro gli altri centri
isolani.
La città, non pareva opera dell'uomo,
infatti la sua forma circolare dava adito a pensare ad un intervento
divino. Ma in realtà era stata fondata per motivi difensivi all'interno
di un cratere (vulcanico o di impatto?) invaso dal mare. Infatti al
centro del cratere c'era un monte/isola, che divenne da subito
l'acropoli di Atlante, naturalmente difesa dagli attacchi esterni dai
canali circolari della laguna. Il suo nome probabilmente aveva il
significato di "luogo circondato dalle acque" (come nelle leggende
Azteche).
Ma quando Atlante era divenuta capitale dell'isola intera, allora aveva
cominciato ad espandersi, ed i suoi abitanti, scesi dall'acropoli che
non aveva più funzioni difensive, avevano bonificato la laguna naturale
costruendo opere sugli isolotti a forma di mezza luna appena affioranti
dall'acqua. A poco a poco realizzarono una città dalla strana ed unica
forma ad anelli di mare e di terra concentrici e alternati.
Quando
l'unificazione dell'isola fu compiuta sotto la guida dei re di Atlante,
questi dovettero intraprendere nuove campagne militari verso l'esterno,
poiché l'economia rapace della città guerriera non avrebbe sopportato la
stagnazione del tempo di pace. Nuove guerre permettevano di mantenere
occupati i suoi abitanti nella costruzione di eserciti e flotte, ed
inoltre permettevano l'arricchimento dei nobili tramite la depredazione
del nemico.
Atlante per sopravvivere aveva bisogno di continue nuove guerre per
rifornire di oro e altri preziosi le sue casse, un po' come sarebbe
avvenuto per la Roma imperiale millenni dopo.
Fu così che il regno di Atlantide divenne un impero, grazie a varie
campagne di conquista lungo le coste dei continenti che la circondavano.
Ben presto le sue flotte sottomisero popoli in tutto l'occidente a
partire dai Tirreni (Italia), fino alla Spagna, all'Africa e alla terra
del nord forse identificata anticamente come Lyonesse (piattaforma
continentale sud della Gran Bretagna), l'ultima terra abitata prima dei
ghiacci perenni.

Il suo impero era prospero e vasto. I
popoli assoggettati pagavano cospicui tributi. L'economia dell'isola ad
un certo punto ebbe la sua evoluzione da quella della guerra di rapina,
a quella dei fiorenti commerci con le colonie e i popoli non
assoggettati. La sete di conoscenza dei marinai, la ricerca di nuove
rotte commerciali portò forse gli atlantidei a solcare tutti gli oceani
e ad interagire con popoli di ogni parte della Terra: dalle coste
dell'America centrale e meridionale, fino alla terra antartica,
compiendo anche la circumnavigazione dell'Africa.
La capitale Atlante, ormai non riusciva più ad essere contenuta tutta
nell'antica laguna. Flotte interminabili di navi commerciali si
affollavano lungo le banchine del suo porto canale, attorno alle cui
sponde era cresciuta la città nuova, quella del popolo dei commerci.
Invece quella della laguna era divenuta la città degli aristocratici e
del re.
Ad un certo punto si decise di realizzare
una nuova cinta muraria, che però non aveva propriamente funzioni
difensive, ma bensì quella di divisione amministrativa fra campagna e
città che cominciavano a compenetrarsi pericolosamente.
Infatti la pianura era divisa in lotti assegnati ai maggiori
aristocratici di Atlante. Ogni lotto forniva per legge cibo e uomini
armati. Non era cosa buona che i commercianti andassero ad acquistare e
costruire le loro residenze nei lotti con amministrazione militare.
Per questo si realizzò una cinta muraria che inglobava il porto canale e
dava nuovo respiro e sviluppo alla città imperiale. Probabilmente il re
o l'amministrazione municipale assegnarono ad un agrimensore o un
architetto il compito di redigere un piano regolatore, come avverrà
successivamente nella Grecia antica o nel mondo romano.
La tecnologia dell'isola, non era quella
fantascientifica che molti credono, ma comunque consentiva agli
atlantidei di realizzare navi in grado di solcare con sicurezza i mari.
Le loro conoscenze erano superiori a quelle di altri popoli. Forse
giunsero fino alle coste americane dove cercarono di incivilire i
selvaggi di quelle terre insegnando loro la coltivazione, l'allevamento
e qualcosa sull'artigianato. Su certe tecnologie furono molto reticenti
invece, forse per proteggere la loro supremazia commerciale e militare.
Per esempio erano ottimi fabbri. Avevano scoperto delle leghe metalliche
che rendevano le loro armi migliori. Su una di queste, però, vigeva il
divieto assoluto di divulgazione poiché rendeva i loro armamenti più
resistenti di quelli nemici: l'oricalco. Si trattava di una lega
prodotta con un minerale (da cui si estrae lo zinco) che si poteva
trovare solo sull'isola atlantidea. Più complesso era invece reperire lo
stagno che andava cercato nelle miniere di lontane terre del sud (Zimbawe
odierno) e dell'ovest (Lyonesse). Le regioni africane erano
presumibilmente colonie strategiche, ferocemente conquistate e difese.
Per raggiungerle gli atlantidei dovevano aver cercato diverse strade,
sia via terra che via mare circumnavigando l'Africa.
La situazione di Atlantide pareva idilliaca, ma per qualche motivo ad un
certo punto le cose non dovettero più andare bene.

Qui possiamo fare varie ipotesi.
L'impero
si avviava verso una grave crisi economica, poiché spingere le navi
sempre più lontano da Atlante non era conveniente. Come in tutti gli
imperi, esaurita la ricchezza rapinata ai popoli sottomessi in guerra,
insufficienti i tributi delle colonie per sostentare i dissoluti
atlantidei, ma anche per sostenere i bisogni degli abitanti delle
province che cominciavano ad avere uno stile di vita simile agli
isolani, con in più magari problemi e costi enormi per mantenere il
controllo militare sui popoli ribelli, le casse dello stato andavano
esaurendosi.
In più l'impero atlantideo aveva una spina
nel suo fianco orientale: gli amici/nemici Greci che avevano come
capitale Atene arcaica. Questi controllavano militarmente il
Mediterraneo orientale, che per un atlantideo poteva anche essere visto
come un altro mare. Probabilmente questi Greci erano anche in parte
discendenti da atlantidei (i Pelasgi di Erodoto?) che erano stati
esiliati dalla loro isola. I Greci comunque erano prodi guerrieri e la
loro organizzazione politico-sociale, la loro tecnologia non erano
inferiori a quelle di Atlantide.
Il re di Atlantide, dovette probabilmente
in questo frangente decidere di intraprendere un grande campagna
militare contro i Greci con il duplice obiettivo di incamerare le loro
ricchezze e di prendere possesso delle loro rotte commerciali.

Oppure, variando lo scenario, l'impero atlantideo non era affatto in
crisi economica. Anzi, le nuove terre scoperte all'estremo occidente,
benché lontane, potevano fornire grandi quantità di oro e ricchezze, e
quindi i re di Atlante furono tentati di finanziare la costruzione di
un'impressionante flotta da guerra per conquistare la Grecia e i popoli
attorno al mare orientale, una volta per tutte.

Oppure, ancora, i Greci avevano conquistato e buttato fuori dalle
colonie dello stagno dell'Africa orientale gli Atlantidei, rompendo un
patto di non belligeranza e mettendo in grave pericolo l'industria
metallurgica di Atlantide, su cui essa fondava gran parte della sua
potenza militare. Era un pericolo mortale per Atlantide. I suoi re,
riluttanti o meno che fossero, non poterono sottrarsi al conflitto con i
popoli dell'est.

O forse era desiderio degli Atlantidei
prendere il controllo delle rotte commerciali via terra, attraverso
l'Africa del nord-est (Egitto), per raggiungere l'ambito stagno senza
dover circumnavigare il continente africano con le flotte commerciali.
Ma tali passaggi erano sotto il controllo dei Greci ed il conflitto con
loro fu inevitabile.

In un modo o nell'altro scoppiò una guerra, che oggi potremmo definire
di rilevanza mondiale. Ma la campagna militare atlantidea non procedeva
come progettato. Gli Atlantidei erano diventati un popolo altezzoso,
borioso, vizioso, consapevole di appartenere ad una grande civiltà
planetaria che aveva navigato in tutti i mari. Erano ormai ben lontani
dagli uomini di tempra spartana degli inizi della loro storia.
Il loro esercito si era inflaccidito e non era ben comandato. I generali
si affidavano più sulla potenza del numero smisurato di uomini, sulla
supremazia dell'oricalco che sulla strategia militare.
La campagna militare fu un grande fiasco.
I Greci ed i loro alleati, al contrario,
erano più motivati poiché rischiavano di perdere la loro indipendenza e
quindi combattevano con ardore e con astuzia, anche quando qualcuno
degli alleati preferiva ritirarsi o arrendersi agli Atlantidei.
Gli Atlantidei rimasero così impantanati in una guerra senza sbocco,
quando gli dei decisero di rivoltare terra e mare.
Si possono immaginare i contrasti a corte fra i generali, fra i re
governatori dell'isola che si accusavano l'un l'altro di incapacità.
Forse alcuni trescavano alle spalle del re di Atlante una congiura per
rovesciarlo e sostituirlo con un altro più abile. Anche fra i nemici ed
i coloni dell'impero cominciò a spargersi la voce dei dissidi fra gli
aristocratici. Ma un giorno infausto, lo stesso di una pesante sconfitta
militare di Atlantide, la cui notizia non giungerà mai in patria, si
vide in cielo un nuovo e luminoso astro.
I re non fecero in tempo ad avere un
responso dai sapienti dell'isola, che l'astro scomparve con la sua lunga
scia oltre l'orizzonte nord-ovest in un bagliore accecante. Ma ben
presto altri frammenti di stelle più piccole si videro cadere dal cielo
in ogni direzione.
Passò forse mezza giornata o qualche ora e la terra di Atlantide, e con
essa il mondo intero, venne scossa da tremendi terremoti. I bei palazzi
di Atlante e delle altre polis crollarono provocando numerose vittime.
La gente in preda al panico si riversava nelle strade. Ma la terra non
smetteva di tremare ed Atlante divenne un cumulo di macerie.
Gli atlantidei superstiti erano scioccati e sbigottiti: l'ordine
naturale si era infranto, anche il sole pareva deviare dal suo corso
abituale. Per un paio di giorni il sole e le stelle si mossero in
maniera insolita. Molti, colti dal panico, si imbarcarono sulle navi
ormeggiate in porto e tentarono la fuga via mare, alla ricerca di una
terra dove rifugiarsi. Ma anche il mare si ribellò, un maremoto
terrificante si riversò sulla fertile pianura di Atlante, distruggendo
il porto e quello che ancora non era stato abbattuto dal terremoto.
Ormai la capitale dell'impero atlantideo non esisteva più, ma non era
ancora avvenuto il peggio, l'evento che avrebbe anche cancellato la
speranza di una sua ricostruzione.
Mentre i notabili ed i sacerdoti
superstiti recatisi sull'acropoli sacra, compivano sacrifici per placare
il dio Poseidone, ormai pioveva da ore con un'intensità mai vista prima,
i fiumi ed i canali della pianura si erano ingrossati fino a traboccare,
ma l'alluvione appena iniziata non era ancora nulla rispetto al disastro
successivo.
Il mare a sud est si stava gonfiando paurosamente, aveva già inghiottito
i resti dei villaggi costieri ed avanzava altissimo come una catena
montuosa d'acqua, verso la pianura e contro i monti battuti dalla
pioggia dirompente.
In pochi minuti giunse all'altezza di Atlante, seppellendo
definitivamente le sue macerie e continuò verso nord ovest inghiottendo
il resto dell'isola.
Quei pochi fortunati che riuscirono a
sopravvivere al maremoto, e alla nuova gigantesca onda di marea che
rovesciava le imbarcazioni lungo la sua rotta, mentre erano in
navigazione al largo di Atlantide in cerca di salvezza, videro il
profilo dell'isola scomparire sotto il mare.
Le tipiche navi commerciali degli Atlantidei erano in legno catramato,
ma sufficientemente robuste per la navigazione oceanica. Avevano la
chiglia alta per resistere alle tempeste dell'oceano. Una comune nave
commerciale aveva queste misure: lunghezza 130 m, larghezza 22 m,
altezza 13 m (misure e caratteristiche dell'Arca di Noè). Erano navi
compartimentate, realizzate su tre ponti sovrapposti. L'ultimo ponte era
coperto da un tetto. Erano probabilmente provviste di propulsione a vela
o a remi disposti su più ordini. L'ingresso ai ponti avveniva con una
porta laterale per agevolare il carico dal molo del porto.
Le imbarcazioni dei sopravvissuti vennero
sollevate dalla incredibile marea, ma per gli osservatori a bordo,
pareva fosse l'isola a scomparire sotto il mare. Deve essere stata una
visione agghiacciante, qualcuno piangeva osservando la scena dal
pontile, ma le lacrime erano confuse con le gocce di pioggia sferzante.
In poco tempo l'isola si trasformò in arcipelago: spuntavano dal mare
solo i monti. Dovevano già essere morte milioni di persone, quasi tutto
il popolo discendente da Poseidone. Rimanevano solo i montanari: i
superstiti sulle navi pregavano che almeno quelli si salvassero, ma fu
una speranza vana. In pochi minuti il mare inghiottì anche quelle nuove
isole formate dalle cime dei monti, o forse no (ma la vista
dell'orizzonte era offuscata dalla fitta pioggia). Il mondo era
diventato un mare senza sponde.
I
superstiti sulle navi, forse poche centinaia di persone, rimasero per
giorni e giorni ad osservare l'orizzonte piatto del mare e la pioggia
che cadeva incessantemente. Avrebbero già dovuto raggiungere la
terraferma da giorni, invece niente. Il mare aveva inghiottito ogni
landa. I più deboli si lamentavano e paventavano l'ipotesi che la nave
non avrebbe raggiunto più nessun porto. I più forti invitavano a pregare
e sperare negli dei.
Sulle navi più fortunate c'erano discrete scorte di cibo, forse anche
animali vivi. Chi vi era imbarcato era meno preoccupato del suo futuro,
almeno nei primi giorni. Poi si dovette razionare il cibo non sapendo
per quanto tempo sarebbe durata la navigazione.
Alcune navi probabilmente trasportavano gabbie con colombi: quando smise
di piovere si decise di liberarne alcuni per verificare se vi erano
terre emerse e quindi spingere la nave in quella direzione. Ma nei primi
giorni gli animali ritornavano sempre sulla nave. Poi finalmente, dopo
più di un mese di mare infinito, i colombi non tornarono. Si spinse la
nave nella direzione in cui gli animali scomparvero.
All'orizzonte apparve un'isola, poi un
arcipelago sconosciuti. Ma quando la nave si avvicinò, ci si rese conto
di essere arrivati sulla cima di un monte: l'erba e gli alberi
continuavano sott'acqua. All'inizio non ci si fidò a scendere dalla
nave, ma già il giorno seguente, si notò che l'isola era cresciuta in
altezza. Dopo poche ore la nave si ritrovò incagliata su un altipiano,
fra i rami e i tronchi di una foresta di conifere abbattute dalla
pressione dell'acqua.

I primi tempi post Diluvio furono probabilmente terribilmente duri per
tutta l'umanità. La terra era spesso scossa da terremoti. Fauna e flora
erano stati distrutti e si stavano trasformando. Anche le regioni del
mondo non coperte dall'onda di marea anomala erano gravemente
danneggiate da altri disastri naturali.
Il mare ritornò abbastanza velocemente nel suo bacino abituale,
trascinando con se ogni albero, animale, uomo e anche zolla fertile,
facendo franare monti, seppellendo ogni prova dell'esistenza della
civiltà umana.
Le città vennero trascinate via dalle
fondamenta, quelle costiere non riemersero mai più. Il livello del mare
definitivo si sollevò di decine di metri, poiché la gigantesca onda di
marea aveva anche provocato la fusione improvvisa dei ghiacci artici.
Tonnellate di sedimenti seppellirono e cancellarono per sempre splendide
città costiere.
Il medioevo europeo che seguì l'epoca classica, non fu che una
passeggera sospensione del progresso civile, rispetto alla completa
distruzione di tutte o quasi le conoscenze umane provocate dal Diluvio/"Fetonte"
in pochi giorni o mesi.
Per centinaia di anni, l'umanità dovette pensare unicamente alla propria
sopravvivenza: ogni forma di cultura fu spazzata via dalla barbarie. Nel
nuovo ordine naturale del mondo non c'era posto per i raffinati, solo i
duri e i tenaci sopravvivevano. Era un mondo ostile.
L'Età dell'Oro era finita brutalmente per sempre. Anche la coltivazione
della terra non era più un'attività semplice e redditizia come prima,
quando la pianura di Atlante era ben irrigata, il clima mite, i raccolti
potevano essere tagliati più volte l'anno.
La terra allora poteva sostenere milioni
di individui e animali domestici.
Dopo il Diluvio il clima era cambiato, il
sole ballonzolava sull'orizzonte in modo impressionante, per un periodo
dell'anno era caldo ed implacabile, tanto da inaridire i fiumi ed il
suolo, per un altro periodo correva lontano sull'orizzonte, tanto che si
temeva scomparisse per sempre: le ombre erano lunghe e l'aria
freddissima. Erano nate le stagioni. Fauna e flora cominciarono a
ripopolare le regioni devastate, ma la loro composizione era variata: i
grandi animali delle praterie e i loro giganteschi predatori (mammut,
elefanti, tigri dai denti a sciabola...) erano scomparsi. Nessuno vide
più mammut e mastodonti e altri animali giganti.

Le stelle non seguivano più lo stesso
corso che percorrevano prima del Diluvio. Alcune erano nuove per quei
cieli, altre erano scomparse. Fra le tribù dell'entroterra, non colpite
direttamente dalle inondazioni del mare, i sapienti per molti secoli non
faranno altro che osservare e annotare tutti i nuovi movimenti degli
astri. Ma non saranno lasciati soli in questa loro mania, anche i re ed
il popolo li seguirono e li aiutarono nell'osservazione erigendo per
loro monumentali osservatori in pietra. Questi santuari serviranno a
misurare il susseguirsi delle stagioni, il nuovo movimento del sole che
si spostava su e giù rispetto all'orizzonte durante l'anno.
Tutta la Terra era stata interessata dal disastro, anche i popoli che
non erano stati cancellati dal Diluvio, erano stati colpiti da
terremoti, da meteoriti, da alluvioni locali, ed avevano osservato nel
cielo le nuove strane evoluzioni degli astri.
La
misura del movimento celeste era importante anche per verificare che
tutti gli astri tornassero a muoversi in modo ciclico come era sempre
stato. La ciclicità del loro movimento assicurava la stabilità del nuovo
universo creato dal Diluvio. Dopo secoli di accurate osservazioni i
sapienti appurarono che il movimento degli astri era tornato ciclico e
preciso, ad eccezione dell'impercettibile movimento precessionale. Gli
uomini furono rincuorati da questo nuovo stabile assetto del mondo, così
a poco a poco le misurazioni cessarono. Queste conoscenze vennero poi
inserite nei culti e nelle mitologie dei popoli che con il passare dei
secoli divennero incomprensibili ai più.
Per esempio nel nord Europa, forse non colpito dal Diluvio, nacque il
culto dell'adorazione degli alberi che fa capo al mito di Yggdrasill
(antenato del nostro "albero di Natale"), il frassino sempreverde che
sostiene la volta stellata ed è l'asse del mondo. Questo albero risulta
sempre minacciato da strani animali (costellazioni?) che cercano di
abbatterlo. Infatti gli antichi abitatori di quelle terre avevano
osservato il cambiamento della stella polare, l'asse del mondo si era
spostato a causa dei "giganti" (meteoriti?).

Solo dopo alcuni millenni (4 o 5), si
ricominceranno a costituire nuove nazioni con un ordinamento
amministrativo simile a quello della civiltà atlantidea. Nasceranno però
in luoghi diversi, luoghi che non conserveranno più nessuna traccia
della grande civiltà precedente. Di questa rimarranno solo più vaghi
racconti e registrazioni quasi incredibili nei luoghi di sapere, nelle
biblioteche dei re e nei templi.

Anche l'isola di Atlantide riemerse dopo
il Diluvio, ma probabilmente i suoi pochissimi superstiti e quelli che
erano fuggiti non poterono più ricostruire l'antica potenza marinara.
Chi era fuggito in altre terre non sarebbe più tornato all'isola a causa
dell'impraticabilità delle melmose e putride coste. Inoltre il profilo
costiero dell'isola era cambiato a causa del repentino innalzamento del
livello dei mari, nessun navigatore esperto avrebbe più riconosciuto
quell'isola.
Inoltre il Diluvio l'aveva completamente modificata: subito dopo il
disastro si presentava distrutta e sconvolta, monti e colline spianati,
pianure coperte di detriti, foreste e vegetazione quasi scomparsi. In
seguito, a causa dei cambiamenti climatici, la fauna e la flora che la
ripopolarono furono ben diversi da quelli conosciuti in epoca atlantidea.
L'umanità dovette reinventare, in questi
millenni, tutto quello che era già stato inventato nell'Età dell'Oro.
Alcune conoscenze comunque probabilmente si dovettero conservare: per
esempio quelle inerenti la metallurgia. Potrebbero essere state
conservate da alcune tribù che un tempo furono in contatto con la
precedente civiltà antidiluviana. I più antichi reperti metallici a noi
giunti sono quelli Sumeri del III millennio a.C., questi misteriosi
popoli furono gli inventori della civiltà o i conservatori di antiche
conoscenze pre diluviane?

Per uno strano scherzo della storia, l'isola di Atlantide venne
riscoperta e abitata da nuovi popoli. Furono forse i "Popoli del mare",
i dominatori del Mediterraneo del II millennio a.C., i nuovi padroni
della Sardegna?
È probabile che la Sardegna fosse, se non la terra d'origine di questi
misteriosi marinai-guerrieri che giunsero ad invadere e governare
l'Egitto, almeno uno dei loro possedimenti più importanti. I "Popoli del
mare" furono quindi probabilmente i costruttori delle torri nuragiche. I
Greci che non conoscevano bene i mari al di là del Canale di Sicilia li
chiamarono Tirreni (costruttori di torri). Poi tale nome probabilmente
fu esteso anche agli abitanti dell'Italia centrale.

È
la suggestiva ipotesi di L. Melis e C. De Tisi: i Shardana si possono
identificare come "Popoli del mare" poiché dai documenti egizi
risultavano provenire dalle isole al centro del Mediterraneo
occidentale. Il nome Shardana significa "principi di Dan", come gli
Atlantidei che ritenevano di discendere da Poseidone, adoravano il loro
eroe capostipite avente lo stesso nome, Shardana. Di questo eroe ci sono
giunte le raffigurazioni in bronzo che paiono tramandarci le sembianze
di un inquietante esploratore spaziale:

"Ha quattro occhi (che sembrano quasi occhiali da motociclista) come
Marduk, quattro braccia come Apollo a Sparta, la testa circolare sembra
contenuta in un casco ed è sormontata da due antenne (come gli dei
Mesopotamici) terminanti con due pomelli con tanto di avvitatura,
indossa una specie di tuta attillata che termina a girocollo in alto e
con due stivali in basso. Porta due scudi con al centro due punte dalle
quali partono raggi, e all'impugnatura degli scudi partono due strani
tubi che gli terminano dietro la nuca."

I produttori di cartoni animati nipponici
non avrebbero saputo far di meglio...
Anche i "Popoli del mare" come gli atlantidei di Platone lavoravano i
metalli. Per procurarsi lo stagno sembra giungessero o fino in
Cornovaglia (la Lyonesse degli Atlantidei), o in Zimbawe circumnavigando
l'Africa. Come potevano conoscere la posizione di queste miniere i
barbari "Popoli del mare"?
Io ritengo che si possano fare due ipotesi:
-
Erano eredi diretti di alcune tribù discendenti dagli Atlantidei
superstiti. Per tale motivo avevano conservato gelosamente le
tecnologie e conoscenze antiche; con le loro navi dopo millenni
giunsero nuovamente ai luoghi remoti delle miniere;
-
Vennero a conoscenza delle miniere dai Sumeri, che avevano colonie
in Sardegna e avevano conservato nei loro archivi le conoscenze
tecniche della civiltà prediluviana.
Le loro
navi, di cui si sono ritrovati modelli in bronzo, dovevano essere molto
strane anche per noi. Infatti erano molto allungate (raggiungevano anche
40 m) e presumibilmente veloci, ed inoltre munite di un albero provvisto
di anello
sormontato da due corna.
Purtroppo non si conosce l'uso di un simile attrezzo:

"Poteva servire all'inserimento di un albero trasversale che sosteneva
una vela che cadeva con due triangoli ai lati dello scafo, che la
rotazione dell'anello avrebbe spostato consentendo alla vela una manovra
spedita senza uso di remi né timone. Una seconda interpretazione più
azzardata ma affascinante, in base a incisioni su una stele Cartaginese,
vede nella mezzaluna un magnete e quindi nell'intera struttura
addirittura una bussola con un sestante..."

A proposito di tecnologie, furono gli Hyksos (popoli identificabili o
alleati con i "Popoli del mare") ad introdurre in Egitto il carro da
guerra, e quindi la ruota, quando occuparono il paese del Nilo nel 1770
a.C.
Quando l'Egitto riconquistò l'indipendenza, alcuni di questi guerrieri
rimasero come mercenari al servizio dei Faraoni.
Rimasero in Egitto probabilmente come Shardan fino alla fuga degli
Ebrei. Secondo Melis infatti i Dan formavano la dodicesima tribù di
Israele, che ebbe probabilmente incarichi prettamente militari di difesa
delle retrovie del popolo ebraico in fuga.
Ma la tribù di Dan scompare nel corso dei secoli, probabilmente perché
rimase fedele ai culti pagani e non si sottomise mai al culto del Dio
unico ebraico: una parte andò ad occupare il paese di Lais che poi si
chiamerà Dan; una parte tenterà di insediarsi in Palestina, ma poi andrà
ad occupare la terra di Lashem; un'altra parte arrivata a Sidone si
imbarcherà alla ricerca della loro terra d'origine, la Sardegna. Della
dodicesima tribù non rimarrà più traccia in seguito, e sparirà anche
dalla Bibbia.

Ma in questi secoli i Shardana e gli altri popoli del Mediterraneo
occidentale loro alleati spadroneggiano e si scontrano con i popoli del
Mediterraneo orientale:
-
La
civiltà Minoica di Creta venne definitivamente conclusa dalla loro
invasione nel 1.400 a.C., pochi anni dopo l'eruzione di Santorini;
-
I
Shardana, con altri popoli potrebbero essere i fondatori della
civiltà Micenea in Grecia, anche se appare strano che i Greci in
seguito non conoscessero con precisione le coste Sarde;
-
Intorno al 1200 a.C. si ha una grande controffensiva in oriente dei
Shardana e dei loro alleati. Ritornano a minacciare l'Egitto, si
scontreranno con gli Ittiti e i Micenei ponendo probabilmente fine
al loro regno. Il 1200 a.C. è anche la probabile data della sciagura
già citata a proposito di Barumini che vide la Sardegna devastata da
un potente maremoto. Tale disastro naturale pose probabilmente fine
alla potenza marinara dei Shardana.
I
Shardana, dopo questa data, vedranno tramontare lentamente la loro
egemonia, ma rimarranno padroni del Mediterraneo occidentale fin tanto
che conserveranno le conoscenze tecniche nella fusione del bronzo.
Quando gli Etruschi scopriranno le miniere di ferro, l'egemonia Shardana
verrà soppiantata dai nuovi protagonisti della storia che conosciamo:
Fenici, Etruschi, Greci, Latini, Celti...
Probabilmente la Sardegna può ancora dirci molto al riguardo dei
Shardana o "Popoli del mare" o costruttori di nuraghi, se come si
presume, molte testimonianze di quel lontano passato si trovano ancora
sepolte sotto i detriti alluvionali del disastro del 1.200 a.C. nella
piana del Campidano.

È interessante anche l'ipotesi di C. C. Bettini che può farci capire
quale potrebbe essere stata la base culturale dei "Popoli del mare"
sardi e quali i loro veri padri. Infatti la Sardegna conserva nella sua
toponomastica e nei suoi dialetti parole molto probabilmente derivate
dal sumerico. I Sumeri nel IV millenio a.C., ma forse anche prima,
furono la più grande potenza della regione mediterranea. Probabilmente
furono i veri eredi degli Atlantidei. Navigarono e tornarono a
riscoprire le loro terre d'origine molti secoli dopo il disastro
planetario del Diluvio.
Si
può presumere che avessero in Sardegna delle basi mercantili e
scambiassero con altri popoli provenienti da nord (costruttori di dolmen
e menir), e con gli indigeni locali, mercanzie di vario genere. I
Shardana potrebbero essere il prodotto di questo strano miscuglio
culturale avvenuto sull'isola sarda. Le capacità organizzative dei
Sumeri e quelle di innalzare megaliti dei popoli del nord, potrebbero
essersi fuse ed aver creato un nuovo popolo costruttore di torri, di
valenti navigatori e terribili guerrieri.

Ecco alcuni esempi significativi di fonemi dialettali sardi
riconducibili al sumerico (C. C. Bettini):

BURRUMBALA, in sardo , significa comportamento confusionario; deriva dal
sumerico
Bur+Bala = residuo di taglio, cosa di poco conto

KARRAXIU (sardo) = disordine
Karrasu (sumerico) = disordine

KUKKURU (sardo) = monte
Kur+Kuk+Ru (sumerico) = altura-monte

KOKKOI (sardo) = pane
KUKKU (sumerico) = pane

KORONGIU AKKA (sardo) = nome di uno spettacolare rilievo roccioso nelle
campagne di Villamassargia dove nidificano i gheppi
KURUNNU+AKU (sumerico) = la roccia del dio Luna

LAUNEDDA (sardo) = antichissimo strumento musicale a fiato
LABUN+ED (sumerico) la grande vescica si gonfia

UNA XEDD' 'E GENTI (sardo) = molte persone
KESDA (sumerico) = molte persone

SOLINAS (sardo) = è un cognome molto comune
SUL+I+NA (sumerico) = colui che appartiene al dio Sole

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