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Si
parla spesso di Cover Up, di tentativi più o meno riusciti, a volte
profondamente messi in atto da personaggi e associazioni spesso avvolte
in una fitta coltre di misteri, che tentano in tutti i modi di frenare
le conquiste dell’ingegno umano.
Questa sorta di “censura” storica è spesso
verificabile e sicuramente attribuibile al bisogno di mantenere
posizioni consolidate nel tempo, atteggiamenti che generano e tramandano
potere proprio in virtù del fatto che monopolizzano le verità.
In questo senso, tentare di ricostruire
l’intero arco dell’evoluzione umana, spesso non è così semplice come si
potrebbe pensare; ovviamente abbiamo a disposizione le nuove tecnologie,
biblioteche, archivi, ed una estesa rete di mezzi di informazioni, ma
quante testimonianze sono giunte integre dal passato e quante invece,
vittime della censura e del silenzio imposto, hanno ritardato
enormemente il cammino dell’uomo?
Le scienze ritrovate
Una
delle maggiori conquiste dell’umanità, è stata di certo la scrittura,
eppure proprio questa grande invenzione, di riflesso, ha rappresentato
un enorme pericolo.
Questa affermazione potrebbe stupire molti
dei lettori, ma riflettiamo un attimo su cosa anticamente rappresentò la
scrittura e cosa rappresenta ancora oggi; l’immagine di popoli dediti a
tramandare attraverso i propri caratteri alfabetici le loro memorie non
è storicamente corretta, in realtà la scrittura rappresentò per molti un
dono divino, e come tale poteva essere usata soltanto da pochi eletti.
Il popolo, tranne una sparuta minoranza, non si dedicava certo alla
scrittura, quest’arte era propria dei sacerdoti e degli scribi,
affrancati al potere, che la usavano per tramandare le gesta dei potenti
e lasciare ai posteri una immagine del loro signore non sempre
corrispondente alla realtà.
La scrittura era quindi un mezzo del
potere, e tale rimase fino a quando non si diffuse maggiormente nel
quotidiano dei cittadini.
Proprio in concomitanza con questa
diffusione divenne pericolosa; se chiunque poteva mettere per iscritto i
propri pensieri, trascrivere le idee di altri pensatori, veniva meno
quello strumento di controllo delle masse che sacerdoti e re avevano da
sempre adottato; da questo l’esigenza di censurare, e da questo i fatti
che stiamo per raccontare.
Socrate, il grande filosofo ateniese,
consigliava sempre di diffidare dall’idea che dagli scritti possa
derivare qualcosa di chiaro, la scrittura infatti è un mezzo di
comunicazione ma anche di dissimulazione, e pur presentandosi in maniera
più chiara rispetto alla tradizione orale, non possiede in ogni caso un
significato univoco.
Anche gli alchimisti dimostrarono la loro
sfiducia nella comunicazione in forma scritta, proprio per questo
preferivano la comunicazione orale e facevano uso di simboli; tutta
questa serie di diffidenze ci porta a pensare che l’idea di una nascita
improvvisa e prorompente del cosiddetto “Secolo dei Lumi” non sia del
tutto corretta, sarebbe forse meglio parlare di una riscoperta e
abbracciare l’ipotesi che larga parte delle conoscenze moderne siano in
realtà riscoperte fatte in ritardo.
Restano ovviamente da capire i motivi di
questo ritardo, ma d questo punto di vista non mancano certo le
risposte: persecuzioni politiche e ideologiche, censure religiose, ci
sarebbe soltanto l’imbarazzo della scelta, così come una vasta serie di
esempi si possono portare riprova di quanto appena ipotizzato.
Caio Terenzio Marrone, storico romano, già
prima del 43 a.C. adombrava l’idea dei batteri quali causa di molte
malattie; venne messo in esilio e la sua biblioteca venne data alle
fiamme, con il risultato che la microbiologia nacque soltanto a metà
dell’Ottocento.
Lo stesso “misterioso” ritardo è visibili
nei campi dell’astronomia e dell’architettura: i babilonesi si
dilettavano in osservazioni astronomiche, i cinesi scoprirono le
costellazioni 16.900 anni prima di Cristo, mentre allo stesso tempo
seguivano le eclissi e misuravano il cielo.
Gli egizi possedevano strumenti che
puntavano sulle stelle, costruivano piramidi con una precisione, a
parità di mezzi, non ancora superata, i Maya usavano il mese lunare e le
fasi di Venere furono osservate dai babilonesi prima di Galileo.
Sempre in tema di osservazioni celesti,
Seneca aveva già scritto del moto della terra e dell'immensità
dell'universo, affermando che la terra era un pianeta tra tanti; lo
stesso aveva fatto Hiceta di Siracusa affermando che la terra era
sferica e ruotava intorno al suo asse.
Perché nessuno proseguì sulla scie di
queste affermazioni? Perché rimasero sepolte per secoli, coperte dal più
assoluto silenzio?
Mentre Laplace si ostinava ad accostare i
meteoriti al materiale proveniente da vulcani attivi, a nessuno venne in
mente che il poeta Cecco d’Ascoli, morto nel 1327, aveva già parlato di
meteoriti ferrose e del processo di fossilizzazione; e sempre lo stesso
Laplace, dimostrando la teoria dell’attrazione del sole e della luna,
dimenticò che alle stesse conclusioni era già pervenuto il nostro Dante
Alighieri.
Perché tutte queste dimenticanze? Non
certo per una colpevole complicità, semplicemente per mancanza di fonti,
per quello stesso motivo che in apertura ci ha portato a discutere sulla
censura e la persecuzione dei testi “scomodi”.
La biblioteca di
Alessandria
In
molti, oggi, pensano che i libri di storia andrebbero riscritti,
rivisitati alla luce di un nuovo bisogno di rapportarsi con gli
avvenimenti, non più dettato dal protagonismo o dal bisogno di usare i
fatti come attestazioni di verità personali: il pensiero non ha il
compito di creare i fatti; i fatti esistono e l’unico dovere del
pensiero dovrebbe essere quello di inserirli nella storia del nostro
passato.
Seguendo questo semplice modo di operare
scopriremmo, ritornando ancora a Dante, che il sommo poeta conosceva già
le quattro stelle che formano la Croce del Sud, che Eudosso aveva già
circumnavigato l’Africa e che prima di lui, Antipatro aveva navigato
dalla Spagna all’Etiopia.
Tutto questo lavoro di ricerca sarebbe
stato, ovviamente, molto più semplice in assenza della cecità umana,
cecità unita alla barbarie; molte delle nostre fonti sono cadute vittime
del pensiero distorto di chi temeva la cultura e l’informazione, intere
biblioteche quali quella di Alessandria, Pergamo e Costantinopoli
vennero date alle fiamme con conseguenze disastrose per il sapere.
A questa vera e propria strage di notizie,
contribuì enormemente anche l’oggetto stesso che era deputato alla
funzione di tramandare, il libro; anticamente i libri erano considerati
alla stessa stregua delle cose più preziose, erano infinitamente costosi
e venivano pubblicati in pochissimi esemplari.
Tutto il spere veniva affidato alle
biblioteche, spesso contenute in edifici sacri e proprio per questo
esposte all’intolleranza religiosa; tra tutti i mali quest’ultima fu
però quella che si espresse in maniera minore, la Chiesa era infatti
molto più propensa ad occultare i testi che non a distruggerli, cosa che
invece faceva indiscriminatamente il potere politico.
La tradizione racconta di come la
biblioteca perduta di Alessandria custodisse l’intero scibile umano,
migliaia e migliaia di volumi andati perduti dopo il suo disastroso
incendio, forse una piccola parte salvata fortunosamente e rimasta come
retaggio e monito in mano ai saggi ed alle caste sacerdotali.
Storicamente, si può collocare la sua
fondazione all’inizio del III Secolo a.C.; l’idea di rendere Alessandria
depositaria del sapere tramite una biblioteca fu di Tolomeo I, grande
cultore delle arti letterarie; egli intuì quanto fosse importante
preservare, ma allo stesso tempo mettere a disposizione dei dotti, tutto
il sapere dell’umanità, anche al fine di tramandarlo ai posteri.
Per dare vita alla propria idea, Tolomeo
si avvalse della collaborazione di un illustre letterato dell’epoca, il
greco Dimetro Falereo; grazie a questa sinergia di intenti presero vita
due importanti istituzioni in Alessandria, la Biblioteca ed il Museo.
Possiamo benissimo comprendere quanto
ardua fosse l’illuminazione del sovrano, in quel periodo la
conservazione dei testi era per lo più affidata a privati oppure ai
sacerdoti; la diffusione dei testi era molto limitata anche a causa del
costo proibitivo di tavolette, papiro e pergamene. Il primo a concepire
l’idea di una trasmissione dei testi sotto forma di raccolta fu
Aristotele, il filosofo tramandò la sua opera letteraria ai propri
allievi, tra i quali c’era Teofrasto, a sua volta molto amico di
Demetrio Falereo.
Sull’esempio di quanto detto sopra, la
Biblioteca di Alessandria fu proprio di tipo aristotelico, cioè basata
sulla raccolta sistematica dei testi che venivano in seguito messi a
disposizione di un più vasto pubblico.
La Biblioteca ed il Museo furono costruiti
molto vicini l’una all’altro, i testi venivano materialmente raccolti
nella Biblioteca, mentre nel Museo venivano redatte le rispettive
relazioni critiche; lo scopo iniziale era quello di raccogliere i soli
testi greci, ma ben presto la collezione si arricchì di opere che
spaziavano in ogni campo e che provenivano da ogni parte del mondo; in
virtù della sua enorme popolarità la Biblioteca venne ingrandita, fino
ad avere dieci enormi sale e molte altre salette più piccole riservate
agli studiosi.
Divenne in breve tappa obbligata per gli
studiosi, la frequentarono assiduamente Euclide, il padre della
geometria, Aristarco di Samo ed Erone di Alessandria; giunta al massimo
del proprio splendore accadde però l’imprevisto, dopo quasi un migliaio
d’anni dalla sua fondazione, nel 47 a.C., i romani di Giulio Cesare
incendiarono una delle sezioni della Biblioteca trasformando in cenere
circa quarantamila rotoli; seguirono gli incendi ad opera di Zenobia,
sovrana di Paimyra, di Diocleziano nel 295 d.C., fino alla completa
distruzione da parte del Generale Amr Ibnel-as, agli ordini del Califfo
Omar I.
In quell’occasione il destino della
Biblioteca di Alessandria si compì tragicamente e definitivamente; era
il 646 d.C. quando Omar I pronunciò le famose parole: “…….Se i libri non
riportano quanto scritto nel Corano allora vanno distrutti, poiché non
dicono il vero. Se i libri riportano quanto scritto nel Corano vanno
distrutti ugualmente perché sono inutili”.
La Biblioteca, tutto il suo contenuto e il
sogno che essa rappresentava, vennero per sempre avvolti dalle fiamme.
Non sappiamo esattamente quali opere
contenesse e quale fosse il loro reale valore, è ovvio comunque pensare
che buona parte delle conoscenze antiche è stata per sempre sottratta
agli studiosi e che tra queste conoscenze c’erano sicuramente le
risposte a tante di quelle domande che oggi tormentano l’uomo di fronte
ai misteri ancora insoluti della storia.
Tra i libri contenuti nella Biblioteca,
parte dei quali, come dicevamo, vennero probabilmente sottratti
all’incendio, ma andati ugualmente perduti, primeggiavano una Storia del
Mondo, opera del sacerdote Babilonese Beroso, dove si parlava
dell’incontro tra le civiltà mesopotamiche e gli Apkallus, semidei
anfibi discesi dalle stelle, oltre che riportare avvenimenti accaduti
prima del diluvio universale.
Era conservata anche l’intera opera di
Manetone, il sacerdote egizio vissuto ai tempi di Tolomeo I e, secondo
la tradizione, in possesso del favoloso Libro di Toth; per non parlare
poi dei testi del fenicio Moco, dove si parlava di teoria atomica; oltre
a rarissimi libri provenienti dall’india e numerosi manoscritti
alchemici.
Una grande perdita per l’umanità, ma anche
un monito per il futuro, questo oggi rimane della Biblioteca perduta di
Alessandria.
I rotoli di Qumran
Nel
1947, in alcune giare, nelle grotte di Qumran, vennero scoperti dei
manoscritti; si trattò di una vera e propria avventura, con tanto di
colpi di scena e veri e propri misteri.
Le esplorazioni continuarono fino al 1956,
rintracciando ben 800 manoscritti in undici grotte, nell’insieme si
individuarono anche venticinque testi biblici e altri del tutto
sconosciuti.
I manoscritti contenevano il libro
d'Isaia, ma si trattava di un testo vecchio di mille anni rispetto a
quello conosciuto, probabilmente collocato nelle grotte per timore dei
legionari romani; cosa raccontavano esattamente questi testi, tanto da
diventare oggetto di un vero e proprio caso di cover up e da far
scendere in campo anche i servizi segreti?
La città di Qumran era un centro di vita
comunitaria con una sua regola ben precisa, ma era anche il centro che
ospitava la Confraternita degli Esseni, seguaci della legge mosaica, che
seguivano la castità e la povertà, praticavano la comunione dei pasti e
dei beni e credevano nell'immortalità dell'anima, nella resurrezione dei
morti e nella predestinazione.
Durante la fine del II secolo a.C., (data
ancora da accertare), un sacerdote di Gerusalemme promosse uno scisma
religioso e fondò la comunità di Qumran; si trattava del misterioso
Maestro di Giustizia, che aveva come seguaci i Figli della Luce e che
instaurò una nuova alleanza con Dio.
Altro particolare interessante riguarda
invece l’aspettativa degli Esseni; dopo un conflitto di quaranta anni,
(termine chiaramente da intendere in chiave simbolica), durante i quali
i Figli della Luce avrebbero lottanto contro i Figli delle Tenebre,
sarebbero arrivati due Messia: il primo di stirpe sacerdotale,
discendente da Aronne, il secondo di stirpe regale, discendente da
Davide.
Nel 1953 venne costituito un gruppo di
studio internazionale, composto da cattolici e protestanti; a questo
gruppo, stranamente, venne vietato l’ingresso agli ebrei e agli
israeliani.
Nel 1960 Rockefeller interruppe il
finanziamento al gruppo; nel 1967 l'esercito israeliano, nel corso di
una guerra, occupò la zona, e nel 1971 gli israeliani entrarono in
possesso degli ultimi rotoli rimasti.
Tra alterne vicende, si registrò un
ritardo di quaranta anni nella pubblicazione dei manoscritti, un periodo
durante il quale non sappiamo esattamente cosa accadde, anche se i dubbi
su una vasta censura dei contenuti vengono espressi da più parti.
Si rifiutò, in pratica, che Qumran
rappresentasse la culla del Cristianesimo, un movimento religioso molto
diverso da quello conosciuto fino ad oggi; si rifiutò di divulgare che
nei rotoli erano rintracciabili le basi dell'ultima cena, del Padre
Nostro, dell'insegnamento di Gesù e, soprattutto, che si parlava di un
misterioso Maestro di Giustizia condannato a morte, che probabilmente
non era Gesù.
I maggiori studiosi dei rotoli, tra i
quali John Allegro e Roberto Eisenman, affermarono che la comunità di
Qumran era cristiana, che Gesù aveva fratelli e che la chiesa primitiva
fu in realtà una continuazione della congregazione degli Esseni.
Nel 1990 il governo israeliano inserì
nella direzione del gruppo internazionale un ebreo, nel dicembre de 2001
terminò la pubblicazione dei libri, dopo 54 anni dalla loro scoperta,
mentre ancora oggi non si è riusciti a risolvere questa controvers
vicenda.
La cultura proibita
Prima
che la rivoluzione incendiasse il territorio di Francia, i libri erano
tutti, costantemente, soggetti a censura; nessuno scritto portavo
circolare senza avere impresso il privilegio reale; proprio per questo
motivo molte opere venivano stampate all’estero e introdotte
clandestinamente nel paese.
Si trattava di testi ritenuti proibiti,
che minavano le fondamenta del potere e portavano nuova luce su teorie
scientifiche e mediche, oppure di manoscritti contro il pudore, la
morale e la Chiesa.
Per chi violava la legge erano previste la
prigione, l'interdizione dal commercio, la multa, il sequestro dei libri
oppure, alternativa non certo allettante, le terribili mura della
Bastiglia.
Proprio per questi motivi le opere di
Voltaire vennero pubblicate in Svizzera, mentre quelle di Moliere
finirono quasi subito nel voluminoso indice dei libri proibiti,
alimentando il malcontento che avrebbe in seguito portato alla
rivoluzione.
La situazione comunque non subì grandi
modifiche, esaurita l’onda filosofica che aveva portato alla
rivoluzione, stabiliti i nuovi poteri politici, economici e religiosi,
la scrittura e la cultura tornarono nuovamente a fare paura.
In tema di censura, così come di volontà
tesa a frenare la libera circolazione delle idee attraverso la carta
stampata, fa molto riflettere il fatto che furono i protestanti i primi
ad abolire la censura, non certo la Chiesa Cattolica!
Questo tipo di operazioni venivano
solitamente affidate ai monaci, in seguito ai Gesuiti, e la pressione
era talmente forte che a Napoli, nel 1544, si arrivò a stipulare un
concordato che garantiva ai Vescovi il diritto di censurare liberamente
sia le stampe che i libri.
Furono messe all'indice le opere di Dante,
Croce, Gentile, Voltaire, Bruno e Galileo, venne bruciato il Talmud e
molti libri pregiati della prima cristianità.

Nel 1659 a Cremona furono bruciati 10.000
copie del Talmud ebraico, altrettanto accadde a Venezia, in Germania e a
Roma, sotto l’ala protettrice e ispiratrice della Santa Inquisizione.
Ancora oggi gli spettri della paura si
agitano furtivi, impedendo che la conoscenza possa trovare spazi aperti
per rivelarsi completamente agli uomini.

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