Vedo
con molta gioia che si parla sempre più della Dea
Madre dell’antichità. Per il solito “Caso” (con la
“C” maiuscola e l’aureola sopra!)la Dea entrò nella
mia vita nel 1994, grazie a un libro donatomi da
un’amica americana. Da allora seguo le sue tracce
con grande passione, e Lei insegue me bussando alla
mia porta quando mi fermo. Ma segue anche noi tutti:
credendo che in realtà nulla sia per caso, ritengo
che questo bisogno che molti sentono di richiamarla
da un oblio di millenni sia un suo escamotage per
farci capire qualcosa; qualcosa di molto importante
per noi oggi, visto che sta succedendo in occasione
di un cambiamento epocale. Non un mero interesse
filologico, insomma. Per questo vorrei distanziarmi
un po’ oltre da quanto scritto finora proponendo
alcune impressioni personali, anche dubbi, senza
alcuna pretesa di verità, con la speranza che
risveglino un dibattito e aumentino ulteriormente
l’interesse per Lei.
Le ricerche
archeologiche di Marjia Gimbutas parlano di un culto alla Dea, che si
protrasse fino al 6000-4000 a.C. circa, a seconda dei luoghi, e che si
diffuse tutt’attorno al Mediterraneo. Culla a tutt’oggi riconosciuta di
tale culto era l’Isola di Creta.
Qui non sono state
trovate tracce di mura difensive, di genealogie regali (neppure di
Minosse), di saghe eroiche né di abitazioni miserande, ma solo di opere
pubbliche (ad esempio strade con canali laterali di scolo dell’acqua e
“aree di sosta” per i viandanti) e di case belle, agiate, colorate.
Tutte le figurazioni parlano di un popolo impegnato nel lavoro, ma anche
amante del divertimento “spinto”, come i salti mortali sulle corna di un
toro effettuati anche da donne. Si sa che la donna aveva una posizione
importante e che in gran parte le era riservato il ruolo sacerdotale.
Sento molto vero quello che sostiene Riane Eisler nel suo Il Calice e la
Spada (ed. Frassinelli), ossia che a Creta ci fosse una società
“gilanica” (termine coniato da lei), ossia fondata sulla parità di
diritti, doveri e importanza, fra donne e uomini. Non un matriarcato, in
quanto ogni “-arcato” implica un predominio, un governo. Tutti conoscono
Creta per la storia del Minotauro, il mostro rinchiuso nel labirinto al
quale venivano sacrificati giovani uomini e donne, ovviamente vergini. A
me sembra tanto strano che una società così amante della vita potesse
concepire un mito di questa fatta come nei sacrifici umani, anche
perché, in effetti, del cosiddetto labirinto cretese a Creta non c’è
traccia, a parte il Disco di Festo, che a mio avviso è improbabile come
icona del labirinto.
Per alcuni, il
termine “labirinto” richiama etimologicamente l’ascia bipenne, uno dei
simboli di Creta, che ben rappresenta le due parti uguali della società,
uomini e donne. Per me questo mito è nato molto dopo le invasioni degli
Ioni, i primi “popoli degli dei della guerra” ad arrivare, magari
proprio per screditare il culto e i valori precedenti, tanto più che
l’“eroe” è Teseo, un greco. Chi era Teseo? Lo chiedo al bellissimo Gli
Dei e gli Eroi della Grecia, del greco Kàroly Kerény (ed. Oscar
Mondadori), ma prima devo fare due precisazioni. La prima è che
evidentemente si tratta di miti, non di storia, laddove il mito è una
narrazione per simboli delle forze che compongono la Vita (personificate
negli dei), spesso intrecciate con le vicende umane; la descrizione più
bella del mito l’ha data Sallustio: «Queste cose non avvennero mai, ma
sono sempre». La seconda è che si tratta di miti greci, non cretesi…
Le
radici del mito
Dagli
innumerevoli e complessi miti di cui è protagonista, Teseo appare come
un giovane irruente, se non violento, e incurante delle regole, che si
slancia in molte imprese prima di raggiungere la maturità di uomo. Molte
di queste imprese lo vedono , da solo o con l’amico Piritoo, affrontare
da nemico o conquistatore il Principio Femminile, ad esempio sposa e poi
lascia svariate mogli più o meno regali o divine, sconfigge le Amazzoni
e cerca di rapire Persefone, la regina degli Inferi, direttamente nel
suo palazzo di morte; la stessa Arianna era un’icona, o forse un alter
ego, di Afrodite. Oltre al Minotauro, Teseo sconfigge almeno un altro
toro. Questo animale viene di solito associato al Principio Maschile,
ma, come spiega anche la Gimbutas, l’apparato genitale femminile (utero
, ovaie e tube di Falloppio) ha la forma precisa di una testa di toro;
Iside, “il vero nome della Dea”, ha sul capo il sole racchiuso fra corna
di toro; il Toro Api egizio ha una stella in fronte (sole e stella
potrebbero rappresentare, per così dire, il punto in cui si genera la
vita) e molte tombe ipogeiche sono decorate con file di teste o corna di
toro. Non stupisce quindi che a Creta, devota alla Dea, questo animale
fosse così presente; nel Palazzo di Cnosso, a quanto ricordo, ci sono
alcuni “merli” a forma di corna di toro. In breve, a me sembra che Teseo
incarni una civiltà, o per meglio dire una mentalità, maschile che tenta
di soppiantare quella femminile.
Lungi da me l’idea di
esprimere un qualsivoglia giudizio né di evocare femminismi o
maschilismi. Sto solo tentando di dare un’interpretazione a un processo
storico, ciclico come tutto ciò che ha a che fare con la vita terrena.
Amio avviso, è proprio nello scoprire le possibilità della forza
maschile e di quella femminile, che ci arriva l’opportunità di capire
perché la Dea si sta risvegliando e come affrontare il cambiamento che
stiamo tutti vivendo, ma questo lo spiegherò più oltre, dopo aver dato
un ulteriore, diverso e insolito sguardo sull’isola della Dea. Doveva
essere il 1990 o giù di lì quando mi recai a Creta e trovai un curioso
libro tradotto in inglese dal tedesco, The Secret of Crete, di Hans
Georg Wunderlich (ed. Efstadhiadis Group, Atene, 1987). L’autore è un
geologo, ma evidentemente appassionato di archeologia. Per non abusare
troppo dello spazio messomi a disposizione, mi limiterò a citare alcuni
dei punti a mio avviso più sensazionali.
Secondo
Wunderlich e altri autori ai quali si rifà, Arthur Evans, archeologo e
antropologo universalmente riconosciuto come lo scopritore della reggia
di Cnosso, si sarebbe troppo eccitato trovando questa immensa
costruzione di quasi 1200 stanze di cui nessuno conosceva l’origine e
avrebbe lavorato di fantasia sia associandolo alla tradizione greca del
Re Minosse (che precede di due generazioni la Guerra di Troia, mentre la
civiltà di Creta appartiene all’Età del Bronzo), sia coniando il termine
“minoico”, sia ricostruendo alcuni elementi con eccessivo uso di
cemento. Dalla mia visita, ormai troppo lontana alla reggia, ricordo, in
effetti, alcune cose strane osservate anche da Wunderlich. Una è la
cosiddetta sala del trono: buia, piccola per una costruzione così
immensa e senza uno sbocco esterno da cui un re potesse farsi vedere dal
popolo.
Anche i depositi con
le enormi giare mi sono sembrate strane, visto che il soffitto è a pochi
centimetri dalla loro imboccatura e sono raggiungibili solo quelle in
primo piano: se avessero dovuto contenere, come si sostiene, cereali,
olive o altri generi di consumo, come li si sarebbero potuti prendere?
Wurlich nota la mancanza di mura di cinta, ma, anziché a un popolo
pacifico, la attribuisce a un’altra idea, rafforzata dal fatto che,
anche dopo la fine dell’età d’oro di questa civiltà, che egli imputa a
un devastante terremoto, le pietre della “reggia” non furono utilizzate
per le case successive, come avvenuto dovunque, accanto a rovine del
passato. Secondo lui, insomma, la cosiddetta reggia era in realtà un
immenso luogo deputato al culto dei morti e alla cura dei cadaveri (ma
non mi risultano tracce di mummie), tanto più che l’ingresso è rivolto a
ovest, dove muore il sole, anziché a est. Vero o no, che cosa dimostra
tutto ciò? Non molto, se non che occorrerebbe accostarsi alla storia, ai
reperti e ai miti con la mentalità degli antichi, fatta di intuizione,
immaginazione e sentimento, anziché con l’odierna razionalità. A ogni
buon conto, la Dea, di cui cominciamo appena a intravvedere i contorni,
era Signora della vita e della morte… Che sia proprio in questo palazzo
che il mito colloca la residenza di Persefone e il tentativo di Teseo di
rapirla?
Un culto
pagano?
Tornando
al tema che mi sono prefissa, spesso, nella storia, ci sono state
civiltà che ne hanno conquistate e soppiantate altre allo scopo di
imporre i propri valori, ossia i propri “dei”. Il metodo usato è sempre
stato lo stesso. Come disse Agostino di Ippona: «tutto quello che è
possibile distruggere, distruggetelo; quello che non è possibile
distruggere, cristianizza telo». Ma non è stato il solo: basta
sostituire al Cristianesimo le varie culture che di volta in volta ne
hanno conquistate altre. Non c’è da scandalizzarsi: certi culti,
soprattutto quello della Dea, erano e sono così radicati nei cuori della
gente che non è possibile strapparli via; occorre un lento, sottile e
progressivo cambiamento di nomi, riti, facce, attributi (e denigrazioni)
così che ci si adegui “al nuovo” in modo quasi insensibile. Molti si
infiammano quando odono, ad esempio, che il 25 Dicembre, che ora
celebriamo come Natale del Cristo, corrisponde alla nascita di Mitra e
di altri dei e al solstizio invernale. Neanche di questo c’è da
scandalizzarsi.
Nell’infinita
saggezza della Vita, questi adeguamenti, se presi con animo aperto, ci
offrono diversi aspetti di archetipi che, di loro natura, sono infiniti,
troppo grandi per essere compresi “tutti in una volta”, quindi ce ne
amplificano la comprensione. E poi c’è sempre il fatto che di tanto in
tanto certi archetipi “saltano fuori” dal loro sarcofago fatto di oblio
scatenando una “moda” che inevitabilmente li richiama alla nostra
attenzione e dà nuovo impulso a una sorta di movimento che comunque cova
sotto la cenere, proprio perché si tratta di archetipi radicati nel
cuore e nelle cellule di ogni creatura vivente. Ne è un esempio la
“moda” scoppiata per Il Codice da Vinci. Al di là di qualunque altra
considerazione, quel libro ha scatenato una sorta di esaltazione, a mio
avviso dovuta al suo nocciolo, il Principio Femminino, di cui Maria
Maddalena è un’esimia icona. Tutti noi, nel profondo, lo conosciamo,
perciò abbiamo avuto un fremito e un sussulto nel leggere quella storia,
come ricordando qualcosa che ci appartiene da sempre.

Ma perché proprio
quel libro, quando ne esistevano già altri che parlavano del Femminino
in modi sicuramente più approfonditi? Sempre a mio personalissimo
avviso, anche in questo caso ci vedo un “escamotage Superiore”: essendo
il momento giusto, anche grazie alla crisi che sta crescendo, per
aprirsi a nuovi valori e nuove mentalità, “Qualcuno” ispira una storia
avvincente, intrisa di “giallo” e quindi capace di farsi leggere
facilmente da molti e magari spingere ad approfondire sui vari trattati
sulla Dea che già esistevano.
Evidentemente per uno scopo che serve oggi. Nuovi valori e nuove
mentalità, dicevo, e questo mi riporta all’inizio di questo scritto.
Come ben sappiamo tutti, senza una crisi a nessuno verrebbe mai in mente
di cambiare una sola virgola della propria vita. Adesso stiamo vivendo
una crisi tanto generalizzata e ampia che non è più possibile “mettere
pezze” al vecchio: occorre cambiare dall’inizio, dalla stessa mentalità
con cui viviamo a livello personale, nazionale, mondiale… Ed è urgente…
La cosa che più mi ha colpita, nello studio della Dea, è che nelle
civiltà a lei dedicate si sono vissuti fino a 1500 anni ininterrotti di
pace. Dunque non è vero, come ci si insegna, che la guerra è sempre
esistita. Dare al Principio più alto un volto maschile o femminile
comporta una mentalità diversa, centrata prevalentemente sull’emisfero
cerebrale sinistro o destro, sullo yin o sullo yang. Per almeno 600 anni
abbiamo fatto pratica con il lato maschile, caratterizzato
dall’aggredire, che di suo è splendido, infatti significa
etimologicamente “andare verso”.
Nei
suoi aspetti in luce ci ha permesso di uscire dalle caverne, di
esplorare, di costruire una scienza; in quelli in ombra ci ha indotti
alle guerre, allo sfruttamento del pianeta e dei popoli… La mentalità
femminile – la Dea – è caratterizzata dall’accoglienza, dall’inclusione,
dalla consapevolezza che tutto è UNO. Anch’essa, come tutto quaggiù, ha
i suoi lati in ombra: l’accoglienza può diventare prigione, buco nero…
Ma ci offre l’unica speranza per uscire dal vortice involutivo nel quale
siamo caduti. Non si tratta certo di tornare alla preistoria, di buttare
alle ortiche millenni di conquiste scientifiche né di fondare una nuova
religione. La Dea non si sta risvegliando per sostituire il Dio, ma per
unirsi a lui in matrimonio dentro di noi sia come individui che come
popoli. Un matrimonio che ben si rappresenta nel simbolo della spada nel
calice o nella roccia. Non mi meraviglierebbe se anche Artù stesse per
risvegliarsi… I segni ci sono e tanti: la stessa Legge di Attrazione di
cui tanto si sta parlando appartiene al lato femminile. Forse il fatto
che stia diventando una “moda” ci sta dicendo cose importanti: smettete
di lamentarvi e di sentirvi vittime della società o di chi altro; in
ognuno di voi risiede il potere di creare il mondo che volete; nessuno è
troppo piccolo o sconosciuto per farlo; il mondo è vostro, non dei
governanti. Perciò datevi una mossa: anziché cercare soluzioni fuori
(mentalità maschile), andate dentro di voi (mentalità femminile) e
lasciate che la Dea vi renda Guerrieri della Luce.
Già, perché, pur
essendo accoglienza e pace, la Dea è tutt’altro che debole… In certi
suoi aspetti, la Kali indiana lancia strida che sbiancano interi
eserciti…

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