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Il seicento
Nascita del sistema solare: la teoria
dei vortici
Mentre il sistema copernicano diveniva
sempre più convincente, grazie anche alle numerose scoperte che ne
davano consistenza, René du Perron Descartes detto Cartesio
(1596-1650) noto come filosofo e matematico, supponeva una prima teoria
che spiegherebbe l’origine del sistema solare. Egli sosteneva che lo
spazio era pieno di sostanze rarefatte messe in moto da Dio le quali si
muovano in innumerevoli vortici; in ogni vortice vi sarebbero due tipi
di agglomerati: un tipo che si concentrerebbe per formare una stella
centrale e altri vortici che creerebbero i pianeti. Uno dei tanti
vortici dovrebbe aver formato il sistema dei satelliti gioviani. Il
filosofo del Cogito ergo sum propose anche le leggi del
moto, un’introduzione alle vere leggi che saranno supportate dalla
matematica di Newton. In quello stesso periodo Pierre Gassendi
(1592-1655) filosofo, astronomo, matematico e fisico francese, criticò
Cartesio soprattutto per il carattere soggettivo delle sue tesi. Nel
campo degli studi fece numerose osservazioni sui satelliti di Giove,
approfondì lo studio di Mercurio e si occupò come Galileo delle leggi
dell’urto e della caduta dei gravi.
Un altro astronomo dell’epoca da citare è
Giovanni Battista Riccioli (1598-1671), il quale pubblicò una
mappa lunare contenente i nomi dei crateri e delle conformazioni lunari
tuttora valide. Il suo lavoro fu in realtà una continuazione e un
perfezionamento di quello iniziato da Hevelius.
L’astronomia diventa matematica: Newton
Nel 1642 nacque a Wollsthorpe in Inghilterra Isaac Newton
(1642-1727) con alcuni problemi di salute, i quali non gli
impedirono
però di studiare al Trinity College di Cambridge. Già da quegli
anni si occupò di studi matematici, di osservazioni astronomiche,
fisiche e chimiche. Nel biennio 1667-68 con altri tre accademici
presentò le sue ricerche di matematica al maestro Isaac Barrow, il quale
nel 1669 impressionato dall’abilità del giovane discepolo rinunciò alla
cattedra in suo favore, e Newton mantenne la cattedra per ben
trent’anni. Nel 1672 venne eletto membro della Royal Society di
Londra (quando il presidente era Halley) dove presentò la sua teoria
sulla luce e i colori, in cui ne affermava la natura corpuscolare. Nel
1686 pubblica la sua famosa opera Phylosophiae naturalis principia
mathematica, che contiene anche le tre
leggi fondamentali della
meccanica:
il principio di azione e reazione, la persistenza di quiete o di moto di
un corpo ed infine la proporzionalità della forza impressa ad un corpo
la quale determina anche il moto. I Principia di Newton furono una
pubblicazione d’importanza epocale, per la quale Newton afferma la
legge di gravitazione universale. A lui si deve il calcolo
infinitesimale, le funzioni di una variabile, la costruzione di tangenti
su curve piane. Studiò anche la forma della terra, l’effetto
delle perturbazioni dovute all’azione gravitazionale del sole e quindi
il fenomeno delle maree dalla quale risalì anche alla valutazione
della massa della Luna, interpretò la precessione degli equinozi
partendo dalla forma irregolare della terra. Valutò lo schiacciamento
polare conoscendo la velocità di rotazione e le dimensioni del pianeta.
Condusse diversi studi di ottica che lo portarono a costruire il primo
telescopio riflettore, detto appunto newtoniano. Nel corso della sua
vita divenne anche ispettore della Zecca dello Stato,
presidente della Royal Society e baronetto della regina.
I telescopi migliorano: le nuove
scoperte
Christian
Huygens (1629-1695) fu un altro dei grandi
astronomi del ‘600. Fisico, matematico, ottico e astronomo olandese. Si
dedicò a molti studi di fisica e meccanica, fu il primo a notare la
variazione di forza centrifuga tra poli ed equatore, e il primo
ad ipotizzare una teoria ondulatoria della luce secondo piccole
esperienze, entrando così in polemica con Newton il quale sosteneva la
teoria corpuscolare. Si interessò alla teoria dei vortici di Cartesio,
cercando di perfezionarla. Huygens si occupò anche di ottica,
migliorando notevolmente gli strumenti astronomici e proprio per queste
migliorie fu il primo a scoprire gli anelli di Saturno e la sua
luna più grande Titano (1665). Inoltre osservò le zone chiare e
scure di Marte, ne determinò anch’egli il periodo di rotazione,
osservò macchie chiare su Giove.
Giovanni Domenico Cassini (1625-1712) fu un grande astronomo
italiano poi naturalizzato francese. A soli 19 anni venne
chiamato
come assistente presso un osservatorio privato vicino Bologna e a 25
anni divenne professore all’università. Nel 1669 venne chiamato a Parigi
da Luigi XIV per divenire direttore dell’Osservatorio di Parigi e
membro dell’accademia delle scienze. La presenza di nuove
tecniche di costruzione dei telescopi gli avrebbe permesso di usare
strumenti molto più precisi rispetto al passato, difatti nel 1665 sul
disco di Saturno scoprì la divisione di Cassini e poi alcuni
satelliti: Giapeto (1671), Rea (1672), Dione e
Teti (1684). Osservò al telescopio Marte e Giove (il primo disegno
di Marte che si conosca risale al 1636 ad opera di Francesco Fontana a
Napoli), determinandone il periodo di rotazione con dei tempi molto
precisi. Sulla superficie marziana poi osservò il ciclo stagionale delle
calotte polari. Su Giove creò degli effemeridi per
prevedere il moto dei satelliti Medicei. Determinò l’unità astronomica
con un errore del 10% e osservò anche la luce zodiacale. Tuttavia
teoricamente Cassini non fu mai aperto alle nuove idee; non accettò il
modello copernicano, non ammise che la luce ha una velocità finita come
dimostrò Römer, e non accettò tra l’altro la teoria sulla gravitazione
universale.
Ole Christensen Römer
(1644-1710) astronomo danese, collaborò con Cassini all’introduzione del
micrometro filare, nonché ebbe la prima idea di montatura
equatoriale. Ma il suo nome è indubbiamente legato alla prima vera
misurazione della velocità della luce; utilizzando degli
effemeridi di Giove notò come persistesse nel calcolo teorico un certo
tempo tra il fenomeno calcolato (eclissi o transito del satellite) e la
realtà. Da ciò dedusse che data la notevole distanza tra la Terra e
Giove, la luce impieghi un determinato tempo per arrivare sino alla
terra, contraddicendo le convinzioni dell’epoca sull’istantaneità dei
fenomeni luminosi. Determinò quindi una velocità di 225 mila Km/s contro
i 300 mila reali. Era un errore grossolano di misura, ma fu un decisivo
passo in avanti nella conoscenza dell’universo.
Edmund Halley (1656-1742)
astronomo e geofisico inglese. Il suo nome è indubbiamente legato alla
celebre cometa che
porta il suo nome. Nacque a Haggeston vicino Londra e studiò a Oxford
senza tuttavia prendere la laurea. Dopo alcuni rapporti con l’astronomo
reale Flamsteed nel 1678 Halley fu nominato membro della Royal
Society. Viaggiò in Europa incontrando scienziati e astronomi come
Hevelius e Cassini, poi tornò in Inghilterra dove collaborò con Newton;
fu proprio Halley ad incoraggiare Newton alla pubblicazione dei
Principia. Fece molti studi di astronomia come ad esempio quello per
misurare la distanza del Sole sfruttando i transiti di Venere e
misurando i tempi di contatto tra bordo esterno e bordo interno del
disco planetario sul Sole. Dopo tre tentativi riuscì a determinarla con
un errore in eccesso dello 0,7%. Nel 1682 osservò la sua cometa e
notando che già in passato in maniera ciclica era avvenuto il passaggio,
ne suppose la ciclicità con un’orbita di 76 anni. Tramite i calcoli
predisse il successivo passaggio, che avvenne puntuale ma che egli
purtroppo non vide a causa della sua morte. Questo fu un grande successo
per le nuove teorie della meccanica celeste.
Il settecento
Herschel e la fortunata scoperta di
Urano
Friedrich Wilhelm William Herschel
(1738-1822). Nacque ad Hannover in
Germania ed era figlio di un suonatore di
oboe. A 14 anni entrò nella banda del padre e dato che Hannover era
territorio inglese, fu mandato col suo reggimento in Inghilterra a
difesa delle coste dagli attacchi francesi. Un anno dopo si trasferì
definitivamente in Inghilterra dove lavorò copiando musica e suonando
come direttore di banda. Dal 1773 si occupò di astronomia con crescente
impegno, costruendo anche telescopi. Nel 1781 con un modesto telescopio
da 18 cm, scoprì Urano. Questa scoperta che lo fece divenire
astronomo del re, fu totalmente casuale; facendo conteggi stellari
per determinare la forma della galassia, notò la presenza di un astro
vicino alla stella 1 Geminorum. Capì quindi che ciò che aveva
all’oculare non era una stella, perché aumentando gli ingrandimenti
notava un dischetto circolare. Pensando di avere scoperto una cometa
fece una comunicazione alla Royal Society. Osservato successivamente il
moto della presunta cometa, si comprese solo più tardi che egli aveva
scoperto un pianeta. Ma dopo la scoperta del pianeta si scatenò
inaspettatamente una lotta furibonda che si protrasse per ben 50 anni
per decidere quale nome dare al nuovo pianeta. Herschel lo voleva
chiamare Georgium Sidus in onore del re Giorgio III, altri preferivano
Herschel o Hypercronicus finché ci si accordò per Urano.
Nel 1787 scoprì anche due satelliti di
Urano, Titania e Oberon, e fu il primo ad osservare anche
gli anelli di Urano come quattro archi attorno al disco
planetario, ma l’effetto fu interpretato come un difetto d’ottica; gli
anelli infatti verranno confermati solo nel 1977. Nel 1789 con un
telescopio da 1,2 m di diametro da lui costruito, osservò per primo due
satelliti interni all’anello di Saturno, Encelado e Mimas.
La legge di Titius-Bode
Nel 1755 l’astronomo tedesco Daniel
Johann Titius (1729-1796) osservando i moti dei corpi del sistema
solare si accorse che tra essi vi era una regolarità. Da questo spunto
nasceva una famosa legge che prende il nome di legge di Titius-Bode.
Difatti Johann Elert Bode (1747-1826) divulgò qualche anno dopo
la legge che prese anche il suo nome. Questa legge fu molto importante a
suo tempo perché riusciva a spiegare con buona approssimazione le
distanze dei pianeti con un errore massimo del 7%. Difatti quando si
scoprì Urano e poi Cerere, la legge ebbe grossa rinomanza poiché
anticipava teoricamente le distanze previste. Tuttavia quando però si
scoprirono Nettuno e Plutone si vide che la legge non spiegava
perfettamente le distanze riscontrate, e fu accantonata come pura legge
empirica.
La meccanica celeste diviene sempre più
precisa
In questo periodo lo sviluppo della
meccanica celeste ebbe un importante estensione, seguendo come
base le teorie newtoniane. Giuseppe Luigi Lagrange (1736-1813) fu
un valido matematico ed astronomo italiano, egli oltre ai contributi
alla matematica analitica e del calcolo delle funzioni, sviluppò un
modello di meccanica celeste molto più complesso e preciso. Nel 1773
notò che era possibile esprimere la legge di Newton in termini di azione
di un campo di forza che riempie lo spazio in modo continuo. In questo
modo egli teneva ormai in considerazione gli effetti delle perturbazioni
causate da altri pianeti su diversi valori come: inclinazione
dell’orbita, direzione e lunghezza dell’asse maggiore,
eccentricità dell’ellisse. Risultava così che i corpi seppur
mantengano la loro stabilità nel tempo, subiscono molteplici variazioni
che ne influenzano il moto. Continuatore del valido contributo fu
Pierre Simon Laplace (1749-1827) che usò le concezioni Lagrangiane
per spiegare meglio i moti dei corpi. Cercò ad esempio di spiegare il
perché la luna aveva uno strano comportamento, ossia perché nel suo moto
orbitale subiva una lievissima accelerazione che fa variare la lunghezza
del mese lunare di un secondo in tremila anni; egli diede la sua
spiegazione come una lenta variazione dell’eccentricità terrestre, errò
nel metodo ma ci azzeccò nei calcoli. Difatti tale accelerazione è
dovuta alla reciproca attrazione mareale che tende a sincronizzare il
moto di rivoluzione e rotazione come ha già fatto per quello rotatorio,
rivolgendosi la stessa faccia. Il suo contributo comunque fu importante.
La formazione del sistema solare
Le conoscenze oramai raggiunte nel campo
della meccanica celeste permise lo sviluppo di alcune teorie legate alla
formazione del sistema solare partendo dalla prima teoria esposta,
quella dei vortici di Cartesio. Georges Louis De Leclere Buffon
(1707-1788) avanzò l’ipotesi che il sistema solare fosse nato dal Sole
con il passaggio ravvicinato di una stella, il corpo avrebbe estratto
materia dal Sole creando i corpi planetari; questa idea venne subito
definita come una delle teorie catastrofiche. Nel 1755 il filosofo
tedesco Kant (1724-1804) e successivamente nel 1796 in modo
indipendente anche Laplace esposero una teoria nuova, definita
poi come teoria di Kant-Laplace. La teoria prevedeva la nascita
del sistema solare da una nube di gas, la quale posta in rotazione per
non collassare su se stessa avrebbe formato al centro la stella che
conosciamo, il Sole, e all’esterno il gas si sarebbe aggregato formato i
proto-pianeti. Nel tempo il sole si sarebbe acceso come stella, e
spazzata via la presenza di nubi e polveri ricadute poi sulle superfici
planetarie, i cosiddetti proto-pianeti sarebbero divenuti quelli che
conosciamo ora. Questa teoria tutt’ora molto accreditata, spiega ad
esempio il perché i pianeti gassosi siano all’esterno, e la disposizione
praticamente uniforme di questi sul piano dell’eclittica.
L'ottocento e il novecento
La scoperta del primo asteroide
L’1
gennaio 1801 l’astronomo e abate Giuseppe Piazzi (1758-1826)
allora direttore dell’Osservatorio di Palermo, scoprì un oggetto
celeste che a prima vista sembrava una cometa. Divulgata la scoperta
Gauss (1777-1855) cominciò a osservare il corpo per determinarne i
parametri orbitali, ma l’oggetto passò dietro il Sole. Fu Olbers
(1758-1840) che lo ritrovò nel 1802; valutata quindi l’orbita e la
distanza Herschel definì l’oggetto asteroide, in quanto era posto
in un’orbita tra Marte e Giove, Piazzi poi lo battezzò col nome di
Cerere. Ma nello stesso anno della scoperta di Cerere Olbers scoprì
Pallade, e Vesta. Dati i primi successi, il ritmo di
ricerca aumentò, così come i metodi e la quantità di scoperte. Dal 1890
in poi, l’introduzione della fotografia nella ricerca, migliorarono
notevolmente i risultati.
La movimentata scoperta di Nettuno
Il 23 settembre del 1846 si ebbe la
scoperta di Nettuno. Le vicende legate appunto alla sua scoperta
sono lunghe e
intrecciate: nel 1821 un collaboratore di Laplace, Alexis Bouvard
(1767-1843) pubblicò degli effemeridi di Urano, ma nell’introduzione al
libro fece notare che vi erano delle discrepanze di posizione del
pianeta, egli pensò subito all’idea di un corpo perturbatore.
George Biddell Airy (1801-1892) astronomo e ottico, nominato
direttore dell’Osservatorio di Cambridge, rilevò anch’egli queste
discrepanze tra calcoli e osservazione, presentando un rapporto
ufficiale. Successivamente quando coprì la carica di direttore
dell’Osservatorio di Greenwich, un astronomo dilettante gli scrisse
una lettera e gli fece notare che le perturbazioni potevano essere
dovute alla presenza di un pianeta perturbatore. Ma Airy ebbe una
reazione negativa. Nel 1837 Eugene Bouvard nipote di Alexis, notando le
perturbazioni di Urano, scrisse anch’egli ad Airy, ma per la seconda
volta questi non prestò interesse all’idea. Per Airy fu un grave errore,
perché pur essendo un importante astronomo in Inghilterra sfumò la
possibilità di scoprire il nuovo pianeta. John Couch Adams
(1819-1892) d
ecise
di dedicarsi al problema. Dopo pochi mesi di lavoro concluse che le
perturbazioni erano causate da un pianeta, quindi dopo due anni di
analisi delle osservazioni nel 1845 indicò in quale posizione potesse
trovarsi il nuovo corpo. Anche Urbain Jean Joseph Le Verrier
(1811-1877) fece gli stessi studi, egli era un’importante personalità in
Francia, fece lavori di ricerca chimica con Guy-Lussac per poi divenire
membro dell’accademia delle Scienze di Parigi, ove arrivò a
coprire anche la carica di direttore dell’Osservatorio di Parigi.
Quando Le Verrier espose il risultato delle ricerche proponendo una
campagna ricerca del nuovo pianeta in una posizione ch’egli stesso
indicava tramite calcoli, Airy finalmente si mosse; ma avendo a
Greenwich un’inadeguata strumentazione sollecitò Challis
dell’Osservatorio di Cambridge a cercare il pianeta. Challis però
cominciò la ricerca con poco entusiasmo e convinzione non riuscendo a
trovare nulla. Nel frattempo Le Verrier sollecitò i colleghi francesi
alla ricerca, ma non avendo avuto grandi consensi si rivolse
successivamente all’Osservatorio di Berlino a Johann Gottfried Galle
(1812-1910), quando il direttore era Johann Franz Encke
(1791-1865). Galle aiutato da uno studente entusiasta della ricerca sin
dalla prima notte d’osservazione individuarono il nuovo pianeta dopo ben
25 anni di tentativi di ricerca. Tra l’altro Challis a Cambridge, si
accorse troppo tardi dai disegni che aveva precedentemente scoperto il
pianeta denominato poi Nettuno, lasciandosi battere nel tempo. Fu il
trionfo della meccanica celeste e dei calcoli puramente matematici.
Un altro importante astronomo che dedicò
la sua vita alle osservazioni fu Giovanni Virginio Schiapparelli
(1835-1910) egli approfondì le conoscenze astronomiche a Berlino con
Encke e poi a Pulkovo in Russia, diventando un astronomo affermato, egli
è conosciuto per le sue osservazioni planetarie. Nel 1862 a 27 anni
divenne direttore dell’Osservatorio di Brera a Milano. Un anno
prima scoprì il pianetino Esperia, nel 1866 scrive una serie di
lettere a Padre Secchi su alcuni sciami di meteore, dicendo che essi
provenivano dai resti del passaggio di comete. Nel 1877 durante
un’opposizione favorevole di Marte, studiò la superficie del pianeta
scoprendo i “canali” di Marte, facendo sorgere il famoso mito
della possibilità di vita sul pianeta. Dapprima con un 22 cm, poi con un
49 cm, studiò anche Venere e Mercurio, calcolando i
tempi di rotazione.
Le nuove scoperte del ‘900: Plutone
Percivall Lowell (1855-1916)
astronomo statunitense figlio di una famiglia di industriali, si occupò
fin da giovane di astronomia. Dopo aver viaggiato per tutta l’america
trovare il miglior sito astronomico, fondò e finanziò la costruzione
di un grande osservatorio in Arizona a Flagstaff. Quando venne a
conoscenza delle osservazioni di Schiapparelli, pensò alla possibilità
di vita su Marte e alimentò l’idea che i canali fossero
artificiali. Ma oltre questo, Lowell fu uno di quegli astronomi che
credeva nella possibilità che oltre Nettuno vi fosse un pianeta;
l’idea in realtà, era sorta già dalla metà dell’800. Ma anche se egli
spinse molto la ricerca del pianeta non trovò nulla. Solo nel 1930 dallo
stesso osservatorio di Lowell un giovane astrofisico Clyde Tombaugh,
usando lastre fotografiche, scoprì casualmente il nono pianeta, chiamato
poi Plutone.
Eugenios Antoniadi
(1870-1944) astronomo nato in Turchia ma naturalizzato francese, fu un
grande osservatore di pianeti. Dopo le osservazioni di Schiapparelli si
era diffusa la convinzione dell’esistenza dei marziani, esistenza
divulgata dalle idee di Lowell che dava un’interpretazione dei canali
come opere di alieni necessarie alla loro sopravvivenza per la presenza
di una lunga siccità sul pianeta. Antoniadi non era d’accordo e mai
nelle sue osservazioni vide i canali; e nelle grandi opposizioni le
osservazioni ottenute, dettero indicazioni di una bassa pressione
superficiale e scarsità di vapore acqueo. Antoniadi comunque ci ha
lasciato ottime mappe di Marte e Mercurio.
Il 1900 ricorda Gerard Pieter Kuiper
(1905-1973) astronomo statunitense di origine olandese. Kuiper e
Humanson si dedicarono all’osservazione di Plutone con il 5 metri
di Monte Palomar. In quel periodo infatti si riscontrarono delle
irregolarità sul moto del nuovo pianeta, irregolarità che prefigurarono
la scoperta del satellite Caronte. Ma oltre questi studi Kuiper
formulò ipotesi sul processo di aggregazione dei pianeti relativo alla
teoria Kant-Laplace, sulla nascita del sistema solare. Dallo stimolo di
Kuiper furono fatte le prime ricerche con palloni sonda ed aerei, per
oltrepassare l’atmosfera terrestre. Inoltre nel 1948 scoprì Miranda,
un satellite di Urano e compì osservazioni spettrografiche
all’infrarosso dell’atmosfera di Marte rivelando la presenza di
anidride carbonica. Infine per spiegare l’origine delle comete,
Kuiper suppose la presenza di una fascia detta di Kuiper oltre
l’orbita di Nettuno in cui vi risiedano nuclei cometari pronti a
percorrere il sistema solare con orbita breve.
John Hendrik Oort (1900-1992)
astronomo olandese, fu un grande studioso della nostra galassia, ma il
suo nome è legato alla nube di Oort, una nube ipotizzata dallo
scienziato per spiegare l’origine delle comete a lungo periodo, supposta
tra i 30.000 e le 50.000 UA. Le perturbazioni planetarie anche a quelle
distanze avrebbero influenza sulla nube, consentendo il distacco di
nuclei cometari che si avvicinano al Sole. La nube di Oort è differente
dalla fascia di Kuiper soprattutto per l’ordine di distanze.
Con l’astronautica cambia tutta
l’astronomia planetaria
Nell’immediato dopoguerra le scoperte
astronomiche subirono un cambiamento enorme a causa dell’astronautica.
La differenza sostanziale con il passato fu nella possibilità di
scoprire i meccanismi e le proprietà dei pianeti non più solo con
l’osservazione da terra, ma anche con l’esplorazione diretta tramite
sonde automatiche. La storia moderna dell’astronomia quindi divenne la
storia dell’evoluzione tecnica dell’astronautica e delle scoperte fatte
dalle sonde spaziali.
Il primo passo verso lo spazio avvenne con
il primo satellite artificiale messo in orbita nel 1957 ad opera
dei sovietici, lo Sputnik1. In quella che fu una “corsa” allo
spazio gli americani non vollero essere da meno, nel 1958 il primo
satellite americano messo in orbita l’Explorer1, scoprì le
fasce di Van Allen.

L’anno successivo i sovietici inviarono la
prima sonda diretta verso la Luna, il Lunik1 che sfiorò il
satellite a 6500 Km dalla superficie, un mese dopo il Lunik3 volò
attorno al satellite fotografando per primo la faccia nascosta della
Luna fino ad allora sconosciuta.
Nel 1962 il Mariner2 fu il primo
satellite ad atterrare su Venere, scoprendone la composizione
dell’atmosfera le elevate temperature e la notevole pressione
superficiale. Marte invece, fu esplorato per primo nel 1965 dal
Mariner4 che inviò sulla terra le prime foto del pianeta svelando
una superficie arida e craterosa; fu infatti questa missione a far
crollare definitivamente la convinzione che su Marte vi abitassero
creature aliene, scoprendo che i cosiddetti “canali di Marte” erano
solamente dei canyon naturali e non strutture artificiali.
Il 1969 fu il grande anno dello sbarco
dell’uomo sulla Luna con l’Apollo11, un evento importante per
la storia dell’uomo, poiché segnò una conquista tecnologica e
scientifica di grande portata storica. Le missioni Apollo consentirono
di conoscere più a fondo il satellite, grazie anche ai campioni di
roccia lunare.

Anche l’esplorazione del sistema solare
fece un notevole balzo in avanti grazie soprattutto alle sonde
Pioneer10 e 11. Nel 1972 partì la prima sonda il Pioneer10,
la quale fu anche la prima a sorvolare Giove fotografandone la
superficie e la macchia rossa. La sonda svelò ancor più la natura
gassosa del pianeta, che dopo alcuni sorvoli mutò la sua rotta per
uscire per prima dal sistema solare in direzione perpendicolare all’asse
dell’eclittica. Il Pioneer11 partito un anno dopo sorvolò Giove
scoprendone anche gli anelli, e rilevando un intenso campo
magnetico; su Saturno invece scoprì tre sistemi di anello.

Nel 1974 fu la volta del Mariner10
che sorvolò Mercurio facendoci vedere per la prima volta la sua
superficie craterosa, scoprendo anche la presenza di una
tenuissima atmosfera.
L’ultima grande missione condotta verso il
sistema solare fu quella delle sonde Voyager1 e 2. Le
sonde concepite con nuove tecnologie, partirono nel 1977 per compiere un
viaggio lungo e difficoltoso; la buona risoluzione delle apparecchiature
fotografiche e le nuove tecnologie adottate consentirono nuove scoperte.
Su Io le sonde osservarono l’intensa attività vulcanica, su
Ganimede fotografarono la superficie craterosa mentre su Europa
videro la presenza di ghiacci sulla superficie,
infine sorvolarono il satellite più grande del sistema solare
Ganimede, infine scoprirono 3 nuove lune Gioviane mai
osservate. Su Saturno il Voyager2 osservò la superficie di
Titano rilevando la componente principale dell’atmosfera cioè
l’azoto; inoltre scoprì altre 10 lune. Anche su Urano la
missione segnò notevoli scoperte, la sonda osservò per la prima volta in
modo ravvicinato la superficie gassosa, scoprendo anche che il campo
magnetico del pianeta è inclinato di quasi 59° rispetto
l’asse di rotazione. Infine scoprì due nuovi anelli del pianeta
in aggiunta a quelli scoperti nel 1977 e 10 lune mai viste prima.
Su Nettuno osservò una notevole attività superficiale osservando
anche la grande macchia scura, e attorno ad essa nubi bianche di
metano. Scoprì anche 6 nuove lune ed inoltre confermò l’esistenza
di archi di anello attorno al pianeta. Gli anelli infatti, furono
osservati per la prima volta da Huygens nel 1665 supponendo però che
l’immagine fosse ottenuta da un difetto ottico, e scoperti nuovamente
nel 1984 da André Brahic dell’Università di Parigi e da William Hubbard
dell’Università dell’Arizona. Prima di allora l’esistenza di archi di
anello veniva reputata in contrasto con i principi della meccanica
celeste.
Un’altra sonda che tuttora ruota attorno a
Giove è la Galileo partita nel 1989; le osservazioni prolungate
del pianeta e dei suoi satelliti hanno già cambiato molte convinzioni
sulla natura dei suoi satelliti e sull’atmosfera del pianeta.
Appendice
Anno anomalistico: è
l’intervallo di tempo tra due passaggi della terra al perielio
(la minima distanza dal sole). Poiché la posizione del perielio cambia
sia rispetto le stelle che al punto gamma, l’anno anomalistico risulta
più lungo di quello tropico.
Anno sidereo: è l’intervallo
di tempo che il Sole impiega per percorrere l’intera eclittica, esso è
quindi il vero periodo di rivoluzione della Terra.
Anno tropico: tropico deriva
dalla parola greca tropos ritorno, difatti è l’intervallo di
tempo tra due passaggi consecutivi del sole per il punto gamma, cioè
all’equinozio di primavera. Oppure il periodo che impiega il sole per
aumentare la sua longitudine di 360°, ma per effetto della precessione
degli equinozi il punto gamma si sposta di 50,26” di grado l’anno, in
senso opposto al moto del sole. Durante un anno tropico la terra compie
una rivoluzione completa solo dopo questo breve tempo che risulta più
corto di quello sidereo. Su questo periodo si basa la compilazione di
tutti i calendari.
Astrolabio: la parola deriva
dal greco astrolàbon òrganon ossia astron (astro) e
lambàno (io prendo) letteralmente strumento che prende le stelle o
che le misura. Inventato da Ipparco nel II sec. a.C. la sua funzione
principale è quella di indicare la posizione delle costellazioni a una
data ora del giorno e dell’anno. E’ uno strumento composto da un piatto
ove sono imperniate una tavola girevole che opportunamente ruotata in
base a delle tacche orarie ai bordi, presenta un cerchio ove guardare la
posizione delle stelle. Le stelle sono rappresentate in proiezione
sferica verso una superficie piana, con coordinate e possibilmente i con
nomi delle costellazioni. In genere il cielo viene rappresentato
proiettando il nord celeste della latitudine del luogo.
Ciclo di Saros: è un ciclo
di 18 anni e 10–11 giorni in cui le eclissi tornano a ripetersi alla
stessa maniera.
Disco di Airy: se si osserva
una stella al telescopio, si nota che l’immagine non è mai del tutto
puntiforme, ma un piccolo disco. Esso non è dovuto alle dimensioni della
stella ma bensì a un semplice effetto strumentale, detto “disco di
Airy”. Tramite questo disco, si suole in genere stabilire anche il grado
di collimazione delle ottiche di un telescopio.
Eclittica: la parola deriva dal
termine eclissi, in quanto è la linea su cui si hanno in genere le
eclissi. Tale linea rappresenta il percorso che il sole descrive durante
l’anno e che interseca il cerchio dell’equatore celeste in due punti
detti l’uno punto gamma o d’ariete e l’altro della bilancia. Essa
risulta inclinata rispetto l’equatore di 23° 27’, tale angolo
rappresenta l’obliquità dell’eclittica.
Evezione: è un’irregolarità
del moto in longitudine della luna dovuto all’eccentricità della sua
orbita perturbata dal sole.
Fasce di Van Allen: il campo
magnetico terrestre è bipolare e si comporta come una normale calamita.
Essendo tale, si creano delle forze magnetiche che circondano la terra.
L’origine di tali forze consiste nella presenza di un nucleo rotante
liquido che si comporta come una gigantesca dinamo che produce appunto
un campo magnetico.

Leggi di Keplero: a seguito
delle osservazioni di Tycho Brahe, Keplero riuscì a spiegare le orbite
della terra e dei pianeti con le famose leggi:
-
prima legge di Keplero: i pianeti
descrivono attorno al sole orbite ellittiche nelle quali il sole occupa
uno dei fuochi. Quindi l’orbita dei pianeti oltre a non essere
circolare come si credeva, prevede una posizione eccentrica del corpo
celeste ed essa si lega direttamente alla seconda legge.

-
seconda legge di Keplero: le aree
descritte dal raggio vettore che congiunge il sole col pianeta descrive
aree uguali in tempi uguali. In queste parole si afferma che le
velocità orbitali dei pianeti variano da punto a punto dell’orbita, in
particolare all’afelio (punto più vicino) la velocità aumenta e al
perielio (punto più lontano) diminuisce.

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terza legge di Keplero: i quadrati dei
periodi (P) di rivoluzione dei pianeti attorno al sole sono
proporzionali ai cubi dei semiassi maggiori (a) delle loro orbite.
Ossia stabilisce un rapporto di proporzionalità tra periodi di
rivoluzione e lunghezze dei semiassi maggiori.
Legge di Newton: afferma che due
corpi si attraggono con una forza che è direttamente proporzionale al
prodotto delle masse e inversamente proporzionale al quadrato della
distanza:
F= G m1 m2
ove G è la costante di gravitazione universale.
d2
Legge di Titius-Bode:
secondo questa legge se si pone uguale a 4 la distanza di Mercurio dal
sole, quella di Venere risulterà uguale a 4+3, quella della Terra a
4+(3x2), quella di Marte a 4+(3x4), quella di Giove a 4+(3x16), quella
di Saturno a 4+(3x32). In questa successione mancava una distanza
intermedia che fu ricoperta successivamente dalla scoperta di Cerere.
Anche Urano si accostava a tale legge. Fu poi la scoperta di Nettuno e
Plutone che pose in evidenza i limiti empirici di tale legge.
Linea dei nodi: è la linea
di intersezione tra il piano dell’orbita terrestre (eclittica) e quello
dell’equatore celeste. Ma assume questo nome anche l’intersezione con
l’orbita lunare o dei pianeti.

Mese draconitico: poiché il
moto dei nodi è retrogrado e opposto a quello della Luna, il periodo di
tempo che l’astro impiega per passare due volte nello stesso nodo, ossia
il mese draconitico, è minore di quello siderale. La sua lunghezza è di
27,2122 giorni. Il nome draconitico deriva dal fatto che le antiche
leggende raccontavano che la luna ed il sole durante le eclissi
venissero divorati da un drago disteso sull’eclittica.
Mese sinodico: dalla parola
greca synodos, riunione. Il mese sinodico è l’intervallo di tempo
affinché la luna ritorni alla stessa posizione rispetto la terra. Esso è
più lungo di circa 2 giorni rispetto quello siderale e la sua durata
complessiva è di 29,5 giorni. La differenza consiste nel tenere in
considerazione lo spostamento orbitale della terra rispetto al sole.
Paradosso di Olbers: afferma
che se ci fosse un numero infinito di stelle distribuito nello
spazio, il cielo dovrebbe risultare brillante anche in piena notte, il
cielo invece risulta buio a causa delle polveri che assorbono la maggior
parte della luce.
Periodo sinodico:
l’intervallo di tempo necessario perché il pianeta assuma nuovamente la
stessa posizione rispetto alla terra, come ad esempio tra due
congiunzioni o due opposizioni.
Precessione degli equinozi:
essendo la terra inclinata di 23,5° rispetto l’orbita, l’attrazione
reciproca di sole e luna tende a raddrizzarne l’asse, il quale reagisce
dinamicamente con un effetto giroscopico in cui l’asse ruota alla stessa
inclinazione con un periodo di 25.700 anni. Per tale spostamento il
punto gamma dell’eclittica si sposta anch’esso del medesimo periodo e
quindi di 50” d’arco all’anno. in questo moto il punto gamma si muove
verso il sole e l’equinozio di primavera precede ogni anno l’arrivo
dell’astro, da qui il nome di precessione. L’effetto del moto però fa
spostare sia l’equatore celeste che il polo. Quest’ultimo percorre
apparentemente un cerchio nel cielo che non si chiude mai e che sposta
la posizione della stella di riferimento.
Principi della dinamica: i
principi della dinamica di Newton sono tre:
1° un corpo persevera nel suo stato di
quiete o di movimento rettilineo uniforme finché non giunge una causa
esterna a modificarla.
2° una forza imprime ad un corpo
un’accelerazione direttamente proporzionale all’intensità della forza
applicata e alla massa: F= m x a.
3° ad ogni azione corrisponde una
reazione uguale e contraria.
Punto gamma: punto di
intersezione tra il cerchio dell’eclittica e il cerchio dell’equatore
celeste.
Quadrante: esso consiste in
un quarto di cerchio quadrato sostenuto verticalmente da un treppiede. I
primi modelli maggiori furono costruiti da Tycho Brahe su di un muro con
un braccio girevole ove misurare la distanza zenitale e quindi l’altezza
dell’astro. Il quadrante orientato secondo il meridiano del luogo
permetteva di ottenere la declinazione per determinare le coordinate
dell’astro.
Sfera armillare: strumento
usato nell’antichità per dimostrare e osservare i movimenti del cielo.
Consiste in diversi cerchi che rappresentano rispettivamente: il
meridiano, l’orizzonte, l’equatore e l’eclittica.
Bibliografia:
-
SFERE ARMONICHE di G. Godoli, UTET;
-
LE SCOPERTE DELL’ASTRONOMIA di F.
Francescato, Franco Muzzio Editore;
-
STORIA DELL’ASTRONOMIA di J-P. Verdet,
Longanesi & C;
-
L’ESPLORAZIONE DELLO SPAZIO di L. Balis
Crema ed A. Castellani, Newton;
-
INTRODUZIONE ALL’ASTRONOMIA di G. Romano,
Franco Muzzio Editore;
-
Enciclopedia ASTRONOMIA ALLA SCOPERTA DEL
CIELO, Curcio;
-
Enciclopedia SCIENZA TEORIA E PRATICA,
Fabbri Editori;
-
Enciclopedia multimediale RIZZOLI LAROUSSE
2001;
-
BREVE STORIA DELL’ASTRONOMIA ANTICA di
Luigi Candiano dal sito internet
www.mtsn.tn.it/astrofili/mat/astroita/storia1.html (Associazione
Astrofili Trentini);
-
DICTIONARY OF ASTRONOMY di I. Ridpath,
Oxford Paperback;
-
FISICA di R. Resnick e D. Halliday, Casa
Editrice Ambrosiana Milano;
-
Rivista NUOVO ORIONE numeri: 14, 17, 25,
57, 80, 96, 110;
-
Rivista l’ASTRONOMIA numero: 198.

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