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Relazione tratta da
AA.VV., J.R.R. Tolkien. Il
viaggio della Compagnia verso il Terzo Millennio, Atti
del Convegno svoltosi all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
il 5 maggio 2000, Roma 2001, pp. 45-53.
Oggetto
del mio intervento è un breve esame dell’uso del simbolismo da parte di
Tolkien. Data, però, la vastità del tema, l’amplissimo uso di simboli da
parte del filologo di Oxford e la ampiezza di rimandi, riscontri e
ulteriori riflessioni che ogni simbolo suscita, questa analisi non
potrà, per forza di cose, che limitarsi ad alcuni brevi cenni. Inoltre,
la stessa rassegna che intendo qui proporre ha una pretesa meramente
“evocativa”, di fornire, cioè, un insieme limitato di immagini,
approssimazioni e “visioni” simboliche, al fine di rispondere a questi
interrogativi: quale la misura dell’uso dei simboli da parte di Tolkien?
Quali le implicazioni
di questo uso? E quale la consapevolezza, da parte dell’autore, nel
ricorrere a questi simboli - cioè: quale “rigore tradizionale”,
rispondenza al significato arcaico?
Si può premettere sin
d’ora, a parziale risposta a tali quesiti, che Tolkien non ignorava
certo una delle caratteristiche principali dei simboli, quella della
loro dualità (non dualismo): due significati diversi, spesso opposti, si
racchiudono in un unico simbolo, spesso corroborandosi vicendevolmente,
senza negarsi l’un l’altro. Talvolta, peraltro, tale dualità è dovuta a
ragioni di tipo storico, accadendo che un senso nuovo andasse a
sostituire il precedente, per opposizione, per “cambio di civiltà” o per
il sovrapporsi di una nuova sensibilità. Conscio di questa fondamentale
caratteristica, Tolkien è però appieno uomo del ventesimo secolo. In lui
epos e
mythos sentono i tratti di quest’epoca, manifestandosi, a
livello letterario, in una malinconia, o meglio in una nostalgia (dolore
della lontananza). Tale carattere, latente e diffuso dell’opera
tolkieniana, e che cercherò di mettere in luce nel proseguio, è la
ragione del tanto fascino odierno, inattenuato (e anzi direi
accresciuto) a quasi trent’anni dalla scomparsa dell’autore del
Signore degli Anelli.

I simboli che tratterò
per primi sono legati agli elementi naturali. La loro semplicità non
deve fare pensare a banalità: viceversa, essa è sinonimo di
universalità. Facendo riferimento a immagini quali quelle della montagna
(e del vulcano), della caverna (e del labirinto), dell’albero, del
bosco, del giardino o dell’isola, infatti, si allude a elementi presenti
agli uomini di pressoché ogni epoca e luogo. Non solo questo, ma anche
questo è un importante motivo della loro universalità, che non
casualmente si esprime in termini affini, attribuendosi cioè allo stesso
simbolo analoghi significati in tradizioni diverse. I riferimenti che
farò, peraltro, saranno limitati per lo più all’area indoeuropea, perché
sebbene alcuni ravvisino, e fors’anche non a torto, influenze diverse in
Tolkien (specialmente veterotestamentarie), a me pare che in gran misura
all’area spirituale e mitologica indoeuropea si debba far riferimento,
tanto nel cercare riferimenti specifici di modelli di ispirazione di
Tolkien, quanto, e a maggior ragione, nell’investigare la stessa
“visione del mondo” tolkieniana.
Il
primo simbolo cui farò dunque riferimento è quello della montagna.
Univocamente le tradizioni mondiali le attribuiscono il significato di
sede della divinità: ciò avviene tanto nei casi più noti del greco
Olimpo, dell’indiano Sumeru (noto anche come Meru), dei varî Sinai, Sion
e Golgota biblici, etc. Ma in realtà di monti sacri sono costellate le
credenze dei popoli; per esempio, in un recente saggio (R. Del Ponte,
I Liguri. Etnogenesi di un popolo,
Ecig, Genova 1999) è stato ben messo in luce come tra gli antichi
Liguri, una delle principali popolazioni italiche antiche, nella
religiosità trovasse una posizione del tutto preminente un “culto delle
vette” con relativi santuari e divinità collegate. Non è un caso del
resto, come hanno rilevato alcuni pensatori tradizionalisti, che il
termine “paradiso” derivi alla nostra lingua, per il tramite
dell’ebraico, dal sanscrito
paradesha, indicante un luogo elevato. Nel simbolismo,
nell’iconologia antica come nelle più remote incisioni rupestri, la
montagna viene rappresentata come un triangolo, più o meno equilatero,
con un vertice rivolto verso l’alto. Questo simbolismo dell’alto,
dell’elevato, della direzione verticale e ascendente, non è senza
relazioni con una visione del divino in cui a essere invocate sono le
potenze luminose, solari, “maschili”. Chiariremo meglio questo concetto
in seguito, trattando della montagna e della caverna.
In molti miti europei,
specialmente medievali, la montagna viene collegata alla figura di
sovrani, mitici o reali, che, si dice, in essa riposano, per tornare un
giorno, destati dal loro lungo sonno, a restaurare l’aureo periodo della
loro regalità. Tutto ciò conforta l’immagine della montagna quale luogo
sacro. Inoltre sulle affinità di “ascesi” e “ascesa” molto è stato
scritto: basti rammentare, qui, come la stessa odierna esperienza
alpinistica abbia in numerose occasioni fornito lo spunto, a scalatori
più o meno “professionisti”, di parlare di “esperienze di confine”,
quando non di veri e proprî “stati trascendenti della coscienza”. In
tutto ciò, nel contatto e nel confronto diretto dell’uomo con la
montagna, va dunque ravvisata una di quelle “porte” al sovrasensibile
già chiaramente percepite dagli antichi. I riti dionisiaci si svolgevano
sulle alture, e i maestri spirituali cinesi, ricorda René Daumal nel suo
libro Il monte analogo,
che costituisce un po’ una summa
di questi orientamenti, impartivano agli allievi le loro
lezioni sull’orlo dei precipizî delle montagne.
A questa visione
tradizionale della montagna si affiancava una ben precisa struttura
cosmica. Essa ha una sua compiuta teorizzazione in India, dove al Sumeru
fa da contraltare cosmico un omologo monte “perno dell’universo”
dall’altra parte del mondo: l’immagine della montagna come Asse del
Mondo, sia detto per inciso, doveva avere un’antichità forse addirittura
maggiore di quella dell’albero. Questa stessa struttura cosmica è
presente anche nella Divina Commedia, dove il monte del purgatorio si
erige precisamente sulla verticale della “natural burella” del cono
dell’inferno.
Come si presenta in
Tolkien questo simbolismo? Prendiamo a esempio,
per rispondere, uno dei passi principali in cui i personaggî si trovano
di fronte a una montagna: il Caradhras. Qui il monte è ostile: le
espressioni dei personaggi in merito sono in equivoche. Essa si oppone
al passaggio della Compagnia dell’Anello, poiché il braccio del Nemico è
divenuto assai lungo, e ha ormai raggiunto anche queste terre a lui
assai remote. Il monte è cioè pervaso ancora da un senso del sacro, ma
terribile e incontrollabile: la potenza che lo domina si rivela ostile:
sarà questo il motivo che costringerà la Compagnia a trovare una diversa
via.
Un significato affine
alla montagna, ma non uguale, ha nel simbolismo il vulcano. La mancanza
della vetta, che lo caratterizza e differenzia, non equivale a mancanza
di carattere sacro. Viceversa, il contatto della fiamma incandescente
che vi riposa con l’ambiente esterno è segno di una sacralità a diretto
contatto con il mondo - peraltro dall’aspetto spesso terribile. Senza
andare troppo lontano, si pensi al mito circa l’Etna, concepito quale
fucina nella quale Vulcano forgiava le saette di Zeus; una tradizione
medievale inoltre, riportata dal Graf, rimanda a quell’”Artù nell’Etna”
(forse una figurazione simbolica di Federico II) cui si è accennato
parlando della montagna. Ed è un vulcano, nel
Signore degli Anelli, a costituire, nella terra nemica,
l’obbiettivo della cerca sui
generis che il protagonista deve compiere. Anche qui, il
vulcano è la sede di una manifestazione del divino terribile, che
distrugge.
Direttamente connesso,
anzi dipendente dal simbolismo della montagna è quello della caverna.
Per riprendere il tema iconografico suaccennato, se la montagna veniva
usualmente raffigurata con un triangolo dal vertice rivolto verso
l’alto, è un opposto triangolo con il vertice rivolto verso il basso a
indicare la caverna. Il sovrapporsi dei due simboli, poi, poteva dar
luogo al cosiddetto “Sigillo di Salomone”, che, di là dall’essere
odierno emblema di una recente entità statuale mediorientale, è simbolo
universale, non certo prerogativa del solo ebraismo (lo si ritrova anche
nella più antica India, per esempio). Esso rimanda a una conciliazione
degli opposti.
Secondo René Guénon, è
a una diversa epoca, più recente, che va connesso il simbolismo sacrale
della caverna: come in epoche remote il divino era naturalmente
accessibile a tutti, e in quanto tale da tutti visibile (tale è il caso
della montagna), con una nuova età (e precisamente con la seconda fase
del ciclo cosmico) le conoscenze che alla sede del divino si
ricollegavano devono “ritirarsi” in un luogo più remoto, non accessibile
a tutti, così dando forma all’esoterismo. I popoli, va peraltro
aggiunto, non sempre si avvicinarono alle caverne con il medesimo
“sentire”. Popoli che abitarono nelle caverne manifestavano spesso
un’attitudine “lunare” e “matriarcale” nei confronti della spiritualità,
viceversa un diverso sentire doveva generalmente animare quanti verso le
caverne andavano con precisi intenti rituali. È nel mitraismo, religione
spiccatamente (seppur non del tutto univocamente) solare, che i riti di
iniziazione si compivano negli antri più bui.
In Tolkien, e in
particolare nel Signore degli Anelli, sono due le caverne, o i tipi di
caverne, che hanno rilevanza. Le prime sono le antiche case degli hobbit:
la loro caratteristica è il senso di accoglienza domestica. Il popolo
hobbit, d’altronde, è di indole prevalentemente pantofoliera, borghese
e, appunto, “matriarcale”. Le caverne abitate anticamente da loro,
comunque, hanno poco della “caverna” in senso classico: dai dolci e
verdi colli della Contea non sorgono vette altissime, e le caverne sono
proporzionalmente dimensionate, anche e soprattutto nell'indole”
espressa dai loro abitanti.
L’altro
tipo di caverna, anzi la caverna per eccellenza del
Signore degli Anelli, è
Moria. Nel viaggio della Compagnia a Moria, vera e propria “discesa agli
inferi” in piena regola, si ripetono modelli universali di simbolismo.
Lo stesso ingresso nell’antro della caverna è anticipato da un viaggio
periglioso; il luogo in cui si trova il “passaggio” al mondo infero è
oscuro e tetro. Queste caratteristiche trovano delle precise
corrispondenze, per esempio, nel VI libro dell’Eneide
e nel primo canto dell’Inferno dantesco; ma di “discese agli
inferi” sono ricche un po’ tutte le tradizioni: si tratta del modello
classico del viaggio iniziatico. Entrata la Compagnia dell’Anello nella
caverna, il simbolismo di questa cede il passo, secondo un modello assai
consueto, al simbolismo del labirinto; infatti Moria si snoda in una
miriade di stanze, costruite in epoche remote dai nani. Qui la Compagnia
può procedere solo grazie alla guida sicura di Gandalf, elemento della
luce spirituale, vero e proprio “filo di Arianna”. La caverna è nel
simbolismo inoltre strettamente associata al cuore, come ha rilevato con
particolare efficacia René Guénon. Non è d’altronde casuale, a mio
avviso, che l’assedio di cui è vittima la Compagnia sia scandito da un
battito (”tum, tum“)
di tamburi, a ritmo sempre crescente. Nel viaggio raccontato nel
romanzo, seguono con preciso significato al nero della caverna il
combattimento di Gandalf, custode del “Fuoco Segreto” nelle e contro le
fiamme del Balrog (fase “rossa”) e, alla conclusione di un lungo
percorso iniziatico, la rinascita del protagonista quale “Gandalf il
Bianco ritornato dalla morte”. In questa prospettiva, il “ritorno alla
luce” della Compagnia rappresenta il compimento della “rinascita”
iniziatica.
A questo punto del
romanzo la Compagnia torna a viaggiare alla luce del sole, e giunge a
Lorien: il giardino per eccellenza del libro. È un “giardino di
delizia”: il popolo fatato che lo abita vive sugli alberi che ama,
immagini fatate e meravigliose vi si susseguono; il tempo stesso ivi
scorre in modo inusuale. Questo tema del giardino meraviglioso e
delizioso è presente in diverse testimonianze tradizionali (si pensi a
quello delle Esperidi, alla saga di Gilgamesh, al Paradiso terrestre
biblico). L’albero in sé, che del giardino costituisce elemento
essenziale, ha in Tolkien prevalenti caratteristiche “positive”
(luminose nel Silmarillion, di simbolo regale - a Minas Tirith - e di
arcaicità - nel caso di Fangorn - nel Signore degli Anelli), ma il
Bosco, altra forma di manifestazione del simbolismo dell’albero, è
caricato di un significato nettamente duale. Esistono cioè
caratteristiche assai diverse tra i personaggî incarnanti primordiali
“signori dei boschi”, come Tom Bombadil - che paiono così vicini
all’immagine dello jüngeriano
Waldgänger) e i personaggi che viceversa vedono i boschi
come luoghi oscuri e tenebrosi (o meglio, sono diverse le tipologie di
boschi). La foresta per eccellenza della Terra di Mezzo, e cioè Bosco
Atro, rientra nettamente in questa seconda tipologia.
Scrisse nel suo
Origini indoeuropee
Giacomo Devoto, forse il principale linguista italiano del secolo: “Il
tratto fondamentale del paesaggio indoeuropeo originario è dato dalla
foresta”. Allo stesso modo, termini importantissimi del vocabolario
indoeuropeo più arcaico traggono proprio dal paesaggio boschivo la loro
fonte etimologica: la stessa fondamentale parola “luce” deriva da quella
sua particolare manifestazione che è data dal suo filtrare tra i rami
degli alberi, e in specie nelle radure. Così “luce” è strettamente
parente di lucus, il
bosco sacro nell’antico latino. Inoltre nell’immaginario medievale
europeo al bosco si collegavano le più svariate credenze: esso era visto
infatti come luogo di arcani incontri, di pericolose presenze, di fatate
entità. Queste sono le stesse caratteristiche di Bosco Atro.
Anche l’isola, come
noto, ha una parte di rilievo nell’epopea tolkieniana. Il richiamo,
nettissimo, al mito platonico circa l’affondamento di Atlantide è sin
troppo noto nella vicenda di Numenor perché valga soffermarvisi. Ciò che
va aggiunto è che la sede degli “immortali” o “immortalati”, delle
presenze luminose elfiche incorrotte, resta l’isola a Occidente. Mito
diffusissimo, addirittura al di fuori dei confini d’Europa, quello
dell’isola quale sede mitica è testimoniato dalla ricchezza delle
tradizioni sulle varie Thule, Avallon, Tir na mBeo etc. Si tratta di
raffigurazioni varie (e riferite, specie la prima in confronto alle
altre, forse anche a memorie diverse) di una terra originaria e fatata,
sede variamente di “eroi”, morti e presenze immortali. Su questo tema
torneremo tra breve, facendo riferimento all’ultimo dei simboli qui
trattati.
Il convegno odierno
essendo dedicato al “Viaggio della Compagnia verso il terzo Millennio”,
sarà forse il caso di aggiungere qualcosa su queste parole, iniziando
dalla Compagnia. Nelle saghe e nelle leggende, va premesso, è più
frequente l’eroe solitario rispetto alla compagnia (ma ci sono numerose
eccezioni). In estrema sintesi a me pare che la Compagnia tolkieniana
non sia un’unione comunistica, nella quale le singole personalità si
fondono; vi permangono tratti gerarchici, e oltretutto una speciale “interrazzialità”.
Si tratta dell’élite
delle razze solari a riunirsi nella Compagnia dell’Anello: mai, per
intenderci, un Orco o un Sudrone ne avrebbe potuto far parte. In essa
nessuno perde la sua precisa identità e il suo preciso ruolo, anche
letterario, ma viceversa è per il tramite della Compagnia stessa che
matura e vive la sua avventura vera e propria, che combatte cioè la sua
Grande Guerra Santa. Lo spirito è quello di una compagnia di ventura, o
ancor più quello dei sodales medievali.
L’impresa iniziatica
della Compagnia è il viaggio, e non potrebbe praticamente essere
altrimenti. Viaggiatori mitici sono Dante, Ulisse, Enea, Ercole,
Gilgamesh, Sigfrido e tantissimi altri: è nel viaggiare che l’eroe si
confronta con i pericoli, cresce e migliora. E al viaggio non può fare
da naturale conclusione che il ritorno: non a caso con le parole “Sono
tornato” si chiude il Signore degli Anelli: davvero simile, d’altronde,
è il finale dell’avventura di Sam a quello di Ulisse che giunge nella
sua Itaca e giustizia i proci che vi imperversano.
La realizzazione del
compito della Compagnia dell’Anello conclude un vero e proprio ciclo
cosmico: la Terza Era si chiude, e inizia l’Età degli Uomini. Anche la
concezione ciclica tradizionale è ben presente a Tolkien - e la sua
attitudine di fronte al destino di decadenza del mondo moderno fa di lui
un guerriero nel senso tradizionale. Con l’instaurarsi di un nuovo
ciclo, anche nuove forme simboliche vengono a predominare.
Per
concludere questa disamina, vorrei ricordare un ultimo simbolo che
appare in Tolkien in un modo molto significativo. La Compagnia
dell’Anello sta per lasciare Lorien, per riprendere il suo viaggio.
Lungo il Grande Fiume, prima dell’addio, una imbarcazione dalle
sembianze di un grande cigno dorato si avvicina. Un canto dolce e
tristissimo è quello di addio della bianca e bellissima dama Galadriel,
velato di tristezza, ma in esso già si cela, in pura potenza, il
richiamo della redenzione. Il popolo chiaro, puro e luminoso dà così il
suo addio. Analogamente, dalla “triste storia dei figli di Lir”
irlandese sappiamo di come i figli di questo sfortunato sovrano furono
per un sortilegio mutati in cigno: il loro canto dolcissimo e
tristissimo incanta chi li oda. Esso appartiene o rimanda così all’Altro
mondo. Nel mito greco e romano il cigno è animale iperboreo, sacro al
dorico e nordico Apollo; non a caso dalla Svezia alla Valcamonica si
rinvengono incisioni raffiguranti il suo caratteristico collo. In un
mito estremamente diffuso Fetonte, avendo improvvidamente guidato il
carro del padre, dio solare, viene precipitato nelle acque dell’Eridano,
ove muore. Viene pianto dalle Eliadi ma anche da Cicnus, il vecchio
figlio del re dei Liguri, che ne era parente. Il canto di dolore muta il
vecchio dai bianchi capelli nell’animale che oggi porta il suo nome, e
che assurge in cielo (il fenomeno è definito sin dagli antichi come
catasterismo). Socrate, nel Fedone
platonico, sostiene di assomigliare al cigno, che non piange
la propria morte, in realtà, dolorosamente, ma con la gioia di chi sa di
ricongiungersi all’elemento divino donde proviene.
Questa bianchezza
dell’animale, come dei capelli dei vecchi, non è solo il segno della
purezza originaria, ma rimanda anche alla sua remota antichità
iperborea. E il rivolgere a tale remota origine lo sguardo è il grande
messaggio dell’opera simbolica tolkieniana. 
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