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Durante
le festività della Pasqua tutto il mondo cristiano celebra nella
Settimana Santa, la Passione del Cristo, la sua Morte e la sua
Resurrezione.
A queste tradizionali celebrazioni cristiane, però si sovrappongono
degli aspetti cultuali, estranei al Cristianesimo, retaggio di una
religiosità popolare antica, soprattutto in aree periferiche della
penisola che ancora conservano e tramandano memoria di culti precedenti.
Nel primo giorno delle feste della Pasqua
cristiana, che corrisponde al Giovedì Santo, si celebrano nella Messa
serale o pomeridiana (detta in Coena Domini) la Lavanda dei piedi e
l’istituzione del Sacramento dell’Eucarestia da parte di Gesù. A queste
celebrazioni segue successivamente un altro rito, da molti anni, ancora
molto sentito dalla pietà popolare: quello della visita alle diverse
chiese per l’Adorazione eucaristica. Questo rito prendeva e ancora
prende il curioso nome di Visita ai Sepolcri. Ci si reca, infatti, nelle
diverse chiese per pregare presso una cappella o uno specifico altare
preparato per l’Adorazione eucaristica che prende il nome di Sepolcro.
Durante la Visita ai Sepolcri si vanno, infatti, a visitare diverse
chiese (sette vorrebbe la tradizione) dove nei pressi di un altare o di
una cappellina prescelta sono state poste delle candele, delle piante e
dei vasetti per l’Adorazione che si protrarrà fin dopo la Mezzanotte.
In questi vasetti di terracotta sono stati in precedenza piantati dei
semi, in genere di grano. Possono essere utilizzati anche semi di orzo,
lenticchie e altri cereali che secondo la tradizione devono essere fatti
nascere al buio. Le piantine fatte, così, germogliare senza luce non si
presenteranno di un verde brillante, ma di un verdegiallo pallido. La
tradizione vuole che questi semi siano stati piantati il giorno di San
Giuseppe e che le piantine siano conservate fino al giorno successivo
all’Adorazione.
La presenza di queste piantine di fronte
al Tabernacolo eucaristico nel giorno che apre le celebrazioni della
Pasqua appaiono curiose e questa particolare tradizione non si presenta
come l’unica nella nostra celebrazione della Pasqua.
Infatti, nei giorni del Venerdì o del Sabato Santo in diverse zone
d’Italia (specialmente con contatti con la cultura greca, ma non solo)
una statua, una effige del Cristo morto o un volto del Cristo vengono
esposti alla venerazione dei fedeli, ricoperti o contornati di fiori.
Come, per esempio, avviene in una cittadina del centro Italia in Umbria,
Gualdo Tadino, posta ai confini con le Marche. Nel giorno del Sabato
Santo, appunto, è esposta nella chiesa di San Francesco alla pubblica
venerazione una statua del Cristo morto, che si ritiene miracolosamente
giunta nel luogo.
La statua viene presentata ai fedeli ricoperta di fiori primaverili, in
particolare viole e violacciocche profumatissime. Durante la visita al
Cristo morto vengono offerti dai fedeli di una Confraternita locale, in
un piccolo incarto, i fiori che sono stati a contatto con la statua e a
cui si offrono preghiere, ma anche desideri e speranze.
Alla venerazione di questi simulacri del Cristo nelle varie zone segue o
precede una processione. In alcuni casi la statua è presente durante la
processione del Venerdì Santo, posta alla coda dei quadri delle varie
stazioni della Via Crucis, mentre in altri casi la statua viene portata
da sola in processione ricoperta di fiori.
Feste Adonie
o Giardini di Adon
In Siria e in Fenicia con l’arrivo della Primavera nel tempo in cui il
fiume che attraversava la città di Biblo in Fenicia si tingeva di rosso,
simbolo che il sacrificio di Adon si compiva e che il bellissimo pastore
amato da Astarte rinasceva alla vita (Luciano, De Syria Dea 8) si
celebrava la festa di Adon. Le donne in memoria di questo evento
deponevano l’effigie del dio Adon su un letto di fiori, i cosiddetti
“Giardini di Adon” dove si sistemavano intorno al simulacro numerosi
vasetti di argilla che contenevano delle piantine di rapida crescita, ma
di breve durata, come il frumento, il finocchio e la lattuga. Al termine
delle celebrazioni questi vasetti venivano gettati in mare o in qualche
corso d'acqua.
Intorno a questo apparato funebre si faceva un compianto per esprimere
il dolore per la prematura morte del dio, a cui sarebbe seguita una
festa con inni e danze in cui si sarebbe celebrata la sua rinascita alla
vita. Il culto della divinità era testimoniato a Biblo (città le cui
rovine sorgono a circa 37 km dall’odierna Beirut) dal nome del fiume
chiamato Adon, oggi Nahr Ibrahim, poco a sud della città.
Si narrava che ogni anno all’epoca della
ricorrenza della morte del dio, il fiume (che da questi prendeva nome)
si colorasse di rosso nello scorrere verso il mare e l’Anemone scarlatto
a lui dedicato, fiorisse. Questa pratica di deporre piantine e fiori sul
simulacro del dio per piangerne la morte ci è fornita dalla stessa
Bibbia, dove in Isaia (I, 29, XVII, 10 e seg.) dice: “[…] perché ti
sei dimenticata del tuo Dio salvatore e non ti sei ricordata del Re
della tua forza. Perché tu pianti piante di Adonis, tu vi semini
germogli forestieri. Il giorno in cui le pianti, le fai germogliare e a
mattino i tuoi semi fioriscono, ma la raccolta sarà sparita nel giorno
della malattia e il male sarà incurabile […]”
Il mito di Adone
Il
mito di Adon o Adone arrivò in Grecia dal mondo fenicio. Il nome greco
Adonis derivava dal semitico Adon che significava Signore, epiteto del
dio Tammuz. Nella stessa Bibbia il nome Adhon, Signore, è utilizzato
all’incirca per trecento volte, delle quali in trenta casi Adon è in
riferimento a Dio, mentre negli altri si può intendere come maestro o
padrone. Il mito di Adon ebbe larga diffusione in Siria e si diffuse
anche in Fenicia, per approdare in Grecia probabilmente tramite l’isola
di Cipro. Non conosciamo molto di questa primitiva versione del mito che
vede coinvolti Adon, un bellissimo pastore, e Astarte, dea femminile
della fertilità e dell’amore che dopo averlo perso lo pianse
inconsolabilmente. Quello che invece possediamo sono delle versioni più
recenti del mito di Adone tradite dagli autori greci e da quelli latini.
Il più antico autore greco che faccia riferimento al mito di Adone
sembra fosse Esiodo nella Teogonia. Il suo mito ebbe molte varianti e
sulle mitiche origini di Adone, già gli autori più antichi non furono
concordi. Secondo Esiodo Adone è figlio di Fenice e di Alfesibea, mentre
secondo lo Pseudo Apollodoro Adone era figlio di Smyrna o Myrrha (figlia
di Theias o Thias re di Siria). Secondo Ovidio (Metam. X, 345 e seg.) è
figlio di Cinira sacerdote di Afrodite e Metarme. La versione narrata
dallo Pseudo Apollodoro (Bibl. III, 14, 3-4) è, comunque, la seguente:
Afrodite fece infiammare Smyrna (perché adirata con lei per aver
trascurato il suo culto) di amore per il suo stesso padre. Questa con la
complicità della nutrice riuscì a dormire con lui per dodici notti,
senza che lui se ne accorgesse. Secondo Igino (Astr. II, VII; Fab. 58,
164 e 251) l’offesa sarebbe stata recata ad Afrodite non da Smyrna, ma
da Cencreide, madre di lei, per aver affermato che la figlia sarebbe
stata più bella della dea. Quando Theias si accorse del raggiro subito e
dell’incesto commesso, volle in primo luogo punire la figlia che cercò
di uccidere con la spada. Smyrna si dette alla fuga e invocò l’aiuto
degli dei che la trasformano in un albero per occultarla alla vista del
padre e che chiamarono Smyrna (o mirra)
Dopo dieci mesi dalla corteccia
dell’albero nacque Adone, raccolto da Afrodite che fu grandemente
colpita dalla bellezza del neonato e lo nascose in un luogo sconosciuto
agli dei, ma noto a Persefone. Persefone lo tenne presso di sé, ma
successivamente, quando Afrodite pretese la restituzione del fanciullo
non volle più restituirlo e Zeus dovette intervenire, nel disaccordo
sorto tra le dee. Stabilì che Adone sarebbe rimasto un terzo dell’anno
con Afrodite, un terzo dell’anno con Persefone e per l’altro terzo con
chi più avesse desiderato. Adone decise di rimanere anche l’altro terzo
dell’anno con Afrodite. Un giorno il giovane Adone, in una battuta di
caccia fu trafitto e ucciso da un cinghiale. Anche di questa parte della
narrazione furono divulgate versioni diverse. Secondo alcuni, il
cinghiale sarebbe stato inviato da Ares, per gelosia dell’amore provato
da Afrodite per Adone, mentre per Ovidio fu ucciso da Ares stesso,
tramutatosi in chinghiale.
Si dice che Afrodite versasse tante lacrime quante le gocce di sangue
che uscivano dal corpo del suo amato e da ogni lacrima nascesse poi un
fiore. Si narrò, inoltre, di come dalle gocce del sangue di Adone le
rose cambiassero colore: da bianche divenissero rosse. In quei giorni
furono visti lunghissimi cortei di donne vagare sconsolate per i boschi,
perché erano molte le donne che si erano innamorate di Adone.
Sempre secondo Ovidio, Metamorfosi (X, 725
e seg.) Afrodite istituì una festa per ricordare il suo amato, affinché
Adone potesse vivere per sempre e il ricordo del lutto della dea e
l’immagine della sua morte fosse ogni anno rinnovata come espressione
del suo dolore. Dal sangue del dio nacque l’Anemone un fiore di
brevissima durata (A. Cattabiani, Florario). Claudiano, infine, aggiunge
un’ulteriore parte al mito. Narra che Afrodite sconsolata scendesse
nell’Ade per poter riportare in vita il bellissimo Adone e da qui
sarebbe nata la diatriba con Persefone che si era anch’essa innamorata
di Adone.

Anche secondo Ovidio, Afrodite, dopo aver pianto tutte le sue lacrime e
trasformato in Anemone il suo amato, disceso nell’Ade, fece innamorare
per la sua bellezza Persefone. Così, quando Afrodite ebbe pregato Zeus
che Adone fosse richiamato alla vita, Persefone rifiutò di renderglielo.
Per consiglio della musa Calliope, fu convenuto fra le due competitrici
che il bellissimo giovane dovesse trascorrere, sei mesi in terra e sei
nell’Ade. Afrodite non osservò i patti, cosicché dovette intervenire
Zeus per mettere pace. Egli stabilì che Adone dovesse essere libero
quattro mesi l’anno, quattro ne trascorresse con Afrodite e gli altri
quattro con Persefone.
Le origini
del culto di Adon
L’origine
del culto di Adon, come detto, è da reputarsi molto antica, proveniente
dall’area mesopotamica e da individuare in un’altra divinità, chiamata
Tammuz.
Con il nome ebraico Tammuz si indicava una divinità accadica che aveva
una precedente origine sumera conosciuta anche con il nome Dumu-zi o
Dumu-zi-abzu o, “figlio legittimo dell’Abzu o dell’Abisso”. Il suo culto
risalente a prima del IV millennio a.C. si diffuse dapprima nella terra
dei Sumeri e verso il II millennio a.C. in area Cananea.
Tammuz, antica divinità agraria, era il simbolo della vita e della forza
generatrice della natura.
Ogni anno discendeva negli Inferi per poi
risuscitare a nuova vita nel periodo della rinascita primaverile. Nella
nascita e morte degli elementi vegetali nell’antica Mesopotamia si
vedeva l’attuarsi della morte “del figlio” che diveniva personificazione
del grano, della vegetazione, dei corsi d’acqua. Tammuz era definito
come “Colui che vive realmente”, “Germinatore di molti frutti”, “Quello
del molto vino”, “ Vero Pastore”, il “Signore della Vita”, “il
Risanatore”, “Colui che risale dall’oceano”, “Colui che mangia il pane
consacrato e beve l’acqua pura”. Ogni anno nel sesto mese, che era detto
di Tammuz, aveva luogo una solenne cerimonia in suo onore durante la
quale i fedeli lamentavano la morte del dio e invocavano il suo ritorno
dal Regno dei morti con una cerimonia che comprendeva anche una
rappresentazione sacra.
Durante il rito veniva rappresentata la
morte del dio e la discesa della dea Ishtar, Regina del cielo (Inanna
per Dumuzi) agli Inferi e il suo successivo ritorno sulla terra.
La cerimonia aveva diverse fasi. Prima veniva deposto il simulacro della
divinità in una barca che veniva affidata al fiume o al mare o, si
poteva rappresentare la morte del dio simbolicamente gettando grano e
piantine alle onde. Nella seconda fase si rappresentava la dea che
piangendo e lamentando con grida discendeva negli inferi per chiedere
alla dea Allatu, Regina degli Inferi, (Ereshkigal o Eresh Kigal per
Dumuzi) la liberazione del dio. Il dio allora, poteva essere risuscitato
dal sonno della morte ed essere ricondotto dalla dea sulla terra.
Queste cerimonie avevano luogo a Babilonia e in altre parti dell’Asia
occidentale per celebrare la morte e resurrezione di Dumuzi-Tammuz.
Famosi erano i lamenti funebri, che le donne cantavano e recitavano per
la morte del dio, di cui parlò anche Ezecchiele nella Bibbia (Ezech.
8,14) dove fa riferimento a lamentazioni a cui aveva assistito nella
stessa Gerusalemme alla porta settentrionale del Tempio. “Quindi
egli mi condusse alla soglia del cancello della casa del Signore, che
era rivolto verso nord; e a presidio là sedevano donne che piangevano
per Tammuz. Dunque egli mi disse: Hai tu visto questo, o figlio
dell’uomo? Voltati ancora, e vedrai abominazioni ancor più grandi di
queste” (Ezechiele 8.14-15).
Si celebrava la nascita del dio in
Primavera e la sua morte in Estate quando avevano luogo i raccolti. Con
questi riti veniva celebrata, proseguendo una tradizione ancestrale, la
vita ciclica e perenne degli elementi naturali e in particolare delle
sementi che muoiono in Inverno per risorgere in Primavera a una nuova
vita. Il collegamento del dio al mondo vegetale e al suo ciclico
rinnovarsi era chiaramente evidenziato dalla presenza delle piantine
intorno al suo simulacro e dal fatto che la nascita del dio venisse
celebrata in prossimità dell’Equinozio Primaverile, data intorno alla
quale cade spesso ancora oggi la nostra Pasqua. La celebrazione del
passaggio del sole attraverso l’Equinozio di Primavera significava la
fine del periodo freddo e la rinascita della natura dalla morte
invernale. Tammuz o Dumuzi come poi Adon sono connessi a due divinità
femminili: Inanna ed Eresh Kigal, o come per Adone, Afrodite e Persefone,
entrambe duplice aspetto di una stessa natura femminile e accogliente,
sposa dell’eterno vivente ed eterno risorto Dumuzi, Tammuz, Adon come
sapientemente evidenziato da Joseph Campbell nella sua Mitologia
occidentale, le maschere degli dei.
In queste antiche società
agricolo-pastorali questa divinità maschile altro non rappresentava che
una sacralizzazione del grano e dei cereali che tanto erano importanti
per la sussistenza. La sua controparte femminile era espressione del
principio della “dea madre” rappresentante la terra, la natura, la
capacità germinatrice e procreatrice. Il fatto che le divinità Adon,
Tammuz o Dumuzi rappresentassero il grano era evidente per la presenza
delle piantine seminate, ma anche per il fatto che i mesi che il dio
trascorreva nel mondo infero fossero una metafora per il chicco di grano
che durante l’Inverno è accolto, ospitato nella terra per poi ritornare
in superficie con la germinazione. Adon veniva celebrato in Fenicia in
Primavera per la rinascita delle piantine e probabilmente con una
valenza propiziatoria e augurale per un raccolto abbondante. Dumuzi e
Tammuz venivano festeggiati nel periodo estivo in occasione del
Solstizio d’Estate, come già annotava James Gorge Frazer nel suo Il ramo
d’oro, quasi come una sorta di celebrazione e santificazione del
raccolto.

Il culto di
Adone
Dall’Asia occidentale il culto di Adon passò a Cipro e in altre isole
della Grecia. Il suo culto è testimoniato, infatti, presso l’isola di
Lesbo dalla stessa Saffo, mentre ad Atene è presente all’epoca della
spedizione in Sicilia. Della celebrazione delle Adonie accenna
Aristofane nella Lisistrata (versi 389-396). La sua festa fu, comunque,
celebrata ben presto in tutto il Mediterraneo.
Ad Alessandria nel III secolo a.C. secondo Teocrito (15) le Adonie
ebbero una sorta di teatralizzazione che si svolgeva nei santuari, in
tempi diversi. Oltre alla processione funebre e il lancio nel mare o nei
corsi d’acqua dei vasetti (o giardini) e delle statuette raffiguranti il
dio seguiva la parte in cui Afrodite di ritorno dagli Inferi annunciava
di aver ritrovato colui che cercava. Dopo questo annuncio della
resurrezione seguivano dei festeggiamenti con canti e danze (Cirillo
Alessandrino Comm. Isaiae 18, I-2). A Roma il culto di Adone fu promosso
particolarmente dall’imperatore Elogabalo assieme a quello di altre
divinità siriache. Il suo culto non scomparve dal vasto panorama
religioso romano e, come la presenza di certe pratiche rituali quali
quelle dei Sepolcri ci testimoniano, si radicò nella religiosità del
popolo in maniera profonda e duratura.


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