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BREVE INTRODUZIONE
La
religione celtica era costituita da un pantheon composto di dei tribali,
di divinità locali spesso pre-celtiche proprie a taluni gruppi sociali,
raccolti in un sistema tutt'altro che rigido. La gerarchia delle
divinità non era fissa ma era alternata secondo le predominanze delle
popolazioni locali.
Si credeva che fra gli dei esistessero
rapporti simili a quelli della società celtica. La variabilità di questa
struttura, la diversità tra i rapporti divini e quelli umani costituì la
fondamentale differenza tra la spiritualità romana e quella celtica.
Parecchi riferimenti agli astri e alle stelle
sono stati ritrovati e si presume che i Celti conoscessero l'astronomia,
infatti possedevano un calendario fondato su una conoscenza approfondita
dal movimento del sole e dei pianeti. Numerosi costruzioni megalitiche
verificano questa ipotesi.
Le divinità si collegano alla natura e al
mondo concreto, come dimostrano numerose raffigurazioni anche di
utilizzo quotidiano come bracciali, collane, diademi, ritenute
posseditrici di poteri magici.
I principali esponenti dell'élite culturale
che avevano anche funzioni religiose erano i druidi. Essi venivano
reclutati fin da piccoli nella nobiltà gallica dell'epoca e addestrati
da monaci speciali che li esentavano dal servizio militare e dal
pagamento dei tributi.
Conoscevano la scrittura e assicuravano il
buon svolgimento delle pratiche religiose e dei sacrifici. I druidi
erano gli intermediari tra il mondo degli dei e quello degli uomini.
Considerati i detentori del sapere universale perpetuavano la concezione
dell'uomo e dell'universo in una dottrina esoterica con contenuti tipo
il macrocosmo e il microcosmo a noi non pervenuta.

I principi della religione
celtica erano la reincarnazione dell'anima con la nascita di una nuova
vita. Ciò dimostrerebbe infatti l'uso dell'incinerazione dei cadaveri e
la sepoltura dei resti direttamente nella terra senza corredo funebre o
al limite con oggetti simbolici tipo amuleti. La profonda religiosità
dei Celti, e la loro convinzione di dover migliorare il mondo contribuì
alle loro attività belliche e non esitavano a compiere sacrifici umani
su possibili nemici della società.
LE SACERDOTESSE

Non abbiamo prove storiche certe del fatto
che le “Druidesse” fossero delle Sacerdotesse appartenenti all’ordine
dei Druidi, e neppure del fatto che le donne fossero effettivamente
ammesse a far parte dell’ordine druidico.
Esaminiamo a questo proposito gli scritti
dei biografi imperiali:
Tacito nei suoi Annales, XIV, 29-30 narra della battaglia combattuta nel
61 d.C. sull’Isola di Mona (l’odierna Isola Anglesey) in cui i Romani,
guidati da Svetonio Paolino, distrussero il Sacro centro dei Druidi di
Britannia massacrandone tutti gli appartenenti.
Sempre Tacito descrive la presenza,
accanto ai Druidi, di donne vestite di scuro con i lunghi capelli
sciolti al vento che agitavano fiaccole.
Questa può essere considerata senz’altro una prova che le donne avessero
una certa influenza nelle questioni spirituali anche se non possiamo
dire con certezza che si trattasse di Sacerdotesse appartenenti
all’ordine druidico.
“Stabat pro litore diversa acies, densa
armis virisque, intercursantibus feminis, [quae] in modum Furiarum veste
ferali, crinibus disiectis faces praeferebant; Druidaeque circum, preces
diras sublatis ad caelum manibus fundentes, novitate adspectus perculere
militem, ut quasi haerentibus membris immobile corpus vulneribus
praeberent. dein cohortationibus ducis et se ipsi stimulantes, ne
muliebre et fanaticum agmen pavescerent, inferunt signa sternuntque
obvios et igni suo involvunt.”
Flavio Vopisco nel suo Historia Augusti,
XIV, 2-3 fa riferimento alla profezia di una Sacerdotessa druidica nella
seconda metà del III secolo:
“Diocleziano, che militava ancora nei ranghi inferiori, ed era di
stanzia in Gallia nel paese dei Tungri, si trovò in una locanda a fare i
conti dei suoi costi giornalieri con una donna che era una druidessa.
Questa a un certo punto gli disse “Diocleziano, sei troppo avaro e
spilorcio!”. Ed egli le rispose scherzando: “Quando sarò imperatore,
allora sì che largheggerò”. E si dice che la druidessa abbia risposto:
“Diocleziano, non scherzare, sarai infatti imperatore, dopo aver ucciso
il cinghiale”.
In effetti quando Diocleziano uccise il prefetto Arrio soprannominato
“il cinghiale” divenne imperatore e si avverò così la profezia della
Druidessa.
Ancora Vopisco nel suo Historia Augusti
racconta che Aureliano avesse consultato le Druidesse di Gallia
chiedendo loro se l’Impero sarebbe rimasto in mano ai suoi discendenti,
ma che queste risposero che nessun nome sarebbe stato più famoso di
quello dei discendenti di Claudio:
“Quindi, secondo Diocleziano, Aureliano un giorno consultò le Druidesse
di Gallia per chiedere loro se l’Impero sarebbe restato in mano ai suoi
discendenti, ma quelle risposero che nessuno nello Stato avrebbe avuto
un nome più eclatante di quello dei discendenti di Claudio”
Lampridio nel suo Historia Augusti LX
racconta che nel 235 d.C. Alessandro Severo aveva iniziato una
spedizione in Gallia per liberarla dai romani e che, mentre si accingeva
a partire, una profetessa druidica gli urlò in lingua gallica: “Va’
ma non sperare nella vittoria e non fidarti dei tuoi soldati”. E
infatti Alessandro Severo morì poco tempo dopo per mano dei suoi
soldati.
Di queste donne chiamate dai Romani
“druidesse” sappiamo soltanto che predicevano la fortuna ed è quindi
possibile che il nome dryades, o una forma simile, sia stato loro
attribuito dagli autori latini a causa di un fraintendimento originato
da una scarsa conoscenza dello status e delle funzioni dei veri Druidi:
le “druidesse” possono aver di fatto rappresentato, agli occhi acritici
dei biografi imperiali, quel che restava di una funzione ben documentata
tra i druidi fin dalle origini cioè la divinazione; e per questo possono
averle chiamate con quel nome, incuranti di un loro autentico legame con
l’ordine dei Druidi, solo per indicarle come donne sapienti.
Tuttavia sappiamo che in passato figure di
interpreti e indovini erano considerate un sottordine dei druidi e
quindi è possibile che queste donne, continuando l’opera dei vati,
fossero investite di un’autorità tradizionale che autorizza in un certo
senso a considerarle membri dell’antica casta sacerdotale. Di
conseguenza non c’è nulla di improbabile nell’immagine di donne che in
Gallia avevano la reputazione di druidi, anche se l’associazione del
loro ruolo di indovine con una vita da locandiere, come emerge dal brano
di Vobisco, dà chiaramente il senso del livello molto basso a cui era
sceso il druidismo nel III secolo.
Esistono invece prove, seppure incerte, della presenza tra i Celti di
Sacerdotesse nel vero senso del termine chiamate spesso in lingua
irlandese Bandrui.
La donna nella Società Celtica rivestiva ruoli più importanti rispetto a
quelli rivestiti in altre civiltà contemporanee, ruoli paragonabili a
quelli degli uomini poiché non esistevano discriminazioni sessuali, e
quindi le donne godevano spesso di una grande considerazione; la storia
e le leggende sono ricche di importanti figure femminili che furono non
solamente guerriere ma anche Sacerdotesse e profetesse.
Ricordiamo
la Regina Boudicca, guerriera e Sacerdotessa della Dea Andrasta (dea dei
corvi e delle battaglie simile alla divinità irlandese Morrigan); Medb,
il cui nome significa “esaltazione” e che era considerata una
profetessa; Scathach, Regina guerriera che istruì l’eroe irlandese Cu
Chullain; Banbhuana, figlia di Deargdhualach e maestra del Druido
irlandese Mogh Roith; Camma, Sacerdotessa della dea Brigit; Nessa, madre
del Re Conchobar che prese il nome di sua madre invece che quello di suo
padre e fu così chiamato mac Nessa Conchobar; Fidelma cui si fa
riferimento nel famoso ciclo epico irlandese Tain Bò Cuailnge, druidessa
dotata di capacità di preveggenza e descritta come una giovane armata,
vestita di una tunica rossa, con capelli biondi e lunghissimi raccolti
in tre trecce, occhi dotati di tre iridi e una bacchetta leggera in
mano.
Ricordiamo infine la figura di Véleda (I secolo d.C.) appartenente alla
Tribù dei Bructeos che, grazie al compimento delle sue predizioni
durante la rivolta delle Tribù gallo-germaniche contro i romani nel 69 e
70 d.C. fu rivestita di un prestigio sacro tra i celti e i germani.
Tacito a questo proposito racconta che nessuno poteva parlare
personalmente con Véleda e che la donna dava i suoi responsi chiusa in
un’alta torre: “Tencteris legati ad Civilem ac Veledam missi cum donis
cuncta ex voluntate Agrippinensium perpetravere; sed coram adire
adloquique Veledam negatum: arcebantur aspectu quo venerationis plus
inesset. ipsa edita in turre; delectus te propinquis consulta
responsaque ut internuntius numinis portabat” (Historiae, IV, 65).
Importante è anche il mito delle c.d. Insulae Feminarum. Nell’VIII
secolo Immram Bran scrive “Non poltrire su un inetto giaciglio, e non
lasciare che lo smarrimento ti assalga: intraprendi un viaggio sul
limpido mare, per scoprire se è in tuo potere trovare Tir na mBan, la
Terra delle Donne”. Queste Isole magiche popolate di misteriose maghe, a
cui si fa riferimento in alcune leggende celtiche, non sono senza
rapporto con l’isola di Avalon della leggenda Arturiana. Terra mitica di
Druidi e Sacerdotesse devote alla Luna, Avalon era perennemente avvolta
dalle nebbie per far sì che non fosse trovata; quest’isola era anche
detta Albion o Emain Ablach cioè Isola delle Mele ed era considerata il
luogo magico dove tutto cresce in abbondanza e spontaneamente. Avalon
era posta tra il mondo reale e quello ultraterreno della tradizione
celtica e infatti nessuno degli antichi scrittori ha mai identificato
una località reale con quest’isola mistica.
D’altra parte però anche molti autori latini hanno fatto riferimento a
isole su cui si trovavano organizzazioni religiose femminili: Posidonio
racconta dell’esistenza di un isola sulla foce del fiume Loira su cui
vivevano delle donne consacrate a Dioniso (Dionyso Katechoménas:
evidentemente sotto la denominazione greca attribuita al dio si
nascondeva un dio celta locale) e narra come in questa Isola -santuario
fosse proibito l’accesso agli uomini; Artemidoro fa invece riferimento a
una Sacerdotessa Celta chiamata Gallizena che era legata al culto di
Demetra (ancora una volta l’autore denomina una divinità celta con un
nome greco) e abitava un’isola del litorale Britannico.
Pomponio Mela nella De Chorographia III, 6, 48 descrive
un’organizzazione religiosa femminile in Gallia: quella delle nove
vergini dell’Ile de Sein. Queste donne riservavano i loro rimedi e le
loro predizioni a chi avesse intrapreso la navigazione per consultarle
e, secondo il geografo romano, erano chiamate Bandrui ed erano ordinate
in tre diverse categorie. La categoria di minore autorità era quella
delle Sacerdotesse che vivevano perennemente recluse sull’Isola ed erano
tenute ad osservare un voto perenne di castità, queste Sacerdotesse
avevano il compito di alimentare il sacro fuoco perenne in onore delle
divinità femminili cui erano consacrate; la seconda categoria di
Sacerdotesse aveva il permesso di sposarsi ma doveva comunque rimanere
all’ interno del santuario fatta eccezione per pochi giorni l’anno in
cui potevano allontanarsi per compiere i propri doveri coniugali, queste
Sacerdotesse potevano parlare con la gente e compiere profezie e,
secondo Mela, leggevano il futuro sulle foglie del vischio; le Bandrui
della classe più alta invece accedevano al loro ruolo solo dopo molti
anni di studio e un rito di passaggio, potevano circolare liberamente e
avevano il compito di mantenere vive le tradizioni religiose,
praticavano l’astrologia e leggevano il futuro osservando le vittime dei
sacrifici umani (sacrifici che comunque potevano essere compiuti solo
dai Druidi maschi);
Pomponio Mela racconta infine che le più
potenti di queste Bandrui avevano il potere di comandare i venti e le
tempeste, di trasformarsi in uccelli e di curare le malattie più
terribili; queste donne erano riverite come divinità dal popolo,
potevano dominare la magia delle pietre e delle erbe curative,
preparavano i moribondi a una dolce morte, e si occupavano delle nascite
e degli incantesimi d’amore.
Continuando ad analizzare miti e leggende scopriamo come le epopee
irlandesi fanno spesso riferimento a delle maghe dotate di poteri
straordinari e iniziatrici dei giovani tanto in campo guerresco che in
campo sessuale. In Irlanda si narrava dell’esistenza di indovine che
venivano comunemente associate ai Druidi e che alcuni scribi medioevali
hanno definito bandrui; leggende ed iscrizioni citano spesso le “nove
maghe” preposte a custodire le acque, e compaiono riferimenti alle
Banfhlaith vergini custodi dei fuochi sacri, e a sacerdotesse in grado
di suscitare tempeste, provocare malattie, uccidere i nemici con
maledizioni ed evocare le nebbie; le Sacerdotesse che compaiono nelle
leggende irlandesi sono descritte come guaritrici ed erboriste, veggenti
e profetesse, donne sagge e “streghe”.
Anche il culto della Dea Brigit è un culto prettamente femminile: tre
mesi dopo Samain e quaranta giorni dopo Yule, il 1 febbraio, i Celti
celebravano la festa di Imbolc dedicata alla Dea Brigit, festa di
purificazione in cui si esaltava il Fuoco ma anche l’Acqua Lustrale. La
Dea Brigit portava il soprannome di Belisama “la Splendente”, al suo
culto non erano ammessi gli uomini e le erano invece consacrate 19
sacerdotesse che vegliavano su un Fuoco perpetuo. Il numero 19 non è
casuale: è infatti legato ai cicli lunari poiché secondo il Ciclo
Metonico ogni 19 anni la Luna presenta la stessa combinazione di fasi
rispetto ai giorni del Calendario Solare. (c.d. Ciclo Metonico dal nome
dell’ateniese Metone che lo scoprì già nel 433 a.C. calcolando che ogni
235 lunazioni medie i noviluni si riproducono nelle medesime date).
LE DIVINITA'
Arawn

Re dell'Annwn (l'oltretomba) e guardiano
dei luoghi pericolosi. Pregando questo Dio un mortale potrebbe
avere accesso alla saggezza delle anime degli antenati assimilate da
Arawn.
Nel primo
ramo del Mabinogion egli è accompagnato da una muta di cani bianchi
dalle orecchie rosse detti Cwn annwn (i cani dell'oltretomba). Narra la
leggenda di Arawn e Pwyll che i due si scontrano durante una battuta di
caccia durante la quale Pwyll, principe del Dyfed, sottrae una preda ai
cani di Arawn.
Il dio
profondamente offeso offre a Pwyll una via di scampo: i due dovranno
scambiarsi le sembianze e regnare sui rispettivi regni per un anno, alla
fine di questo periodo Pwyll dovrà uccidere con un solo colpo Hafgan, un
dio-re che insidia il trono di Arawn. Pwyll riesce nell'intento e tra
lui ed Arawn si instaura un rapporto di profonda amicizia.
Arawn è
anche signore dell'inganno e del doppio gioco e fa di tutto per
accaparrarsi le anime dei mortali. Meschino, crudele, affascinante, non
ha un aspetto vero e proprio, ma si presenta sotto molteplici forme e
aspetti.
Egli può
dare consiglio a chi lo prega, rivelando a lui il passato e il futuro, i
pensieri più segreti dei vivi e dei morti, ma spesso questi consigli
sono raggiri, frasi sibilline o vere e proprie armi a doppio taglio,
finalizzate sempre al raggiungimento da parte di Arawn del suo unico e
solo obiettivo: altre anime di cui cibarsi.
Arawn si
diverte inoltre ad avvicinare fanciulle mortali, mostrandosi loro con le
sembianze del loro amato, o di un uomo bellissimo, corteggiandole per
poi depositare nel loro grembo un figlio dannato, dal destino segnato e
legato ad Arawn per l'eternità.
Egli dimora
di preferenza nella parte più buia dell'Annwn, dove gode nell'ascoltare
i gemiti e i lamenti delle anime che vi vagano senza pace.
Arianrhod
Arianrhod ("la ruota d'argento", ovvero la Luna) è una delle discendenti
di Don. Sorella di Gwydion (consigliere di Math ap Mathonwy) e madre di
Dylan e Llew Llaw Giffes.
Arianrhod
presiede all'aurora, alle fasi lunari e quindi per associazione a tutte
le questioni femminili, alle nascite, ai matrimoni, alla fertilità ed ai
riti lunari. E' una Dea dalla connotazione fortemente sessuale ed i riti
a lei dedicati comprendono accoppiamenti ed orge. La sua dimora è Caer
Arianrhod, ovvero l'aurora boreale.
Nel quarto
ramo del Mabinogion si narra che il Dio Math ap Mathonwy (Math figlio di
Mathonwy) aveva il bisogno di posare i piedi sul ventre di una vergine
per calmarsi. Quando la vergine Goewin che era preposta a questo compito
fu stuprata durante una battaglia Arianrhod venne scelta per
sostituirla. Per provare la sua verginità ella dovette camminare sul
bastone magico di Math. Appena compiuta la prova Arianrhod dette alla
luce due figli. Uno venne chiamato Dylan, l'altro ebbe dalla madre tre
Geis (veti): egli non doveva aver un nome, non poteva sposare una donna
mortale nè portare armi che non gli fossero state donate dalla madre.
Gwydion convinse con l'inganno Arianrhod a chiamare questo ragazzo Llew
Llaw Giffes ("lo splendente dall'abile mano").

Artio
Dea
della caccia e dell'abbondanza, spesso raffigurata come un'orsa (o in
compagnia di un orso). Il suo nome significa infatti "orsa". Pare che il
nome di Artù sia collegato a questa divinità di cui ad oggi non restano
che pochissime tracce.
Cernunnos

Dio delle foreste e degli animali selvatici, , il cui nome
significa "colui che ha le corna" o "colui che ha le corna appuntite".
La sua figura è fortemente sessuale in quanto Cernunnos simboleggia la
forza, la virilità e la fertilità.
La prima
immagine conosciuta di Cernunnos è l'incisione rupestre di Paspardo, in
Val Camonica, del IV secolo a.C., nella quale il dio è ritratto con le
corna di un cervo, porta un torquis ad ogni braccio ed è accompagnato da
un serpente con corna d'ariete e da un piccolo fedele col pene eretto.
In altre
rappresentazioni egli ha un serpente al posto di un braccio e dalla
sacca che tiene in grembo cadono monete o semi, simboli anch'essi di
abbondanza e fertilità.
Cernunnos
figura anche sul famoso Calderone di Gundestrupp, nell'atto di gettare
un uomo al suo interno, forse come simbolo di rinascita o rigenerazione.
Coventina

Coventina era la personificazione della sacra fonte di Carrawburgh
situata lungo il Vallo di adriano. La sorgente alimentava un piccolo
pozzo circondato da un muro ed era usanza per i celti di quelle zone di
andare a gettare al di là del muro monete, monili od oggetti di uso
quotidiano come offerta alla Dea. Erano soprattutto le donne a fare
queste offerte per propiziarsi un parto sicuro.
Coventina
era anche considerata una dea guaritrice, si credeva infatti che le
acque della sua fonte potessero guarire molti malanni.
E' spesso
raffigurata come una ninfa acquatica seminuda sdraiata in mezzo alle
onde oppure nell'atto di versare acqua da una coppa.
Epona

Epona è la dea dei cavalli per antonomasia, il suo nome deriva infatti
dalla parola celtica "epos" che significa appunto "cavallo". Per i celti
il cavallo era molto importante, al punto tale che essi non ne
mangiavano per alcun motivo le carni, per questo Epona era una delle
divinità più venerate.
Il suo
culto era diffuso soprattutto in Gallia e in Renania tra le tribù degli
Edui, dei Lingoni e dei Treveri ma compare anche in aree più remote come
la Britannia e l'Iberia.
Viene
rappresentata sempre in compagnia di uno o più cavalli, con ceste di
grano o frutta ai suoi piedi. In alcune raffigurazioni ella porta appesa
alla cintura una chiave che secondo alcuni studiosi rappresenta la sua
capacità di aprire le porte dell'oltretomba e di favorire così una
"rinascita". Epona era inoltre associata all'acqua e al latte,
nutrimento essenziale per i Celti.
Dagda

In
origine era chiamato Dagodevos ed era la principale divinità dei danesi
che si spostarono in Irlanda. Padre di Angus (o Oengus), dio dell'amore
e di Brigit, dea della sapienza e della poesia, sposo di una dea con tre
nomi (Breg "menzogna", Meng "astuzia" e Meabel "disgrazia") era
considerato come un dio benevolo, protettore degli uomini e padre dei
Tuatha de Danann. Altre divinità come Bodb il rosso, Ceacht, Midir e
Ogma sono talvolta indicate come suoi figli.
Il suo nome
significa "il buon dio" ed era associato alla magia e all'abbondanza,
egli infatti possedeva un caderone magico chiamato Uldry che poteva
nutrire tutta la terra.
Viene
rappresentato con un'enorme clava in mano, la quale ha una
particolarità: quando colpisce da una parte uccide i vivi e quando
colpisce dall'altra resuscita i morti.
Il Dagda è
una figura paradossale, dotato di infinita saggezza è però rozzo e
volgare ed ostenta una voracità smodata oltre ad una perenne, smisurata
erezione.
Fu
costretto dal figlio Angus ad abdicare.
Brigit
"Alta, forte o gloriosa", dea della sapienza, del fuoco, del focolare
domestico e della poesia. Brigit è una delle divinità più complesse del
Pantheon celtico ma anche una delle più amate, tanto che la Chiesa
Cristiana per eradicarne il culto la trasformò in Santa Brigida. Era una
dea una e trina, a volte legata a due "sorelle" e talvolta veniva
associata anche alla guarigione ed alla fertilità tanto che la festa di
Imbolc (1° febbraio) era a lei dedicata in quasi tutta l'area celtica.
Brigit era
conosciuta anche con i nomi Berecyntia, Breide, Brigindo, Brid, Bridget
e Brigantia, in quest'ultima forma era la dea protettrice dell'omonima
tribù dei Brigantii del nord della britannia. Per i briganti la Dea
Brigit era anche una divinità della guerra e veniva da loro raffigurata
con elmo, lancia e scudo.
In Irlanda
era la figlia del dio buono Dagda e quindi legata alle "cose buone",
alla fertilità, al parto, ai mestieri ed alla poesia.
In Scozia
era chiamata Bride, dal cui nome pare derivi il moderno Bride (sposa, in
inglese) ed era la dea preposta ai matrimoni e al parto.

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