Le civiltà antiche
Le origini
Sin dagli albori della civiltà l’uomo ha
sentito l’esigenza di conoscere il mondo circostante e di capire i
processi che lo regolano. La conoscenza dei moti celesti del sole, della
luna, e dei pianeti ha subito destato interesse tra gli antichi popoli
da cui proviene il primo contributo a questa scienza. Maya e Inca,
Assiro-Babilonesi, Egiziani e Cinesi furono i primi grandi conoscitori
del cielo; ognuno di questi popoli nell’ambito della loro cultura
sviluppò un’astronomia per i tempi assai avanzata, non solo per gli
studi, ma anche per la costruzione di monumenti religiosi dedicati
all’indagine del cielo.
I Cinesi
L’antica astronomia cinese è famosa in
tutto il mondo soprattutto per la grande tradizione documentativa delle
osservazioni astronomiche sin dal 2000 a.C, si ha infatti la
registrazione di una eclissi di sole risalente al 1217 a.C. Questo
popolo osservò anche altri fenomeni come i passaggi di comete o
l’esplosione della supernova del Granchio del 1054; crearono anche un
calendario lunisolare composto da 360 giorni a cui venivano aggiunti 5
giorni epagomeni, anche se poi non riuscirono mai ad essere precisi come
altre civiltà antiche.
Maya, Inca, Aztechi
Anche nel centro america si svilupparono delle civiltà
che raggiunsero una cultura e un grado
di civiltà assai elevato. La loro astronomia seppur sviluppatissima non
poté purtroppo dare dei contributi alle altre civiltà, rimanendo
confinata in un lungo isolamento sino ai tempi della scoperta dell’america.
Anch’essi sono famosi per la costruzione di diversi templi e piramidi
dedicati agli dei del cielo, il loro culto difatti era assai legato a
Venere identificato con la divinità nota come “serpente piumato”.
Difatti proprio sui moti di questo pianeta si sviluppò un preciso
calendario astronomico scoprendo in particolar modo che ogni 8 anni il
pianeta compie 5 rivoluzioni sinodiche (di 584 giorni); la scoperta e la
precisione con la quale determinarono ogni singola rivoluzione del
pianeta è veramente sorprendente per i tempi. Inoltre riesce a
sorprendere anche il fatto che avessero creato dei precisissimi
almanacchi astronomici sempre sul ciclo di Venere con l’errore di un
giorno in 6.000 anni! Si sa inoltre che questi popoli riuscivano a
determinare i giorni in cui si poteva avere maggior probabilità di
eclissi, assai temuti dagli antichi. Prevedevano anche le stagioni, i
solstizi e gli equinozi, e i loro templi erano perfettamente allineati
con la levata del sole in determinati giorni dell’anno. Del loro
calendario si può dire solo che era formato da 18 mesi di 20 giorni con
5 giorni addizionali, l’anno risulta difatti di 365,242 giorni (il
valore reale è di 365,2422 giorni!) quindi molto preciso.
Gli Assiri e i Babilonesi
I
primi segnali di una civiltà assiro-babilonese ben sviluppata si hanno
sin dal 2500 a.C. questo popolo dimostrò subito di possedere degli
eccezionali astronomi dando dei contributi anche agli egizi e agli
indiani.
La necessità di perfezionare le conoscenze in questo campo non proveniva
solamente dalla
necessità di avere un buon calendario a cui riferirsi, ma soprattutto da
motivazioni astrologiche. In tal senso erano gli stessi sovrani che
richiedevano agli astronomi di corte delle previsioni astrologiche per
qualsiasi evento futuro. Fu quindi la necessità di dover prevedere la
posizione di luna e pianeti, di capire le eclissi di sole e luna
ritenuti eventi infausti, a far perfezionare le conoscenze e le ricerche
anche nell’impossibilità di stabilire veramente ove il cono d’ombra
potesse cadere; difatti si poteva prevedere la probabilità delle eclissi
ma senza troppa certezza. Essi pur non avendo a disposizione strumenti
di precisione, intuirono teoricamente il moto apparente dei pianeti
basandosi sulla posizione di alcune stelle di riferimento nel cielo. Gli
astronomi quindi scoprirono i periodi sinodici dei pianeti Mercurio,
Venere, Marte, Giove e Saturno con un semplice errore di alcuni giorni;
tuttavia la precisione era sufficiente ad ottenere delle previsioni
riportate poi su tavolette effemeridi dalle quali si poteva sapere
quando un pianeta era stazionario in cielo o in opposizione. Del moto
lunare compresero anche che dopo un certo tempo la luna ed il sole si
ritrovano in posizioni identiche rispetto ad un punto (punto gamma o
nodo); si accorsero in particolare che le fasi avevano dei tempi ben
definiti, intuendo quindi che sia il sole la terra e la luna si
ritrovano nella medesima posizione ad ottenere delle eclissi. Questa
scoperta si riferisce al ciclo di Saros ossia che dopo 223 lunazioni
quindi dopo 18,10 anni, la luna ricomincia il ciclo rispetto i nodi, e
le eclissi si ripetono uguali.
Essendo assai pratici anche nei calcoli
determinarono la durata del mese sinodico lunare con errori di 30
secondi d’arco in 5000 lunazioni! La loro abilità nello studio del cielo
li portò ad identificare la fascia dello zodiaco e l’eclittica da essi
chiamata “via del sole” in cui trovare i pianeti. Questa fascia
poi venne divisa in 360 parti, una per ogni giorno dell’anno; parte
anche da loro l’uso del sistema sessagesimale. Ebbero poi la giusta
intuizione nel raggruppare le stelle in costellazioni dando anche dei
nomi.

Furono i primi a dividere il giorno in 24
ore, anche se per loro il giorno cominciava la sera, mentre il mese
all’emergere della luna alle luci del tramonto subito dopo il novilunio.
Fissarono quindi un calendario di 12 mesi lunari di 29 e 30 giorni
alternati in maniera non regolare, ottenendo la corrispondenza con
l’anno tropico. Il primo giorno dell’anno invece cominciava con il
plenilunio di primavera. Naturalmente anch’essi ebbero bisogno
d’intercalare altri mesi aggiuntivi per far tornare i conti.
Gli Egiziani
Le conoscenze astronomiche degli egiziani,
a parte la loro fama nella costruzione delle piramidi e di altri
monumenti allineati
con le stelle, presenta come punto di forza il calendario. La loro vita
era fortemente legata a quella del fiume Nilo con le periodiche
alluvioni. Questi eventi avvenivano con una certa costanza in genere
ogni 11 o 13 lunazioni, ma ci si accorse anche che l’inizio delle
inondazioni avveniva quando s’alzava nel cielo la stella Sirio (Sopdet
per gli egizi) con un errore di 3-4 giorni al massimo. Con questo
riferimento sorsero diversi calendari, il primo era il calendario lunare
di 354 giorni con mesi di 29 o 30 giorni. Ma nel tempo si notarono
errori di calcolo, così ne fu introdotto un secondo definito calendario
civile di 365 giorni con 30 giorni ogni mese e 5 epagomeni ogni anno. Ma
anche questo calendario mostrava qualche differenza con la realtà. Così
fu introdotto un ultimo calendario ancora più preciso che possedeva un
ciclo di 25 anni in cui veniva aggiunto un mese intercalare nel 1°, 3°,
6°, 9°, 12°, 14°, 17°, 20°, e 23° anno di ogni ciclo. Questo calendario
così preciso fu anche usato da Tolomeo nel II sec. d.C. e preso di
riferimento sino ai tempi di Copernico. Da ricordare che i mesi di 30
giorni erano divisi in settimane da 10 giorni e in 3 stagioni di 4 mesi
detti: mesi dell’inondazione, mesi della germinazione, mesi del
raccolto.
I primordi dell'astronomia
occidentale: greci e romani
I Greci
Il primo uomo a cui si devono le prime
indagini conoscitive greche sul mondo e sull’astronomia è Talete di
Mileto (624-546 a.C.) in Turchia. Di lui si hanno solo testimonianze
indirette, si sa però che fu il fondatore della scuola di Mileto.
Individuò per primo la costellazione dell’Orsa Minore e stimò con buona
approssimazione che i diametri apparenti del Sole e della Luna sono
la 720a parte del circolo percorso dal sole. Gli è stato
attribuito anche la divisione dell’anno in quattro stagioni e 365
giorni; nonché la previsione di solstizi ed equinozi, e infine di un
eclisse di Sole.
Anassimandro (610-546 a.C.)
discepolo di Talete diede un grande contributo all’astronomia. Fonti
indirette dicono che fu l’inventore dello gnomone per rivelare
l’altezza del sole e della luna e quindi l’inclinazione dell’eclittica.
Egli riteneva il mondo un cilindro posto al centro dell’universo con i
corpi celesti che vi ruotano.

Anassimene (ca 566-528 a.C.)
discepolo di Anassimandro sosteneva che la terra fosse piatta così come
il sole e la luna, sorretti sull’acqua. Sosteneva anche la natura ignea
delle stelle e terrosa dei pianeti e che la Luna riceve luce dal Sole,
avrebbe inoltre spiegato il fenomeno delle eclissi.
Pitagora (ca 570-496 a.C.,
Samo - Metaponto). Fu il fondatore di una celebre scuola a Crotone, una
scuola che divenne ben presto a carattere settario con idee e dottrine
assai particolari. Ciò che sorprende però di queste idee è la loro
modernità: a parte i grandi contributi alla matematica e alla geometria
come il famoso teorema, vi sono anche dei contributi all’astronomia.
Intuì che Vespero e Lucifero fossero lo stesso corpo, ossia il
pianeta Venere. Ma un contributo maggiore lo diede Filolao della
stessa scuola, il quale sosteneva un modello di sistema solare non
geocentrico. Al centro dell’universo vi era un grande fuoco ove vi
ruotano la Terra, l’Antiterra, la Luna, il Sole, Mercurio, Venere,
Marte, Giove e Saturno. L’esistenza dell’antiterra fu introdotta
probabilmente per giustificare l’invisibilità del fuoco centrale che
veniva occultato da quest’ultima, nonché dalla necessità di arrivare ad
un numero totale di dieci corpi.

Platone (Atene 427-347 a.C.)
il grande filosofo, divenne ben presto allievo di Socrate e lo seguì
sino alla morte. Compì anche diversi viaggi in Egitto, poi a Taranto ove
entrò in contatto con i pitagorici, a Siracusa e infine tornò ad Atene
ove fondò una scuola nota come Accademia che rimase fiorente per
millenni. Di lui si sa che la sua visione dell’universo era inizialmente
eliocentrica poi ritrattata in tarda età per il geocentrismo. Tuttavia
intuì la sfericità della terra e il fatto che la luna ricevesse
luce dal sole.
Un’importante passo in avanti per
l’astronomia avvenne con Eudosso di Cnido (ca 406-355 a.C.) di
origini umili, poté studiare ad Atene grazie all’aiuto finanziario dei
suoi
concittadini. Seguì l’insegnamento di Platone e dei sofisti, poi fece un
viaggio in Egitto ove studiò astronomia portando poi in Grecia una più
esatta conoscenza dell’anno Tropico di 365 giorni e ¼. Ma la sua fama è
legata alle sfere omocentriche, in cui partendo dall’idea che i
moti dei corpi celesti siano circolari uniformi, volle dare una
spiegazione reale ai movimenti retrogradi e agli stazionamenti dei
pianeti. Per le stelle fisse fu facile attribuire una sfera immobile,
mentre per i pianeti e per la luna il moto complicato venne spiegato con
una prima sfera che induceva un moto diurno, un’altra omocentrica per il
moto mensile ed infine una terza ed una quarta ma con diverso asse per
il moto retrogrado. Tenendo conto che anche il Sole ne possedeva tre, si
giunge ad un sistema di ben 27 sfere. In tal modo seppur
ignorando le variazioni di luminosità dei pianeti si provava a dare una
prima spiegazione ai moti planetari.
Aristotele (384-323 a.C.) è
da considerare il più grande studioso dell’antichità. Nacque a Stagira
nella Macedonia, a 17 anni si recò ad Atene per studiare nell’accademia
di Platone restandoci sino alla morte dello stesso. Poi si recò alla
corte di Filippo II di Macedonia come precettore del figlio Alessandro
che sarebbe divenuto il famoso Alessandro Magno. Alla
morte del re e salito al trono il figlio, Aristotele tornò ad Atene per
fondare la scuola Peripatetica. Qui vi organizzò uno zoo e una
biblioteca che fu anche il primo nucleo di quella più famosa di
Alessandria. Il campo delle sue conoscenze e degli studi fu vasto ed
abbracciando molti aspetti del sapere: astronomia, fisica, meteorologia,
psicologia e biologia. Ma il campo che a noi interessa è appunto il
primo. Il suo fu un contributo alla scienza che indirettamente bloccò
per 2000 anni l’evoluzione del pensiero essendo le sue idee acquisite
acriticamente dalla chiesa che ne fece un dogma assoluto e difficile da
scardinare. Egli attribuì una realtà fisica alle sfere di Eudosso delle
quali avendo anche molti elementi che dimostravano l’insufficienza delle
27 sfere, ne aggiunse altre per sopperire alle evidenze osservative.
Egli arrivò quindi a immaginare un complicato sistema di 55 sfere
animate da un motore immobile il quale dava moto a tutte le sfere, in
cui l’effetto d’attrito contribuiva a creare un moto differente per ogni
sfera. Ovviamente il suo era un sistema geocentrico in cui le distanze
tra corpi celesti erano più fittizie che reali. Tuttavia Aristotele
diede anche un contributo positivo quale quello della sfericità dei
corpi suggerita da deduzioni corrette. Le fasi della luna infatti
venivano spiegate con l’esistenza di un corpo sferico. Ma anche la terra
doveva essere sferica poiché proiettava ombre circolari nelle eclissi di
luna, ed inoltre al variare della latitudine si notava una differente
altezza delle stelle.
Nell’uniformità di vedute che si avrà con
le teorie aristoteliche vi fu uno scienziato definito il
“Copernico dell’antichità” in controtendenza, Aristarco di
Samo (310-230 a.C.) egli portò avanti la concezione dell’universo di
Eraclide Pontico che ammetteva la rotazione di Mercurio, Venere e Marte
attorno al sole, anche se poi la terra era sempre al centro
dell’universo e il sole e gli altri pianeti vi ruotassero attorno.
Aristarco perfezionò ancor più la teoria spostando il sole al centro
dell’universo; il moto dei corpi quindi diveniva più semplice da
spiegare anche se non ancora perfetto data la mancata applicazione delle
orbite ellittiche. Inoltre considerò il moto rotatorio della terra su di
un asse inclinato che spiegava le stagioni. Ma i dissensi erano
enormi soprattutto nel non notare la variazione di parallasse delle
stelle che Aristarco considerava irrilevabile data la loro distanza. Ed
inoltre la rotazione della terra sarebbe dovuta essere assai rapida
tanto da riscontrarsi lanciando semplicemente un sasso e facendolo
ricadere. Egli inoltre applicò un sistema per misurare la distanza
terra-sole. In un giorno in cui si ebbe nel cielo la luna al primo
quarto assieme al Sole e considerando l’angolo S-L-T di 90° misurò
quello della terra con la luna ed il sole, trovando un valore di 87°.
Con gli angoli ottenuti ottenne che la distanza Terra-Sole era 19 volte
maggiore di quella tra la Terra e la Luna; il valore reale è di 400
volte, ma l’importanza di tale misura non consiste nella precisione
riscontrata, quanto nell’intuizione del metodo usato.

L’antichità ricorda
anche lo scienziato che per primo misurò la lunghezza del meridiano
terrestre, Eratostene da Cirene, Egitto (ca 276-195 a.C.). Fu un
matematico e un geografo stimato da Archimede col quale ebbe
corrispondenza e amicizia. Divenne capo delle istituzioni alessandrine
per ben 35 anni, nel periodo di massimo splendore della scuola di
Alessandria. Migliorò notevolmente le carte geografiche che
risalivano ad Anassimandro e fu il primo a dividere la terra in
meridiani e paralleli, dando anche al globo le 5 zone climatiche che
oggi conosciamo: 2 polari, 2 temperate e una equatoriale. Ebbe
un’educazione cosiddetta “internazionale” perché studiò dapprima a
Cirene poi ad Alessandria e infine ad Atene. Per misurare quindi la
lunghezza del meridiano terrestre ebbe come riferimento 2 città,
Alessandria e Siene, l’odierna Assuan. Partendo dall’ipotesi
che esse si trovassero sullo stesso meridiano (seppur nella realtà sono
separate da 3° di longitudine, ma la distanza rende irrilevante gli
errori), misurò la distanza tra le città e pose i raggi solari
concettualmente paralleli tra loro. Il giorno del solstizio d’estate
a Siene il sole è allo zenit, quindi ponendo 2 gnomoni con uno scafo che
determina l’angolo dell’ombra, riscontrò ad Alessandria un angolo
a.
Questo angolo corrispondeva all’angolo posto ipoteticamente al centro
della terra tra le rette che congiungono le due città. Il suo valore era
di 1/50 di giro (ancora i gradi sessagesimali non erano stati
ufficialmente introdotti) che equivaleva a 250.000 stadi, quindi 39.400
Km contro i 40.000 reali. Ma egli non contento volle fare altre misure.
Attese il solstizio d’inverno e misurò con gli gnomoni l’angolo
dell’ombra fra le due città, la misura fu assai simile. Le fonti poi
parlano di una terza misura tra Siene e Meroe a N-E di Khartoum
all’equinozio, ottenendo un’altra misurazione. Il risultato fu
veramente eccezionale vista la precisione della misura. Si dice anche
che egli abbia riportato la misura della distanza terra-sole e
terra-luna, forse utilizzando il metodo di Aristarco.
Nel cercare di migliorare ulteriormente il
modello di universo di Aristotele, che ormai presentava delle evidenti
lacune, ci fu un grande matematico greco Apollonio di Perge in
Turchia (ca 260-200 a.C.) che introdusse per primo gli epicicli e
i deferenti. Egli studiò ad Alessandria ove scrisse dei libri di
matematica e geometria con dei trattati sulle curve (ellisse,
parabola, iperbole) che avrebbero costituito un riferimento per molti
matematici sino al 1800.
Apollonio in astronomia disse
che i pianeti ruotano sì attorno alla terra su di un cerchio e ad una
velocità costante chiamata deferente, ma gli stessi ruotano attorno ad
un cerchio immateriale detto epiciclo. Inoltre per spiegare le
differenze osservative introdusse il modello eccentrico, ossia
con la terra non perfettamente al centro del deferente. In tal modo la
rotazione dei pianeti avveniva secondo un modello matematico molto
vicino alla realtà con moti retrogradi e persino variazioni di
luminosità del pianeta. Per spiegare poi le elongazioni di Venere e
Mercurio Apollonio pose il centro dell’epiciclo sempre allineato
col Sole e la Terra con un giro di un anno e quindi con oscillazioni
massime e minime. Per i pianeti esterni invece il moto è uguale alla
loro rivoluzione siderale.


L'ultimo grande astronomo osservativo d'età ellenistica
fu Ipparco di Nicea (ca 190-125 a.C.) in Turchia. Visse ad
Alessandria per poi spostarsi a Rodi ove aprì un osservatorio.
Utilizzando vecchie osservazioni e cataloghi stellari
primordiali, Ipparco ne creò uno nuovo con 850 stelle
assegnandovi anche le coordinate ellittiche. Nel compilare il catalogo
osservò nel 134 a.C. una stella nova nello scorpione che
contraddiceva l'immutabilità del cielo. Classificò le stelle in una
scala di sei grandezze che oggi conosciamo come magnitudini stellari.
Tramite questi elementi Ipparco poté notare che tra le sue osservazioni
e quelle del passato v'era una certa differenza. Questo fenomeno
implicava lo spostamento del centro di rotazione del cielo che
costituisce la precessione degli equinozi. Il suo studio fu così
accurato che poté calcolare i valori di spostamento supposti in 45”
d’arco all’anno (oggi accettato di 50”). Il periodo totale di rotazione
era di 26.000 anni. Furono sempre i suoi studi a introdurre grandi
contributi alla matematica con le corde, gli archi e le funzioni di
seno e coseno trigonometriche, infine divise il cerchio in 360° usando
definitivamente il sistema sessagesimale. Stabilì con buona
precisione la differenza tra anno tropico e sidereo calcolandone
anche i tempi. Misurò anch'egli con il metodo di Aristarco ed Eratostene
la distanza terra-luna e terra-sole. Introdusse poi degli
strumenti utilissimi quali l'astrolabio e la diottra con
la quale misurò le variazioni apportate dal disco solare e lunare. Fu
infine un valente cartografo.
I Romani
In mezzo a tanta cultura ellenistica, i
Romani non ebbero molto spazio nel portare avanti le scienze
astronomiche. Si può però ricordare il contributo alla creazione del
moderno calendario da parte di Giulio Cesare (ca 100-44 a.C.) che
su suggerimento di Sosigene riformò il calendario inserendo gli
anni bisestili che vennero applicati in tutto l'impero. Si ricorda anche
Plutarco (ca 46-127 d.C.) valente biografo e filosofo latino, il
quale oltre a descrivere le vicende del suo tempo intuì che la rotazione
lunare impedisce la caduta sulla terra e che quindi anche gli astri sono
corpi in reciproca attrazione. Inoltre disse già da allora che la
superficie lunare é di natura uguale a quella terrestre nonché composta
di monti e valli luminose per effetto della riflessione della luce
solare.
Tolomeo e i precopernicani
L’ultimo grande astronomo
dell’antichità
Claudio Tolomeo (ca 100-168 d.C.) fu l’astronomo che per primo dette un
summa completo all’astronomia dell’epoca. Visse
per tutta la vita ad Alessandria e fu spesso confuso con i re della
dinastia dei Tolomei. La sua enorme fama proviene dal libro Almagesto
che deriva il suo nome dalla parola “la grandissima” in greco “meghiste”
e in arabo “al maghiste”. I libri dell’Almagesto contengono la
somma di tutto il sapere del passato, ed essi sono talmente completi da
divenire in breve tempo un riferimento per i secoli futuri. In esso
Tolomeo riprese e riadattò le vecchie teorie astronomiche alle nuove
scoperte; stabilì il sistema geostazionario come punto irremovibile
delle sue idee dal quale giustificò il moto dei pianeti con le teorie di
Apollonio ed Ipparco, usando epicicli e deferenti. E nel
cercare di creare un modello quanto più preciso possibile, che
soprattutto non differisse dalle osservazioni,
introdusse il concetto di equante:
ossia che la terra si trovi leggermente discostata dal centro del
cerchio deferente e che il deferente stesso sia a sua volta leggermente
eccentrico ma con un moto costante. Con questo “stratagemma” Tolomeo
riuscì a non discostarsi troppo dai principi aristotelici di circolarità
delle orbite e di costanza del moto. Difatti l’eccentricità produce un
moto che dalla terra appare non costante ma che poi in effetti é
continuo. Fu con questo sistema che si riuscì a giustificare tutti i
moti dei pianeti, anche quelli retrogradi.

Anch’egli accettò la precessione degli equinozi dando però un
valore stranamente peggiorato nella stima data la possibilità di
effettuare misure ancor più precise del passato. Scoprì poi
l’evezione lunare e determinò la distanza della luna col metodo
della parallasse diurna. Creò un catalogo stellare con 1028
stelle usando le carte di Ipparco ove divise anche il cielo in
costellazioni, tra le quali le 12 dello zodiaco, nonché usò il metodo
delle magnitudini stellari. Fu poi un evoluto cartografo rinomato
per tutto il medioevo. Alcune delle sue mappe le usò persino Colombo nel
suo viaggio verso le americhe. Tuttavia pur dividendo giustamente il
mondo in meridiani e paralleli fece degli errori nell’adottare la misura
del meridiano di Posidonio e non quella di Eratostene ben più precisa;
da ciò le sue mappe risultano falsamente allungate. Affrontò infine i
problemi della rifrazione e dell'ottica. Nel Tetrabiblos, un
libro assai famoso perché considerato la “bibbia” dell'astrologia,
innalza la stessa come scienza esatta.
Gli ultimi contributi prima di
Copernico
Subito dopo i grandi apporti di Tolomeo la
scienza rimase pressoché ferma per poi esplodere successiv
amente
con Copernico. Si riscontrano solo piccole figure che contribuirono
all’astronomia con osservazioni e deduzioni utili a scardinare
ulteriormente il comune pensiero sul geocentrismo. Inoltre non bisogna
dimenticare il contributo della cultura araba dalla quale
derivano molti termini noti: zenit, nadir, almanacco e i nomi di stelle
come: Aldebaran, Altair, Vega, Rigel ecc. Tra gli arabi si ricorda Al
Battani noto come Albategnus (858-929) il più grande astronomo
arabo il quale rese ancor più precise le misure dell’obliquità
dell’eclittica e della precessione degli equinozi. Arzachel (ca
1029-1087) ideò e costruì diversi strumenti. L’inglese Bacone
(1214-1292) invece si accorse per primo degli errori del calendario
giuliano e segnalò i punti di vulnerabilità del sistema
Tolemaico; diede anche un grande apporto all’ottica comprendendo i
fenomeni di riflessione e rifrazione. Mentre l’italiano Toscanelli
(1397-1482) fu un osservatore di comete, osservò cinque comete
importanti tra cui quella che sarebbe divenuta la cometa di Halley.
Infine anche Leonardo da Vinci (1452-1519) tra le tante attività
di cui si interessò guardò con interesse verso l’astronomia e constatò
che in uno specchio sferico era possibile osservare la luna ingrandita.
Disegnò le “macchie lunari” definendole mari e interpretò correttamente
il fenomeno della luce cinerea.

Il copernicanesimo
Il tramonto del geocentrismo
Si può ben affermare che la storia dell’astronomia
moderna comincia con la nascita di Nicolò Copern
ico
(1473-1543) a Thorn in Polonia. La sua figura fece fare alla scienza il
primo passo verso la modernizzazione del pensiero, il quale a poco a
poco come vedremo, si libererà delle credenze medioevali per assumere la
moderna visione dell’universo. Copernico compì studi classici, di
matematica ed astronomia all’Università di Cracovia, mentre dal
1496 al 1500 frequentò l’Università di Bologna, nel 1501 seguì i
corsi di medicina a Padova e nel 1503 conseguì la laurea in
diritto canonico a Ferrara. Malgrado le sue molteplici attività,
Copernico trovò sempre il tempo per coltivare gli studi astronomici. Sin
dal 1497 si era dedicato a misure di parallasse lunare. Mentre
dal 1505-6 aveva iniziato a concepire nelle linee essenziali il suo
sistema
eliocentrico.
Nella nuova idea copernicana la Terra orbitava intorno al sole come gli
altri pianeti, con orbite circolari. L’idea rendeva il sistema semplice
e di facile applicazione, soprattutto per spiegare il moto dei pianeti e
le elongazioni massime di Mercurio e Venere. Questa idea di per sé
ripresa da Aristarco poneva in quel secolo non pochi stravolgimenti
filosofici all’uomo del tempo; infatti la Terra sarebbe risultata
decentrata rispetto al centro dell’universo, ed era questo il principale
ostacolo all’introduzione del suo modello, porre l’uomo in una posizione
secondaria rispetto gli intenti del Creatore. Il problema principale
sarebbe venuto dall’accettazione della Chiesa di tali teorie. Ma
Copernico aveva buoni rapporti persino col Papa e il giorno della sua
morte riuscì a vedere stampato il famoso libro
De revolutionibus orbitum coelestum
che descriveva tutti i vantaggi e le semplificazioni del modello
eliocentrico. L’uscita del libro però non fece troppo scandalo come
avverrà per le pubblicazioni di Galileo, sia perché l’opera aveva un
carattere matematico e quindi di difficile comprensione e sia per la
gradita dedica dell’autore a Papa Paolo III. La chiesa accettò il
contenuto del libro solamente come una delle tante ipotesi del tempo.
Tre anni dopo la morte di Copernico nacque
da una nobile famiglia danese Tycho Brahe (1546-1601). Dopo
essere stato
educato privatamente, aver frequentato l’università e alcuni centri
culturali, ottenne all’età di 30 anni dal re di Danimarca la concessione
dell’isolotto di Hveen, ove avrebbe costruito un osservatorio. Esso era
dotato di strumenti astronomici, biblioteca, sala riunioni e molta
attrezzatura. Ma alla morte del re il figlio non assicurò più le
sovvenzioni iniziali, così Tycho si trasferì a Praga. Egli è considerato
tra i più grandi osservatori del passato, nel 1572 infatti osservò una
stella luminosa quanto Venere nella costellazione di Cassiopea; era una
nova (termine coniato da Tycho Brahe e poi ufficialmente
introdotto). A seguito di questo fenomeno che seguì con molta costanza
per 18 mesi sino a che la stella non scomparve del tutto, il cielo che
era detto delle “stelle fisse” perché considerato immutabile, aveva
subito uno strano fenomeno. Che cosa aveva osservato allora Brahe? Egli
cercò di spiegare il fenomeno pensando ad un’origine sublunare e quindi
molto vicino alla terra, ma in questo caso avrebbe dovuto notare uno
spostamento di parallasse, cosa che non riscontrò; quindi pensò ad un
corpo oltre la “sfera” della luna. Inoltre a seguito del passaggio di
due comete nel 1577 e nel 1583 dedusse che questi corpi tanto variabili
si dovessero trovare oltre l’orbita lunare. Cominciava quindi a cadere
l’idea delle sfere associate al sole, alla luna e ai pianeti, come
pensava Copernico. Brahe tra l’altro non credeva totalmente al
copernicanesimo, infatti era convinto che i pianeti ruotassero attorno
al sole e che a sua volta tutti orbitassero attorno alla Terra immobile.
Ma la fama di Brahe non è legata solo a
queste considerazioni, ma soprattutto alle sue osservazioni con
strumenti da lui stesso realizzati per l’osservazione e la stima di
posizione degli astri. Con la sua costanza produsse una notevole
quantità di osservazioni e misure utili successivamente al suo allievo
Keplero per la scoperta delle leggi sul moto dei pianeti. Inoltre Brahe
determinò con molta precisione la lunghezza dell’anno terrestre,
notando gli errori del passato, tanto che da quel momento si rese
inevitabile la riforma del calendario. Riuscì a stabilire con una
precisione mai raggiunta in passato: l’obliquità dell’eclittica e
l’eccentricità dell’orbita terrestre, l’inclinazione del piano
dell’orbita lunare, l’esatta misura della sua retrogradazione dei
nodi, mostrando anche la non costanza del moto. Infine compilò il
primo catalogo moderno di posizioni stellari con oltre 1000
stelle.
Joannes Kepler
(1571-1630) era nato a Weil der Stadt in Germania.
Studiò filosofia matematica e astronomia a
ll’Università
di Tubinga. Nel 1596 a 25 anni pubblica il Mysterium
cosmographicum, in cui dà per scontato il sistema copernicano, ed
inoltre inserisce alcune spiegazioni non sempre frutto del rigore
scientifico; egli infatti sosteneva che tra i diametri delle orbite dei
pianeti vi fossero iscritti dei poligoni regolari. In molti dei suoi
contenuti si notano idee pitagoriche e fantasiose. Ciò che invece
stupisce è l’intuizione della gravità dei corpi, egli infatti molto
prima di Newton sosteneva che esiste una forza emanata dal sole, la
quale è inversamente proporzionale alla distanza. Nel 1597, dopo il
matrimonio, si rifugia in Ungheria per persecuzioni contro i
protestanti, e nel 1600 va a Praga a lavorare come assistente di
Brahe, due anni
dopo viene nominato suo successore. Anch’egli osservò come Galileo la
supernova in Ofiuco nel 1604, ed essendovi in contatto epistolare
commentò anche le sue impressioni sino alla scomparsa. Keplero non fu un
grande osservatore, sia per la sua vista difettosa che per la salute non
sempre buona. Tuttavia al posto delle osservazioni dirette poté servirsi
dei dati di Brahe, trasferiti a lui dopo la morte del grande astronomo,
dei quali come sappiamo erano tra le osservazioni più precise
dell’epoca. Nel 1609 pubblicò l’opera principale Astronomia Nova
in cui pubblicherà le prime due famose leggi.
La scoperta delle leggi avvenne tramite lo
studio dell’orbita di Marte che dalle osservazioni presentava delle
incongruenze. Provando e riprovando Keplero si accorse che per limitare
gli errori di calcolo, l’unico modello che potesse spiegare il moto
fosse quello ellittico con il sole in uno dei fuochi. Con tale deduzione
aveva introdotto non solo le basi alla meccanica celeste, ma anche la
constatazione che il moto dei pianeti durante l’orbita varia di
velocità. Nel 1619 pubblicherà la 3a legge nel libro
Harmonices mundi. Le tre leggi furono una vera e propria
rivoluzione, con esse infatti si tendeva ad abbattere l’ultima barriera
ideologica che permaneva come idea medioevale: il fatto che le orbite
dei pianeti fossero circolari. Keplero ci dà anche un resoconto delle
osservazioni relative alla cometa apparsa nel 1607 che diverrà la
cometa di Halley, e di altre tre comete apparse nel 1618. Egli
condivideva con Brahe la convinzione che le comete fossero di origine
celeste e che si muovessero in orbite rettilinee e che quindi una volta
passate vicino alla terra non ricomparissero più; inoltre confermò le
idee di Fracastoro e Apianus che le code delle comete si dispongono
sempre in direzione opposta al sole, e che pertanto esse nascessero
dalla penetrazione dei raggi solari. Purtroppo in mezzo a tante
concezioni corrette vi era ancora la propensione a pensare che le comete
potessero influenzare il destino degli uomini.
Nelle altre trattazioni scritte, commentò
le scoperte di Galileo; descrisse alcune eclissi di luna e sole, con i
calcoli per poterli prevedere. L’ultimo suo lavoro furono le Tabulae
rudolphinae in onore del suo mecenate; esse erano uno strumento
indispensabile per il calcolo preciso delle posizioni dei pianeti. Morì
nel 1630. Quattro anni dopo il figlio pubblicò postumo il Somniorun,
definito come il primo esempio di romanzo di fantascienza. Il libro
contiene una descrizione fantastica dei fenomeni celesti, l’alternarsi
del dì e della notte, le stagioni, il moto degli astri. Nella
trattazione immaginò di fare un viaggio verso la luna notando le
differenze esistenti nel moto dei pianeti, visti da un altro punto di
vista. L’opera è un efficace strumento di divulgazione delle teorie
copernicane.
Nel 1564 nacque a Pisa Galileo Galilei
(1564-1642), il famoso astronomo e fisico italiano, cominciò gli
studi con corsi di
medicina
e più avanti di matematica. Molto presto a 25 anni cominciò a insegnare
nella sua città, cominciando tra l’altro i primi lavori sulla caduta
dei gravi. Tale legge era soggetta alle teorie aristoteliche secondo
la quale la caduta dei corpi era proporzionale alle sue dimensioni.
Galileo a tal proposito fece alcuni esperimenti gettando dei corpi dalla
torre di Pisa e utilizzando i piani inclinati nel suo laboratorio;
usando tra l’altro un orologio ad acqua di sua invenzione, comprese che
tutti i corpi sono soggetti alla medesima forza di gravità
indipendentemente dalla dimensione o dal peso e che quindi la differente
caduta dipende solo dall’attrito dell’aria. Provò inoltre che nella
caduta degli oggetti gli spazi percorsi dai corpi sono proporzionali ai
quadrati dei tempi. Nel 1592 cambiò città andando a insegnare matematica
all’università di Padova. Nel 1604 apparve una nova in Ofiuco,
il fenomeno, nuovo di per sé era stato osservato anche da Brahe in
Cassiopea qualche anno addietro e lo stesso Galileo che aveva già
osservato il precedente fenomeno da piccolo, fu molto incuriosito
dall’evento, così si mise ad osservare contemporaneamente a Keplero. Nel
1609 mentre si trovava a Venezia seppe dell’invenzione del
telescopio. Dopo essersi documentato se ne costruì uno tutto suo e
lo puntò in cielo. Già dalle prime notti, le sue osservazioni rivelarono
un universo mai visto prima, la luna aveva una superficie
scabrosa, Giove era circondato da quattro satelliti che gli
ruotavano intorno, inoltre la Via Lattea era risolta in milioni di
stelle. Le sue osservazioni furono annotate giornalmente nel Sidereus
Nuncius. Continuando successivamente, vide un aspetto strano di
Saturno e le fasi di Venere. Queste scoperte eclatanti
cambiarono molte cose, difatti egli fu accolto alla corte di Cosimo II a
Firenze come matematico di corte, inoltre la pubblicazione del Sidereus
Nuncius fece molto successo vendendo subito molte copie. Ciò che stupì i
dotti di tutta Europa furono appunto le scoperte dell’italiano, scoperte
che cercavano di avvalorare le idee copernicane mettendosi nel contempo
in contrasto con le convinzioni aristoteliche del tempo. Questa serie di
innovazioni e la rapidità con la quale si cercava un cambiamento delle
coscienze, allertò i dirigenti della Sacra Inquisizione che cominciò
investigazioni sulle idee dello scienziato pisano. Nel 1632 dopo aver
pubblicato il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, le
idee di Galileo furono considerate eretiche, quindi fu chiamato ad
abiurare. La commissione che giudicò Galileo era tra l’altro la stessa
che mandò al rogo Giordano Bruno nel 1600, il quale asseriva che
l’universo è infinito.

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