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I RITI DELLA PASQUA

REBECCA GAMMAITONI

PERIODICO "I MISTERI DI HERA" N.33 - Marzo 2009

 

 

 

Durante le festività della Pasqua tutto il mondo cristiano celebra nella Settimana Santa, la Passione del Cristo, la sua Morte e la sua Resurrezione.
A queste tradizionali celebrazioni cristiane, però si sovrappongono degli aspetti cultuali, estranei al Cristianesimo, retaggio di una religiosità popolare antica, soprattutto in aree periferiche della penisola che ancora conservano e tramandano memoria di culti precedenti.

Nel primo giorno delle feste della Pasqua cristiana, che corrisponde al Giovedì Santo, si celebrano nella Messa serale o pomeridiana (detta in Coena Domini) la Lavanda dei piedi e l’istituzione del Sacramento dell’Eucarestia da parte di Gesù. A queste celebrazioni segue successivamente un altro rito, da molti anni, ancora molto sentito dalla pietà popolare: quello della visita alle diverse chiese per l’Adorazione eucaristica. Questo rito prendeva e ancora prende il curioso nome di Visita ai Sepolcri. Ci si reca, infatti, nelle diverse chiese per pregare presso una cappella o uno specifico altare preparato per l’Adorazione eucaristica che prende il nome di Sepolcro.
Durante la Visita ai Sepolcri si vanno, infatti, a visitare diverse chiese (sette vorrebbe la tradizione) dove nei pressi di un altare o di una cappellina prescelta sono state poste delle candele, delle piante e dei vasetti per l’Adorazione che si protrarrà fin dopo la Mezzanotte.
In questi vasetti di terracotta sono stati in precedenza piantati dei semi, in genere di grano. Possono essere utilizzati anche semi di orzo, lenticchie e altri cereali che secondo la tradizione devono essere fatti nascere al buio. Le piantine fatte, così, germogliare senza luce non si presenteranno di un verde brillante, ma di un verdegiallo pallido. La tradizione vuole che questi semi siano stati piantati il giorno di San Giuseppe e che le piantine siano conservate fino al giorno successivo all’Adorazione.
 

La presenza di queste piantine di fronte al Tabernacolo eucaristico nel giorno che apre le celebrazioni della Pasqua appaiono curiose e questa particolare tradizione non si presenta come l’unica nella nostra celebrazione della Pasqua.
Infatti, nei giorni del Venerdì o del Sabato Santo in diverse zone d’Italia (specialmente con contatti con la cultura greca, ma non solo) una statua, una effige del Cristo morto o un volto del Cristo vengono esposti alla venerazione dei fedeli, ricoperti o contornati di fiori. Come, per esempio, avviene in una cittadina del centro Italia in Umbria, Gualdo Tadino, posta ai confini con le Marche. Nel giorno del Sabato Santo, appunto, è esposta nella chiesa di San Francesco alla pubblica venerazione una statua del Cristo morto, che si ritiene miracolosamente giunta nel luogo.
La statua viene presentata ai fedeli ricoperta di fiori primaverili, in particolare viole e violacciocche profumatissime. Durante la visita al Cristo morto vengono offerti dai fedeli di una Confraternita locale, in un piccolo incarto, i fiori che sono stati a contatto con la statua e a cui si offrono preghiere, ma anche desideri e speranze.
Alla venerazione di questi simulacri del Cristo nelle varie zone segue o precede una processione. In alcuni casi la statua è presente durante la processione del Venerdì Santo, posta alla coda dei quadri delle varie stazioni della Via Crucis, mentre in altri casi la statua viene portata da sola in processione ricoperta di fiori.

 

Feste Adonie o Giardini di Adon
In Siria e in Fenicia con l’arrivo della Primavera nel tempo in cui il fiume che attraversava la città di Biblo in Fenicia si tingeva di rosso, simbolo che il sacrificio di Adon si compiva e che il bellissimo pastore amato da Astarte rinasceva alla vita (Luciano, De Syria Dea 8) si celebrava la festa di Adon. Le donne in memoria di questo evento deponevano l’effigie del dio Adon su un letto di fiori, i cosiddetti “Giardini di Adon” dove si sistemavano intorno al simulacro numerosi vasetti di argilla che contenevano delle piantine di rapida crescita, ma di breve durata, come il frumento, il finocchio e la lattuga. Al termine delle celebrazioni questi vasetti venivano gettati in mare o in qualche corso d'acqua.
Intorno a questo apparato funebre si faceva un compianto per esprimere il dolore per la prematura morte del dio, a cui sarebbe seguita una festa con inni e danze in cui si sarebbe celebrata la sua rinascita alla vita. Il culto della divinità era testimoniato a Biblo (città le cui rovine sorgono a circa 37 km dall’odierna Beirut) dal nome del fiume chiamato Adon, oggi Nahr Ibrahim, poco a sud della città.
 

Si narrava che ogni anno all’epoca della ricorrenza della morte del dio, il fiume (che da questi prendeva nome) si colorasse di rosso nello scorrere verso il mare e l’Anemone scarlatto a lui dedicato, fiorisse. Questa pratica di deporre piantine e fiori sul simulacro del dio per piangerne la morte ci è fornita dalla stessa Bibbia, dove in Isaia (I, 29, XVII, 10 e seg.) dice: “[…] perché ti sei dimenticata del tuo Dio salvatore e non ti sei ricordata del Re della tua forza. Perché tu pianti piante di Adonis, tu vi semini germogli forestieri. Il giorno in cui le pianti, le fai germogliare e a mattino i tuoi semi fioriscono, ma la raccolta sarà sparita nel giorno della malattia e il male sarà incurabile […]

Il mito di Adone
Il mito di Adon o Adone arrivò in Grecia dal mondo fenicio. Il nome greco Adonis derivava dal semitico Adon che significava Signore, epiteto del dio Tammuz. Nella stessa Bibbia il nome Adhon, Signore, è utilizzato all’incirca per trecento volte, delle quali in trenta casi Adon è in riferimento a Dio, mentre negli altri si può intendere come maestro o padrone. Il mito di Adon ebbe larga diffusione in Siria e si diffuse anche in Fenicia, per approdare in Grecia probabilmente tramite l’isola di Cipro. Non conosciamo molto di questa primitiva versione del mito che vede coinvolti Adon, un bellissimo pastore, e Astarte, dea femminile della fertilità e dell’amore che dopo averlo perso lo pianse inconsolabilmente. Quello che invece possediamo sono delle versioni più recenti del mito di Adone tradite dagli autori greci e da quelli latini.
Il più antico autore greco che faccia riferimento al mito di Adone sembra fosse Esiodo nella Teogonia. Il suo mito ebbe molte varianti e sulle mitiche origini di Adone, già gli autori più antichi non furono concordi. Secondo Esiodo Adone è figlio di Fenice e di Alfesibea, mentre secondo lo Pseudo Apollodoro Adone era figlio di Smyrna o Myrrha (figlia di Theias o Thias re di Siria). Secondo Ovidio (Metam. X, 345 e seg.) è figlio di Cinira sacerdote di Afrodite e Metarme. La versione narrata dallo Pseudo Apollodoro (Bibl. III, 14, 3-4) è, comunque, la seguente: Afrodite fece infiammare Smyrna (perché adirata con lei per aver trascurato il suo culto) di amore per il suo stesso padre. Questa con la complicità della nutrice riuscì a dormire con lui per dodici notti, senza che lui se ne accorgesse. Secondo Igino (Astr. II, VII; Fab. 58, 164 e 251) l’offesa sarebbe stata recata ad Afrodite non da Smyrna, ma da Cencreide, madre di lei, per aver affermato che la figlia sarebbe stata più bella della dea. Quando Theias si accorse del raggiro subito e dell’incesto commesso, volle in primo luogo punire la figlia che cercò di uccidere con la spada. Smyrna si dette alla fuga e invocò l’aiuto degli dei che la trasformano in un albero per occultarla alla vista del padre e che chiamarono Smyrna (o mirra)

 

Dopo dieci mesi dalla corteccia dell’albero nacque Adone, raccolto da Afrodite che fu grandemente colpita dalla bellezza del neonato e lo nascose in un luogo sconosciuto agli dei, ma noto a Persefone. Persefone lo tenne presso di sé, ma successivamente, quando Afrodite pretese la restituzione del fanciullo non volle più restituirlo e Zeus dovette intervenire, nel disaccordo sorto tra le dee. Stabilì che Adone sarebbe rimasto un terzo dell’anno con Afrodite, un terzo dell’anno con Persefone e per l’altro terzo con chi più avesse desiderato. Adone decise di rimanere anche l’altro terzo dell’anno con Afrodite. Un giorno il giovane Adone, in una battuta di caccia fu trafitto e ucciso da un cinghiale. Anche di questa parte della narrazione furono divulgate versioni diverse. Secondo alcuni, il cinghiale sarebbe stato inviato da Ares, per gelosia dell’amore provato da Afrodite per Adone, mentre per Ovidio fu ucciso da Ares stesso, tramutatosi in chinghiale.
Si dice che Afrodite versasse tante lacrime quante le gocce di sangue che uscivano dal corpo del suo amato e da ogni lacrima nascesse poi un fiore. Si narrò, inoltre, di come dalle gocce del sangue di Adone le rose cambiassero colore: da bianche divenissero rosse. In quei giorni furono visti lunghissimi cortei di donne vagare sconsolate per i boschi, perché erano molte le donne che si erano innamorate di Adone.
 

Sempre secondo Ovidio, Metamorfosi (X, 725 e seg.) Afrodite istituì una festa per ricordare il suo amato, affinché Adone potesse vivere per sempre e il ricordo del lutto della dea e l’immagine della sua morte fosse ogni anno rinnovata come espressione del suo dolore. Dal sangue del dio nacque l’Anemone un fiore di brevissima durata (A. Cattabiani, Florario). Claudiano, infine, aggiunge un’ulteriore parte al mito. Narra che Afrodite sconsolata scendesse nell’Ade per poter riportare in vita il bellissimo Adone e da qui sarebbe nata la diatriba con Persefone che si era anch’essa innamorata di Adone.

 


Anche secondo Ovidio, Afrodite, dopo aver pianto tutte le sue lacrime e trasformato in Anemone il suo amato, disceso nell’Ade, fece innamorare per la sua bellezza Persefone. Così, quando Afrodite ebbe pregato Zeus che Adone fosse richiamato alla vita, Persefone rifiutò di renderglielo. Per consiglio della musa Calliope, fu convenuto fra le due competitrici che il bellissimo giovane dovesse trascorrere, sei mesi in terra e sei nell’Ade. Afrodite non osservò i patti, cosicché dovette intervenire Zeus per mettere pace. Egli stabilì che Adone dovesse essere libero quattro mesi l’anno, quattro ne trascorresse con Afrodite e gli altri quattro con Persefone.

 

Le origini del culto di Adon
L’origine del culto di Adon, come detto, è da reputarsi molto antica, proveniente dall’area mesopotamica e da individuare in un’altra divinità, chiamata Tammuz.
Con il nome ebraico Tammuz si indicava una divinità accadica che aveva una precedente origine sumera conosciuta anche con il nome Dumu-zi o Dumu-zi-abzu o, “figlio legittimo dell’Abzu o dell’Abisso”. Il suo culto risalente a prima del IV millennio a.C. si diffuse dapprima nella terra dei Sumeri e verso il II millennio a.C. in area Cananea.
Tammuz, antica divinità agraria, era il simbolo della vita e della forza generatrice della natura.

Ogni anno discendeva negli Inferi per poi risuscitare a nuova vita nel periodo della rinascita primaverile. Nella nascita e morte degli elementi vegetali nell’antica Mesopotamia si vedeva l’attuarsi della morte “del figlio” che diveniva personificazione del grano, della vegetazione, dei corsi d’acqua. Tammuz era definito come “Colui che vive realmente”, “Germinatore di molti frutti”, “Quello del molto vino”, “ Vero Pastore”, il “Signore della Vita”, “il Risanatore”, “Colui che risale dall’oceano”, “Colui che mangia il pane consacrato e beve l’acqua pura”. Ogni anno nel sesto mese, che era detto di Tammuz, aveva luogo una solenne cerimonia in suo onore durante la quale i fedeli lamentavano la morte del dio e invocavano il suo ritorno dal Regno dei morti con una cerimonia che comprendeva anche una rappresentazione sacra.
 

Durante il rito veniva rappresentata la morte del dio e la discesa della dea Ishtar, Regina del cielo (Inanna per Dumuzi) agli Inferi e il suo successivo ritorno sulla terra.
La cerimonia aveva diverse fasi. Prima veniva deposto il simulacro della divinità in una barca che veniva affidata al fiume o al mare o, si poteva rappresentare la morte del dio simbolicamente gettando grano e piantine alle onde. Nella seconda fase si rappresentava la dea che piangendo e lamentando con grida discendeva negli inferi per chiedere alla dea Allatu, Regina degli Inferi, (Ereshkigal o Eresh Kigal per Dumuzi) la liberazione del dio. Il dio allora, poteva essere risuscitato dal sonno della morte ed essere ricondotto dalla dea sulla terra.
Queste cerimonie avevano luogo a Babilonia e in altre parti dell’Asia occidentale per celebrare la morte e resurrezione di Dumuzi-Tammuz. Famosi erano i lamenti funebri, che le donne cantavano e recitavano per la morte del dio, di cui parlò anche Ezecchiele nella Bibbia (Ezech. 8,14) dove fa riferimento a lamentazioni a cui aveva assistito nella stessa Gerusalemme alla porta settentrionale del Tempio. “Quindi egli mi condusse alla soglia del cancello della casa del Signore, che era rivolto verso nord; e a presidio là sedevano donne che piangevano per Tammuz. Dunque egli mi disse: Hai tu visto questo, o figlio dell’uomo? Voltati ancora, e vedrai abominazioni ancor più grandi di queste” (Ezechiele 8.14-15).

 

Si celebrava la nascita del dio in Primavera e la sua morte in Estate quando avevano luogo i raccolti. Con questi riti veniva celebrata, proseguendo una tradizione ancestrale, la vita ciclica e perenne degli elementi naturali e in particolare delle sementi che muoiono in Inverno per risorgere in Primavera a una nuova vita. Il collegamento del dio al mondo vegetale e al suo ciclico rinnovarsi era chiaramente evidenziato dalla presenza delle piantine intorno al suo simulacro e dal fatto che la nascita del dio venisse celebrata in prossimità dell’Equinozio Primaverile, data intorno alla quale cade spesso ancora oggi la nostra Pasqua. La celebrazione del passaggio del sole attraverso l’Equinozio di Primavera significava la fine del periodo freddo e la rinascita della natura dalla morte invernale. Tammuz o Dumuzi come poi Adon sono connessi a due divinità femminili: Inanna ed Eresh Kigal, o come per Adone, Afrodite e Persefone, entrambe duplice aspetto di una stessa natura femminile e accogliente, sposa dell’eterno vivente ed eterno risorto Dumuzi, Tammuz, Adon come sapientemente evidenziato da Joseph Campbell nella sua Mitologia occidentale, le maschere degli dei.
 

In queste antiche società agricolo-pastorali questa divinità maschile altro non rappresentava che una sacralizzazione del grano e dei cereali che tanto erano importanti per la sussistenza. La sua controparte femminile era espressione del principio della “dea madre” rappresentante la terra, la natura, la capacità germinatrice e procreatrice. Il fatto che le divinità Adon, Tammuz o Dumuzi rappresentassero il grano era evidente per la presenza delle piantine seminate, ma anche per il fatto che i mesi che il dio trascorreva nel mondo infero fossero una metafora per il chicco di grano che durante l’Inverno è accolto, ospitato nella terra per poi ritornare in superficie con la germinazione. Adon veniva celebrato in Fenicia in Primavera per la rinascita delle piantine e probabilmente con una valenza propiziatoria e augurale per un raccolto abbondante. Dumuzi e Tammuz venivano festeggiati nel periodo estivo in occasione del Solstizio d’Estate, come già annotava James Gorge Frazer nel suo Il ramo d’oro, quasi come una sorta di celebrazione e santificazione del raccolto.

 

 

Il culto di Adone
Dall’Asia occidentale il culto di Adon passò a Cipro e in altre isole della Grecia. Il suo culto è testimoniato, infatti, presso l’isola di Lesbo dalla stessa Saffo, mentre ad Atene è presente all’epoca della spedizione in Sicilia. Della celebrazione delle Adonie accenna Aristofane nella Lisistrata (versi 389-396). La sua festa fu, comunque, celebrata ben presto in tutto il Mediterraneo.
Ad Alessandria nel III secolo a.C. secondo Teocrito (15) le Adonie ebbero una sorta di teatralizzazione che si svolgeva nei santuari, in tempi diversi. Oltre alla processione funebre e il lancio nel mare o nei corsi d’acqua dei vasetti (o giardini) e delle statuette raffiguranti il dio seguiva la parte in cui Afrodite di ritorno dagli Inferi annunciava di aver ritrovato colui che cercava. Dopo questo annuncio della resurrezione seguivano dei festeggiamenti con canti e danze (Cirillo Alessandrino Comm. Isaiae 18, I-2). A Roma il culto di Adone fu promosso particolarmente dall’imperatore Elogabalo assieme a quello di altre divinità siriache. Il suo culto non scomparve dal vasto panorama religioso romano e, come la presenza di certe pratiche rituali quali quelle dei Sepolcri ci testimoniano, si radicò nella religiosità del popolo in maniera profonda e duratura.

 

 

 

 

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