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UNO SGUARDO SULLA DEA E SU CRETA

GABRIELLA CAMPIONI

"I Misteri di Hera" n.35 (serie archeo-misteri) - Maggio 2009

 

 

 

 

Vedo con molta gioia che si parla sempre più della Dea Madre dell’antichità. Per il solito “Caso” (con la “C” maiuscola e l’aureola sopra!)la Dea entrò nella mia vita nel 1994, grazie a un libro donatomi da un’amica americana. Da allora seguo le sue tracce con grande passione, e Lei insegue me bussando alla mia porta quando mi fermo. Ma segue anche noi tutti: credendo che in realtà nulla sia per caso, ritengo che questo bisogno che molti sentono di richiamarla da un oblio di millenni sia un suo escamotage per farci capire qualcosa; qualcosa di molto importante per noi oggi, visto che sta succedendo in occasione di un cambiamento epocale. Non un mero interesse filologico, insomma. Per questo vorrei distanziarmi un po’ oltre da quanto scritto finora proponendo alcune impressioni personali, anche dubbi, senza alcuna pretesa di verità, con la speranza che risveglino un dibattito e aumentino ulteriormente l’interesse per Lei.

 

 

Le ricerche archeologiche di Marjia Gimbutas parlano di un culto alla Dea, che si protrasse fino al 6000-4000 a.C. circa, a seconda dei luoghi, e che si diffuse tutt’attorno al Mediterraneo. Culla a tutt’oggi riconosciuta di tale culto era l’Isola di Creta.

 

Qui non sono state trovate tracce di mura difensive, di genealogie regali (neppure di Minosse), di saghe eroiche né di abitazioni miserande, ma solo di opere pubbliche (ad esempio strade con canali laterali di scolo dell’acqua e “aree di sosta” per i viandanti) e di case belle, agiate, colorate. Tutte le figurazioni parlano di un popolo impegnato nel lavoro, ma anche amante del divertimento “spinto”, come i salti mortali sulle corna di un toro effettuati anche da donne. Si sa che la donna aveva una posizione importante e che in gran parte le era riservato il ruolo sacerdotale. Sento molto vero quello che sostiene Riane Eisler nel suo Il Calice e la Spada (ed. Frassinelli), ossia che a Creta ci fosse una società “gilanica” (termine coniato da lei), ossia fondata sulla parità di diritti, doveri e importanza, fra donne e uomini. Non un matriarcato, in quanto ogni “-arcato” implica un predominio, un governo. Tutti conoscono Creta per la storia del Minotauro, il mostro rinchiuso nel labirinto al quale venivano sacrificati giovani uomini e donne, ovviamente vergini. A me sembra tanto strano che una società così amante della vita potesse concepire un mito di questa fatta come nei sacrifici umani, anche perché, in effetti, del cosiddetto labirinto cretese a Creta non c’è traccia, a parte il Disco di Festo, che a mio avviso è improbabile come icona del labirinto.

 

Per alcuni, il termine “labirinto” richiama etimologicamente l’ascia bipenne, uno dei simboli di Creta, che ben rappresenta le due parti uguali della società, uomini e donne. Per me questo mito è nato molto dopo le invasioni degli Ioni, i primi “popoli degli dei della guerra” ad arrivare, magari proprio per screditare il culto e i valori precedenti, tanto più che l’“eroe” è Teseo, un greco. Chi era Teseo? Lo chiedo al bellissimo Gli Dei e gli Eroi della Grecia, del greco Kàroly Kerény (ed. Oscar Mondadori), ma prima devo fare due precisazioni. La prima è che evidentemente si tratta di miti, non di storia, laddove il mito è una narrazione per simboli delle forze che compongono la Vita (personificate negli dei), spesso intrecciate con le vicende umane; la descrizione più bella del mito l’ha data Sallustio: «Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre». La seconda è che si tratta di miti greci, non cretesi…
 

 


Le radici del mito

Dagli innumerevoli e complessi miti di cui è protagonista, Teseo appare come un giovane irruente, se non violento, e incurante delle regole, che si slancia in molte imprese prima di raggiungere la maturità di uomo. Molte di queste imprese lo vedono , da solo o con l’amico Piritoo, affrontare da nemico o conquistatore il Principio Femminile, ad esempio sposa e poi lascia svariate mogli più o meno regali o divine, sconfigge le Amazzoni e cerca di rapire Persefone, la regina degli Inferi, direttamente nel suo palazzo di morte; la stessa Arianna era un’icona, o forse un alter ego, di Afrodite. Oltre al Minotauro, Teseo sconfigge almeno un altro toro. Questo animale viene di solito associato al Principio Maschile, ma, come spiega anche la Gimbutas, l’apparato genitale femminile (utero , ovaie e tube di Falloppio) ha la forma precisa di una testa di toro; Iside, “il vero nome della Dea”, ha sul capo il sole racchiuso fra corna di toro; il Toro Api egizio ha una stella in fronte (sole e stella potrebbero rappresentare, per così dire, il punto in cui si genera la vita) e molte tombe ipogeiche sono decorate con file di teste o corna di toro. Non stupisce quindi che a Creta, devota alla Dea, questo animale fosse così presente; nel Palazzo di Cnosso, a quanto ricordo, ci sono alcuni “merli” a forma di corna di toro. In breve, a me sembra che Teseo incarni una civiltà, o per meglio dire una mentalità, maschile che tenta di soppiantare quella femminile.
 

Lungi da me l’idea di esprimere un qualsivoglia giudizio né di evocare femminismi o maschilismi. Sto solo tentando di dare un’interpretazione a un processo storico, ciclico come tutto ciò che ha a che fare con la vita terrena. Amio avviso, è proprio nello scoprire le possibilità della forza maschile e di quella femminile, che ci arriva l’opportunità di capire perché la Dea si sta risvegliando e come affrontare il cambiamento che stiamo tutti vivendo, ma questo lo spiegherò più oltre, dopo aver dato un ulteriore, diverso e insolito sguardo sull’isola della Dea. Doveva essere il 1990 o giù di lì quando mi recai a Creta e trovai un curioso libro tradotto in inglese dal tedesco, The Secret of Crete, di Hans Georg Wunderlich (ed. Efstadhiadis Group, Atene, 1987). L’autore è un geologo, ma evidentemente appassionato di archeologia. Per non abusare troppo dello spazio messomi a disposizione, mi limiterò a citare alcuni dei punti a mio avviso più sensazionali.

 

Secondo Wunderlich e altri autori ai quali si rifà, Arthur Evans, archeologo e antropologo universalmente riconosciuto come lo scopritore della reggia di Cnosso, si sarebbe troppo eccitato trovando questa immensa costruzione di quasi 1200 stanze di cui nessuno conosceva l’origine e avrebbe lavorato di fantasia sia associandolo alla tradizione greca del Re Minosse (che precede di due generazioni la Guerra di Troia, mentre la civiltà di Creta appartiene all’Età del Bronzo), sia coniando il termine “minoico”, sia ricostruendo alcuni elementi con eccessivo uso di cemento. Dalla mia visita, ormai troppo lontana alla reggia, ricordo, in effetti, alcune cose strane osservate anche da Wunderlich. Una è la cosiddetta sala del trono: buia, piccola per una costruzione così immensa e senza uno sbocco esterno da cui un re potesse farsi vedere dal popolo.
 

Anche i depositi con le enormi giare mi sono sembrate strane, visto che il soffitto è a pochi centimetri dalla loro imboccatura e sono raggiungibili solo quelle in primo piano: se avessero dovuto contenere, come si sostiene, cereali, olive o altri generi di consumo, come li si sarebbero potuti prendere? Wurlich nota la mancanza di mura di cinta, ma, anziché a un popolo pacifico, la attribuisce a un’altra idea, rafforzata dal fatto che, anche dopo la fine dell’età d’oro di questa civiltà, che egli imputa a un devastante terremoto, le pietre della “reggia” non furono utilizzate per le case successive, come avvenuto dovunque, accanto a rovine del passato. Secondo lui, insomma, la cosiddetta reggia era in realtà un immenso luogo deputato al culto dei morti e alla cura dei cadaveri (ma non mi risultano tracce di mummie), tanto più che l’ingresso è rivolto a ovest, dove muore il sole, anziché a est. Vero o no, che cosa dimostra tutto ciò? Non molto, se non che occorrerebbe accostarsi alla storia, ai reperti e ai miti con la mentalità degli antichi, fatta di intuizione, immaginazione e sentimento, anziché con l’odierna razionalità. A ogni buon conto, la Dea, di cui cominciamo appena a intravvedere i contorni, era Signora della vita e della morte… Che sia proprio in questo palazzo che il mito colloca la residenza di Persefone e il tentativo di Teseo di rapirla?

 



Un culto pagano?


Tornando al tema che mi sono prefissa, spesso, nella storia, ci sono state civiltà che ne hanno conquistate e soppiantate altre allo scopo di imporre i propri valori, ossia i propri “dei”. Il metodo usato è sempre stato lo stesso. Come disse Agostino di Ippona: «tutto quello che è possibile distruggere, distruggetelo; quello che non è possibile distruggere, cristianizza telo». Ma non è stato il solo: basta sostituire al Cristianesimo le varie culture che di volta in volta ne hanno conquistate altre. Non c’è da scandalizzarsi: certi culti, soprattutto quello della Dea, erano e sono così radicati nei cuori della gente che non è possibile strapparli via; occorre un lento, sottile e progressivo cambiamento di nomi, riti, facce, attributi (e denigrazioni) così che ci si adegui “al nuovo” in modo quasi insensibile. Molti si infiammano quando odono, ad esempio, che il 25 Dicembre, che ora celebriamo come Natale del Cristo, corrisponde alla nascita di Mitra e di altri dei e al solstizio invernale. Neanche di questo c’è da scandalizzarsi.

 

Nell’infinita saggezza della Vita, questi adeguamenti, se presi con animo aperto, ci offrono diversi aspetti di archetipi che, di loro natura, sono infiniti, troppo grandi per essere compresi “tutti in una volta”, quindi ce ne amplificano la comprensione. E poi c’è sempre il fatto che di tanto in tanto certi archetipi “saltano fuori” dal loro sarcofago fatto di oblio scatenando una “moda” che inevitabilmente li richiama alla nostra attenzione e dà nuovo impulso a una sorta di movimento che comunque cova sotto la cenere, proprio perché si tratta di archetipi radicati nel cuore e nelle cellule di ogni creatura vivente. Ne è un esempio la “moda” scoppiata per Il Codice da Vinci. Al di là di qualunque altra considerazione, quel libro ha scatenato una sorta di esaltazione, a mio avviso dovuta al suo nocciolo, il Principio Femminino, di cui Maria Maddalena è un’esimia icona. Tutti noi, nel profondo, lo conosciamo, perciò abbiamo avuto un fremito e un sussulto nel leggere quella storia, come ricordando qualcosa che ci appartiene da sempre.

 

 

Ma perché proprio quel libro, quando ne esistevano già altri che parlavano del Femminino in modi sicuramente più approfonditi? Sempre a mio personalissimo avviso, anche in questo caso ci vedo un “escamotage Superiore”: essendo il momento giusto, anche grazie alla crisi che sta crescendo, per aprirsi a nuovi valori e nuove mentalità, “Qualcuno” ispira una storia avvincente, intrisa di “giallo” e quindi capace di farsi leggere facilmente da molti e magari spingere ad approfondire sui vari trattati sulla Dea che già esistevano.
Evidentemente per uno scopo che serve oggi. Nuovi valori e nuove mentalità, dicevo, e questo mi riporta all’inizio di questo scritto. Come ben sappiamo tutti, senza una crisi a nessuno verrebbe mai in mente di cambiare una sola virgola della propria vita. Adesso stiamo vivendo una crisi tanto generalizzata e ampia che non è più possibile “mettere pezze” al vecchio: occorre cambiare dall’inizio, dalla stessa mentalità con cui viviamo a livello personale, nazionale, mondiale… Ed è urgente… La cosa che più mi ha colpita, nello studio della Dea, è che nelle civiltà a lei dedicate si sono vissuti fino a 1500 anni ininterrotti di pace. Dunque non è vero, come ci si insegna, che la guerra è sempre esistita. Dare al Principio più alto un volto maschile o femminile comporta una mentalità diversa, centrata prevalentemente sull’emisfero cerebrale sinistro o destro, sullo yin o sullo yang. Per almeno 600 anni abbiamo fatto pratica con il lato maschile, caratterizzato dall’aggredire, che di suo è splendido, infatti significa etimologicamente “andare verso”.

 

Nei suoi aspetti in luce ci ha permesso di uscire dalle caverne, di esplorare, di costruire una scienza; in quelli in ombra ci ha indotti alle guerre, allo sfruttamento del pianeta e dei popoli… La mentalità femminile – la Dea – è caratterizzata dall’accoglienza, dall’inclusione, dalla consapevolezza che tutto è UNO. Anch’essa, come tutto quaggiù, ha i suoi lati in ombra: l’accoglienza può diventare prigione, buco nero… Ma ci offre l’unica speranza per uscire dal vortice involutivo nel quale siamo caduti. Non si tratta certo di tornare alla preistoria, di buttare alle ortiche millenni di conquiste scientifiche né di fondare una nuova religione. La Dea non si sta risvegliando per sostituire il Dio, ma per unirsi a lui in matrimonio dentro di noi sia come individui che come popoli. Un matrimonio che ben si rappresenta nel simbolo della spada nel calice o nella roccia. Non mi meraviglierebbe se anche Artù stesse per risvegliarsi… I segni ci sono e tanti: la stessa Legge di Attrazione di cui tanto si sta parlando appartiene al lato femminile. Forse il fatto che stia diventando una “moda” ci sta dicendo cose importanti: smettete di lamentarvi e di sentirvi vittime della società o di chi altro; in ognuno di voi risiede il potere di creare il mondo che volete; nessuno è troppo piccolo o sconosciuto per farlo; il mondo è vostro, non dei governanti. Perciò datevi una mossa: anziché cercare soluzioni fuori (mentalità maschile), andate dentro di voi (mentalità femminile) e lasciate che la Dea vi renda Guerrieri della Luce.

 

Già, perché, pur essendo accoglienza e pace, la Dea è tutt’altro che debole… In certi suoi aspetti, la Kali indiana lancia strida che sbiancano interi eserciti…

 

 

 

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